12 dicembre 2003

LABORATORIO DI TIROCINIO

TERZO INCONTRO

L'insegnamento di filosofia in Italia: programmi, docenti e libri di testo

1. L’evoluzione dei programmi di filosofia: la scuola pre-gentiliana.

2. La filosofia nella scuola gentiliana.

3. La filosofia nella scuola fascista

4. I programmi di filosofia del 1944

5. I programmi Brocca

6. Dai programmi ai progetti

La programmazione didattica in filosofia: modelli di insegnamento

La legge Casati del 1859 riservava l’insegnamento della filosofia agli ultimi due anni del Liceo classico. Il programma era elementare, sistematico e tripartito in logica, metafisica ed etica, secondo il modello del Liceo francese. I manuali rispecchiavano questa sistemazione.

Il programma da svolgere nel Liceo deve essere elementare, sia nel senso di rappresentare l’inizio dello studio della filosofia, che può essere poi completato nell’Università, sia nel senso che si deve limitare a quelle parti della filosofia che sono di interesse più generale: si devono "studiare i fatti più cospicui e più accertati dell’uomo interiore: le facoltà principali che generano quei fatti; e le principali leggi che le governano".

Il metodo filosofico è definito con chiarezza: "Vuolsi dunque che il metodo di filosofia elementare mostri gli assiomi del ragionamento ed alcune verità della coscienza dimostrabili o dimostrate, così per induzione, come per deduzione, in modo teorematico schivando i problemi". Se si tiene conto della definizione aristotelica di problema (alternativa di proposizioni ci cui non si sa quale sia vera, o su cui c’è dissenso tra i molti, tra i molti e gli esperti, o tra gli esperti tra loro), se ne deve concludere che l’insegnamento della filosofia mirasse alla formazione del consenso di credenze e valori all’interno di una ristrettissima classe dirigente e non a valorizzare le differenze. Colpisce anche la convergenza tra questa indicazione metodologica e una delle regole della Ratio studiorum dei Gesuiti, che raccomandava di evitare le parti controverse della filosofia. Del resto, vi è una linea di continuità tra collegi dei Gesuiti, scuole superiori degli Stati italiani pre-unitari e Liceo classico post-unitario.

I programmi definivano anche i metodi didattici in modo rigidamente prescrittivo: l’insegnamento, scandito su due anni per quattro ore settimanali (su ventidue complessive) fino al 1867, e per quattro ore e mezza fino al 1881, prevedeva una precisa partizione tra lezioni, conferenze ed esercizi, orali e scritti. Viene sottolineata l’importanza della ripetizione di ciò che è stato appreso: si tratta di un’altra eredità della scuola gesuitica.

Le modifiche ai programmi introdotte nel 1882, nel 1884 e nel 1888 accentuano l’impostazione positivistica. Anche se l’insegnamento della filosofia viene esteso a tre anni, il numero delle ore settimanali diminuisce a due, mentre aumenta il numero delle materie. Mutano anche i programmi: nel 1884, inoltre, viene introdotto nell’ultimo anno di filosofia, accanto alla parte sistematica, anche una trattazione di storia della filosofia, corredata da letture da Platone, Aristotele, Cicerone, Cartesio (Discorso sul metodo), Kant (Critica della ragion pratica), Rosmini e Gioberti. Il fine dello studio storico è quello di cogliere i rapporti tra le discipline e sviluppare lo spirito critico attraverso la consapevolezza della problematicità delle questioni filosofiche.

Dal 1888 (programmi Boselli) la tripartizione degli elementi di filosofia, tradotta positivisticamente in psicologia, logica ed etica, corrisponde ai tre anni liceali. Scompare la trattazione storica.

La Riforma Gentile del 1923 comportò alcune profonde trasformazioni: a) smantellamento di una prescrizione didattica vincolante sul piano dei programmi in nome della libertà di insegnamento, che deve poggiare esclusivamente sulle doti "socratiche" del docente; b) abbinamento dell’insegnamento della storia con quello della filosofia; c) considerazione della filosofia come disciplina cardine dell’insegnamento secondario, coronamento dell’intera scuola liceale; d) identificazione di filosofia e storia della filosofia; e) abbandono di una prospettiva di insegnamento basata sui manuali in nome della centralità della lettura e del commento dei classici della filosofia. Vale la pena di riflettere su questi punti.

Come osservava nel 1985 il filosofo della scienza Roberto Festa "un facile calcolo mostra che, a partire dalle undici materie insegnate nel triennio del Liceo scientifico, si possono formare ben cinquantacinque diverse coppie di materie: ciascuna di queste coppie indica un possibile percorso interdisciplinare […]. Per quanto riguarda la particolare coppia filosofia-storia si deve senz’altro riconoscere l’utilità di cercare terreni comuni e momenti di interdisciplinarità. Tuttavia questo riconoscimento non autorizza affatto ad ignorare gli aspetti di innaturalezza, convenzionalità e non-necessità dell’accorpamento degli insegnamenti di filosofia e storia nelle mani di un unico docente. E’ appena il caso di ricordare che si tratta di discipline molto diverse per oggetto e metodo, le quali richiedono presumibilmente anche tipi piuttosto diversi di competenze didattiche". Festa non ignorava che questo accoppiamento trovava la sua giustificazione nella concezione gentiliana dello spirito, e può essere riproposta in una visione in generale storicistica della filosofia (idealistica o materialistica). Egli sottolineava, però, che diverse concezioni della filosofia – analitiche, naturalistiche, e così via – potrebbero portare alla giustificazione di diversi abbinamenti discipinari. Se questo abbinamento condiziona l’approccio alla filosofia a favore di una particolare concezione di essa, non si possono ignorare – anche se lo analizzeremo in modo approfondito più avanti – le ancor più gravi conseguenze che esso ha avuto per i destini della storia nella scuola italiana. E’ un fatto che, benché la storia, a differenza della filosofia, sia presente in ogni ordine e tipo di scuola, e, ancor più, costituisca l’asse della nostra tradizione culturale, essa abbia un ruolo secondario e ancillare rispetto a discipline forti, quali l’italiano o la filosofia.

Gli accoppiamenti tradizionali di storia e filosofia nei licei classico e scientifico e di italiano e storia, con possibili aggregazioni di latino, greco e geografia negli istituti tecnici, in alcuni trienni del liceo e nei bienni classici e scientifici, fanno sì che nella scuola la storia sia subordinata a discipline umanistico-letterarie dalla sistemazione istituzionale assai meglio definita, corrispondente a curricula universitari articolati e coerenti: "il docente solidamente preparato in linguistica, filologia e critica letteraria o in filosofia, con aspirazioni di promozione scientifica, è incoraggiato nella sua inclinazione a considerare la storia come un’integrazione necessaria ai soli fini professionali, da assumere nella forma più accessibile attraverso manuali e letteratura storiografica non specializzata" (GIANNI PERONA).

Gentile concorda sull’elementarità dell’insegnamento della filosofia nei Licei, nel senso che essa deve limitarsi ad introdurre agli studi filosofici, perfezionabili all’Università. Dissente, invece, sul fatto che nella scuola superiore si debbano studiare delle "parti" della filosofia: la filosofia è formazione del pensiero, e il pensiero ha caratteri di totalità ed organicità, quale sia il problema particolare su cui si applica.

La concezione gentiliana dell’insegnamento della filosofia emerge non solo negli scritti teorici sopra citati, ma anche nei programmi di esame. Fine della filosofia è l’esercizio della libertà del pensiero. Essa si forma nel dialogo con i grandi filosofi attraverso la mediazione del testo. La storia della filosofia è uno strumento per arrivare alla comprensione del testo.

L’applicazione della riforma ridimensionò o abbandonò del tutto molti di questi aspetti: i programmi furono semplificati, furono ridotte le opere lette (una per anno), fu accentuato l’impianto storicistico, di cui fu definita la scansione triennale. Del resto, i sondaggi svolti tra i docenti nei primi anni della riforma misero in luce l’incapacità di molti nel "costruire un percorso di lettura testuale filosoficamente motivato. La mancanza di punti di riferimento condurrà presto al prevalere dell’esposizione dossografica di contenuti retoricamente proposti e sorretti da una strumentazione prevalentemente, se non esclusivamente, manualistica". La sistemazione definitiva dei programmi era dovuta nel 1936 al Ministro De Vecchi. Come questi programmi trovassero applicazione nella scuola può essere testimoniato dalle adozioni del 1940 al Liceo "Manzoni" di Milano.

La Sottocommissione alleata dell’Educazione nel 1944 provvede alla defascistizzazione dei programmi, eliminando ogni riferimento alla cultura fascista, ma mantenendo le linee di fondo dei programmi De Vecchi del 1936 (solo per l’Istituto Magistrale si prevede, in alternativa all’impostazione storica, una problematica). Si tratta dei programmi tuttora vigenti nelle scuole italiane.

La timida riforma dei programmi di filosofia del 1958 non faceva che rendere manifesta la resistenza dell’Università e della classe politica ad ogni autentica innovazione. Così la raccomandazione di praticare nell’insegnamento l’indispensabile "contatto diretto con le opere dei filosofi", contenuta nell’inchiesta internazionale promossa dall’Unesco e pubblicata nel 1953 (L’enseignement de la philosophie, Une enquête internationale de l’Unesco, Paris 1953), non trovò allora il terreno adatto nel nostro Paese.

In seguito le aspettative di una grande riforma di tutto l’ordinamento scolastico hanno coinvolto anche l’attenzione dei docenti secondari di filosofia, finendo col rivelarne l’insofferenza per le ristrettezze dei programmi, che frenavano la loro esigenza di riflettere nel proprio lavoro una formazione ormai sempre più aperta e complessa L’editoria cominciò in quel periodo a pubblicare manuali forniti di antologie di testi e a moltiplicare l’offerta di classici appartenenti ai più svariati generi e contesti. Soltanto nel 1988, in seguito all’apparire del Rapporto della Società Filosofica Italiana intitolato L’insegnamento della filosofia (L’insegnamento della filosofia.. Rapporto della Società Filosofica italiana, a cura di L.Vigone e C. Lanzetti, Bari 1987), s’impose con tutta la sua forza la questione della natura di questa disciplina, e conseguentemente gli interrogativi sul metodo didattico che più le si addice e sugli strumenti che le sono propri. Il Rapporto, che riferiva i risultati di un’inchiesta condotta con criteri scientifici su di un vasto campione di docenti sul piano nazionale, secondo un progetto approvato dal Ministero, ebbe il merito di fornire un chiaro e completo profilo dei comportamenti e delle aspettative degli insegnanti di filosofia. Tale profilo metteva in luce particolarmente come questi insegnanti si dibattessero tra una pratica didattica ancora molto conservatrice e una diffusa aspirazione al cambiamento, espressa nella richiesta di nuovi programmi, di formazione specifica e di aggiornamento, nonché di collegamento dei contenuti alle problematiche dell’attualità.

Gli impulsi innovativi venivano recepiti sul piano normativo dai programmi Brocca. I lavori della commissione per la riforma dei Piani di studio e dei Programmi della Scuola Secondaria Superiore, costituita nel febbraio 1988 dall'allora Ministro della P.I. Galloni, ed a più riprese riconfermata, sono stati presieduti dall'on. Beniamino Brocca.
Al Progetto hanno offerto la propria collaborazione circa 350 esperti tra docenti universitari, ispettori ministeriali, presidi, docenti, rappresentanti delle associazioni professionali e delle OO.SS. ed imprenditoriali.
I risultati dei lavori della Commissione (indirizzi di studio e programmi del Biennio) furono presentati nel luglio 1991; a meno di un anno di distanza furono completati i programmi del Triennio.
Il progetto si propone di definire i modi con cui la scuola superiore risponde ai bisogni di formazione dell'uomo e del cittadino.
I criteri di rinnovamento vengono individuati in:

Gli indirizzi della scuola superiore vengono ridotti di numero: infatti il progetto Brocca prevede i seguenti: artistico, classico, economico, linguistico, professionale, scientifico, scientifico-tecnologico, socio-psico-pedagogico, tecnologico. I piani di studio del Biennio comprendono discipline comuni a tutti gli indirizzi, discipline comuni ad alcuni indirizzi e discipline specifiche dei singoli indirizzi. Nel triennio gli equilibri tra i tre settori si differenziano in modo più netto, perché diventa più chiara l'identità specifica di ciascun indirizzo, pur restando assicurato il concetto di integralità.
L'esigenza, che è alla base del progetto, di assicurare agli studenti un supporto fondamentale alla riflessione critica ha fatto introdurre in tutti gli indirizzi l'insegnamento della filosofia, mentre l'introduzione del diritto e dell'economia in tutti i bienni, il notevole rafforzamento dell'area logico-matematica e scientifico-sperimentale, oltre che il consolidamento dell'asse linguistico, sono tra i punti qualificanti del progetto.

Nei programmi vengono innanzitutto chiarite le finalità generali comuni a tutte le discipline; seguono le finalità specifiche delle singole discipline, gli obiettivi di apprendimento, i contenuti, le indicazioni didattiche. Passando dalle finalità generali alle indicazioni didattiche decresce il grado di prescrittività e aumenta quello di discrezionalità.

La programmazione, la verifica e la valutazione costituiscono le componenti essenziali di un processo unico, anche se articolato in più fasi, e connotato da diverse esigenze.

Il progetto Brocca prevede curricoli a terminalità aperta, finalizzati alla formazione di una professionalità di base negli studenti, mentre la formazione di competenze a carattere specialistico viene affidata a segmenti formativi postscolastici, caratterizzati da una forte integrazione tra formazione teorica e formazione pratica e, soprattutto, da un rapporto sinergico con il sistema produttivo" (Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione classica, scientifica e magistrale, Le sperimentazioni di ordinamento e di struttura negli Istituti della Direzione Classica, in www.bdp.it).

Per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia, i maggiori aspetti innovativi sono i seguenti:

Così vengono definite le finalità dell’insegnamento di filosofia:


1. La formazione culturale completa di tutti gli studenti del triennio attraverso la presa di coscienza dei problemi connessi alle scelte di studio, di lavoro e di vita, ed un approccio ad essi di tipo storico-critico-problematico.

2. La maturazione di soggetti consapevoli della loro autonomia e del loro situarsi in una pluralità di rapporti naturali ed umani, implicante una nuova responsabilità verso se stessi, la natura e la società, un'apertura interpersonale ed una disponibilità alla feconda e tollerante conversazione umana.

3. La capacità di esercitare la riflessione critica sulle diverse forme del sapere, sulle loro condizioni di possibilità e sul loro "senso", cioè sul loro rapporto con la totalità dell'esperienza umana.

4. L'attitudine a problematizzare conoscenze, idee e credenze, mediante il riconoscimento della loro storicità.

5. L'esercizio del controllo del discorso, attraverso l'uso di strategie argomentative e di procedure logiche.

6. La capacità di pensare per modelli diversi e di individuare alternative possibili, anche in rapporto alla richiesta di flessibilità nel pensare, che nasce dalla rapidità delle attuali trasformazioni scientifiche e tecnologiche.

Non si tratta, come si vede, di finalità specifiche della disciplina, ma di finalità educative generali cui la filosofia concorre in modo specifico.
E’ stato notato come le prime due finalità e l’ultima siano di carattere etico-politico, delineando la figura di una cittadinanza critica, la terza e la quinta logico-epistemologico, fornendo gli strumenti intellettuali per esercitare i propri diritti di cittadino, ed interdisciplinare, e solo nella quarta emerga la tradizionale dimensione storica dell’insegnamento.

Sono poi definiti in termini operativi e verificabili gli obiettivi che l’insegnamento della filosofia si propone di far raggiungere agli allievi:
1. Riconoscere e utilizzare il lessico e le categorie essenziali della tradizione filosofica (ad es. natura, spirito, causa, ragione, principio, fondamento, idea, materia, essere, divenire, esperienza, scienza, diritto, dovere, individuo, persona, società, Stato).

2. Analizzare testi di autori filosoficamente rilevanti, anche di diversa tipologia e differenti registri linguistici (dal dialogo al trattato scientifico, alle "confessioni", agli aforismi).

3. Compiere, nella lettura del testo, le seguenti operazioni:

3.1. definire e comprendere termini e concetti;

3.2. enucleare le idee centrali;

3.3. ricostruire la strategia argomentativa e rintracciarne gli scopi;

3.4. saper valutare la qualità di un'argomentazione sulla base della sua coerenza interna;

3.5. saper distinguere le tesi argomentate e documentate da quelle solo enunciate;

3.6. riassumere, in forma sia orale che scritta, le tesi fondamentali;

3.7. ricondurre le tesi individuate nel testo al pensiero complessivo dell'autore;

3.8. individuare i rapporti che collegano il testo sia al contesto storico di cui è documento, sia alla traduzione storica nel suo complesso;

3.9. dati due testi di argomento affine, individuarne analogie e differenze;

4. Individuare analogie e differenze tra concetti, modelli e metodi dei diversi campi conoscitivi, a partire dalle discipline che caratterizzano i diversi indirizzi di studio.

5. Confrontare e contestualizzare le differenti risposte dei filosofi allo stesso problema (ad esempio ai problemi indicati nei "nuclei tematici" opzionali).

6. individuare e analizzare problemi significativi della realtà contemporanea considerati nella loro complessità (anche per l'individuazione di questi si suggerisce il ricorso ai "nuclei tematici" opzionali).

Emerge dall’elenco di questi obiettivi la centralità della lettura del testo. L’impostazione cerca di mediare tra il tradizionale modello storico (punti 3.8 e 5) e quello problematico: si può parlare di modello storico-problematico, dove la storia è uno strumento per la più approfondita comprensione di problemi e soluzioni.

Per quanto riguarda i contenuti, la loro elencazione perde i caratteri di prescrittività dei programmi del 1944, fornendo al docente un campo di possibili scelte (fatto salvo lo studio del pensiero di alcuni autori imprescindibili). Ad esempio, per quanto riguarda il primo anno dei licei classici, il programma è il seguente:

A) 1. Platone

2. Aristotele

B) Almeno due nuclei tematici tra quelli sottoindicati, a titolo di esempio, ferma restando la possibilità di costruire altri percorsi:

l. L'origine delle scienze in Grecia: geometria, astronomia, medicina.

2. La nascita della filosofia. La filosofia greca e le culture dell'antico Oriente.

3. La filosofia e la polis: i Sofisti e Socrate.

4. Individuo e cosmo nell'età ellenistico-romana: epicureismo-stoicismo-scetticismo.

5. Le scienze nell'età alessandrina.

6. L'incontro tra la filosofia greca e le religioni bibliche.

7. Il neoplatonismo.

8. Ragione e fede in Agostino e Tommaso.

9. Filosofia e scienza nelle civiltà araba ed ebraica.

10. Teologia, filosofia e scienza nel secolo XIV.

Molto più dettagliate sono le indicazioni didattiche:

Le scelte metodologiche rispondono alla convinzione che l'insegnamento della filosofia nella scuola secondaria superiore sia da intendersi non come trasmissione di un sapere compiuto, ma come educazione alla ricerca, cioè acquisizione di un abito di riflessione e di una capacità di dialogare con gli autori, che costituiscono la viva testimonianza della ricerca in fieri.

È compito specifico della programmazione tradurre in pratica di insegnamento i programmi, attraverso la loro distribuzione temporale in unità e sotto-unità didattiche, rendendo compatibili gli obiettivi stabiliti, da intendersi in ogni caso come vincolanti, con i limiti di spazio e di tempo disponibili.

In particolare il docente dovrà curare e motivare l'approccio degli studenti al pensiero ed al linguaggio filosofico, realizzando la continuità tra l'esperienza dei giovani e la tradizione culturale. La didattica ha, infatti, un ruolo decisivo nella funzione di mediazione tra i testi dei filosofi e il mondo culturale giovanile, caratterizzato dalla forte presenza di linguaggi non verbali. Attraverso la lettura del testo va esplicitata la struttura della disciplina in termini sia semantici (linguaggi-concetti-teorie), sia sintattici (modalità di argomentazione e controllo delle ipotesi), sia storico-critici (con riferimento al contesto), in modo da attivare, nel contempo, processi di apprendimento che pongano strutture della disciplina in rapporto con la struttura conoscitiva del discente, sviluppando apprendimenti di diverso livello. A tale proposito sarà utile coinvolgere gli studenti nella programmazione.

Si offrono pertanto alcune indicazioni essenziali, che scaturiscono dalla nuova qualità dell'insegnamento della filosofia nel curricolo scolastico di tutti gli indirizzi:

1. Gli argomenti dovranno essere affrontati attraverso la lettura dei "testi", cioè delle opere dei filosofi studiati, considerati nella loro interezza o in sezioni particolarmente significative. Queste dovranno essere scelte in modo non troppo frammentario, cioè secondo dimensioni di ampiezza tale da assicurare al testo una sua unità, completezza e comprensibilità. È da escludersi il ricorso a semplici riassunti o sillogi.

La scelta dei testi (opere o sezioni di opere) dovrà inoltre tener conto della loro leggibilità, cioè dell'accessibilità del linguaggio e dei contenuti commisurata al grado di conoscenze posseduto dallo studente.

2. La lettura del testo va programmata sulla base della competenza lessicale (comprensione dei termini), semantica (approfondimento delle idee e dei nodi problematici) e sintattica (ricostruzione dei procedimenti argomentativi).

3. Il testo dovrà essere letto ed interpretato nel suo contesto storico, inteso sia secondo una dimensione sincronica, cioè come risposta alle problematiche del proprio tempo ed in relazione ai testi degli altri campi disciplinari coevi, sia secondo una dimensione diacronica, cioè come momento particolare di un processo cronologicamente più esteso.

A tale proposito si suggerisce l'opportunità di adoperare oltre alle edizioni o traduzioni di testi "classici", una varietà di strumenti (manuali, antologie, dizionari filosofici, monografie critiche con la storia delle interpretazioni dell'autore), che consentano di ricostruire, pur attraverso percorsi differenziati, i termini e gli interlocutori essenziali del confronto delle idee.

4. Per la verifica i docenti sono autorizzati a fare uso dei seguenti strumenti:

1. la tradizionale interrogazione;

2. il dialogo e la partecipazione alla discussione organizzata;

3. prove scritte quale la parafrasi, il riassunto ed il commento di testi letti, la composizione di scritti sintetici che esprimano capacità argomentative;

4. i "tests" di comprensione della lettura (risposte scritte a quesiti predisposti dall'insegnante e concernenti letture svolte).

Il ricorso a questa ampia gamma di prove è giustificato dal fatto che l'educazione filosofica richiede il possesso sicuro degli strumenti della comunicazione sia orale che scritta, espressioni rispettivamente della capacità argomentativa e dell'impegno di riflessione tipici della disciplina.

È inoltre opportuno richiamare l'attenzione sulla distinzione tra le verifiche formative, che dovranno essere tempestive e frequenti, essendo finalizzate al recupero delle carenze, e le valutazioni sintetiche, che si riferiscono ai livelli conoscitivi raggiunti nelle fasi conclusive.