28 novembre 2003

LABORATORIO DI TIROCINIO

SECONDO INCONTRO

L'insegnamento di filosofia in Italia: programmi, docenti e libri di testo

1. L’evoluzione dei programmi di filosofia: la scuola pre-gentiliana.

2. La filosofia nella scuola gentiliana.

3. La filosofia nella scuola fascista

4. I programmi di filosofia del 1944

5. Dai programmi ai progetti

La programmazione didattica in filosofia

Periodicamente ritorna in Italia il dibattito sull’opportunità di mantenere l’insegnamento della filosofia nella scuola superiore. Già Giovanni Gentile nel 1901 aveva pubblicato L’insegnamento della filosofia nei licei – pratica di cui aveva esperienza diretta – in difesa di questa disciplina (il testo sarà ripubblicato agli inizi degli anni Venti con il titolo Difesa della filosofia) contro gli attacchi scientisti alla sua presenza nei curricula. Negli anni Settanta sembrò vittoriosa la campagna a favore della sostituzione delle cosiddette "scienze umane" alla filosofia. Ora i tempi sembrano di nuovo mutare. La famosa Commissione dei saggi, nominata dall’allora ministro della pubblica istruzione, Berlinguer, per definire i saperi della scuola riformata, proponeva non solo il mantenimento, ma anche l’estensione di questo insegnamento, in quanto "positiva specificità della scuola italiana". Non c’è dubbio che quello italiano è uno dei non molti grandi sistemi scolastici in cui è previsto l’insegnamento della filosofia nella scuola media superiore e che l’impianto storico ne costituisce l’impronta caratteristica. E’ difficile, però, parlare di un unico modello, né se si guarda al passato, né se si prova a pensare al futuro di questa disciplina. Proviamo a ripercorrere le tappe più significative di questa storia.

La legge Casati del 1859 riservava l’insegnamento della filosofia agli ultimi due anni del Liceo classico. Il programma era elementare, sistematico e tripartito in logica, metafisica ed etica, secondo il modello del Liceo francese. I manuali rispecchiavano questa sistemazione.

I programmi introdotti dal ministro della Pubblica Istruzione Michele Coppino nel 1867 dispongono che fine della filosofia nel Liceo è quello di insegnare a pensare con rigore e a parlare con chiarezza. Saldo è il riferimento alla verità e ai valori morali.

Il programma da svolgere nel Liceo deve essere elementare, sia nel senso di rappresentare l’inizio dello studio della filosofia, che può essere poi completato nell’Università, sia nel senso che si deve limitare a quelle parti della filosofia che sono di interesse più generale: si devono "studiare i fatti più cospicui e più accertati dell’uomo interiore: le facoltà principali che generano quei fatti; e le principali leggi che le governano".

Il metodo filosofico è definito con chiarezza: "Vuolsi dunque che il metodo di filosofia elementare mostri gli assiomi del ragionamento ed alcune verità della coscienza dimostrabili o dimostrate, così per induzione, come per deduzione, in modo teorematico schivando i problemi". Se si tiene conto della definizione aristotelica di problema (alternativa di proposizioni ci cui non si sa quale sia vera, o su cui c’è dissenso tra i molti, tra i molti e gli esperti, o tra gli esperti tra loro), se ne deve concludere che l’insegnamento della filosofia mirasse alla formazione del consenso di credenze e valori all’interno di una ristrettissima classe dirigente e non a valorizzare le differenze. Colpisce anche la convergenza tra questa indicazione metodologica e una delle regole della Ratio studiorum dei Gesuiti, che raccomandava di evitare le parti controverse della filosofia. Del resto, vi è una linea di continuità tra collegi dei Gesuiti, scuole superiori degli Stati italiani pre-unitari e Liceo classico post-unitario.

I programmi definivano anche i metodi didattici in modo rigidamente prescrittivo: l’insegnamento, scandito su due anni per quattro ore settimanali (su ventidue complessive) fino al 1867, e per quattro ore e mezza fino al 1881, prevedeva una precisa partizione tra lezioni, conferenze ed esercizi, orali e scritti. Viene sottolineata l’importanza della ripetizione di ciò che è stato appreso: si tratta di un’altra eredità della scuola gesuitica.

Le modifiche ai programmi introdotte nel 1882, nel 1884 e nel 1888 accentuano l’impostazione positivistica. Anche se l’insegnamento della filosofia viene esteso a tre anni, il numero delle ore settimanali diminuisce a due, mentre aumenta il numero delle materie. Mutano anche i programmi: nel 1884, inoltre, viene introdotto nell’ultimo anno di filosofia, accanto alla parte sistematica, anche una trattazione di storia della filosofia, corredata da letture da Platone, Aristotele, Cicerone, Cartesio (Discorso sul metodo), Kant (Critica della ragion pratica), Rosmini e Gioberti. Il fine dello studio storico è quello di cogliere i rapporti tra le discipline e sviluppare lo spirito critico attraverso la consapevolezza della problematicità delle questioni filosofiche.

Come venivano recepite queste modifiche dai docenti italiani? Possiamo trovare una testimonianza di questa accoglienza in una relazione, scritta dal filosofo Angelo Brofferio, docente di filosofia presso il Liceo "Manzoni" di Milano, in risposta ad un’inchiesta del Ministero, e conservata nell’archivio storico di questo istituto: "A - Quanto alla prova che il programma di Filosofia può aver fatto in questo biennio, rispondo che non potrei rispondere con certezza, perché trovo difficile distinguere nella prova complessiva ciò che spetta al programma da ciò che spetta a me od a' miei discepoli, - e perché un biennio non è tempo sufficiente a decidere, (sia perché il primo anno si son dovute fare modificazioni al programma, che non era subito applicabile integralmente, - sia perché il professore non può d'un tratto adattarsi ad un programma nuovo, quando questo richiede anche la storia della filosofia e l'estetica non prima insegnate; anche al professore bisogna dar il tempo d'imparare). In complesso il mio parere è però questo, che il programma attuale è eccellente, o almeno il migliore che abbiamo avuto da lungo tempo; di tendenze moderne e positive, non dogmatico ed esclusivo. B - Quanto al secondo punto, rispondo quindi che le difficoltà incontrate nell'applicazione del programma non derivarono, a mio avviso, dalla natura del programma stesso, bensì dalla difficoltà ed incertezza di alcune parti della Filosofia, dalla diffidenza che gli studenti hanno di questa materia, e dalla pochezza della mia erudizione, e specialmente della mia eloquenza. C - Lacune se ne potrebbero forse trovar parecchie; per esempio sarebbe necessario un accenno almeno alla fisiologia del sistema nervoso nell'introduzione alla psicologia; da questo accenno non possono derivare conclusioni metafisiche pericolose, quando non sia dato da chi non sappia distinguere fra il materialismo scientifico ed il metafisico, fra quello del Lange e quello del Büchner. Fors'anche qualche punto si potrebbe tralasciare; così nel primo e nel secondo corso è inutile far la storia delle principali questioni mentre se ne fa la discussione, poiché si insegna la storia della filosofia nel terzo. - Ma sono nêi, che facilmente si correggono, se il professore sa usare di quella moderata libertà che il programma gli accorda. D - Quanto all'ultimo quesito mi astengo dal proporre rimedii. Non propongo, come altri farà probabilmente, l'abolizione della storia della filosofia; certo può esser dannosa se ne facciamo un centone di nomi e date, un semplice catalogo di ipotesi, o una polemica arrogante e parziale; ma, trattata con criterio, in modo da mostrar la genesi e lo sviluppo del pensiero scientifico in generale, e da [41] generare una prudente diffidenza che non escluda la speranza, può esser utile quanto la logica. Né propongo di cominciar la Filosofia nel secondo corso; so bene che gli alunni del primo corso sono immaturi; ma con tal rimedio troveremmo immaturi anche quelli del secondo. Né propongo di aumentare le ore per l'insegnamento della Filosofia; io credo che un po' di questa scienza sia necessario a tutti, anche a chi non segue i corsi degli studj classici; ma non credo che debba esser data a grandi dosi. Propongo invece di aspettar alcuni anni prima di toccare il programma, e non smuover la terra prima che abbia tempo di apparire il seminato".

Dal 1888 (programmi Boselli) la tripartizione degli elementi di filosofia, tradotta positivisticamente in psicologia, logica ed etica, corrisponde ai tre anni liceali. Scompare la trattazione storica.

La Riforma Gentile del 1923 comportò alcune profonde trasformazioni: a) smantellamento di una prescrizione didattica vincolante sul piano dei programmi in nome della libertà di insegnamento, che deve poggiare esclusivamente sulle doti "socratiche" del docente; b) abbinamento dell’insegnamento della storia con quello della filosofia; c) considerazione della filosofia come disciplina cardine dell’insegnamento secondario, coronamento dell’intera scuola liceale; d) identificazione di filosofia e storia della filosofia; e) abbandono di una prospettiva di insegnamento basata sui manuali in nome della centralità della lettura e del commento dei classici della filosofia.

Gentile concorda sull’elementarità dell’insegnamento della filosofia nei Licei, nel senso che essa deve limitarsi ad introdurre agli studi filosofici, perfezionabili all’Università. Dissente, invece, sul fatto che nella scuola superiore si debbano studiare delle "parti" della filosofia: la filosofia è formazione del pensiero, e il pensiero ha caratteri di totalità ed organicità, quale sia il problema particolare su cui si applica.

La concezione gentiliana dell’insegnamento della filosofia emerge non solo negli scritti teorici sopra citati, ma anche nei programmi di esame. Fine della filosofia è l’esercizio della libertà del pensiero. Essa si forma nel dialogo con i grandi filosofi attraverso la mediazione del testo. La storia della filosofia è uno strumento per arrivare alla comprensione del testo.

L’applicazione della riforma ridimensionò o abbandonò del tutto molti di questi aspetti: i programmi furono semplificati, furono ridotte le opere lette (una per anno), fu accentuato l’impianto storicistico, di cui fu definita la scansione triennale. Del resto, i sondaggi svolti tra i docenti nei primi anni della riforma misero in luce l’incapacità di molti nel "costruire un percorso di lettura testuale filosoficamente motivato. La mancanza di punti di riferimento condurrà presto al prevalere dell’esposizione dossografica di contenuti retoricamente proposti e sorretti da una strumentazione prevalentemente, se non esclusivamente, manualistica". La sistemazione definitiva dei programmi era dovuta nel 1936 al Ministro De Vecchi.

La Sottocommissione alleata dell’Educazione nel 1944 provvede alla defascistizzazione dei programmi, eliminando ogni riferimento alla cultura fascista, ma mantenendo le linee di fondo dei programmi De Vecchi del 1936 (solo per l’Istituto Magistrale si prevede, in alternativa all’impostazione storica, una problematica). Si tratta dei programmi tuttora vigenti nelle scuole italiane.