L’Inghilterra di Elisabetta


Destinatari: studenti di una III Liceo Scientifico

Prerequisiti : Legami feudali tra Francia ed Inghilterra;

perdita territori inglesi su suolo francese;

problematica coloniale;

Obiettivi:

I Conoscenza :

  1. conoscenza delle questioni territoriali;

  2. conoscenza delle problematiche religiose;

La riforma di Lutero;

La Controriforma;

Ricadute politiche della Riforma;

Rottura dell’unità dell’Europa confessionale;

  1. conoscenza della nascita dell’Inghilterra a stato moderno;

II Competenze:

  1. saper comprendere le dinamiche politiche ed economiche che hanno decretato lo svolgimento delle vicende europee;

  2. saper inquadrare le nuove rotte commerciali;


 

Tempi: 5 ore

Metodi: lezione frontale espositiva; dibattito aperto in classe.

Strumenti : raffigurazioni e simbolismo iconografico.

Verifiche formative: prove in itinere consistenti in brevi interrogazioni dal posto e sondaggi dialogati da effettuare in classe (preferibilmente tramite interventi liberi, eventualmente pilotati).

Verifiche sommative: verifica scritta in classe.

Bibliografia:

  1. Giorgio Spini, Storia dell’età moderna, Vol. I, Einaudi;

  2. Adriano Prosperi, Dalla Peste Nera alla guerra dei Tren’anni,Vol. I, Einaudi;

  3. G.M.Trevelyan, Storia dell’Inghilterra, Garzanti;

  4. H.Kamen, Il secolo di Ferro, Il Mulino;

  5. Frances A. Yates, Astrea, Einaudi ;

  6. A.Giardina, G.Sabbatucci, V.Vidotto, L’età moderna, Vol. II, Laterza;

  7. Manuale Donzelli, Storia Moderna.

  8. B. Russel, Storia dell’Inghilterra moderna,Il Mulino;

  9. S. Brigden, Alle origini dell’Inghilterra moderna, Il Mulino, 2003.


 

Se tutte le epoche storiche sono dense non solo di eventi e di intrecciate problematiche politico/socio/economiche, ma anche dei germi di uno sviluppo futuro ad esse collegate, ciò non potrebbe essere più vero che per l’Inghilterra elisabettiana di cui ci stiamo accingendo a delineare i contorni.

Non potendo, né per chiarezza espositiva, né tanto meno per rigore metodologico, isolare l’oggetto del nostro studio dal contesto entro cui si relaziona agli altri soggetti di quel teatro che è l’Europa del XVI secolo, cercheremo di articolare la nostra trattazione per punti, al fine di ripercorrere le tappe che hanno permesso all’Inghilterra di abbandonare il Medioevo per il Rinascimento, ponendo le basi del suo essere Nazione, e di porsi come attrice protagonista e non più come Paese di secondo ordine nelle vicende continentali ed extracontinentali.

Affronteremo, pertanto, i seguenti nodi tematici:

  1. L’Inghilterra dei Tudor (1458/1603);

  2. L’Inghilterra nel panorama delle potenze europee e nell’equilibrio sancito dalla pace di Cateau-Cambresis (1559);

  3. L’Inghilterra e la Riforma. Conflitti nazionali ed internazionali;

  4. Filippo ed Elisabetta. Cattolicesimo e Protestantesimo a confronto (1558/1603);

  5. L’eredità elisabettiana;

  6. Elisabetta ed il mito di Astrea.

 

L’Inghilterra dei Tudor (1485/1603)

Dovendo parlare di Elisabetta non possiamo, seppur per breve accenno, non ricordare e fare menzione all’ascesa al trono dei Tudor, cui ella appartiene, casata salita al trono nel 1485 a fine della celebre Guerra delle due Rose, scoppiata in seno alla nobiltà inglese dopo la Guerra dei cento anni tra Inghilterra e Francia.

Coi Tudor l’Inghilterra elabora un forte senso di identità, che comunque è ancora prematuro definire coscienza nazionale, che raggiungerà la sua massima espressione proprio con Elisabetta, ultima Tudor regnante. A riprova basti solamente accennare alla formazione della lingua inglese, attestata dalla traduzione e della Bibbia, e dal Book of common prayer (1549), la cui redazione è dovuta ad Edoardo VI, figlio di Enrico VIII Tudor, e dunque dall’allontanamento dal latino e da tutto il suo apparato istituzionale e settario. Già in nuce vediamo dunque un senso di identità ed autonomia insulare che cerca di tutelarsi, anche culturalmente, dalla lingua latina e, per esteso, dai suoi padroni ecclesiastici (leggi la Chiesa).

Con Enrico VIII Tudor si decreta il superamento del sistema medievale, tramite l’abrogazione delle libertà (alias privilegi) del clero e dell’aristocrazia, a favore della libertà del comune suddito inglese, ora protetto dallo Stato. In questa chiave va allora letto l’Atto di Supremazia (1534) col quale il re si dichiara capo supremo della Chiesa e col quale si decreta, ora anche in modo formale, la rottura con Roma. Forse, allora, sarebbe il caso di ridurre l’importanza del tanto famigerato episodio del divorzio che, si dice, il papa non abbia voluto concedergli, e di non additarlo come unica causa scatenante della rottura dei rapporti colla Chiesa di Roma.

In realtà qui il nostro sguardo deve necessariamente allargarsi nei suoi orizzonti, notando innanzitutto che la moglie dalla quale Enrico VIII chiedeva il divorzio a favore di Anna Bolena, era Caterina d’Aragona, zia dell’Imperatore Carlo V che nel 1527 aveva fatto saccheggiare Roma, e di cui il papa, nelle vesti di principe italiano, era alla mercé, non potendo dunque ulteriormente suscitarne le ire, e che se Caterina d’Aragona era una fervente cattolica, Anna Bolena aveva abbracciato la Riforma, rappresentando così per l’Inghilterra il punto di riferimento del nuovo credo, mentre per l’Europa continentale una minaccia alla già vacillante unità religiosa (ricordiamo la Dieta di Augusta tenuta nel 1530 cui seguì la lega di Smalcalda tra i principi protestanti, eventi che avevano già rotto l’unità dell’Impero, ormai privo di spessore).

Enrico VIII, allora, e con lui tutta l’Inghilterra, iniziò a chiedersi perché mai gli interessi interni, tramite la mediazione papale, dovessero dipendere dall’Imperatore, consolidando allora ulteriormente l’idea di volersi autogovernare tramite il proprio Parlamento.

Al tudoriano Enrico VIII va poi ascritta la creazione della marina regia (Royal Navy), costituita da vascelli a vela, cosa che, come avremo modo di vedere, decreterà parte del successo dell’Inghilterra contro la Spagna, vascelli dunque adatti alla navigazione dell’oceano più che non le galee a remi.

Oceano. Sembra, anzi è, in fondo , una parola come tante altre, ma che ci permette di notare la nuova posizione della nostra isola dopo le scoperte nel continente americano. Prima di tale evento, infatti, l’Inghilterra si trovava nell’estremo nord/ovest, quasi a chiusura del continente europeo, e pertanto ai margini delle rotte attorno al Mediterraneo; ora, per contro, essa è al centro dei nuovi traffici marittimi che si proiettano sull’oceano mettendo sempre più in ombra il Mediterraneo. Sarà, come vedremo, Elisabetta a saper sfruttare al meglio questa nuova condizione, proprio contro il suo nemico Filippo II. Ma procediamo con ordine.

Enrico VII ed Enrico VIII avevano dunque sì posto le basi per l’Inghilterra moderna, che alla loro morte comunque non poggiava ancora su solide basi, rischiando così di perdere quell’autonomia religiosa ed anche politica, legata all’insularità ora letta come vantaggio, se non ci si fosse continuati a muovere nella medesima direzione. Questo pericolo in realtà ci fu, allorquando salirono al trono i due figli di Enrico VIII, Edoardo VI (1547/53) e Maria (1553/1558) , che cercò non solo di frenare la riforma religiosa iniziata dal padre per riconvertire l’Inghilterra e riportarla sotto la guida del papa, ma, cosa ben più grave, di sottoporla alla supremazia del cattolicissimo re di Spagna, Filippo II, che ella sposò, facendo così dell’Inghilterra , per tutto la durata del suo regno, una sorta di satellite spagnolo/cattolico, procurandosi addirittura l’appellativo di sanguinaria per la ferocia con cui cercava di riportare in auge il cattolicesimo.

 

L’Inghilterra nel panorama delle potenze europee e nell’equilibrio sancito dalla pace di Cateau-Cambresis (1559)

Questa era la situazione dell’Inghilterra al momento della morte di Maria (1558) e della pace di Cateau-Cambresis del 1559 che, concludendo il conflitto tra Spagna e Francia, accerchiava quest’ultima coi domini spagnoli. Vedi la cartina qui di seguito riportata che, in scuro, fa vedere i possedimenti di dominio spagnolo.


 

Ben si comprende, allora, tutta l’urgenza con cui Filippo II voleva prendere l’Inghilterra, per completare l’accerchiamento francese e raggiungere agevolmente i suoi domini nei Paesi Bassi, e tutta l’urgenza colla quale, per contro, la Francia si muoveva nella stessa direzione ma per il motivo diametralmente opposto. Ma come era possibile , per la Spagna e la Francia, legare l’Inghilterra rispettivamente al proprio destino? Ed è proprio all’ascesa al trono della regina Elisabetta che ora dobbiamo riferirci.

Morti rispettivamente i due figli legittimi di Enrico VIII, Elisabetta era la discendente prossima, nata però da un matrimonio scomunicato dal papa, ossia dall’unione del re con la già citata Anna Bolena, donna per la quale Caterina d’Aragona era stata alla fine abbandonata. Con il realismo che la contraddistinse sempre nei lunghi anni del suo regno, Elisabetta era dunque conscia del fatto di essere tanto ben accetta dai protestanti, quanto poco amata dai cattolici, che invece parteggiavano per la regina di Scozia, Maria Stuart, discendente anch’ella, ma non direttamente come Elisabetta, da Enrico VIII, sposa del re francese Francesco II, cosa che rendeva la Scozia una sorta di appendice francese, gestita, in mancanza della presenza fisica della regina, dai duchi di Guisa, suoi zii e rappresentanti del partito cattolico in Francia, in lizza col gli ugonotti ribelli.

Un’alleanza anglo-franco-scozzese, allora sarebbe stata la soluzione ottimale per riportare il cattolicesimo in Inghilterra, ma in questa occasione, per la duttilità di vedute tipica forse di tutti i maggiori attori della storia di ogni epoca, Filippo II dimostrò tutta la sua duplicità di interessi. Se infatti come cattolico avrebbe dovuto accettare una simile soluzione, in realtà, lui, il cattolicissimo, non solo accettò l’ascesa al trono di una figlia considerata illegittima, pur di non vedere un francese assiso sul trono inglese, ma addirittura avanzò la pretesa di sposarla.

In realtà molti altri erano i pretendenti alla sua mano, ma Elisabetta non sposò mai nessuno, leggendo dietro quelle richieste una legittimazione al suo essere assisa sul trono d’Inghilterra.


 

L’Inghilterra e la Riforma. Conflitti nazionali ed internazionali


Era dunque ormai chiaro che la posta in gioco, oltre a troni ed alleanze, era di natura religiosa, ed Elisabetta, proprio per tal motivo, cercò di assumere un atteggiamento per più versi di compromesso tra le due parti, secondo il noto Elisabetha Settlement, che cercava di delineare una Chiesa anglicana protestante nella teologia, ma cattolica nella forma.

Se per un attimo facciamo astrazione dai personaggi, potremmo infatti identificare Elisabetta colla religione riformata, e Maria Stuart col cattolicesimo. Scontro dunque non tra due sovrane, ma tra due visioni religiose che avevano spaccato quell’unità che, per ultimo, Carlo V d’Asburgo, salito al trono imperiale, aveva cercato di ricreare.

Che Elisabetta fosse dunque l’emblema del protestantesimo lo si vede nell’aiuto dato dall’Inghilterra agli ugonotti francesi ed ai rivoltosi dei Paesi Bassi contro la Spagna, che non solo voleva ivi imporre il cattolicesimo, ma aveva addirittura ottenuto , per il diritto di presentazione, quattro episcopati di nomina regia.

Non ripercorrendo qui né le lunghe e logoranti guerre di religione in Francia che, come sappiamo, portarono al trono, dopo la guerra dei tre Enrichi, Enrico IV, autore dell’editto di Nantes del 1598, né la rivolta spagnola che, dall’Unione di Gand del 1576 portò alla riconquista della parte meridionale ad opera del duca d’Alba, spaccando in due i Paesi Bassi, così come sanciscono l’unione di Utrecht e di Arres, guerra a cui, ricordiamolo, l’Inghilterra aveva dato l’appoggio, sembrava ormai inevitabile lo scontro tra Filippo II, alias il cattolicesimo, ed Elisabetta.

La situazione era ancora più grave soprattutto dopo l’uccisione, che comunque Elisabetta aveva sempre cercato di evitare, di Maria Stuart che, rientrata in Scozia dopo la morte di Francesco II, ed accusata di aver tramato per la morte del suo nuovo marito per giungere a nozze col suo amante, aveva chiesto paradossalmente asilo in Inghilterra, da dove però non aveva mancato di ordire trame politiche per uccidere Elisabetta, disposta addirittura a concedere il diritto di successione a Filippo II a discapito del figlio Giacomo Stuart. Il cattolicesimo era prigioniero della religione riformata. Bisognava reagire.

Ad acuire gli ormai già tesi rapporti anglo/spagnoli, ricordiamo anche le azioni di pirateria inglese a danno sia delle navi spagnole che tornavano dall’America cariche di oro ed argento, sia delle navi che, durante la rivolta dei Paesi Bassi, dovevano portare il soldo al contingente spagnolo lì impiegato.


 

Filippo ed Elisabetta. Cattolicesimo e Protestantesimo a confronto (1558/1603)


Si arriva così alla spedizione della Armada Invincibile allestita dalla Spagna che, raccolto il contingente spagnolo stanziato nei Paesi Bassi sotto la guida del duca di Parma, successore del duca d’Alba, ormai del tutto impopolare per la ferocia dei suoi metodi, avrebbe dovuto da lì attaccare l’Inghilterra per restaurarvi il cattolicesimo.

Purtroppo le cose non andarono secondo i piani di Filippo II, anche perché le due flotte erano allestite per far fronte a diversi tipi di navigazione, e quella di Filippo, ancora a remi, non poteva certo resistere a lungo tra i flutti ondosi dell’oceano, né, come era abitudine della Spagna, sperare di trasformare la battaglia da navale a terrestre.

Importante, poi, a riprova della diversità delle due flotte a confronto è notare non solo la diversa costituzione sociale delle due flotte, ma come questa influisse in modo determinante e nell’armonia e nell’organizzazione interna ad esse.

La flotta spagnola, infatti, distingueva chiaramente al suo interno i marinai, intesi solo come garzoni a comando dei nobili soldati, che, come dicevamo, erano sì utili in una battaglia campale, ma non certo in una di tipo navale, non riuscendo pertanto a creare non tanto un’uniformità sociale, quanto un’unità di intenti.

Diversamente era invece organizzata la flotta britannica, in cui, non solo realmente il marinaio era utile tanto quanto il nobile, se non addirittura di più date le sue specifiche competenze tecniche, ma era comunque consapevole di questo, elemento che lo rendeva certo più motivato e più partecipe.

Purtroppo, dicevamo, i piani di Filippo II non andarono a buon fine, anche comunque per errori tecnici e considerazioni di tipo generale che comunque potevano ben essere evitati, quali ad esempio il problema dello scarso approvvigionamento di acqua e viveri per una flotta tanto numerosa, nonché il gravissimo errore, che lo privò dell’aiuto del duca di Parma che lo aspettava nei Paesi Bassi, di non considerare come la grossa stazza delle navi non le rendevano adatte a passare dalla stretta Manica.

Nell’autunno del 1588 si infrange così per sempre il sogno della restaurata unità religiosa.

L’Inghilterra aveva vinto, e con essa la religione riformata.


 

L’eredità elisabettiana


 

Ormai l’Inghilterra, forte di questo successo, si rafforza come potenza non solo al suo interno, ma anche e soprattutto in relazione colle altre potenze. Inizia le sue traversate oceaniche, tentando di crearsi dei domini coloniali propri, incurante del trattato di Tordesillas che spartiva e le terre conquistate e quelle da conquistare tra Spagna e Portogallo, iniziatori delle conquiste coloniali, e fonda, nel 1600, la Compagnia delle Indie Orientali, interessata ora a muoversi anche verso oriente, colmando così il suo ritardo economico, non solo inserendosi nelle rotte, ma anche direttamente nei commerci di prodotti, iniziando infatti ad esportare tessuti già confezionati, sfruttando il lavoro domiciliare nelle campagne, e non più panni lana grezzi che, una volta rientrati come prodotti finiti, avevano un prezzo decisamente svantaggioso.

A riprova di come Elisabetta fosse non solo una donna dotata di grande abilità politica, ma anche un’ottima amministratrice, si vedano ad esempio i provvedimenti diretti a consolidare lo Stato, quali lo Status of Artificies del 1563 volto a regolamentare il lavoro, legge che, dando indicazioni sul numero degli operai e di apprendisti nei vari settori, la lunghezza del periodo di apprendistato etc, in pratica toglieva potere alle corporazioni a favore del potere centrale, o la promozione dello sviluppo della marina mercantile e da guerra, o la stessa legislazione sui cosiddetti “giorni magri”, ossia riguardante quei giorni in cui non era consentito consumare carne, provvedimento che era mosso non tanto da intenti religiosi quanto politici ed economici, quale l’assicurare un reddito adeguato alla popolazione dedita alla pesca, simile a quello garantito alla popolazione dedica all’agricoltura.

Forte dunque dell’appoggio del Parlamento e del compromise religioso che non permise di insanguinare ed indebolire il Paese come avveniva nel continente, vedi le guerre di religione di cui era stata teatro la Francia, Elisabetta riuscì ad imporre l’Inghilterra nello scenario europeo ed a farla annoverare tra le maggiori potenze.

L’Inghilterra aveva ormai intrapreso il suo cammino verso la modernità.


 

Elisabetta ed il mito di Astrea


Se non si possono certo disconoscere le grandi abilità diplomatiche e di governo della regina Elisabetta Tudor, non si può comunque nemmeno passare sotto silenzio l’aura di mistero e di ammirazione che circondò questa regina vergine, simbolo di unità nazionale, per la quale i suoi sudditi erano disposti a tutto. Tra i molti appellativi con cui a lei ci si rivolgeva, uno in particolare colpisce la nostra attenzione, ossia quello di Vergine Astrea.

Ovidio, nelle Metamorfosi, parla di Astrea come la vergine che fugge in cielo dopo che dall’età dell’oro, si era giunti, transitando per l’età dell’argento e del bronzo, all’età del ferro, che aveva appunto messo in fuga la giustizia, da Astrea impersonificata ed in Astra identificata.

Se questa era l’interpretazione classica, è presente anche un’interpretazione cristiana di questo mito, a partire da Virgilio, che nella sua IV ecloga, parla del ritorno dell’età dell’oro, identificato nel regno di Augusto, dunque di una vergine Astrea imperiale che è ora oggetto di culto da parte dello Stato.

Se dunque antichissimo è il mito, esso viene riletto e riformulato identificando la Vergine Astrea colla Vergine Regina Elisabetta, così come troviamo nel portavoce del protestantesimo inglese, John Foxe, e nel suo “Libro dei martiri inglesi”.

In quest’opera, contenente la storia delle sofferenze subite dai protestanti durante il regno di Maria la Sanguinaria, è contenuta una dedica ad Elisabetta, dove si costruisce un parallelismo tra lei e l’imperatore Costantino perché, come questi aveva posto fine alle persecuzioni della Chiesa antica, questa aveva posto fine alle sofferenze della Chiesa riformata.

Tale parallelismo è poi espresso con incisività anche iconograficamente tramite un ritratto di Elisabetta entro una grande C (iniziale di Costantino appunto), in cui la regina ha in mano la sfera del dominio e la spada della giustizia. Vedi figura qui di seguito riportata.



 

Il simbolismo è imperante.

Alla testa della regina, stanno le rose dei Tudor, che li rappresentano, e che, dopo la Guerra della Due Rose, simboleggiamo la pax raggiunta sotto la figura di un unico monarca, mentre ai piedi vediamo come la parte inferiore della lettera è formata dal corpo del papa, che la regina è riuscita a soggiogare.

Inutile sottolineare la massima fruibilità di una simile immagine da parte del popolo, che sposa sempre più la causa della sue regina vergine, a volte, estremizzando, paragonata addirittura alla Vergine Maria.

Se questo dunque il simbolismo religioso, non mancano forme di simbolismo politico su imitazione del mito imperiale tornato in auge con Carlo V d’Asburgo.

A riprova basti confrontare i due ritratti dell’imperatore e la regina, stavolta però non più letti tramite il simbolismo di E. Foxe ma di John Dee, che ne accentua ulteriormente i caratteri.


 

Vediamo come qui la regina, oltre alla giustizia ed al potere, simboleggi le conquiste coloniali, rappresentate dalle colonne d’Ercole ormai non più confine delle terre conosciute, mentre le navi fumanti alle sue spalle simboleggiano la sua vittoria sull’Invincibile Armata di Filippo II.

Se dunque Foxe aveva cercato una sanzione teologica alla lotta della “Regina vergine” contro il papato, Dee cerca una giustificazione dell’espansione economica e politica dell’Inghilterra retta dalla regina vergine.

Se la grandezza dei grandi attori della storia non va certo commisurata dal numero delle raffigurazioni che li vedono protagonisti, ciò nonostante sulla regina Elisabetta si è costruito un simbolismo tale da farla elevare a rappresentante della nazione e dei suoi interessi, una regina vergine che ha fatto dell’Inghilterra uno stato in senso moderno.

Questionario

Tempo: 2 ore;

Tipologia : verifica scritta con risposte aperte.


 


 

<<Sappiano tutti coloro ai quali perverrà il presente scritto che noi, priori e conventi dei frati Minori dell’ordine di San Francesco, dei frati Predicatori dell’ordine di San Domenico, dei frati Eremitani di Sant’Agostino e dei frati Carmelitani dell’ordine della Beata Maria Vergine, e anche il priore dei Crociferi della città di Londra, con una bocca e una voce sole e con unanime consenso ed assenso di tutti […], con questo nostro scritto […] a nome nostro e dei nostri successori […] professiamo in perpetuo, testimoniamo e fedelmente promettiamo e ci impegniamo a prestare un’integrale, inviolata, sincera e perpetua fede, osservanza e obbedienza nei confronti del nostro signore e re Enrico Ottavo e della serenissima regina Anna sua moglie e del loro casto e santo matrimonio, che da poco è stato non solo legittimamente contratto, ratificato e legittimamente consumato, ma che è anche stato approvato sia nel corso di due riunioni del clero, sia in Parlamento, nelle Camere dei Lords e dei Comuni […] e solennemente confermato per Tommaso, arcivescovo di Canterbury […]; item, [promettiamo] che ritennero per sempre confermato e ratificato il fatto che il predetto nostro re Enrico è il capo della Chiesa anglicana;

item, [promettiamo] che il vescovo di Roma, che nelle sue bolle usurpa il nome di “papa” e si attribuisce ingiustamente l’imperio di sommo pontefice, è da ritenersi come non avente nessuna maggior autorità o giurisdizione rispetto a quelle che un altro qualsiasi vescovo in Inghilterra o altrove, ha nella sua diocesi;

item, [promettiamo] che obbediremo soltanto al predetto signor re e ai suoi successori e che ci atterremo sempre ai suoi decreti e proclami, nonché a tutte le leggi dell’Inghilterra e a tutti i provvedimenti decisi, confermati, stabiliti e ratificati in Parlamento e dal Parlamento;per quanto riguarda le leggi, decreti e canoni del vescovo di Roma, [promettiamo] di rinunciarvi in perpetuo, se in esse si troverà qualcosa che va contro la legge divina e la Sacra Scrittura […];

item, noi tutti e ciascun priore e convento e i nostri successori ci obblighiamo in coscienza e con il sacro vincolo del giuramento a osservare in perpetuo e fedelmente tutto quanto detto di sopra.

(Dumount, Corps universel diplomatique, vol. IV/2, cit., pp. 113/4, in “Storia Moderna”, G. Dell’Olio, Carocci).

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