23 gennaio 2004

LABORATORIO DI TIROCINIO

QUINTO INCONTRO

La programmazione

Il filosofo Fulvio Papi, in un libretto pubblicato nel 1978 per l’Enciclopedia filosofica ISEDI, e solo recentemente ripubblicato, dedicato all’educazione, distingue tra l’educazione come azione sociale orientata a un fine (quella che viene chiamata la buona educazione) e l’educazione come accadere sociale, momento della riproduzione del sistema sociale.
Potremmo pensare questa distinzione riprendendo dai biologi il concetto di teleonomia, meccanismo cieco di riproduzione dei sistemi, ipotizzato dalla scienza darwiniana, distinto da quello di teleologia, causalità finale, postulato dalla scienza aristotelica.
Nell’incontro di oggi noi parleremo della dimensione teleologica della scuola, vale a dire delle finalità e degli obiettivi che consapevolmente la scuola e i docenti si propongono (e che non necessariamente coincide con ciò che il sistema scuola è dal punto di vista dell’accadere sociale).

L’educazione, in quanto azione teleologicamente orientata, presuppone che sia esplicitato e condiviso il fine dell’azione stessa: programma, programmazione, progetto, sono concetti centrali nella prassi educativa.

Essi esprimono l’orientamento al futuro, anche se sotto aspetti diversi.

Il programma implica l’idea di qualcosa di già dato, già scritto, che deve essere realizzato nelle forme opportune nel corso del lavoro didattico.

La programmazione implica l’idea di un’azione di scrittura, di una serie di scelte di contenuti, strumenti, metodi, tempi, mediante cui il programma viene attuato nel concreto della prassi didattica.

Il progetto, infine, comporta la definizione delle finalità e degli obiettivi dell’azione didattica all’interno di vincoli dati.

La storia che stiamo ricostruendo implica una transizione (peraltro piuttosto tortuosa) dalla scuola del programma alla scuola del progetto.

Nella scuola in cui viviamo, programmi e progetti tendono ancora a sovrapporsi. Vediamo in che modo.

Per quanto riguarda i programmi nazionali, il docente di scuola superiore deve far riferimento a due testi normativi: i programmi del 1944 e quelli Brocca del 1992, adottati in alcune sperimentazioni.

I due testi si distinguono non tanto per la natura e la scansione dei contenuti, quanto per la loro impostazione. I programmi del ’44 definiscono una serie di contenuti, scanditi per anno, che rappresentano degli obiettivi di conoscenza proposti all’apprendimento. I programmi del ’92, oltre a ridefinire gli obiettivi di conoscenza e la loro scansione per anno, propongono obiettivi di competenza (non si tratta solo di conoscere teorie filosofiche, ma di saper "fare filosofia", qualunque cosa ciò possa significare). Inoltre, non impongono rigidamente i contenuti da apprendere, ma forniscono uno spazio di scelte, entro cui i docenti possono costruire i loro percorsi.

I programmi sono il punto di partenza della programmazione. La programmazione avviene a due livelli: individuale e collegiale. Si può dire che fin dall’inizio della storia della scuola in Italia, il docente era tenuto a presentare all’inizio dell’anno al Preside e al Collegio dei docenti il proprio programma didattico, o a confermare il programma presentato nell’anno precedente. Il Collegio poteva operare una coordinazione dei diversi programmi.

La programmazione come momento strutturale dell'azione didattica è stata introdotta nella scuola secondaria con il D. P. R. 31 maggio 1974, n. 416 (il primo dei cosiddetti "Decreti delegati"), che affiancava alla programmazione individuale quella collegiale, con attribuzioni specifiche in materia sia al Collegio dei docenti che al Consiglio di classe.

Nella scuola superiore, dato l’individualismo dei docenti, la programmazione collegiale fu sentita come un adempimento formale e burocratico, e solo in tempi recenti è stata apprezzata come necessità didattica. Ruffaldi osserva che questo atteggiamento più positivo dei docenti verso la programmazione può spiegarsi, "da un lato per il maggior peso che si attribuisce alla didattica e alla stessa finalità cui deve tendere l’insegnamento dei contenuti (imparare a fare filosofia, o a filosofare, piuttosto che imparare filosofia), dall’altro dalla proposta avanzata dai <<programmi Brocca>>, già attuata in molte sperimentazioni, e dalle attuali prospettive di riforma che impongono un ripensamento dei contenuti e una ridefinizione delle modalità di apprendimento".

Come osserva ancora Ruffaldi, "la programmazione, di conseguenza, è sempre meno considerata un semplice adempimento burocratico e sempre più un momento importante, sia a livello collegiale sia per il singolo insegnante, dell'organizzazione dell’insegnamento.

La programmazione si propone il raggiungimento di finalità e obiettivi. Le finalità sono generalmente stabilite dal Collegio dei docenti e dal Consiglio di classe, in quanto tutte le materie dovrebbero concorrere al loro conseguimento. Il punto cruciale è invece rappresentato dagli obiettivi, ai quali spesso non si dà la dovuta importanza, ricorrendo a formulazioni generiche tipo "formazione di uno spirito critico", "capacità di rielaborare i contenuti disciplinari", "capacità di organizzazione autonoma del lavoro", ecc.

In una buona programmazione, gli obiettivi dovrebbero essere più specifici e soprattutto prevedere i tempi di attuazione, gli strumenti di verifica e i correttivi da attivare in caso di insuccesso". Per quanto riguarda la programmazione d’Istituto, essa oggi trova espressione in un documento, che avrà importanza crescente nella scuola dell’autonomia: il piano dell’offerta formativa.

Usualmente, il piano dell’offerta formativa viene definito come la "carta d’identità dell’Istituto". Esso contiene le finalità generali che un istituto si propone, i curricoli che sono attivati, gli obiettivi delle diverse discipline, nonché tutte le attività, anche extracurricolari, che l’Istituto propone all’utenza. Esso è predisposto dal Collegio dei docenti ed approvato dal Consiglio d’Istituto, che include tutte le componenti della scuola.

Per quanto riguarda le finalità e gli obiettivi delle singole discipline, questi sono definiti dai gruppi o dipartimenti disciplinari, che in genere si riuniscono almeno due volte all’anno, all’inizio per la programmazione e verso la fine dell’anno per l’adozione dei libri di testo.

Meno definita è la programmazione dei consigli di classe, che presenta forme differenziate da istituto a istituto: alla luce delle finalità e degli obiettivi espressi nel Piano dell’offerta formativa, i docenti del Consiglio di classe specificano finalità, obbiettivi, disciplinari e trasversali, metodi, mezzi, tempi e strumenti della loro azione. Specificano le modalità e i criteri di verifica. Questo documento viene proposto ai rappresentanti dei genitori e degli studenti in Consiglio di classe e rappresenta una sorta di contratto formativo, cui tutte le parti sono impegnate.

Il docente, pertanto, opera entro un quadro normativo, che è dato, o che, in parte più o meno consistente, contribuisce a definire. Entro questo quadro egli esercita la sua libertà di insegnamento. E’ fondamentale, quindi, che egli chiarisca a se stesso, per poter chiarire poi ai suoi interlocutori, che cosa egli insegni, che cosa sia il contenuto del suo insegnamento.