IL MARXISMO NOVECENTESCO E WALTER BENJAMIN

 

 

Destinatari

Studenti del terzo anno di corso (liceo classico)

 

Prerequisiti

·      Conoscenza del contesto storico tra Ottocento e Novecento (con particolare attenzione allo sviluppo della società capitalistica e agli aspetti economici, sociali, culturali e politici dell’avanzato processo di industrializzazione)

·      Conoscenza del pensiero positivista

·      Conoscenza dello sviluppo dell’idea di progresso nell’Ottocento

·      Conoscenza dell’analisi marxiana della società capitalistica

·      Conoscenza delle differenti analisi sociologiche della civiltà moderna

·      Conoscenza dell’origine del concetto di alienazione

·      Conoscenza del lessico positivista e marxista

·      Capacità di lettura e comprensione di un testo filosofico

 

Finalità generali

L’unità didattica si apre con un collegamento alle riflessioni marxiane e dei sociologi della seconda metà dell’Ottocento (in particolare Weber e Simmel) e introduce alcune figure del marxismo occidentale (Lukács, Bloch, Horkheimer, Adorno, Marcuse) con l’intenzione principale di presentare il pensiero di Benjamin. Scopo delle lezioni è quindi fornire gli strumenti necessari per comprendere lo sviluppo del pensiero marxista nel Novecento, le sue modificazioni e le sue caratteristiche principali. La scelta di focalizzare l’attenzione su Benjamin deriva dall’originalità del pensiero di quest’autore. Essendo il panorama della filosofia novecentesca molto vasto, la definizione del programma comporta la selezione di un limitato numero di autori e temi e il sacrificio di molti altri. Spesso la filosofia di Benjamin, pensatore eterodosso, è solo accennata nei manuali scolastici, che si limitano a un paragrafo informativo nel capitolo dedicato alla Scuola di Francoforte o a una scheda riassuntiva sulle opere dell’autore collocata a conclusione del capitolo sul marxismo novecentesco. Introdurre il pensiero di Benjamin in una classe liceale richiede quindi la scelta di un percorso specifico a livello di programmazione. Nel corso del tirocinio formativo ho avuto la possibilità di presentare questo filosofo a una classe dell’ultimo anno di liceo classico. Il programma di filosofia si prestava a questo intervento, perché nel primo quadrimestre il docente accogliente aveva concentrato la sua attenzione sulle scienze economiche, sociali e antropologiche, dedicando molto spazio al marxismo. La filosofia di Benjamin offre spunti di riflessione notevoli a studenti del triennio superiore grazie all’attualità degli interrogativi oggetto di indagine e allo stile concreto e figurativo che caratterizza il pensiero di questo eccezionale pensatore. La versatilità e l’originalità di Benjamin presentano una vasta gamma di problematiche, dal linguaggio alla critica d’arte, dalla letteratura alla storia, dalla religione alla politica. Inoltre alcune tematiche della filosofia benjaminiana, in particolare la riflessione sul tempo e sulla storia e l’indagine sulle forme di arte nell’età della tecnica, possono essere facilmente inserite nei percorsi pluridisciplinari (soprattutto per quanto riguarda il tema del tempo e dell’intellettuale nella società) predisposti per la terza prova dell’Esame di Stato.

 

Obiettivi di conoscenza

·      Conoscenza dello sviluppo del pensiero marxista

·      Conoscenza dei tratti fondamentali della filosofia di Lukács, Bloch e della Scuola di Francoforte

·      Conoscenza del pensiero di Benjamin e dello stretto legame tra filosofia e vita, teoria e prassi

·      Conoscenza del lessico benjaminiano

 

Obiettivi di competenza

·      Definizione e utilizzo del concetto di alienazione nella riflessione filosofica contemporanea

·      Comprensione dei differenti approcci al tema dell’alienazione

·      Dimestichezza nell’esposizione delle argomentazioni degli autori trattati

·      Comprensione dei testi benjaminiani

·      Praticità nell’utilizzo del lessico benjaminiano

 

Obiettivi di capacità

·      Capacità di analisi di un testo benjaminiano

·      Capacità di sintesi delle tematiche trattate

·      Capacità di creare collegamenti tra le riflessioni degli autori

·      Capacità di confronto tra posizioni filosofiche differenti, in particolare tra positivismo e materialismo storico

·      Riflessione critica sulla modernità e sul ruolo dell’intellettuale nella società

·      Riflessione sull’importanza dello studio della storia e sulla stretta connessione con le esigenze del presente

·      Capacità di collegare gli argomenti trattati alla contemporaneità e al proprio vissuto

 

Tempi

Sei ore di lezione e un’ora di verifica sommativa

 

Strumenti didattici

Le lezioni si sono articolate dialogando con gli studenti e interpellando i filosofi trattati attraverso i testi. Per le lezioni di carattere introduttivo i testi di riferimento sono le sezioni del manuale (Cioffi F., Gallo F., Luppi G., Vigorelli A., Zanette E. (a cura di), Il testo filosofico, Mondadori, Milano, 1998, voll. 3/1 e 3/2) riservate al marxismo e alle scienze sociali e l’antologia di testi compresa nei rispettivi capitoli. Per le lezioni successive si fa direttamente riferimento ai testi di Benjamin (in particolare Infanzia berlinese, Sul concetto di storia e L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). Oltre ai testi molto utili si sono rivelati l’uso della lavagna per tracciare mappe concettuali e l’osservazione di alcune immagini per rendere più esplicito il pensiero di Benjamin (l’automa scacchista delle tesi Sul concetto di storia e l’acquerello Angelus Novus di Paul Klee). Durante la preparazione delle lezioni ho utilizzato anche il supporto di altri testi riportati in bibliografia.

 

Metodologia

Le lezioni sono state prevalentemente dialogate con l’intervento costante degli studenti, anche se questo aspetto è stato meno evidente nel corso delle prime ore, in cui è stato importante definire il panorama di riferimento e fornire gli strumenti necessari ad affrontare lo studio del pensiero benjaminiano. Nel corso della spiegazione, in particolare durante le lezioni introduttive, l’uso costante della lavagna si è rivelato utile per tracciare mappe concettuali e focalizzare i punti cruciali del percorso. A Marx, Simmel e Weber è stato riservato un breve accenno per procedere poi con la distinzione tra marxismo positivistico della Seconda Internazionale, marxismo-leninismo della Terza Internazionale e marxismo occidentale, umanistico e rivoluzionario. Già a partire dalla seconda lezione l’attenzione si è focalizzata sugli intellettuali che ruotano attorno al marxismo occidentale (Bloch, Lukács e i filosofi della Scuola di Francoforte) fino ad arrivare al marxismo messianico di Benjamin. La scelta di non presentare subito in modo dettagliato il pensiero di Benjamin è stata determinata dall’obiettivo di percorrere insieme agli studenti le tappe della vita filosofica dell’autore, lasciando che i temi e le riflessioni emergessero da una lettura guidata dei testi dell’autore. Dopo una rapida introduzione ampio spazio è stato riservato ai testi tratti dal manuale, fotocopiati o letti dalle opere del filosofo. La concretezza delle immagini e l’intensità emotiva degli scritti di Benjamin superano qualsiasi commento o spiegazione. Due lezioni (la quarta e la quinta) sono state dedicate al concetto di temporalità storica in Benjamin, cominciando dall’acquerello di Klee, Angelus Novus. Mentre i ragazzi osservavano l’immagine, ho chiesto a uno studente di leggere la tesi IX, che descrive il volo dell’Angelo della Storia. Da un’analisi del testo è stato possibile ricavare insieme i tratti distintivi dell’angelo e abbozzare un primo commento. Ho cercato di proseguire la lezione stimolando il dialogo tra studenti e filosofo (attraverso i suoi testi) fino alla definizione di un quadro completo. Prima del termine della lezione è stato utile anche ricapitolare alla lavagna i nodi essenziali del discorso, costruendo con il contributo di tutti uno schema bipartito che metteva a confronto la temporalità dello storicismo e quella del materialismo storico rinnovato da Benjamin con il contributo della teologia. Dallo schema erano deducibili anche il compito dello storico marxista e la sua modalità di ricerca in opposizione all’atteggiamento storicista. L’ultima tappa nel pensiero di Benjamin si è completata con la lettura di alcune pagine di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (paragrafi 2 e 10), dalle quali è emersa una possibile forma di azione rivoluzionaria nella politicizzazione dell’arte.

Contenuto schematico

 

 

Verifiche formative               

Durante le lezioni è stato possibile verificare progressivamente l’apprendimento a partire dagli interventi individuali. L’attenzione della classe e la partecipazione alla lezione con domande o riflessioni personali sono state segno di un lavoro proficuo. La scelta di un tema stimolante per i ragazzi e la modalità dialogata di presentazione hanno contribuito al buon esito delle lezioni, ma decisiva è stata la curiosità verso un intellettuale come Benjamin. La drammaticità e la misteriosità della sua vita, l’asistematicità e l’eccezionalità del suo pensiero, la concretezza e la frammentarietà del suo stile sono stati gli ingredienti principali di questo successo.

 

Verifiche sommative

Al termine del ciclo di lezioni non ho avuto la possibilità di proporre alla classe una prova di verifica sommativa. Proseguendo nell’ottica delle lezioni avrei preparato una verifica scritta da svolgere in un’ora. La scelta di inserire nella prova un testo benjaminiano non presentato in classe, ma attinente ai temi trattati permette di verificare le conoscenze acquisite, stimolando anche competenze di lettura e rielaborazione. Del testo si può richiedere una comprensione e analisi dettagliata attraverso la predisposizione di domande a risposta chiusa o una riflessione ampia attraverso un trattazione sintetica dell’argomento. I temi, lo stile, le immagini metaforiche che ricorrono nell’opera benjaminiana permettono di sviluppare una raffinata capacità di analisi e di riflessione. Tra gli obiettivi di questa unità didattica non compare solo la conoscenza della filosofia di Benjamin, ma anche l’apprendimento del lessico filosofico e della capacità di comprensione e analisi di un testo filosofico. In sede di interrogazione orale, inoltre, avrei potuto chiedere agli studenti di presentare il pensiero di Benjamin facendo ampio riferimento ai testi (da consultare anche durante il colloquio) o di confrontare i differenti orientamenti filosofici citati nel corso delle lezioni, prendere posizione per uno di essi e argomentare la scelta. Il tema dell’alienazione può anche essere oggetto di una trattazione più articolata nella forma del saggio breve (quattro o cinque colonne di foglio a protocollo): si forniscono agli studenti estratti di testo di alcuni autori trattati nell’unità didattica e si chiede loro di definire il concetto di alienazione e di argomentare le differenti manifestazioni in relazione al contesto socio-politico e storico-filosofico. Il tema dell’alienazione si inserisce in un’ampia analisi critica della società capitalistica che consente agli studenti di tracciare una panoramica storico-filosofica, di confrontare atteggiamenti differenti di reazione alla modernità e di proporre spunti e riflessioni nell’attualità. Questa tipologia di prova richiede un lavoro di rielaborazione e argomentazione impegnativo che necessita almeno di due o tre ore di tempo, quindi può essere svolta a casa come esercizio individuale oppure in classe come lavoro di gruppo o come verifica (per esempio inserita tra le tracce di un tema di italiano).

 

Analisi testuale (con questionario)

La massa è una matrice dalla quale attualmente esce rinato ogni comportamento abituale nei confronti delle opere d’arte. La quantità si è ribaltata in qualità: le masse sempre più vaste dei partecipanti hanno determinato un modo diverso di partecipazione. L’osservatore non deve lasciarsi ingannare dal fatto che questa partecipazione si manifesta dapprima in forme screditate. Eppure non sono mancati quelli che si sono pervicacemente attenuti a questo aspetto superficiale della cosa. Tra costoro Duhamel è colui che si è espresso nel modo più radicale. Egli riconosce al film un peculiare modo di partecipazione da parte delle masse. Egli definisce il film «un passatempo per iloti, una distrazione per creature incolte, miserabili, esaurite dal lavoro, dilaniate dalle loro preoccupazioni…, uno spettacolo che non esige alcuna concentrazione, che non presuppone la facoltà di pensare…, che non accende nessuna luce nel cuore e non suscita alcuna speranza se non quella, ridicola, di diventare un giorno, a Los Angeles, una star». È evidente che si tratta in fondo della vecchia accusa secondo cui le masse cercano soltanto distrazione, mentre l’arte esige dall’osservatore il raccoglimento. Si tratta di un luogo comune. Resta soltanto da vedere se esso costituisca un terreno utile per lo studio del cinema. – È opportuno qui considerare le cose più da vicino. La distrazione e il raccoglimento vengono contrapposti in un modo tale che consente questa formulazione: colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda; penetra nell’opera, come racconta la leggenda di un pittore cinese alla vista della sua opera compiuta. Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte. Ciò avviene nel modo più evidente per gli edifici. L’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione e da parte della collettività. Le leggi della sua ricezione sono le più istruttive.

Gli edifici accompagnano l’umanità fin dalla sua preistoria. Molte forme d’arte si sono generate e poi sono morte. La tragedia nasce coi greci per estinguersi con loro e per poi rinascere dopo secoli; ma ne rinascono soltanto le regole. L’epopea, la cui origine risale alla giovinezza dei popoli, si estingue in Europa con l’inizio del Rinascimento. La pittura su tavola è frutto del Medioevo e nulla può garantirle una durata ininterrotta. Ma il bisogno dell’uomo di una dimora è ininterrotto. L’architettura non ha mai conosciuto pause. La sua storia è più lunga di quella di qualsiasi altra arte; rendersi conto del suo influsso è importante per qualunque tentativo di comprendere il rapporto tra le masse e l’opera d’arte. Delle costruzioni si fruisce in un duplice modo: attraverso l’uso e attraverso la percezione. O, in termini più precisi: in modo tattico e in modo ottico. Non è possibile definire il concetto di una simile ricezione se essa viene immaginata sul tipo di quelle raccolte per esempio dai viaggiatori di fronte a costruzioni famose. Non c’è nulla, dal lato tattico che faccia da contropartita di ciò che, dal lato ottico, è costituito dalla contemplazione. La fruizione tattica non avviene tanto sul piano dell’attenzione quanto su quello dell’abitudine. Nei confronti dell’architettura, anzi, quest’ultima determina ampiamente perfino la ricezione ottica. Anch’essa, in sé, avviene molto meno attraverso un’attenta osservazione che non attraverso sguardi occasionali. Questo genere di ricezione, che si è generata nei confronti dell’architettura ha tuttavia, in certe circostanze, un valore canonico. Poiché i compiti che in epoche di trapasso storico vengono posti all’apparato percettivo umano, non possono essere assolti per vie meramente ottiche, cioè contemplative. Se ne viene a capo a poco a poco grazie all’intervento della ricezione tattica, all’abitudine.

Anche colui che è distratto può abituarsi. Più ancora: il fatto di essere in grado di assolvere certi compiti anche nella distrazione dimostra innanzitutto che per l’individuo in questione è diventata un’abitudine assolverli. Attraverso la distrazione, quale è offerta dall’arte, si può controllare di sottomano in che misura l’appercezione è in grado di assolvere compiti nuovi. Poiché del resto il singolo sarà sempre tentato di sottrarsi a questi compiti, l’arte affronterà quello più difficile e più importante quando riuscirà a mobilitare le masse. Attualmente essa fa questo attraverso il cinema. La ricezione nella distrazione, che si fa sentire in modo sempre più insistente in tutti i settori dell’arte e che costituisce il sintomo di profonde modificazioni dell’appercezione, trova nel cinema lo strumento più autentico su cui esercitarsi. Grazie al suo effetto di shock il cinema favorisce questa forma di ricezione. Il cinema svaluta il valore cultuale non soltanto inducendo il pubblico a un atteggiamento valutativo, ma anche per il fatto che al cinema l’atteggiamento valutativo non implica attenzione. Il pubblico è un esaminatore, ma un esaminatore distratto.

W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966, pp. 44-46.

 

a)    Il testo si apre con l’annuncio di un cambiamento, con l’apertura di un nuovo orizzonte di senso nel presente. In quale ambito si verifica questa rottura e chi è il soggetto di questa svolta?

b)    Benjamin riflette sulle differenti modalità di fruizione delle opere d’arte, contrastando un luogo comune radicato tra i critici d’arte. Distingui la ricezione contemplativa da quella distratta e spiega le possibilità rivoluzionarie individuate da Benjamin nel contesto storico di riferimento.

c)    Per argomentare la sua proposta e chiarire il significato profondo del rapporto pubblico-arte Benjamin presenta un paragone concreto con una forma d’arte diffusa e nota. Quale? Quali caratteristiche la distinguono dalle altre espressioni artistiche?

d)    Definisci fruizione tattica e fruizione ottica e spiega che rapporto vige tra queste due modalità di ricezione artistica.

e)    Al termine di questo passaggio Benjamin assegna a una forma d’arte specifica della società tecnologica un compito rivoluzionario. Individua a quale settore artistico fa riferimento e spiegane gli aspetti innovativi.

f)     Nel pensiero di Benjamin teoria e prassi sono strettamente legate. In questo testo dalle argomentazioni teoriche emerge una possibilità concreta di svolta. Sintetizza la proposta di Benjamin, specificando la connessione con la contemporaneità storico-politica.

 

Trattazione sintetica

Lo storicismo si accontenta di stabilire un nesso causale fra momenti diversi della storia. Ma nessuno stato di fatto è, in qualità di causa, già perciò storico. Lo è diventato, postumamente, attraverso circostanze che possono essere distanti migliaia di anni da esso. Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli afferra la costellazione in cui la sua epoca è venuta a incontrarsi con una ben determinata epoca anteriore. Fonda così un concetto di presente come quell’adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo messianico.

W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino, 1997, p. 57

 

La seguente tesi è riportata in appendice alle diciotto tesi Sul concetto di storia. Chiarisci la concezione di temporalità storica in Benjamin, mantenendo un confronto critico con la posizione storicista e sottolineando la specificità del lessico benjaminiano.

 

Saggio breve

ARGOMENTO

L’alienazione: essenza dell’uomo o prodotto della modernità?

Molti filosofi hanno riflettuto sul concetto di alienazione, sulla sua origine e natura e sul suo possibile superamento. Argomenta i nodi del dibattito, partendo dai testi riportati nei documenti e dalle conoscenze acquisite e sviluppando il problema rispetto alla tua esperienza e all’attualità.

 

DOCUMENTI

Come l’uomo pensa, quali sono i suoi principi, tale è il suo dio: quanto l’uomo vale, tanto e non più vale il suo dio. La coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé. Tu conosci l’uomo dal suo dio, e, reciprocamente, Dio dall’uomo; l’uno e l’altro si identificano. Per l’uomo, è Dio il proprio spirito, la propria anima; e ciò che per l’uomo è spirito, ciò che è la sua anima, il suo cuore, quello è il suo dio: Dio è l’intimo rivelato, l’essenza dell’uomo espressa; la religione è la solenne rivelazione dei tesori celati dell’uomo, la pubblica professione dei suoi segreti d’amore.

Ma da quanto abbiamo detto non si deve dedurre che l’uomo religioso sia direttamente consapevole che la coscienza che ha di Dio sia la stessa autocoscienza del suo proprio essere, poiché appunto il non essere consapevole di ciò è il fondamento della vera e propria essenza della religione. Per evitare questo equivoco diremo meglio: la religione è la prima, ma indiretta autocoscienza dell’uomo. Perciò la religione precede sempre la filosofia, nella storia dell’umanità così come nella storia dei singoli individui. L’uomo sposta il suo essere fuori da sé, prima di trovarlo in sé.

Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, 1841

 

Noi partiamo da un fatto economico, attuale.

L’operaio diventa tanto più povero quanto più produce ricchezza, quanto più la sua produzione cresce in potenza e estensione. L’operaio diventa una merce tanto più a buon mercato quanto più crea delle merci. Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere

Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, che si è fatto oggettivo: è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare, nella condizione descritta dall’economia politica, come privazione dell’operaio, e l’oggettivazione appare come perdita e schiavitù dell’oggetto, e l’appropriazione come alienazione, come espropriazione.

La realizzazione del lavoro si palesa tale privazione che l’operaio è spogliato fino alla morte per fame. L’oggettivazione si palesa tale perdita dell’oggetto che l’operaio è derubato non solo degli oggetti più necessari alla vita, ma anche degli oggetti più necessari del lavoro. Già, lo stesso lavoro diventa un oggetto di cui egli può impadronirsi solo con lo sforzo più grande e le interruzioni più irregolari. L’appropriazione dell’oggetto prodotto si palesa tale estraniazione che più oggetti l’operaio produce, meno può possederne e tanto più cade sotto il dominio del suo prodotto, del capitale.

Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844 (pubblicati solo nel 1932)

 

Occorre appena ricordare che le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di insegnamento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto. Da una parte la vita le viene resa infinitamente facile, poiché le si offrono da ogni parte stimoli, interessi, modi di riempire il tempo e la coscienza, che la prendono quasi in una corrente dove i movimenti autonomi del nuoto non sembrano neppure più necessari. Dall’altra, però, la vita è costituita sempre di più di questi contenuti e rappresentazioni impersonali, che tendono a eliminare le colorazioni e le idiosincrasie più intimamente singolari; così l’elemento più personale, per salvarsi, deve dar prova di una singolarità e una particolarità estreme: deve esagerare per farsi sentire, anche da se stesso. La atrofia della cultura individuale dovuta all’ipertrofia di quella oggettiva è una delle ragioni dell’odio feroce che i predicatori dell’individualismo estremo, a cominciare da Nietzsche, nutrono per le metropoli, ma anche una ragione del fatto che essi siano così appassionatamente amati proprio nelle metropoli, dal momento che appaiono al loro abitante i profeti e i redentori della sua nostalgia inappagata

Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, 1903

 

Per effetto della razionalizzazione del processo lavorativo le qualità e le peculiarità umane del lavoratore appaiono sempre più come mere fonti di errori di fronte al funzionamento calcolato in anticipo di quelle leggi parziali esatte. Né dal punto di vista oggettivo, né da quello del rapporto tra l’uomo ed il processo lavorativo, l’uomo stesso si presenta come l’autentico tramite di questo processo: egli viene invece inserito come una parte meccanizzata in un sistema meccanico, un sistema che egli trova bell’e pronto di fronte a sé e che funziona in piena indipendenza da lui secondo leggi alle quali egli si deve adeguare senza far intervenire la propria volontà. Questa assenza del volere viene accentuata dal fatto che, con la crescente razionalizzazione e meccanizzazione del processo lavorativo, l’attività del lavoratore perde sempre più il suo carattere di attività, trasformandosi in un comportamento contemplativo.

Lukács, Storia e coscienza di classe, 1923

 

Il domani vive nell’oggi, ed è sempre esso, che si cerca. I volti che si rivolsero nella direzione utopica furono in ogni tempo diversi, né più né meno come ciò che cedettero di vedere, caso per caso, nei particolari. La direzione, invece che si segue qui come altrove, è sempre la stessa, anche se la sua meta è ancora nascosta; essa appare come l’unico tratto immutabile nella storia. Felicità, libertà, non estraniazione, età dell’oro, terra in cui scorrono latte e miele, eterno femminino, squillo di trombe nel Fidelio e il Cristiforme del giorno della Resurrezione: sono testimonianze e immagini numerose e di disparato valore, ma tutte qui prodotte per quel che dicono di per se stesse, pur ancora tacendo. La direzione che conduce a questa evidenza materiale, non logica, deve essere invariante, vale a dire riconoscibile ovunque la speranza apre la pagina del suo «in generale» e cerca di leggervi. Nessun dubbio, una volta per tutte, e d’altronde non ne fu lasciato alcuno a riguardo: una speranza non illuminata, non guidata, facilmente conduce solo fuori strada, poiché il vero orizzonte non si estende al di là della conoscenza delle realtà, mentre è proprio tale conoscenza, purché sia marxistica e non meccanicistica, a mostrare la realtà medesima come una realtà dell’orizzonte e la speranza edotta come una speranza conforme a tale realtà. Il fine è e resta ancora totalmente nascosto, l’«in generale» del volere e della speranza ancora non rinvenuto, nel movente dell’esistere è la luce della sua quiddità, della sua essenza, del suo stesso contenuto di fondo inteso e non ancora emerso, eppure sta in primo piano, con chiarezza utopica, il nunc stans dell’attimo fuggente, di un tendere pervaso di quei suoi contenuti.

Bloch, Il principio speranza, 1954-59

 

L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura. Il programma dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere i miti e di rovesciare l’immaginazione con la scienza. Bacone, «il padre della filosofia sperimentale», ha già raccolto i vari motivi. []

Benché alieno dalla matematica, Bacone ha saputo cogliere esattamente l’animus della scienza successiva. Il felice connubio, a cui egli pensa, fra l’intelletto umano e la natura delle cose, è di tipo patriarcale: l’intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura disincantata. Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell’asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi dell’economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto ne dispongono i mercanti: essa è democratica come il sistema economico in cui si sviluppa. []

D’ora in poi la materia dev’essere dominata al di fuori di ogni illusione di forze ad essa superiori o in essa immanenti, di qualità occulte. Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell’utilità è, agli occhi dell’illuminismo, sospetto. E quando l’illuminismo può svilupparsi indisturbato da ogni oppressione esterna, non c’è più freno. Alle sue stesse idee sui diritti degli uomini finisce per toccare la sorte dei vecchi universali. Ad ogni resistenza spirituale che esso incontra, la sua forza non fa che aumentare.

Horkheimer-Adorno, Dialettica dell’illuminismo, 1947

 

Al film importa non tanto che l’interprete presenti al pubblico un’altra persona, quanto che egli presenti se stesso di fronte all’apparecchiatura. Uno dei primi che abbia avvertito questa trasformazione dell’interprete in seguito a un tipo di prestazione fondata sul test è stato Pirandello. Il fatto che le osservazioni su questo argomento, contenute nel suo romanzo Si gira…, si limitino a rilevare l’aspetto negativo della cosa, non ne riduce molto l’importanza. Meno ancora il fatto di riferirsi soltanto al cinema muto. Perché per questo riguardo, il sonoro non ha recato nessuna modificazione sostanziale. Decisivo rimane che si recita per un’apparecchiatura – o, nel caso del film sonoro, per due. «Qua – scrive Pirandello degli attori cinematografici – si  sentono come in esilio. In esilio non soltanto dal palcoscenico, ma quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l’azione viva del loro corpo vivo, là, sulla tela dei cinematografi, non c’è più: c’è la loro immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di votamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch’esso produce movendosi, per diventare soltanto un’immagine muta, che tremola per un momento su lo schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente, giuoco d’illusione su uno squallido pezzo di tela… Pensa la macchinetta alla rappresentazione innanzi al pubblico, con le loro ombre; ed essi debbono contentarsi di rappresentare innanzi a lei». Questo stato di cose può essere definito anche come segue: per la prima volta – ed è questo l’effetto del film – l’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sí con la sua intera persona vivente, ma rinunciando all’aura. Poiché la sua aura è legata al suo hic et nunc. L’aura che sul palcoscenico circonda Macbeth non può venir distinta da quella che per il pubblico vivente avvolge l’attore che lo interpreta. La peculiarità delle riprese negli studi cinematografici consiste però in questo, che esse pongono l’apparecchiatura al posto del pubblico. L’aura che circonda l’interprete deve così venir meno – e con ciò deve venir meno anche quella che circonda il personaggio interpretato.

Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936

 

Bibliografia generale

Cioffi F., Gallo F., Luppi G., Vigorelli A., Zanette E. (a cura di), Il testo filosofico, Mondadori, Milano, 1998, vol. 3/1, in particolare i capitoli 14 e 23 su Marx e le forme sociali.

Cioffi F., Gallo F., Luppi G., Vigorelli A., Zanette E. (a cura di), Il testo filosofico, Mondadori, Milano, 1998, vol. 3/2, in particolare il capitolo 41 sull’alienazione e la sezione di orientamento sul marxismo.

Abbagnano N., Fornero G., Protagonisti e testi della filosofia, Paravia, Torino, 1996, vol. 3, in particolare i capitoli 26 e 27 sugli sviluppi novecenteschi della filosofia marxista e sulla Scuola di Francoforte.

 

Opere di Walter Benjamin

Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino, 1962.

Infanzia berlinese, traduzione di M. Bertolini Peruzzi, Einaudi, Torino, 1973.

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, prefazione di C. Cases, traduzione di E. Filippini, con una nota di P. Pullega, Einaudi, Torino, 1966.

Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ranchetti, Einaudi, Torino, 1997.

 

Bibliografia critica

Adorno T. W., «Profilo di Walter Benjamin», in Prismi, Einaudi, Torino, 1972, pp. 233-247.

Adorno T. W., «Introduzione agli Scritti di Benjamin», in Note per la letteratura 1961-1968, Einaudi, Torino, 1979, pp. 243-257.

Bodei R., «Le malattie della tradizione. Dimensioni e paradossi del tempo in Walter Benjamin», in Walter Benjamin: tempo, storia, linguaggio, Editori Riuniti, Roma, 1982, pp. 211-234.

Consigli P., Ricomporre l’infranto. Walter Benjamin e il messianesimo ebraico, in «Aut Aut», n. 211-212 (Gennaio-Aprile 1986), pp. 151-174.

Desideri F., Walter Benjamin. Il tempo e le forme, Editori Riuniti, Roma, 1980.

Desideri F., La porta della giustizia. Saggi su Walter Benjamin, Pendragon, Bologna, 1995.

Desideri F., Il Messia di Benjamin, inedito di prossima pubblicazione presso la Manifestolibri insieme ad altri saggi relativi ad un Convegno promosso dall’Istituto Gramsci di Roma e dall’Istituto Basso, in http://www.ominiverdi.com/walterbenjamin.

Guglielminetti E., Walter Benjamin: tempo, ripetizione, equivocità, Mursia, Milano, 1990.

Mosès S., La storia e il suo angelo: Rosenzweig, Benjamin, Scholem, Anabasi, Milano, 1993 (basato su un ciclo di seminari tenutisi tra il 1982 e il 1988 presso l’École des hautes études en sciences sociales).

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