12 marzo 2004

LABORATORIO DI TIROCINIO

SESTO INCONTRO

Progetti e moduli

Più volte si è detto come oggi si assista ad un passaggio dalla scuola del programma alla scuola del progetto. Non ci è dato più tanto un elenco di autori da trattare nell’arco dei nove mesi di scuola, ma un insieme di temi e problemi tra cui scegliere percorsi che rendano possibile un’esperienza filosofica che faccia cogliere il senso di questa disciplina.

Queste scelte si collocano nel quadro della scuola dell’autonomia, che dovrebbe rendere possibile, in quanto autonomia didattica, una nuova flessibilità di orari e di gruppi. Ad esempio, sarebbe possibile concentrare in un certo periodo dell’anno le lezioni di filosofia o di storia nella stessa classe, per rendere possibili esperienza di ricerca più sistematiche e intense, affiancando alla lezione-conferenza il laboratorio.

Un termine che è invalso in questi ultimi anni per esprimere questa flessibilità didattica è il termine "modulo". Esso indica la possibilità di "isolare" nuclei tematici all’interno della disciplina (o all’intersezione di più discipline), di organizzare la loro trattazione, strutturandola didatticamente, in vista del conseguimento di finalità educative e di obiettivi di apprendimento e di competenze.

Come vedremo, l’isolamento è "relativo", in quanto le tematiche rimandano ad altre tematiche, ad un contesto storico, ad una tradizione, che non può essere affrontato ed esaurito nel modulo; le competenze possono essere affinate…; questo isolamento è, però, sufficiente perché il modulo abbia in se stesso un senso compiuto.

Fissiamo, intanto, una definizione di modulo: un modulo è "una parte significativa, altamente omogenea e unitaria, di un più esteso percorso formativo, disciplinare o pluri, multi, interdisciplinare programmato, una parte del tutto, ma in grado di assolvere ben specifiche funzioni e di far perseguire ben precisi obiettivi cognitivi verificabili, documentabili e capitalizzabili, e sempre nelle condizioni migliori possibili in rapporto alla tipologia degli insegnamenti, delle attività didattiche, delle esigenze individuali, delle risorse didattiche, del rapporto docenti-allievi…" (GAETANO DE DOMINICI).

Il concetto di modulo implica due aspetti. Da un lato, esso è definito come una parte di un tutto più ampio, dall’altra ci appare come un tutto unitario. Ovviamente non c’è contraddizione tra le due definizioni. Il modulo è una parte di un percorso formativo dell’individuo, che si estende per tutta la vita. Questo percorso prevede – fisiologicamente e non patologicamente – il passaggio dell’individuo da un indirizzo scolastico ad un altro. Il curriculum individuale, il suo portfolio di competenze, il suo capitale cognitivo, per riprendere la metafora di De Dominici, è altamente differenziato. In futuro, diverrà sempre più rara la figura del "maturato del Liceo classico", o del "liceo scientifico", perché i curricoli saranno contaminati, prevarrà il "meticciato". Perché questo non comporti una frammentazione del sapere, sembra opportuno che ai programmi che si articolano su più anni, e che hanno un senso compiuto se percorsi dall’inizio alla fine, si sostituiscano moduli che abbiano già in se stessi un senso.

Il modulo, quindi, si presenta come totalità, unità del molteplice. Il tema del modulo deve essere tale da avere un senso in se stesso. Deve permettere di conseguire obiettivi di sapere, saper fare e saper essere che siano di per se stessi desiderabili, e non solo in funzione del raggiungimento di altri obiettivi (tutto può essere tradotto in modulo, ma non credo che la prima declinazione latina possa di per sé costituire un modulo, per la sua prevalente strumentalità).

Gli obiettivi devono essere valutabili, documentabili e capitalizzabili. Da un lato, è necessario stabilire le modalità mediante cui verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o no. Per questo motivo è utile tradurre gli obiettivi in azioni, pratiche o teoriche, che lo studente dovrà essere in grado di eseguire al termine del modulo stesso. Esso deve essere documentabile, in quanto lo studente potrà portare con sé, nel proprio portfolio, la testimonianza di ciò che ha conseguito. Capitalizzabile, in quanto lo studente potrà reinvestire le sue competenze in altri segmenti formativi.

Alla didattica modulare in filosofia si possono rivolgere alcune obiezioni. In primo luogo, essa è stata importata in didattica attraverso la psicologia cognitivista e si basa sul un assunto antiolistico, per cui la mente sarebbe costituita da una serie di sistemi relativamente indipendenti e la comprensione di un elemento dipenderebbe non dalla totalità delle rappresentazioni, ma da rappresentazioni o mappe locali, rispetto alle quali l’elemento risulta significativo.

E’ compatibile questo concetto di "modularità" con un sapere quale la filosofia?
Se oggetto della filosofia è l’intero, la totalità, sembra che l’intenzionalità che le è propria sia antitetica rispetto a quella della mente modulare. La filosofia non isola i concetti, ma li mette in movimento e ne coglie il dileguare l’uno nell’altro.
Potrebbe sembrare che la filosofia possa essere indagata con un metodo modulare, a condizione che si assuma l’identificazione della filosofia con la filosofia analitica.
A queste osservazioni si può obiettare che la modularità implica un atteggiamento totalizzante e filosofico. Ad esempio, quando affronta un tema, non lo vede come un semplice elemento di un insieme più vasto, ma come una totalità da investigare da una molteplicità di punti di vista. Essa può allora problematizzare concetti che erano dati all’inizio come nozioni fisse e immodificabili. Apre spazio all’interrogazione dei testi.
Il bisogno di totalità della filosofia non è soddisfatto dall’ampiezza degli oggetti che abbracciamo con lo sguardo (insieme che lascia sempre qualcosa al di fuori), ma dall’unitarietà dello sguardo con cui abbracciamo il molteplice.

Progettare un modulo disciplinare dovrebbe implicare le seguenti operazioni: scelta del tema, individuazione delle finalità formative e degli obiettivi di apprendimento e di competenza, individuazione dei nodi concettuali, dei testi, dei metodi e degli strumenti didattici, dei tempi e delle fasi, delle verifiche, dei recuperi e della valutazione.

Esamineremo, ora, alcuni moduli. Il primo si inserisce in un progetto di costruzione di moduli nella prospettiva dell’insegnamento della filosofia negli ultimi due anni dell’area dell’obbligo. Fa riferimento ad un seminario del 1999, i cui materiali sono apparsi su un quaderno de "La città dei filosofi" del 2001. La scelta "modulare" veniva giustificata con "la necessità di coniugare le diverse esigenze, di contenuto, di procedimenti, di apertura problematica alla filosofia": il modulo didattico veniva adottato come "<<luogo>>, contesto dell’intreccio: per le sua caratteristiche impone una selezione ed organizzazione dei contenuti essenziali, favorisce compattezza, incisività nello sviluppo degli argomenti, controllo di ogni segmento e trasferibilità".

Io credo che questo modulo, di cui è co-autore Marco Manzoni del Liceo "Sarpi" di Bergamo, possa essere un modello di progettazione. Esso muove da un bisogno formativo degli studenti (l’ambiguità della nozione di libertà), una contraddizione vissuta che può essere articolata sotto forma di problema. Esplicita, poi, i contenuti in termini di conoscenze (intese come concetti e non come autori) e competenze e capacità (ciò che lo studente sa fare ed essere). Esplicita, poi, tempi, fasi e metodi del lavoro, attività di valutazione e di recupero. Per quanto riguarda la valutazione, distingue tra una valutazione formativa, nel corso dello svolgimento del modulo, che ha uno scopo diagnostico, di valutazione del processo di insegnamento (quanto sono riuscito a far apprendere? Come devo modificare il mio insegnamento?) e di apprendimento (quanto lo studente ha appreso? Come deve modificare il suo metodo di apprendimento?), ed una sommativa, finale, che deve certificare il conseguimento o meno degli obiettivi proposti.

Un secondo modulo, che presento in forme più schematiche, perché non destinato alla pubblicazione, ha come oggetto l’utopia come genere filosofico-letterario e come categoria di pensiero. Anche qui si muove da un bisogno degli studenti, intersecato però con un itinerario storico. Si colloca in un secondo anno di filosofia. Rispetto al precedente presuppone una maggiore individualizzazione (ogni studente costruisce un proprio percorso di letture e di scrittura).