UNITA’ DIDATTICA: L’APOLOGIA DI SOCRATE E IL CRITONE DI PLATONE

 

Di Matteo Dal Vit, Luca Perego, Sebastiano Saitta, Maria Vertova

 

 

OBIETTIVI

Gli obiettivi di tale lezione sono i seguenti:

  1. Far conoscere agli studenti il contenuto di questi testi di Platone e introdurne la lettura
  2. Prendere confidenza con la lettura di un testo filosofico
  3. Far conoscere i temi principali del pensiero socratico
  4. Sviluppare una riflessione sul tema della giustizia e della legalità                                       

DESTINATARI

Studenti di I liceo classico o III liceo scientifico

PREREQUISITI

Conoscenza degli aspetti essenziali del pensiero socratico e dei sofisti

TEMPI

4 ore totali, di cui 2 sull’Apologia, 1 sul Critone e 1 per l’interrogazione

METODO

Sia alternerà la lezione frontale a una lezione più dialogata con domande agli studenti sui testi che si stanno leggendo. Uso della lavagna come aiuto per la schematizzazione. Parte finale di discussione all’interno della classe.

MATERIALI

Fotocopie con estratti dell’Apologia di Socrate e del Critone di Platone (i passi specifici sono riportati nella parte sottostante).

CONTENUTI

-         Enunciazione dell’argomento delle lezioni

-         Analisi del titolo dell’opera, dell’autore, della forma, del contesto storico e dei destinatari

-         Prima parte dell’Apologia: le accuse, dalle più antiche alle più recenti (testi A e B)

-         Seconda parte dell’Apologia: l’ultimo appello di Socrate (testo C)

-         Terza parte dell’Apologia: la condanna (testo D)

-         Introduzione al Critone e lettura del testo E

-         Interrogazione

VERIFICA

La verifica della lezione verrà fatta dal docente con una prova orale a tre studenti, utilizzando le domande riportate sotto.

 

 

Iniziamo la lezione spiegando il significato del titolo dell’opera e introducendola brevemente accennando all’autore (problema socratico), ai destinatari, alla forma e al contesto storico in cui è stata scritta. In particolare sottolineiamo che il processo a Socrate fu un processo essenzialmente politico: la debole democrazia ateniese, restaurata dopo la cacciata del governo filospartano dei Trenta tiranni, teme Socrate per la sua intelligenza critica, la non subalternità al potere politico e l’influenza sui giovani e, diremmo noi oggi, in generale sull’«opinione pubblica».

 

Introduciamo la lettura del testo, mostrando come subito all’inizio S. polemizzi con i sofisti: chiede infatti che si consideri se dice cose giuste, mentre egli si impegnerà non tanto a parlare bene, quanto a dire la verità.

 

Enunciamo le accuse più antiche rivolte a S.e successivamente proponiamo agli allievi la lettura solitaria (in classe) del testo seguente, proponendogli di sottolineare le frasi filosoficamente più importanti.

TESTO A (Apologia di Socrate, da 20c a 21e)

 Ora qualcuno di voi potrebbe ribattere:
- Socrate, ma come la mettiamo? Da dove sonno venute fuori queste calunnie contro di te? Non avresti una reputazione di questo genere senza immischiarti in niente di diverso degli altri, a meno che tu non faccia, appunto, qualcosa d'altro. Dicci [20d] come stanno le cose, perché non vogliamo esprimere giudizi improvvisati su di te. -
Questa - mi sembra - è una obiezione giusta. Tenterò di mostrarvi le cause della mia fama e della mia diffamazione. E perciò ascoltatemi. Ad alcuni di voi sembrerà che io scherzi, ma - non dimenticatelo - dirò tutta la verità. E' vero, cittadini ateniesi, io ho questa fama solo per una certa mia sapienza (sophia). Ma che tipo di sapienza? Quella che è, forse, sapienza umana. Oso dire, infatti, di essere esperto di questa sapienza. Invece quelli [20e] di cui parlavo poco fa possono ben essere esperti di una sapienza più che umana, su cui non ho nulla da dire, perché io stesso non ne so nulla, e chi afferma il contrario mente e parla per diffamarmi.
Per favore, cittadini ateniesi, non interrompetemi, anche se quanto dico vi apparirà presuntuoso, perché il discorso che vi riferirò non è mio, ma di qualcuno ai vostri occhi più degno. Sulla mia sapienza - se di un qualche genere di sapienza si tratta - presenterò come testimone il dio di Delfi. Avete avuto modo di conoscere Cherefonte. [21a] Fu mio compagno fin da giovane, e fu compagno vostro - del popolo - e condivise con voi l'esilio e il ritorno. Sapete dunque com'era Cherefonte, così impulsivo in tutto quello cui metteva mano. Bene, una volta si recò a Delfi e si permise di interrogare l'oracolo su questo - non schiamazzate su ciò che dico, cittadini - perché gli chiese se ci fosse qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che nessuno era più sapiente. Di questo vi darà testimonianza suo fratello, dal momento che Cherefonte è morto.
[21b] E considerate perché vi dico questo: sto per spiegarvi da dove è nata la calunnia contro di me. Io infatti, udito il responso dell'oracolo, feci questa riflessione: "Che cosa vuol dire il dio? Che cosa nasconde il suo parlare enigmatico? Sono consapevole di non essere affatto sapiente: che cosa intende, allora, dichiarando che sono il più sapiente? Egli certo non mente, perché non può." Rimasi per molto tempo in dubbio su quanto detto dal dio. Poi, con riluttanza, mi volsi a una ricerca di questo genere: mi recai da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per [21c] confutare l'oracolo e dimostrargli proprio lì "Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io." Esaminandolo con cura e discutendo con lui - non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico - mi sembrò che quest'uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. [21d] E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Ma, andandomene, pensai fra me e me: "Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so." Mi recai poi da un altro di quelli che passavano per sapienti e [21e] ne ebbi la stessa impressione, e divenni odioso a lui e a molti altri.

Dopo la lettura silenziosa chiediamo a qualcuno di dirci cosa ha sottolineato e mostriamo l’importanza dell’indagine critica per S. e lo stretto legame tra essa e la ricerca incessante della verità.

Successivamente leggiamo il brano sottostante (magari facciamo leggere a 2 ragazzi, uno “fa” Socrate e uno Meleto), dopo aver detto il contenuto della parte non letta ed enunciato leaccuse recenti.

TESTO B (Apologia di Socrate, da 24d a 26a)

 Vieni qui, Meleto, e dimmi: non consideri [24d] della massima importanza che i giovani siano quanto possibile migliori?
- Io sì. -
- Dillo allora a queste persone: chi li rennde migliori? Evidentemente lo sai, visto che ti interessa tanto. Hai trovato chi li corrompe, me, come tu dici, e per questo mi conduci davanti a questi giudici e mi accusi. Su, di' dunque chi li rende migliori, rivelagli chi è. Lo vedi, Meleto, che stai zitto e non sai che dire? Non ti sembra vergognoso? Non ti sembra un prova sufficiente di quello che dico io, e cioè che dei giovani non te n'è mai importato nulla? Ma dimmi, caro, chi li rende migliori? -
- I costumi e le leggi (oi nomoi). -
- [24e] Ma non ti chiedo questo, mio caro amico, bensì quale persona, chi, in primo luogo, conosce, appunto, i costumi e le leggi? -
- Loro, Socrate, i giudici. -
- Come dici, Meleto? Che sono capaci di eduucare i giovani e di renderli migliori? -
- Certamente. -
- Proprio tutti, oppure alcuni sì e altri nno? -
- Proprio tutti. -
- Ben detto, per Hera! C'è tanta gente ad aaiutarli! Ma allora questi che ci stanno ad ascoltare li rendono migliori, [25a] o no? -
- Si', anche questi. -
- Ed anche i membri della Bulé?
- Anche loro. -
- Ma, Meleto, non sono i componenti dell'ecclesia, a corrompere i più giovani? Oppure anch'essi, tutti insieme, li rendono migliori?
- Anch'essi. -
- Ma allora. a quanto pare, tutti gli Ateniiesi li rendono migliori, tranne me. Sono soltanto io a corromperli. E' così che dici? -
- Affermo proprio questo, con forza. -
> - Mi hai condannato a una gran disgrazia daavvero. Ma rispondimi: ti sembra così nel caso dei cavalli, che [25b] a migliorarli siano tutti gli uomini, e uno solo a rovinarli? Oppure, al contrario, a saperli migliorare sono uno solo o pochissimi - gli esperti di ippica - mentre la maggioranza, se ha a che fare con i cavalli e li usa, li danneggia? Non è così, Meleto, per i cavalli e tutti gli altri animali? Certamente è così, lo diciate o no tu e Anito. Perché, per quanto riguarda i giovani, sarebbe davvero una bella fortuna che uno solo li corrompesse e tutti gli altri [25c] fossero loro d'aiuto. No, Meleto, è abbastanza evidente che ai giovani non hai mai pensato e la tua negligenza si mostra chiaramente: non ti è mai importato nulla di quello per cui mi porti in giudizio.
 Dimmi ancora, Meleto, per Zeus, è meglio vivere fra cittadini buoni o cattivi? Rispondi, amico, non ti sto chiedendo nulla di difficile! I cattivi non fanno forse del male a chi gli sta sempre vicino, mentre i buoni del bene? -
- Senza dubbio. -
- [25d] C'è dunque qualcuno che voglia essere danneggiato dalle persone con cui sta assieme, piuttosto che trarne vantaggio? Rispondi, mio caro amico: anche la legge te lo impone. C'è qualcuno che vuole essere danneggiato? -
- No di certo. -
- Su, allora: mi porti qui in tribunale in quanto corrompo i giovani e li rendo più cattivi volontariamente o involontariamente? -
- Volontariamente. -
- E allora, Meleto? Alla tua età sei tanto più sapiente di me alla mia, da aver riconosciuto che i cattivi fanno sempre del male a chi sta loro più vicino, [25e] mentre i buoni del bene. Io, invece, sarei stato tanto ignorante da non rendermi conto che se rendessi malvagio chi sta con me, rischierei di ricevere del male da lui: tu dici che farei una simile cattiva azione volontariamente? Meleto, io non ci credo, e penso che non ci creda nessun'altro. Piuttosto, o non corrompo i giovani, o, se li corrompo, [26a] lo faccio senza volerlo, e dunque tu menti in entrambi i casi. Se li corrompo involontariamente, non è d'uso fare causa per simili errori, bensì prendere da parte chi sbaglia, per spiegargli perché e ammonirlo. E' chiaro, infatti, che una volta resomi conto dell'errore, smetterò di fare ciò che in ogni caso compio involontariamente. Ma tu hai evitato di stare con me e di darmi insegnamento e non ne hai avuto voglia, e mi porti qui in tribunale, dove si usa condurre chi ha bisogno di essere punito ma non chi ha bisogno di imparare.

Al termine della lettura mostriamo come Socrate affermi che, se corrompe i giovani, non è possibile che lo faccia volontariamente: corrompere le persone significa renderle malvagie, e dunque esporsi al rischio di venirne danneggiati. L'argomento di Socrate è un corollario della sua equiparazione della virtù a conoscenza: chi sbaglia lo fa senza consapevolezza, e dunque senza intenzione di sbagliare. Perciò, non ha senso punirlo, quando si dovrebbe piuttosto discutere con lui, per renderlo avvertito del suo errore.

 

Inoltre utilizziamo questo brano per spiegare il procedimento della confutazione e l’ironia socratica tipici della sua argomentazione.

 

L’imputazione di empietà invece si articola in due accuse: quella di ateismo, viene contraddetta e annullata dalla successiva legata all’introduzione di nuove divinità.

Se il filosofare conduce alla morte, alla condanna, bisognerebbe forse per questo rifuggire tale attività? Per Socrate un uomo deve agire secondo quanto ritiene giusto, senza timore delle conseguenze. In caso contrario, davvero avrebbe dimostrato di non obbedire agli dei. Avere paura della morte, che nessuno sa cosa sia, è una forma di ignoranza ed è molto peggio che non obbedire agli dei e agli uomini migliori.

 

Socrate afferma che non scambierà l’assoluzione con l’impegno di non filosofare più. Il suo compito – voluto dal dio – è convincere gli ateniesi che è più importante tenere da conto la saggezza, la verità e la propria anima, in modo che diventi il più possibile buona, piuttosto che le ricchezze, la fama e gli onori. E chiunque non creda ciò, sarà biasimato da Socrate. La virtù non nasce dalle ricchezze, ma dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, sia in privato che in pubblico.

Non sarà Socrate a patire male, ma chi condanna un uomo contro giustizia. Socrate si paragona a un tafàno (un moscone) che pungola un grande cavallo di razza un po’ pigro (Atene).

Il filosofo è un dono divino per la sua città, difficilmente sostituibile: la prova di ciò sta nella sua povertà, perché “non è cosa umana” trascurare tutti i propri affari per occuparsi, come un padre o un fratello, di quelli della città.

 

La corte di giustizia vota: 280 favorevoli all’accusa, 220 favorevoli a Socrate, che si dice sorpreso positivamente dal numero di consensi ottenuti. Si tratta di decidere la pena. Meleto propone la condanna a morte. “Cosa mi merito?”, si chiede Socrate. “Di essere mantenuto pubblicamente nel Pritaneo”, come i cittadini che hanno onorato la città e i vincitori dei giochi olimpici, che “vi fanno credere di essere felici, mentre io vi faccio essere felici”.

Socrate non vuole apparire orgoglioso. Egli osserva semplicemente che, come non ha mai commesso ingiustizia contro alcuno, non vuole commetterla ora contro se stesso, chiedendo una pena alternativa alla morte: si tratti del carcere, di una multa, dell’esilio o dell’astensione da ogni discussione e ricerca filosofica. Il bene più grande per l’uomo è la filosofia e “una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta”. Mettiamo in luce come S. non cerchi mai la pietà dei giudici.

 

Quindi leggiamo questo testo:

TESTO C (Apologia di Socrate, da 40c a 41c)

 Ma consideriamo per quale altro motivo sia così grande la speranza che morire sia un bene. Morire è una di queste due cose: o chi è morto non è e non ha percezione di nulla, oppure morire, come si dice, può essere per l'anima una specie di trasformazione (metabolé) e di trasmigrazione (metoikesis) da qui a un altro luogo. E se è assenza di percezione [40d] come un sonno, quando dormendo non si vede niente, neanche un sogno, allora la morte sarebbe un meraviglioso guadagno - perché io penso che se qualcuno, dopo aver scelto quella notte in cui dormì così profondamente da non vedere neppure un sogno, e paragonato a questa le altre notti e giorni della sua vita, dovesse dire, tutto considerato, quanti giorni e quante notti abbia vissuto meglio e più dolcemente di quella notte, penso che non solo un qualsiasi privato, ma lo stesso Gran Re [40e] troverebbe, rispetto agli altri, questi giorni e queste notti facili da contare - se dunque è questa la morte, io dico che è un guadagno; anche perché così il tempo tutto intero non sembra più di una notte sola. Se d'altra parte la morte è un emigrare (apodemesai) da qui a un altro luogo, ed è vero quel che si dice, che dunque tutti i morti sono là, o giudici, che bene ci può essere più grande di questo? Perché se qualcuno, [41a] arrivato all'Ade, liberatosi dai sedicenti giudici di qui, troverà quelli che sono giudici veramente, che appunto si dice giudichino là, Minosse, Radamanto, Eaco, Trittolemo e tutti gli altri semidei che furono giusti nella loro vita, potrà forse essere, questa, una migrazione da nulla? O ancora per stare con Orfeo e con Museo, con Esiodo e con Omero, quanto ciascuno di voi accetterebbe di pagare? Se questo è vero, da parte mia sono disposto a morire più volte. Oltretutto, [41b] per l'appunto, là io avrei davvero un passatempo straordinario, se m'imbattessi in Palamede, in Aiace Telamonio o in qualcun altro degli antichi morto per un giudizio ingiusto, paragonando le mie esperienze alle loro - non credo che sarebbe spiacevole - e soprattutto non sarebbe spiacevole continuare ad esaminare ed interrogare quelli di là come quelli di qua, per capire chi di loro è sapiente e chi crede di esserlo, ma non lo è. Quanto sarebbe disposto a pagare chiunque di voi, giudici, per mettere sotto esame chi condusse contro Troia [41c] il grande esercito, o Odisseo, o Sisifo, o gli innumerevoli altri di cui si potrebbe dire, uomini e donne? Discutere con loro e starci insieme e metterli sotto esame non sarebbe una inconcepibile felicità? In ogni caso la gente di là non mi può certo far morire per questo: se quanto si dice è vero, quelli di là sono più felici di quelli di qua anche per altri aspetti e sono già immortali per il tempo che rimane.

Socrate non sa con certezza che cosa sarà di lui dopo la morte. Ma l'aspetto interessante dell'ipotesi alternativa alla dissoluzione è che l'oltretomba appare, rispetto alla vita, come il luogo della verità e non come il tradizionale regno delle ombre, di vacue ed evanescenti parvenze di una vita perduta.

TESTO D (Apologia di Socrate, da 41d a 42a)

Ma bisogna, giudici, che anche voi speriate bene davanti alla morte e teniate in mente questa verità, che [41d] non può esserci male per un uomo buono, né da vivo né da morto, e niente di quanto lo riguarda è trascurato dagli dei; anche le mie vicende d'ora non sono avvenute da sé, ma mi è chiaro che ormai per me morire ed esser liberato dal peso dell'azione era la cosa migliore. Per questo anche il segno non è mai intervenuto a distogliermi ed io personalmente non provo nessun rancore verso chi mi ha votato contro e chi mi ha accusato. A dire il vero, non mi hanno votato contro ed accusato con questa intenzione, ma pensando di danneggiarmi, [41e] e perciò meritano di essere biasimati. Tuttavia, a loro faccio questa preghiera: i miei figli, una volta cresciuti, puniteli, cittadini, tormentandoli come io tormentavo voi, se vi sembra che si preoccupino dei soldi e d'altro prima che delle virtù; e se fanno finta di essere qualcosa ma non sono nulla, svergognateli come io facevo con voi, perché non si prendono cura di ciò di cui occorre curarsi e pensano di essere qualcosa senza valer nulla. E se [42a] farete così, io sarò trattato giustamente da voi, ed anche i miei figli.
Ma è già l'ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi dei due però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che al dio.

Poniamo in evidenza in particolare il discorso fatto da S. sui figli e la radicalità etica di ciò.

Introduciamo la lettura del Critone mostrando come sia in continuità con l’Apologia, perché S. enuncia le motivazioni della sua renitenza a fuggire: l’impossibilità di vivere fuori di Atene e la dichiarazione di ritenere preferibile all’esilio la morte.

Facciamo un breve riassunto del testo, fino ad arrivare al punto centrale in cui S. afferma che non va mai commessa ingiustizia, neanche in risposta a un’ingiustizia altrui. Infine leggiamo il testo sottostante, interrompendoci ogni tanto e riprendendo quanto abbiamo appena letto.

TESTO E (Critone, da 50a a 54e)

SOCRATE Prova, allora, a metterla così. Poniamo che mentre siamo lì lì per fuggire di qui (o comunque vogliamo chiamare questa cosa) venissero le leggi e la città tutta, si piazzassero davanti a noi e ci chiedessero: "Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Quale può essere il tuo intento, con questo gesto, se non di fare quanto ti è possibile per distruggere noi, le leggi, e la città intera?... O pensi che possa sopravvivere, e non essere sovvertita, una città in cui le sentenze pronunciate non hanno efficacia, e possono essere invalidate e annullate da privati cittadini?". Cosa rispondere, o Critone, a queste o simili domande? Certo, ci sarebbe molto da dire (più di tutti ci riuscirebbe un retore) in difesa della legge che violerei, che impone che le sentenze pronunciate abbiano vigore. Preferiremo forse dare loro una risposta del tipo "la città ci ha fatto un'ingiustizia, emettendo una sentenza scorretta"? Diremo questo, o che altro?
CRITONE Ma questo, Socrate, per Zeus!
SOCRATE Ma supponiamo che le leggi dicessero: "Ma Socrate, è questo che rientrava nei nostri accordi, o non piuttosto l'impegno di rispettare i giudizi della città?" Se a queste parole facessimo mostra di meravigliarci, potrebbero aggiungere: "Invece di meravigliarti di quello che diciamo, Socrate, rispondi (sei ben abituato a far uso di domanda e risposta). Su, hai qualcosa da rimproverarci a noi e alla città, che ti dai da fare per la nostra rovina? Non ti abbiamo dato noi la vita, tanto per cominciare, non è grazie a noi che tuo padre ha preso in moglie tua madre, e ti ha generato? Di' un po', a quelle leggi fra noi che governano i matrimoni, hai da fare qualche rimprovero?". "Nessuno" direi io. "Ce l'hai allora con quelle che regolano la crescita e l'educazione dei figli, in cui sei stato cresciuto anche tu? Non erano giuste le direttive che la legislazione in materia dava a tuo padre, prescrivendogli di educarti nella musica e nella ginnastica?" "Ma sì" direi ancora "E allora, dopo essere stato generato, allevato ed educato, avresti il coraggio di negare - tanto per cominciare - di essere creatura e schiavo nostro, tu come pure i tuoi antenati? Se è così, poi, credi che tu e noi abbiamo eguali diritti, e che se noi ti facciamo qualcosa hai il diritto di fare altrettanto? Non eri su un piano di parità rispetto a tuo padre, o a un padrone se ne avevi uno, sì da poter ricambiare qualsiasi trattamento, rispondendo alle offese con le offese, alle percosse con le percosse e così via. E te lo permetteresti ora rispetto alla patria e alle leggi, al punto che se riteniamo giusto cercare di ucciderti ti metterai a fare altrettanto con noi, per quanto ti riesce, e sosterrai di agire con ciò giustamente, e saresti uno che genuinamente si cura della virtù? O con tutta la tua sapienza non ti rendi conto che la patria è più preziosa sia della madre che del padre e di tutti gli antenati, e più sacra, e più venerabile, più degna di considerazione da parte degli dèi e degli uomini assennati; e che le si deve obbedire e servirla anche nelle sue ire, più che un padre? E che l'alternativa è fra persuaderla o eseguire i suoi ordini, soffrendo in silenzio se ci impone di soffrire, si tratti di essere battuti o imprigionati, o anche di essere feriti o uccisi se ci manda in guerra; e bisogna farlo - ed è giusto così - senza arrendersi né ritirarsi né lasciaree la propria posizione, perché sia in guerra che in tribunale, dappertutto va fatto ciò che la città, la patria comanda a meno di non riuscire a persuaderla di dove sta la giustizia?... Se è un'empietà usar violenza contro il padre e la madre, tanto più lo sarà contro la patria." Cosa potremo replicare a questo discorso, Critone? Che le leggi dicono la verità, o no?
CRITONE Mi pare di sì.
SOCRATE "Ora, Socrate" potrebbero soggiungere le leggi "giudica se è davvero ingiusto, come andiamo affermando, il trattamento che ci riservi in questo momento. Noi infatti ti abbiamo messo al mondo, e allevato, ed educato, e abbiamo distribuito fra te e i tuoi concittadini tutti i beni di cui disponevamo: e purtuttavia dichiariamo subito, col darne il permesso a ogni ateniese che lo desideri, che se, raggiunta la condizione di cittadino e osservando come vanno le cose nella città e noi, le leggi, non ci trova di suo gradimento, può benissimo prendere le sue cose e andare dove preferisce. E nessuna di noi leggi pone ostacoli o vieta di andare con le proprie cose, dove gli pare, a chi di voi non gradisca noi e la città e desideri trasferirsi in una nostra colonia, o in altra località a suo piacimento. Se uno di voi rimane, vedendo come amministriamo la giustizia e tutta la cosa pubblica, possiamo dire che di fatto ha acconsentito a eseguire i nostri ordini; e se costui disobbedisce diciamo che commette ingiustizia in tre sensi: in quanto non obbedisce a noi che lo abbiamo messo al mondo, e poi a noi che lo abbiamo allevato, e in quanto non lo fa dopo aver accettato di obbedirci, né d'altronde cerca di persuaderci che stiamo commettendo un errore. Lungi dall'imporre con asprezza di fare ciò che ordiniamo noi non facciamo che proporre, lasciando possibilità di scelta fra persuaderci ed eseguire: eppure costui non fa l'una cosa né l'altra. Ora noi sosteniamo, Socrate, che a siffatte accuse ti presterai anche tu se farai quello che hai in mente: e non meno degli altri Ateniesi, mai più di tutti." E se chiedessi perché mai, forse a ragione mi assalirebbero rimarcando che proprio io, più di tutti gli Ateniesi, sono stretto a loro da questo patto. Ecco quel che direbbero: "Abbiamo buone prove che ti piacevamo, Socrate, noi e la città. In questa città non avresti soggiornato enormemente più a lungo degli altri Ateniesi, se non ti fosse enormemente piaciuta; non ne sei mai uscito per una celebrazione sacra, tranne una volta per andare all'Istmo, né sei mai andato altrove, se non per spedizioni militari, né hai mai viaggiato come amano fare gli altri, né ti è mai venuta voglia di vedere un'altra città e conoscere altre leggi. Ti bastavamo, invece, noi e la nostra città: tanto intensamente ci prediligevi, accettando di vivere sotto il nostro governo (in questa città fra l'altro, dando l'impressione che ti piacesse, hai fatto i tuoi figli)! Inoltre, durante il processo avresti ancora avuto la possibilità di chiedere la pena dell'esilio, se lo avessi voluto, di fare cioè allora, col consenso della città, ciò che cerchi di fare adesso senza. E ti vantavi, allora, di non rammaricarti al pensiero di dover morire, dichiarando anzi di preferire all'esilio la morte! E ora non ti vergogni al ricordo di quei discorsi, e senza alcun riguardi per noi leggi cerchi di distruggerci, e ti comporti come il più vile schiavo tentando di fuggire contro i patti e gli accordi in base ai quali avevi convenuto con noi di regolare la tua vita di cittadino. Anzitutto, dunque, rispondici su questo punto: diciamo o no il vero, quando affermiamo che avevi accettato, e non a parole ma di fatto, di vivere sotto il nostro governo?" Come reagire a questo discorso, Critone, Possiamo far altro che dichiararci d'accordo?
CRITONE Dobbiamo, Socrate.
SOCRATE E soggiungerebbero: "Così tu non fai che violare i patti, gli accordi fatti con noi: non vi avevi consentito perché costretto, o ingannato, e un bel po' di tempo hai avuto, per pensarci su: in settant'anni avresti ben avuto modo di partirtene se noi non ti andavamo bene, o se non trovavi giusti i nostri accordi. Tu invece non optavi per Sparta o Creta, di cui stai sempre a lodare il buon governo, né per nessun'altra città greca o barbara: di qui, anzi, sei partito più raramente di quanto non facciano storpi, ciechi o altri invalidi. A tal punto dunque ti andava bene, enormemente più che agli altri Ateniesi, la nostra città, ed evidentemente (a chi andrebbe bene una città senza leggi?) anche noi leggi. E adesso non vuoi stare ai patti? Ma sì se ci ascolti, Socrate: così non ti renderai ridicolo abbandonando la città.
Pensa poi che piacere faresti, a te stesso oltre che ai tuoi amici, cadendo in un errore come quello di trasgredire i patti. Che i tuoi amici correranno anche loro il pericolo di andare in esilio ed essere privati dei diritti civili, o di perdere i propri beni, è abbastanza chiaro. Quanto a te, se ti recherai in qualcuna delle città più vicine, come Tebe o Megara (entrambe vantano una buona legislazione), vi giungerai, Socrate, come un nemico del loro ordinamento civico: tutti quelli che si preoccupano della loro città ti guarderanno con sospetto, considerandoti un guastatore di leggi, e rispetto ai giudici contribuirai a consolidare l'opinione che abbiano emesso una sentenza giusta, in quanto uno che corrompe le leggi può apparire, a maggior ragione, come un corruttore di giovani o di uomini stolti. E allora cosa farai, eviterai le città rette da buone leggi e gli uomini più onesti? Oppure li avvicinerai, senza pudore, per parlare con loro, ma di cosa, Socrate? Argomenterai, come facevi qui, che le cose più preziose per l'uomo sono la virtù e la giustizia, e le leggi e tutto ciò che vi si connette? Non credi che il fare di Socrate apparirà sconveniente? È inevitabile. E se tenendoti alla larga da questi luoghi te ne andassi in Tessaglia, dagli amici di Critone? Certo che lì regnano il più gran disordine e lassismo, e non è escluso che starebbero ad ascoltare volentieri come sei ridicolmente evaso dal carcere mettendoti addosso qualche travestimento (una pelle d'animale, o altre cose che usano per travestirsi i fuggiaschi) per rendere la tua fama irriconoscibile. Non vi sarà nessuno a rilevare che vecchio come sei, verosimilmente con poco tempo ancora da vivere, hai spinto il tuo tenace attaccamento alla vita al punto di trasgredire le leggi più importanti? Forse no, se non infastidirai nessuno: altrimenti, Socrate, ne avrai da sentire di commenti sul tuo conto, e ben umilianti! Potresti vivere ingraziandoti questo e quello, servilmente, e occupandoti di cosa, in Tessaglia, se non di spassartela?... Quasi ci fossi andato per banchettare! E quelle nostre conversazioni sulla giustizia e le altre virtù, dove saranno andate a finire? Ma già, vuoi vivere per i tuoi figli, per allevarli ed educarli. Davvero? Li alleverai ed educherai portandoteli in Tessaglia, facendone degli stranieri per sovrappiù? O in alternativa li farai allevare qui, e con te vivo saranno allevati ed educati meglio, anche se non sei vicino a loro? Certo, se ne prenderanno cura i tuoi amici. Ma lo faranno se partirai per la Tessaglia, e non invece se partirai per l'Ade? Se quelli che si professano tuoi amici vogliono essere di qualche aiuto, lo faranno comunque.
Ma da' ascolto, Socrate, a noi che ti abbiamo allevato: non dare ai figli, alla vita, a null'altro più valore che a ciò che è giusto, affinché al tuo arrivo nell'Ade tu possa richiamare tutto ciò in tua difesa, presso coloro che lì comandano. Il comportamento che non sembra qui a te (né ad alcuno dei tuoi amici) preferibile, né più giusto né più pio, certo non ti apparirà preferibile quando tu sia giunto lì. È vero che andandovi - se poi lo fai - patisci un'ingiustizia, ma non da parte di noi leggi bensì degli uomini. Se invece evadi così ignominiosamente, ricambiando offesa con offesa e male con male, trasgredendo i patti e gli accordi stretti con noi e facendo del male a chi meno dovresti (a te stesso, agli amici, alla patria, a noi), non solo ti attirerai finché vivi la nostra ostilità, ma anche le nostre sorelle laggiù, le leggi dell'Ade, non ti accoglieranno con benevolenza, sapendo che hai cercato, per quanto sta in te, di distruggerci. Insomma, non lasciarti persuadere dai consigli di Critone più che dai nostri".
Questo è ciò che mi sembra di sentire - sappilo mio buon amico Critone - come ai celebranti di riti coribantici sembra di udire i flauti: e risuonando dentro di me, l'eco di queste parole mi impedisce di udire altro. Per quanto mi pare ora, ti assicuro, ogni tua obiezione a esse sarebbe vana. Se speri di ottenere qualcosa di più, comunque, parla pure.
CRITONE Sono senza parole, Socrate.
SOCRATE Allora lasciamo perdere, Critone: e scegliamo questa via, visto che ce la addita la divinità.

Dopo la lettura di questo testo proponiamo alla classe una discussione, lanciando la seguente domanda: bisogna sempre obbedire alle leggi anche quando non le riteniamo giuste? La discussione verrà gestita dal docente in modo che comunque la riflessione si sviluppi a partire dalle argomentazioni proposte nel testo platonico.

 

 

INTERROGAZIONE a tre persone. Le domande vengono effettuate in successione ai tre interrogati:

 

1)     Quali sono le accuse rivolte a Socrate nel corso del processo?

2)     Quali sono le argomentazioni che Socrate usa in sua difesa per ogni accusa rivoltagli?

3)     Qual è l’invito di Critone a Socrate e quali sono le sue risposte?

 

1)     Qual è la strategia difensiva di Socrate e quale concetto di persuasione implica?

2)     Perché Socrate non vuole violare le leggi ateniesi che pur lo condannano?

3)     Perché quello di Socrate è un processo politico?

 

1)     Qual è il legame fra le leggi della città e quelle dell’Ade nel Critone?

2)     Perché per Socrate non ha senso temere la morte?

3)     Che cosa è per Socrate la virtù e dove nell’Apologia si evince?