VERSO UNA DIDATTICA DELLA FILOSOFIA

 

IMPARARE LA FILOSOFIA SIGNIFICA IMPEGNARSI A IMPARARE UN LINGUAGGIO

Si può dire che imparare la filosofia significa impegnarsi a imparare un linguaggio: possono diventare frequentatori della filosofia solo coloro che hanno qualche ragione per imparare questo linguaggio che apre sconfinati orizzonti sul mondo, anzi fa vedere mondi solitamente ignoti, ma che è completamente inutile per quelle azioni consuete e ripetitive che costituiscono per lo più il tessuto della vita comune…". L’apprendistato filosofico richiede "un apprendimento tecnico molto particolare, quello che consente di imparare a usare un altro linguaggio", ma nello stesso tempo "una buona apertura alla filosofia mette in discussione tutti (o quasi) i significati fondamentali in cui il mondo comune è assestato come mondo intersoggettivo e simbolico" (FULVIO PAPI, Capire la filosofia, Ibis, Pavia-Como, 1993, pp. 13-14).

I GIOCHI LINGUISTICI DELLA FILOSOFIA

310. Uno scolaro e un maestro. Lo scolaro non si lascia spiegare nulla, perché interrompe continuamente il maestro con dubbi riguardanti, per esempio, l'esistenza delle cose, il significato delle parole, ecc. Il maestro dice: «Non interrompermi più, e fa' quello che ti dico; finora il tuo dubbio non ha proprio nessun senso» .
3 1 1. Oppure, immagina che lo scolaro metta in dubbio la storia, e tutto ciò che le è connesso; e addirittura che 100 anni fa esistesse già la Terra.
...
314. Immagina che lo scolaro chieda davvero: «E il tavolo continua a esserci anche quando mi volto, e anche quando nessuno lo vede?» Qui l'insegnante deve tranquillizzarlo e dire: «Ma certo che c'è!»?- Forse il maestro perderà un pochettino la pazienza, ma penserà che lo scolaro perderà l'abitudine di fare certe domande.
315. Cioè, l'insegnante sentirà che, propriamente, questa non è una domanda legittima.E sarebbe lo stesso se lo scolaro mettesse in dubbio la conformità a leggi della natura, e dunque la fondatezza delle inferenze induttive. - L'insegnante avrebbe la sensazione che questo non faccia altro che ostacolare lui stesso e lo scolaro, che in questo modo lo scolaro s'incepperebbe nel proprio apprendimento, e non progredirebbe. E avrebbe ragione. -Sarebbe come se qualcuno dovesse cercare un oggetto nella sua stanza: apre un cassetto e vede che lì non c'è; lo richiude di nuovo, aspetta e poi lo riapre di nuovo, per vedere se per caso non ci sia, e va avanti cosi. Non ha ancora imparato a cercare. E così quellosçolaro non ha ancora imparato a porre domande. Non h aimparato il giuoco che noi vogliamo insegnargli (LUDWIG WITTGENSTEIN,  Della certezza, Einaudi, Torino 1978).

Ascoltare, PARLARE, LEGGERE E SCRIVERE

 

ASCOLTARE

Dalla Ratio studiorum

Regole generali per tutti i professori dei corsi superiori

 

“Se riesce a insegnare senza dettare, ma facendo in modo che gli allievi possano facilmente prendere appunti su tutto quanto va annotato, è meglio che non detti. Gli insegnanti devono far scrivere senza scandire parola per parola, ma parlando tutto d’un fiato. Se è poi il caso, ripetano di nuovo per bene. Non devono dettare l’intero argomento e poi fermarsi a spiegarlo, ma alternare di continuo dettatura e spiegazione.
Quando bisogna presentare passi contenuti in autori a portata di mano, l’insegnante deve ricorrere più alla spiegazione che alla dettatura. Meglio ancora, deve rimandare gli studenti a quelle fonti che hanno approfondito con ampiezza e precisione l’argomento.
Dopo la lezione il professore deve restare in aula o nei suoi pressi almeno per un quarto d’ora, in modo che gli allievi possano rivolgersi a lui per chiarimenti e per l’eventuale verifica di quanto appreso. Provveda inoltre a far ripassare le lezioni”.

 

ALL’ASCOLTO

 

SOCRATE: E allora esaminiamolo in questo, se mai conoscenza e sensazione sono la stessa cosa o qualcosa d'altro. Perché questo era l'obiettivo di tutto il nostro ragionamento e proprio in virtù di esso, abbiamo mosso tutti questi strani problemi. Non è così ?

TEETETO: è certamente così .

SOCRATE: Ammetteremo dunque, che delle cose di cui abbiamo sensazione vedendole e udendole, di tutte queste, a un tempo, noi veniamo anche a conoscenza? Ad esempio, prima di conoscere la lingua dei barbari, diremo forse che non ascoltiamo quando parlano, oppure che ascoltiamo e a un tempo comprendiamo anche quello che dicono? E ancora non conoscendo le loro lettere, guardando a esse ci ostineremo a dire che non le vediamo, oppure, che se le vediamo, le conosciamo?

TEETETO: Diremo di conoscere di esse, o Socrate, solo quello che vediamo e ascoltiamo; delle lettere diremo infatti di vedere e conoscere la forma e il colore, delle voci invece di ascoltare e dunque di sapere l'acutezza e la gravità. Quanto a quello poi che sulla loro lingua possono ammaestrarci uomini di lettere e interpreti, diremo che senza vederle o udire non possiamo averne sensazione e venirne a conoscenza (PLATONE, Teeteto).

 

Se intendere è comprendere un senso, ascoltare è essere tesi verso un senso possibile, e dunque non immediatamente accessibile.

Ma quale può essere lo spazio comune al senso e al suono? Il senso consiste in un rinvio. E’ persino formato da una totalità di rinvii: da un segno a qualcosa, da uno stato di cose a un valore, da un soggetto a un altro soggetto o a se stesso – tutto simultaneamente. Il suono è fatto anch’esso di rinvii: si propaga nello spazio in cui risuona proprio mentre risuona, come si dice, “in me”. Risuona nello spazio esterno o interno, cioè il suono propriamente si ri-emette nell’atto stesso di “suonare” – la qual cosa è già un “risuonare”, posto che questo non sia altro che rapportarsi a sé. Suonare è vibrare in sé o da sé: per il corpo sonoro non si tratta solo di emettere un suono, ma precisamente di estendersi, svolgersi e risolversi in vibrazioni che contemporaneamente lo relazionano a sé e lo mettono fuori di sé.

 

Essere all’ascolto, dunque, consisterà sempre in un essere-teso-verso, oppure in un accesso a sé (si dovrebbe dire, con un lessico attinente al patologico: un accesso di sé – il senso [sonoro] non è forse innanzitutto e sempre una crisi di sé?).

Accesso al sé – che non significa: accesso a un sé proprio (io), e neppure al sé di un altro, bensì alla forma o alla struttura del in quanto tale, cioè alla forma, alla struttura e al movimento di un rinvio infinito, poiché rinvia a ciò (esso) che non è niente al di fuori del rinvio.

 

Il soggetto, un diapason? Ciascun soggetto, un diapason differentemente regolato? Regolato su di sé, ma senza frequenza conosciuta?

 

Si tratta dunque di risalire da un soggetto fenomenologico, punto di messa a fuoco intenzionale, a un soggetto risonante, spaziatura intensiva di un rimbalzo acustico che non si chiude in alcun ritorno in se stesso senza immediatamente rilanciare in forma di eco un richiamo a questo medesimo sé. E mentre il soggetto della messa a fuoco è sempre già dato, collocato in se stesso stando nel proprio punto di vista, il soggetto dell’ascolto è sempre ancora da venire, spaziato, attraversato e chiamato da se stesso, suonato da se stesso (JEAN-LUC NANCY, All’ascolto, Cortina, Milano 2004).