DICIASSETTESIMO INCONTRO

15 dicembre 2004

Prima di esaminare la presenza attuale degli esercizi di scrittura nell'insegnamento della filosofia in Italia, può essere utile una rassegna del ricorso alla scrittura in altri modelli scolastici, come quello francese o quelli dei paesi di lingua inglese e tradizione analitica.

Sono ben noti le finalità e i modi dell'insegnamento di filosofia nella scuola francese. L'esercizio scritto di filosofia per tradizione rappresenta il principale strumento di verifica del raggiungimento degli obiettivi della disciplina. Non solo lo studente dell'ultimo anno deve preparare una tesi filosofica da discutere, ma la dissertazione di filosofia rappresenta la principale prova scritta al Baccalauréat. Fiorisce una vasta letteratura su come ci si prepara alla dissertazione di filosofia.

Per tradizione, i temi di filosofia al Bac sono riconducibili alla seguente tabella (con esempi):

 

Questione Inventario Definizione Parallelo Commento

La filosofia è un puro gioco di idee?

L'angoscia è un fenomeno patologico?

La pietà è virtù o debolezza?

Il fatto sociologico è una costruzione?

La simpatia deve essere considerata un modo di conoscenza?

 

Natura, valore e limiti del flirt.

Ruolo dell'orgoglio nella vita morale.

Che cos'è l'esperienza?

L'assurdo

L'oggetto

 

Istinto e intelligenza

Democrazia e demagogia

Essenza ed esistenza

 

“Non ci sono verità prime; ci sono solo errori primi” (G. Bachelard)

“Pensare è un'arte che si impara come tutte le altre, anche con maggiore difficoltà” (J.J. Rousseau)



 

“L'arte è fatta per turbare, la scienza rassicura” (G. Braque)

Nella scuola francese non viene presupposta la capacità degli studenti di svolgere tracce di questo tipo, che costituisce piuttosto un obiettivo. Allo studente vengono suggeriti alcuni schemi paradigmatici di svolgimento.
Per quanto riguarda il primo genere di tracce, lo studente dovrà dapprima chiarire i termini della questione, quindi individuare due risposte opposte alla questione stessa e gli argomenti a favore dell'una e dell'altra tesi, costruire una serie di obiezioni ad almeno una delle due tesi, e quindi concludere, o sostenendo una delle tue tesi proposte, o avanzando una terza tesi (nel caso abbia criticato ambedue le risposte precedenti), o in forma problematica.
Il seguente schema illustra il paradigma della dissertazione:
- Questione: A è B o C?
- Chiarimento dei termini: che cosa sono A, B e C
- Tesi 1: A è B

- Argomenti a favore della tesi 1.
- Critica degli argomenti a favore della tesi 1.
- Tesi 2: A è C.
- Argomenti a favore della tesi 2.
- Eventuale critica degli argomenti a favore della tesi 2.
- Eventuale proposta di una tesi 3 e sua argomentazione.
- Conclusione (Ad esempio: A è sia B sia C; A non è né B né C; posizione di un ulteriore problema, ecc.).
Le rimanenti tracce dovrebbero essere ricondotte a questo paradigma: la differenza consiste nel fatto che nel primo caso la domanda è data, mentre nel secondo deve essere formulata dallo studente stesso. L'insegnamento della filosofia conduce quindi lo studente non solo a risolvere problemi, ma a porre problemi.

Lo schema testé proposto può essere accostato a quello che, a quanto mi risulta, veniva insegnato nelle scuole dei gesuiti, e che non riguardava solamente lo scritto, ma l'intera didattica della disciplina:
-
Declaratio terminorum
- Status quaestionis
- Adversarii
- Demonstratio
Pregi e limiti di questo metodo ci sono così presentati da un gesuita, Giorgio Nardone, studioso del pensiero di Gramsci:
“Si studiava su manuali scritti in latino e si parlava in latino, ma il punto più importante per quanto riguarda l'educazione della mente sta altrove. I testi stampati in vista della scuola, le lezioni orali seguite in classe, lo studio personale condotto su quei testi e sugli appunti delle lezioni, avevano una loro forma ben caratteristica. Lo spiegare e l'udire, il leggere e lo studiare avvenivano secondo una progressione di enunciati o "tesi".
Ciascuna doveva essere dimostrata, ma prima si doveva chiarire con cura nella
declaratio terminorum il significato delle parole usate nell'enunciato o da usarsi nella prova, fare una breve menzione delle soluzioni alternative e dei loro proponenti antichi e moderni (gli adversarii) e infine esporre brevemente (e questa volta con libere parole) lo status quaestionis, vale a dire l’importanza del problema e i motivi del suo sorgere. Soltanto dopo si passava alla dimostrazione che avvenendo in forma di sillogismo era assai breve. Una volta terminata la dimostrazione della tesi, si doveva rispondere a una serie di obiezioni che riprendevano in dettaglio gli argomenti fatti valere dagli avversari.
Verosimilmente il momento intellettualmente più fecondo (là dove la mente si accende) stava proprio nel chiarimento dei termini e nella presa di coscienza dei loro molti possibili (e anzi ben legittimi) significati. E infatti in un vero e proprio esercizio di chiarificazione terminologica consistevano le due ore settimanali di "
disputa" che si aggiungevano alle lezioni: uno studente "difendeva" la tesi proposta dal docente nelle lezioni della settimana precedente e un secondo cercava di scalzarla. I due contendevano davanti a tutta la classe (in taluni giorni solenni davanti a tutto il corpo dei docenti e studenti) mediante sillogismi tra loro concatenati. In realtà la forma logica era soltanto il quadro entro cui immettere le cose capite, e queste consistevano per lo più in significati molteplici colti e posti in rilievo dal difendente ma ignorati o confusi dall'opponente. Ecco perché le espressioni sempre ricorrenti nelle "dispute", e alle quali era affidata la verità dell'enunciato, erano: distinguo, sudistinguo, sub data distinctione nego consequens (ossia l'enunciato che conclude il sillogismo) e consequentiam (ossia il rapporto di consequenzialità). Quando l'opponente mutava argomentazione, era tenuto a dirlo in chiaro anzitutto a sé stesso con un sonoro transeo ad aliud che implicava per le orecchie attente degli uditori una tacita ammissione di sconfitta: il suo primo strumento critico non aveva retto alla prova. Talora il difendente evitava di scendere sul campo scelto dall’opponente, ossia non accettava nessuna delle due premesse neppure sotto al riserva del "distinguo", ma rispondeva con un secco nego suppositum (nego il presupposto delle tue asserzioni) che suonava come una appena velata dichiarazione di ingenuità intellettuale. Una struttura alquanto più libera aveva l'esame, che però avveniva sempre come dimostrazione di una tesi e come risposta a obiezioni più o meno prevedibili avanzate dagli esaminatori; l'altezza del voto era proporzionale alla difficoltà dell'obiezione e alla pertinenza della risposta. Dopo tre anni di studio, il numero delle tesi era progressivamente salito a 100 (in realtà erano di più, ma una tesi poteva aggregarne parecchie), e poiché l'esame conclusivo del triennio dalla durata di un'ora le riprendeva tutte quante, nel gergo studentesco si parlava sobriamente del temibile "centone" che si stava avvicinando. Nelle istituzioni interne della Compagnia di Gesù, questo metodo di studio rimase sostanzialmente immutato dalla seconda metà del Cinquecento ai primi anni sessanta del secolo appena trascorso.

Chi scrive non ha un ricordo negativo di quel metodo e, più in concreto, valuta in maniera favorevole l'attenzione data alle parole elementari della nostra mente (le dense e talora enigmatiche formulazioni di Aristotele disperse in tutti i corsi). Semmai, un limite stava proprio nel troppo rapido trascorrerci accanto e nella netta prevalenza data al volere dimostrare sul comprendere (e sulla connessa trasformazione del modo di vedere e dirsi le cose). Nasceva allora quel verbalismo che da parecchi secoli era imputato alla filosofia e teologia scolastica: da Erasmo agli umanisti da un lato, da Descartes, Bacone e tutti i promotori della scienza sperimentale dall'altro. Anche in questo strano modo ci si inseriva in una tradizione”.

Nei paesi di lingua inglese e di tradizione analitica non manca il ricorso a esercizi scritti. Per quanto difficile sia definire che cosa sia la filosofia analitica, contrapposta alla filosofia continentale, sembra caratteristica di questo indirizzo la pretesa di scientificità: la filosofia si presenta come soluzione di problemi esattamente definiti, mediante argomentazioni razionali. A questo scopo essa dedica una particolare cura alla definizione dei termini e al rigore delle inferenze logiche. La storia della filosofia viene vista come un repertorio di problemi e di argomentazioni.
L'editoria italiana negli ultimi anni ha dedicato una crescente attenzione ai manuali di orientamento analitico. Sono apparse, ad esempio, le seguenti traduzioni:

Autore Titolo I edizione Traduzione italiana

MARTIN HOLLIS

Introduzione alla filosofia

1985

Il Mulino, 1994

N. WARBURTON

Il primo libro di filosofia

1992

Einaudi, 1999

JOHN HOSPERS

Introduzione all'analisi filosofica

1956

Mondadori, 2003

VVedi esempi da Hospers

In Italia non esiste una tradizione della scrittura nella didattica della filosofia. 8. Dopo le sperimentazioni ricordate più sopra, solo dopo la riforma dell'esame di Stato del 1999 l'uso della scrittura in filosofia si è generalizzato in tutte le scuole. La riforma del 1999 ha infatti introdotto la cosiddetta terza prova sulle discipline dell'ultimo anno. La finalità della terza prova, al momento affidata alle singole commissioni, è così definita dalla normativa:
La terza prova scritta negli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, a carattere pluridisciplinare, è intesa ad accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell'ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica”.
Essa può assumere una delle seguenti forme:

“La prova, predisposta dalle Commissioni a norma dell'articolo 5, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, per la quale le Commissioni stesse possono avvalersi dell'archivio nazionale permanente dell'Osservatorio nazionale istituito presso il Centro europeo dell'educazione di cui all'articolo 14 del medesimo decreto, può comprendere, alternativamente o cumulativamente, le seguenti tipologie di svolgimento:

  1. trattazione sintetica di argomenti significativi, anche a carattere pluridisciplinare, contenente l'indicazione della estensione massima consentita (numero delle righe o delle parole). Tale proposta può essere presentata al candidato anche mediante un breve testo, in relazione al quale vengano poste specifiche domande.

  2. quesiti a risposta singola, volti ad accertare la conoscenza ed i livelli di competenza raggiunti dal candidato su argomenti riguardanti una o più materie, possono essere articolati in una o più domande chiaramente esplicitate. Le risposte debbono essere in ogni caso autonomamente formulate dal candidato e contenute nei limiti della estensione massima indicata dalla Commissione, analogamente a quanto previsto alla precedente lettera a).

  3. quesiti a risposta multipla, per i quali vengono fornite più risposte, tra cui il candidato sceglie quella esatta, possono essere presentati anche in forma di risposta chiusa e prevedere un certo numero di permutazioni di posizione delle domande e delle risposte. Tali quesiti possono pertanto concretarsi in vere e proprie prove strutturate vertenti su argomenti di tutte le materie dell'ultimo anno di corso.

  4. problemi a soluzione rapida, articolati in relazione allo specifico indirizzo di studio e alle esercitazioni effettuate dal candidato nel settore disciplinare coinvolto nel corso dell'ultimo anno.

  5. analisi di casi pratici e professionali, correlata ai contenuti dei singoli piani di studio dei vari indirizzi, alle impostazioni metodologiche seguite dai candidati e alle esperienze acquisite anche all'interno di una progettazione di Istituto caratterizzata dall'ampliamento dell'offerta formativa. La trattazione di un caso pratico e professionale, che costituisce una esercitazione didattica particolarmente diffusa negli Istituti professionali e tecnici, può coinvolgere più materie ed è presentata con indicazioni di svolgimento puntuali e tali da assicurare risposte in forma sintetica.

  6. sviluppo di progetti, proposto per quegli indirizzi di studio per i quali tale modalità rappresenta una pratica didattica largamente adottata. In particolare negli Istituti tecnici e professionali, in relazione ai singoli piani di studio, può essere richiesto lo sviluppo di un progetto che coinvolga diverse discipline o la esposizione di una esperienza di laboratorio o anche la descrizione di procedure di misura o di collaudo di apparati o impianti che siano tali da consentire al candidato di dimostrare anche la conoscenza degli strumenti, delle loro caratteristiche e delle metodologie di impiego.
    L'assegnazione delle prove sottostà ad alcuni vincoli, chiaramente esplicitati nella normativa:
    La prova concerne una sola delle tipologie di cui all'articolo 2 ad eccezione delle tipologie di cui alle lettere b) e c), che possono essere utilizzate anche cumulativamente. La scelta della tipologia da parte delle Commissioni deve tenere conto della specificità dell'indirizzo di studi, delle impostazioni metodologiche seguite dai candidati, delle esperienze acquisite all'interno della progettazione dell'Istituto e della pratica didattica adottata, quali risultano dal documento del Consiglio di classe di cui all'articolo 5, comma 2, del citato decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998 n. 323.

La prova, che coinvolgerà non più di cinque discipline, deve prevedere:

  1. non più di 5 argomenti per la trattazione sintetica;

  2. da 10 a 15 quesiti a risposta singola;

  3. da 30 a 40 quesiti a risposta multipla;

  1. non più di 2 problemi scientifici a soluzione rapida, tali cioè da non richiedere calcoli complessi;

  2. non più di due casi pratici e professionali;

  3. un progetto”.


     

Dal 1999 ogni scuola ha organizzato nel corso dell'ultimo anno “simulazioni di terza prova” per addestrare gli studenti all'esame. Inoltre spesso i docenti cominciano a introdurre questa modalità di verifica fin dal primo anno di corso. In filosofia sono per ovvie ragioni preferite le trattazioni sintetiche, spesso con testo di riferimento, seguite dai quesiti a risposta singola. In rete si trovano esempi di terze prove (http://www.xcogito.com/cedeatp/). Esaminiamone alcune di diversa impostazione:
 

La riforma dell'esame di Stato ha favorito l'introduzione dello scritto di filosofia anche per una seconda ragione: la prima prova non ha più la forma del tema tradizionale; sono previste diverse tipologie, dall'analisi del testo letterario al saggio breve. Allo studente vengono forniti alcuni documenti, affinché li strutturi in un discorso argomentato. Spesso i documenti hanno come oggetto temi di natura filosofica, come – negli esami di quest'anno – il tempo o la stessa filosofia. La preparazione alla prima prova non può più riguardare solo – e forse nemmeno principalmente – il docente di italiano.

Un altro motivo per ricorrere allo scritto è la necessità di frequenti verifiche, al termine di unità o parti compiute del programma. A seconda degli obiettivi che si vogliono verificare, la prova potrà assumere varie forme, dal test al quesito a risposta singola, alla trattazione sintetica a partire da un testo di riferimento.

Lo scritto in filosofia può assumere forme più complesse, che consentono di conseguire obiettivi di ordine più elevato. Una trattazione sistematica ne è stata data da Mario Trombino. Esempi si possono trovare in rete, all'indirizzo www.ilgiardinodeipensieri.com:
possiamo farcene un'idea grazie alla classificazione che ne ha data lo stesso Trombino.