SETTIMO INCONTRO

2 APRILE 2004

Come preparare una "buona lezione"

Tipologia delle lezioni

Programmi, programmazione d’istituto, programmazione di classe rappresentano i vincoli entro cui il docente sviluppa la sua attività, il cui momento centrale resta comunque la relazione didattica in classe tra docente e studenti, tra studenti e studenti, in quella che dovrebbe essere una comunità d’apprendimento, in cui lo studio della filosofia si esplica come con-filosofare. Rivolgeremo, ora, la nostra attenzione a questo aspetto dell’insegnamento.

Sono molte e di molti tipi le attività che si svolgono in una classe: lezioni, discussioni, interrogazioni, e così via. Credo che, però, ciascuno di noi pensi che la lezione sia il momento fondamentale, da cui dipende la qualità di tutto il resto. Forse non è così, ma la riflessione sulla lezione può essere un buon punto di partenza.

La domanda cui cercheremo di dare una risposta riguarda le operazioni costitutive di una buona lezione: come si prepara e si realizza una buona lezione?

Forse dovremmo chiederci preliminarmente che cosa sia una buona lezione: intendiamo una lezione che permetta una trasmissione sufficientemente completa dal punto di vista dei contenuti, che non manchi di spunti di approfondimento e di squarci, che magari non sono colti da tutti gli studenti, che sia seguita con attenzione da tutti e che favorisca la partecipazione di molti, che sia vissuta senza noia dagli interlocutori, per i quali, magari il tempo "voli via" senza quasi che se ne accorgano… Una lezione del genere spesso nasce da un momento di grazia, senza che sia stata preparata. Ma se vogliamo che accada con regolarità, la preparazione è necessaria.

Come si prepara, allora, una lezione? Cercherò di definirlo per due strade, l’una empirica, l’altra teorica, sostanzialmente convergenti. Arriverò, così, a delineare tre modelli di lezione: quelli della lezione espositiva, della lezione-conferenza, e del laboratorio.

Lezione, come sappiamo, viene dal latino lectio, che nel latino classico significa "lettura". Nelle scholae medievali è la lettura che, a voce alta, il maestro fa degli auctores.
La prima parola della Regula benedettina è un richiamo all’ascolto: "Ascolta. Figlio, i precetti del maestro". Il primo impegno del monaco è ascoltare, prestare attenzione nella propria interiorità alla parola, aprire "le orecchie del cuore", come afferma la Regola, richiamando le pagine iniziali delle Confessiones agostiniane. La parola udita deve essere conservata nel cuore attraverso la memoria e meditata.

Con il risveglio della vita urbana e la nascita delle Università il sistema scolastico affianca alla competenza dell’ascolto della parola quella dell’esercizio della parola stessa: la parola non viene conservata semplicemente nel cuore, ma viene messa in questione. La quaestio è uno dei momenti fondamentali della didattica della Scolastica.

L’uso complementare di lectio e di disputatio permane nei Collegi dei Gesuiti, come testimonia la Ratio studiorum.

Con l’età moderna e l’avvento della stampa dei caratteri mobili e la maggiore accessibilità dei testi, il rapporto tra ascolto, memoria e meditazione si fa più complesso: esso passa attraverso il ricorso alla vista. Il maestro può rimandare a testi che anche gli allievi hanno, o possono avere, davanti. La memoria si oggettiva. Essa viene consegnata agli appunti. Leggere e spiegare quanto si è letto: è questa la pratica della lectio che si afferma ed è codificata nella Ratio studiorum dei collegi dei Gesuiti (e di qui arriverà ai moderni sistemi scolastici). Qui al puro ascolto si aggiunge la pratica dell’appunto.

Se volessimo seguire l’evoluzione storica della lezione, potremmo riconoscerci nello schizzo che ne traccia Franco Cambi, facendo riferimento al positivismo, che valorizza l’elaborazione logica dei dati, all’idealismo che enfatizza il rapporto empatico tra il docente e l’allievo mediato dalla parola, all’attivismo che sottolinea la socialità e problematicità della logica della ricerca, alla scientificizzazione della lezione nel cognitivismo…

Al modello gesuitico si ispira anche la scuola pubblica moderna. Non ci è difficile riconoscere la lectio gesuitica nei modelli di lezione che, negli anni Sessanta del secolo scorso, ci viene presentato da Bendiscioli e Berardi. Benché gli autori facciano riferimento alle lezioni di storia, la loro tipologia può essere estesa anche ad altre discipline.

COME FARE LEZIONE NEGLI ANNI SESSANTA (da BENDISCIOLI-BERARDI)
METODO
DEFINIZIONE
VANTAGGI
SVANTAGGI
Sunto dettato
consiste nel dettare agli allievi tutto o quasi ciò che ‘devono sapere’
Nessuno
Abbrutisce doppiamente i giovani, costretti ad un lavoro passivo durante la dettatura, e ancora passivo durante l’apprendimento, che dev’essere per forza mnemonico.
Lezione espositiva (analitica)
Consiste nel raccontare analiticamente i fatti che gli allievi possono trovare per proprio conto sul manuale
Se l’insegnante è un buon narratore, può contribuire a rafforzare il ricordo dei fatti nella mente degli allievi
Spreco di tempo utilizzabile in attività più formative
Corso parlato
Consiste nello svolgere oralmente un intero ciclo di lezioni secondo criteri propri del docente
Se la classe è di buon livello, sviluppa le capacità di ascolto e di sintesi
Favorisce un atteggiamento passivo nei confronti del docente: spegne ogni aspirazione al raggiungimento di un pensiero personale, e distoglie dalla lettura di opere integrative, a cominciare dal manuale
Lezione-conferenza
Singola lezione, o gruppo di lezioni, ex-cathedra con funzione orientativa, o riassuntiva, o conclusiva di un più vasto ciclo di lezioni, svolte con l’ausilio di tecniche diverse, intorno a un periodo o problema di una certa ampiezza
Se integrata con altre tecniche, preparata con cura, contenuta nel tempo e se sollecita la partecipazione degli studenti, può rappresentare il tessuto connettivo del lavoro didattico
Anche se contiene un principio di attività, rientra sempre nell’ambito della didattica dogmatica
Metodo interrogativo, maieutico o socratico
La lezione ha la forma di un colloquio tra il docente e la scolaresca
L’allievo partecipa alle lezioni
Le domande sono poste dal docente che orienta anche le risposte
Discussione in classe
La lezione ha la forma di un colloquio interattivo tra il docente e la scolaresca
L’allievo può porre domande e formulare obiezioni
Nessuno (?)
Metodo misto
Alterna le diverse forme di lezione
   

Che cosa hanno cambiato i quarant’anni che ci separano dal libro di Bendiscioli e Berardi? Non molto, se consideriamo la tipologia della lezione proposta da Franco Cambi in un libro pubblicato nel 1992 e riedito nel 2000.

COME FARE LEZIONE NEL 2000 (DA CAMBI)
METODO
DEFINIZIONE
la lezione propedeutica o di sintesi
annuncia o riassume aspetti organico-sistematici di un sapere, offre quadri di sintesi, coordinate di organizzazione
la lezione esposizione
trasmette conoscenze, che parafrasa o supporta il manuale, comunque si vincola a contenuti-di-sapere, li organizza e li trasmette secondo un ordine che ne permette la comprensione e la memorizzazione
La lezione-elaborazione
è interna all’attività di ricerca, e vi si pone come momento di correlazione, di chiarificazione, di integrazione, di riflessione e come tale si pone oltre la semplice trasmissione; essa può essere attuata o dal docente o dai discenti, o da entrambi
Metodo misto
Una buona didattica deve tener presenti questi tre tipi di lezione e cercare di farli interagire, di connetterli, secondo una libera dialettica che è fissata dalla programmazione (che non riguarda solo i contenuti, ma anche – e soprattutto – i metodi) e che oggi assegna il ruolo-chiave al terzo tipo di lezione, che è il più ricorrente, il più attivo, il più vicino alla discussione

In entrambi i casi, il metodo ideale viene individuato nel metodo misto. Si enfatizza la complementarità tra lezione e discussione. In Cambi sembra decadere il metodo socratico, mentre egli rivaluta (sulla scorta del cognitivismo) la lezione espositiva, criticata da Berardi.