L’ELOGIO DELLA PAZZIA
DI ERASMO DA ROTTERDAM

 

Destinatari: studenti del quarto anno di liceo scientifico

Programmazione

-Filosofia e cristianesimo: Agostino, Anselmo, Abelardo, Tommaso (10);

-Umanesimo e Rinascimento (2);

-Neoplatonismo rinascimentale: Marsilio Ficino e Pico della Mirandola (2);

-Erasmo, L’Elogio della Pazzia (8);

-Rivoluzione scientifica e il problema del metodo: Galileo, Cartesio, Bacone (20);

-I razionalisti: Spinoza (3), Leibniz (3);

-Gli empiristi: Hobbes (2), Locke (2), Berkeley (2), Hume (3);

-Illuminismo (8).

Verifiche formative: all’inizio di ogni lezione verrà fatta dagli studenti una sintesi della lezione precedente per accertare la conoscenza dei temi affrontati. Gli interventi potranno essere utilizzati per l’acquisizione di valutazioni.

Verifiche sommative: esercitazioni scritte (test a risposta multipla, questionari a domanda aperta o simulazione di terze prove).

 

Presupposti:

  1. Conoscenze: conoscenza della situazione storica, politica e religiosa alla fine del XV secolo, in particolare in Italia; conoscenza del pensiero filosofico precedente (Platone e lo stoicismo, Umanesimo e Rinascimento, il neoplatonismo fiorentino di Marsilio Ficino e di Pico della Mirandola).
  2. Capacità: capacità di lettura e di analisi di un testo filosofico individuando le varie tesi e le diverse argomentazioni.

Obiettivi:

  1. Conoscenze: conoscenza della struttura dell’opera; conoscenza dell’atteggiamento e del pensiero di Erasmo nei confronti delle diverse problematiche del tempo (la figura del principe, la corruzione morale della Chiesa, il vero cristianesimo…); conoscenza delle diverse tematiche affrontate.
  2. Competenze: saper analizzare il testo filosofico satirico e ironico; capacità di definire i concetti, le idee centrali e gli scopi del testo; capacità di ricostruire la strategia argomentativa sapendo distinguere quando parla la Follia e quando parla Erasmo; saper contestualizzare le tesi del testo; saper utilizzare e costruire schemi e mappe concettuali.
  3. Atteggiamenti: capacità di problematizzare i temi affrontati legandoli al periodo storico, quindi contestualizzandoli; rielaborazione personale dei principali nodi concettuali.

Tempi: 8 ore, incluso il tempo da dedicare alle verifiche formative e sommative.

Strumenti:

a) Erasmo da Rotterdam, Elogio della Pazzia, a cura di T. Fiore, introduzione di D. Cantimori, Nuova Universale Einaudi, Torino 1964, in particolare le seguenti parti:

-Dedica e prefazione: Erasmo da Rotterdam saluta Tommaso Moro (pp. 3-7);

-§ 16: La pazzia dà sapore alla vita (pp. 28-29);

-§ 22: Filautía o l’amor proprio di se stesso (pp. 35-37);

-§ 29: Il vero senno è pazzia (pp. 44-47);

-§ 30: Pazzia guida a saggezza (pp. 47-49);

-§ 52: I filosofi (pp. 88-89);

-§ 54: I religiosi e i monaci (pp. 97-100);

-§ 55: Contro i re e i cortigiani (pp. 105-107);

-§ 58: I cardinali (pp. 110);

-§ 59: Contro i papi (pp. 110-113);

-§ 64/65: Polemica contro interpretazioni antistoriche della Sacra Scrittura (pp. 123-131);

-§ 66: La religione è una forma di pazzia (pp. 131-136);

-§ 67: La felicità celeste è una forma di pazzia (pp. 136-138).

b) studi critici: -C. Augustijn, Erasmo da Rotterdam: la vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 1989 (pp. 79-96);

-R. H. Bainton, Erasmo della cristianità, Sansoni, Firenze 1970, (pp. 67-84);

-E. Garin, Erasmo, Cultura della pace, Fiesole 1988 (pp. 159-164);

-Leon E. Halkin, Erasmo, Laterza, Roma 1989 (pp. 87-106);

-S. Zweig, Erasmo da Rotterdam, Mondadori, Milano 1950 (pp. 54-61).

c) cartina per evidenziare gli spostamenti di Erasmo e le sue influenze quando si parlerà della sua biografia.

Metodi: -lezioni frontali,

-lettura, analisi e commento del testo,

-costruzione di mappe concettuali e di schemi.

Verifiche formative: valutazione in itinere per verificare la comprensione dei temi affrontati, perciò all’inizio di ogni lezione verranno affrontate diverse questioni che mi consentiranno di acquisire delle valutazioni (poi possibili voti) sugli studenti, in base ai loro interventi e agli approfondimenti fatti (es. mappe concettuali, sintesi schematica della lezione precedente evidenziando i temi e i nodi centrali affrontati).

Verifiche sommative: assegnazione di attività scritte da svolgere a casa:

-preparazione di una mappa concettuale su di un tema specifico (es. ritratto del sovrano, la figura del sapiente, il vero cristiano, il saggio stoico…);

-lettura individuale di alcune pagine dell’opera da esporre poi in classe (es. lettura dei diversi gruppi sociali elencati dalla Pazzia).

Contenuto: vedi sotto.

I LEZIONE

-Uso di uno schema riassuntivo alla lavagna relativo al contesto storico-politico e alla biografia;

-Uso di una cartina, distribuita dal professore, per evidenziare i viaggi di Erasmo e le correnti filosofiche, religiose che l’hanno influenzato;

-Uso di uno schema concettuale alla lavagna di supporto all’analisi della lettera di Erasmo a T. Moro;

-Lezione espositiva per il contesto storico-politico e per la biografia;

-Lettura e commento della lettera da parte del docente;

-Alla fine della lezione sarà assegnata la lettura dei § 1-23 per la lezione successiva.

Accenni al contesto storico-politico in relazione alla stesura dell’Elogio della Pazzia.

Breve biografia di Erasmo

1466/1469

Erasmo nasce a Rotterdam ed è un figlio illegittimo, forse di un prete. Ha un fratello Peter maggiore di 3 anni

1478

Entra a Deventer, insieme al fratello, alla scuola dei Fratelli della Vita Comune (Cristo come modello ed esempio, vita interiore)

1488 Pronuncia i voti nel monastero di Steyn degli Agostiniani

Studia i classici e i suoi studi sono diretti alla cultura umanista, alla filologia e all’ebraico

1492 È ordinato prete
1493

Passa al servizio di Enrico di Bergen, vescovo di Cambrai, come segretario

1495 Si reca a studiare a Parigi, alla Sorbona
1496/98 Vive dei proventi del lavoro di precettore
1499

È in Olanda, dove scopre un manoscritto di L. Valla, e poi in Inghilterra dove conosce il teologo John Colet, studioso delle lettere di S. Paolo, e Tommaso Moro (con il quale traduce Luciano di Samosata per imparare il greco), dai quali conosce il neoplatonismo fiorentino

1500

Pubblica gli Adagia (saggi politici in forma di proverbi)

1502/04 Va a Lovanio
1504

Enchiridion militis christiani. Breve cenno all’opera e al suo significato religioso ( Rif. al valore spirituale dei sacramenti e all’imitazione di Cristo)

1505

Viaggio in Inghilterra

1506/09 Viaggio in Italia:

-Torino→laurea in teologia

-Bologna→guerra tra Giulio II e Bologna

-Venezia→dimora presso Aldo Manuzio (editore)

-Roma→corruzione della Chiesa

1509/14

Soggiorno in Inghilterra. Erasmo decide di lasciare l’Italia e nel viaggio di ritorno in Inghilterra compone l’Elogio (1511)

1514

Julius exclusus e coelis

1515/16

Istitutio principis christiani, Nuovo Testamento e San Girolamo

Si muove fra Lovanio e Basilea

1517

Querela pacis. Ottiene l’esenzione dei voti dal papa Leone X

1517/21

Vive a Lovanio

1519/21 Rapporti con Lutero
1521/29 Si trasferisce a Basilea
1524

De libero arbitrio

1526

Lutero scrive De servo arbitrio

1529 Lascia Basilea per la pressione dei riformati e va nella cattolica Friburgo. Erasmo assume una posizione neutrale, quindi viene isolato
1534 Torna a Basilea dove muore

 

Dedica e prefazione (Erasmo da Rotterdam saluta Tommaso Moro)

-quando Erasmo scrive l’opera

-perché scrive l’opera

-caratteristiche dell’opera

-personificazione della Pazzia → Erasmo = Pazzia

Erasmo ≠ Pazzia

Nel 1509, tornando in Inghilterra dall’Italia, dove aveva visto la decadenza religiosa e morale della Chiesa, il papa Giulio II in veste di condottiero circondato da vassalli, i vescovi dediti anziché alla povertà evangelica ai piaceri, la guerra tra i principi, la superbia dei potenti e la miseria del popolo, durante la traversata delle Alpi, abbozza una nuova opera che porta a termine a Londra (1511) presso l’amico Tommaso Moro a cui dedica l’Elogio della Pazzia: "Tornandomi ultimamente dall’Italia in Inghilterra, per non perdere in chiacchiere da rozzi illetterati tutto il tempo che mi toccava andar a cavallo, preferivo ricordare fra me e me i nostri studi comuni e godermi il ricordo di amici coltissimi e dolcissimi, da me qui lasciati. In mezzo a questi, tu, Moro mio" (p. 3). Il termine Moro in latino morus lo fa pensare alla parola greco-latina moria, follia; ciò gli dà lo spunto per scrivere un elogio della follia dedicandolo proprio a lui. Erasmo pensa che la sua trovata scherzosa sarebbe piaciuta a Moro che lo avrebbe difeso presso i teologi cavillosi (p. 4). Che cosa è dunque l’Elogio? Così si esprime Erasmo:"lo scherzo può menar al serio […] Non c’è nulla di più sciocco che trattar di cose serie con leggerezza; parimenti non c’è nulla di più spiritoso che trattar cose da nulla in modo da dar l’impressione di non scherzare affatto" (p. 5).Erasmo stesso sembra sminuire la sua opera chiamandola scherzo, gioco, svago, ma sotto l’apparenza del gioco l’intento è molto serio. Si tratta perciò di un elogio scherzoso, di una trattazione che ha indubbiamente un andamento gioioso ma nello stesso tempo ironico e satirico. E la trovata di quest’opera sta nel fatto che Erasmo non prende la parola per proclamare la sua condanna diretta ai vizi umani, ma fa parlare la Pazzia perché canti le sue qualità. Da ciò deriva un vero e proprio qui pro quo. Non si sa chi parla: è Erasmo che parla sul serio o la Pazzia in persona, alla quale si può perdonare ogni sciocchezza? Con questa ambiguità Erasmo si tutela in quanto non si possono fissare le sue idee e se qualcuno pensasse di farlo egli potrebbe ribattere: Non sono stato io a dirlo ma la Pazzia, e chi vorrà dare valore alle parole dei pazzi? Quindi si tratta di una scappatoia, di un artificio per esprimere le sue convinzioni. Un altro aspetto da sottolineare è l’inversione ironica che si può cogliere da questo testo, cioè: quel che è lode in bocca alla Pazzia, è di fatto biasimo e censura (tema del rovesciamento) e ciò che essa biasima deve essere approvato. Le parole della Pazzia creano un mondo alla rovescia. Tuttavia nella parte finale dell’opera l’inversione del significato delle parole scompare e il discorso della Pazzia diventa discorso di Erasmo (critica dei diversi gruppi sociali e discorso sulla religione cristiana). Questa è la linea generale dello scritto.

II LEZIONE

-Breve discussione, in apertura della lezione, dei temi affrontati nella lezione precedente con eventuali dubbi e interrogativi;

-Uso di uno schema dell’opera distribuito dal docente;

-Uso di uno schema concettuale fatto alla lavagna sui temi che si affronteranno durante la lezione;

-Lezione frontale, espositiva per i § 1-23;

-Lettura e commento da parte del docente del § 22;

-Alla fine della lezione sarà affidata la lettura dei § 11, 12, 16, 30.

Schema dell’opera

§ 1-9

Presentazione della Pazzia e del suo seguito

§ 10-23

La pazzia come forza vitale, irrazionale e creatrice

§ 24-25

Inutilità pratica della sapienza

§ 26-27

Uso delle favole, delle fantasie superstiziose, non delle argomentazioni filosofiche

§ 28

La vanagloria produce le arti e l’irriflessività permette di agire

§ 29

Il vero senno è pazzia (vita umana = commedia, sapiente = vero pazzo) → tema dell’illusione

§ 30

La pazzia diviene guida della saggezza → tema del saggio stoico

§ 31

La pazzia rende la vita tollerabile → tema dell’apparenza, dell’illusione

§ 32-33

Il mito dell’età dell’oro: l’origine delle scienze e delle arti

§ 34

La felicità degli animali

§ 35-36

La felicità degli stolti e degli sciocchi

§ 37

La figura del sapiente

§ 38

Il furore dei poeti, dei profeti e degli amanti

§ 39

La pazzia dei mariti, dei cacciatori, dei costruttori, dei ricercatori della pietra filosofale e dei giocatori

§ 40-41

La pazzia dei superstiziosi: chi crede alle immagini sacre, chi ai santi protettori…

§ 42-43

La filautía, o amor proprio, prende tutti: nobili, servi, artisti (attori, poeti, oratori), nazioni e città

§ 44

Vantaggi della filautía e dell’adulazione

§ 45

Gli inganni rendono felice la vita → tema dell’illusione

§ 46-47

La Pazzia è una dea o semidea più generosa degli altri dei e non è gelosa o invidiosa

§ 48-60

La follia del popolo comune (es. mariti, commercianti) e della gente colta:

-grammatici e filologi (§ 49),

-poeti, retori e scrittori (§ 50),

-giureconsulti, dialettici e sofisti (§ 51),

-filosofi e astrologi (§ 52),

-teologi (§ 53),

-religiosi e monaci (§ 54),

-re e cortigiani (§ 55-56),

-vescovi (§ 57/60),

-cardinali (§ 58),

-papi (§ 59).

§ 61

La fortuna aiuta i pazzi e non i saggi

§ 62

I classici (Catone, Orazio, Omero, Cicerone) esaltano la pazzia

§ 63

La Sacra Scrittura esalta la pazzia

§ 64

Critica all’interpretazione della Scrittura da parte dei teologi

§ 65

La follia di Gesù → la follia della croce

§ 66

La religione cristiana è una forma di pazzia

§ 67

La beatitudine celeste è una forma di pazzia

§ 68

Saluto della Pazzia

Presentazione della Pazzia e del suo seguito (§ 1-9)

-parla la Pazzia

-genealogia → padre = Pluto

→ madre = Giovinezza

-luogo di nascita → Isole Fortunate

-nutrici → Ubriachezza e Ignoranza

-seguaci: l’amor di sé, la voluttà, l’irriflessione, la mollezza, il sonno, l’adulazione, l’oblio, l’odio della fatica

 

L’elogio è messo in bocca alla Pazzia che si rivolge agli ascoltatori con queste parole: "Comunque di me parlino i mortali comunemente( e non ignoro quanta cattiva fama abbia la pazzia fra i più pazzi) tuttavia io, io sola, dico, rassereno col mio influsso uomini e dei. […] Sentirete l’elogio, non già di Ercole o di Solone, ma di me in persona, la Pazzia. […] Che cosa infatti si addice di più alla Pazzia che imboccar la tromba dei propri meriti e cantare da sé le proprie lodi? Chi potrebbe raffigurarmi meglio che io stessa? […] Io sono infatti, lo vedete, quella vera dispensatrice di beni che i Latini chiamano Stultitia e i Greci Moría" (pp. 11, 12, 14). La Follia entra in scena, prende la parola per tributarsi quell’elogio che nessuno ha mai avuto il coraggio di renderle e dichiara che parlerà improvvisando, senza rispetto di regole. Essa inizia l’elogio con la sua genealogia: " Non fu mio padre il Caos, né l’Orco, né Saturno, né Giapeto, né altra divinità di tal fatta, incartapecorita e cadente, ma Pluto, il dio della ricchezza in persona, lui solo […] E non mi ha generato costui dal suo cervello, come Giove quella seriosa, fosca Minerva, ma dalla più avvenente e insieme dalla più gaia di tutte le ninfe, Neotete, la Giovinezza; e non era lui inchiodato a un uggioso matrimonio ma per essersi con lei unito in dolcezza d’amore […] Ché, se cercate del mio luogo di nascita…io non son venuta alla luce in Delo errante, o nel mare ondoso, o in grotte profonde, ma proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto vien su senza seme e senz’aratro, dove non si conosce lavoro, vecchiaia o malattia alcuna […] E non ho certo da invidiare al sommo Cronide la capra che gli dié latte, giacché mi nutrirono con le loro mammelle due ninfe vezzosissime, Mete, cioè l’Ubriachezza, figlia di Bacco, e Apedia, o l’Ignoranza, figlia di Pan. Le potete vedere anche qui, frammezzo alle altre mie compagne e seguaci" (pp. 16-18). Suo padre è Pluto, dio della ricchezza e del denaro, sua madre la Giovinezza. Essi si sono uniti fuori dal matrimonio in un puro atto d’amore. La Pazzia è una figlia illegittima (= Erasmo) che nasce dall’amore ma fuori dalla legge. Nasce nelle isole Fortunate (sede della città di Utopia di T. Moro). Le sue nutrici sono l’ebbrezza e la stoltezza; l’accompagnano e le fanno seguito come scorte: l’amor proprio (o filautía), l’adulazione, l’oblio, l’odio della fatica, la voluttà, l’irriflessione, la mollezza, il sonno, cioè passioni della mente, libere e incontrollate. Con l’aiuto di queste sue fedeli complici le è riuscito di soggiogare l’intero mondo e gli uomini.

Aspetto vitalistico e irrazionale della Pazzia (§ 10-23)

Tutto dipende dalla Follia:

-vita → atto generativo

-infanzia, vecchiaia

-banchetti

-matrimonio

-amicizia

-amore

La Pazzia dimostra che tutto quanto esiste al mondo lo si deve a lei. La Pazzia garantisce la sopravvivenza della razza umana in quanto gli uomini si riproducono attraverso un atto che si compie grazie ad un momento in cui l’uomo e la donna sono in preda alla follia. L’atto generativo non è un atto in cui ci sia un ragionamento, ma richiede un momento d’amore (p. 20). Follia è spontaneità, è una certa dose di avventatezza che aiuta l’uomo a vivere, aiuta l’infanzia e la vecchiaia. La giovinezza è il momento della bellezza, dell’ardore e i giovani partecipano alla follia, sostituita dalla ragione (= senno) che caratterizza la maturità. La Follia rende amabili le donne, allieta i banchetti, rivendica a sé perciò la solidità del matrimonio, l’amicizia e l’amore. Conclude dicendo: "Senza di me, insomma, nessuna società, nessun vincolo nella vita potrebbe esser gradevole o stabile. Nessuno vorrebbe sopportare un altro, né un popolo il suo re, né il padrone il servo, né la cameriera la padrone, né l’amico l’amico […] se a vicenda non s’ingannassero fra loro, non si adulassero, non chiudessero un occhio per prudenza, non si adescassero col miele di qualche follia" (p. 35). È il miele della Follia che permette la vita sociale, il piacere dei sensi e le gioie quotidiane; quindi tutte le relazioni sociali, politiche, di amicizia, matrimoniali sono rivendicate dalla Follia.

La filautía o l’amor di sé (§ 22)

-natura matrigna → disgusto di sé

-principio naturale necessario per vivere

-natura benigna → meno buon senso più amor di sé

La filautía è la prima damigella della Follia. L’amore di sé è condizione indispensabile per la vita degli uomini e per l’organizzazione dei rapporti sociali. Esso è un’attenzione a noi stessi. Le tre domande iniziali non sono folli, ma la connotazione folle è data dallo sviluppo ulteriore di questi quesiti innocenti. La natura molto spesso è matrigna per gli uomini che tendono ad avere un disgusto di sé che si accompagna all’apprezzamento delle cose degli altri e di conseguenza all’invidia per ciò che hanno le altre persone. Perciò gli individui tendono a desiderare ciò che non hanno e che hanno gli altri, creando un conflitto. Non ci sono attività che non traggono origine dall’amore di sé, cioè dal desiderio dia avere successo, di affermarsi. La filautía è una funzione essenziale per la vita, è legata al principio di autoconservazione necessario per vivere. L’amore di sé, oltre ad essere un principio naturale che diventa poi un principio morale, dà anche la capacità di accontentarsi della propria condizione considerandola superiore a quella degli altri: "La felicità insomma consiste nel contentarsi di ciò che si è" (p. 36). Nelle righe successive però la Follia tradisce se stessa o meglio le affermazioni dette all’inizio. La natura, dice la Pazzia, distribuisce diverse proprietà (buon senso) e diverse passioni (amore di sé). Coloro che hanno meno buon senso ottengono dalla natura un surplus di amor proprio, attraverso il quale ci si può consolare (natura benigna). L’amore di sé quindi compensa la capacità di valutare le cose, compensa il difetto del buon senso. È facile capire che l’argomentazione rimane sul piano dell’ambiguità: le affermazioni iniziali sono sia della sapienza che della Follia (natura matrigna), poi la Follia si rende conto di aver confermato il fatto che sarebbe meglio avere più buon senso. Alla fine la Pazzia dice che l’amore di sé è il più grande dei doni. Tutto ciò dimostra lo smarrimento della Follia.

III LEZIONE

-Sintesi della lezione precedente, fatta dagli studenti, anche con la costruzione di schemi e mappe concettuali;

-Uso di una scheda riassuntiva per assicurare la conoscenza dei temi fondamentali dello stoicismo (figura del sapiente, rapporto ragione-passioni, apatia e atarassia);

-Uso di uno schema concettuale alla lavagna;

-Lettura e commento da parte del docente dei § 11, 12, 16, 30; dialogo con gli studenti (valore delle passioni);

- Alla fine della lezione sarà affidata la lettura dei § 25, 26, 29, 31, 37, 45, 61.

Critica dello stoicismo (§ 11, 12, 16, 30)

-atto generativo

-sfera del piacere

-struttura dell’uomo → rapporto ragione-passioni

-ruolo delle passioni

-rif. a Seneca → rifiuto del modello stoico

Erasmo = Pazzia irride lo stoicismo e lo critica.

§ 11: " E gli Stoici poi? Oh! Non ci credono poco men che dèi? Ebbene, datemi uno Stoico, uno che sia dieci, cento, mille volte stoico, e anche lui deve deporre , non direi la barba, insegna filosofale, che lo accomuna ai caproni, ma certo il fiero aspetto, deve spianar la fronte, liberarsi dai suoi ferrei principi, fare un po’ il ragazzo, rincitrullire; insomma a me, a me deve far capo quel sapientone, se vuole esser padre" (p. 19). Lo stoico è preso come il paradigma dell’arroganza della ragione pagana e con queste parole si sottolinea che l’atto generativo è dovuto a Follia, quindi anche lo stoico per riprodursi deve essere in preda alla passione.

§ 12: "Ora, visto che a me si deve il germe e la fonte della vita, sarebbe ben poca cosa, se non vi dimostrassi che è tutto dono mio ciò che nella vita si trova di buono e di confortevole. E che? Questa vita si può chiamar vita, se ne togli il piacere? […] Vedete, neppure codesti stoici disprezzano il piacere. Fingono di disprezzarlo, con ogni cura, e lo straziano con mille villanie, ma il gioco è troppo chiaro: ne distolgono gli altri per goderne loro più alla lunga " (p. 21). La Follia controlla tutta la sfera del piacere e attacca lo stoico che, pur dichiarando il disprezzo per il piacere, lo prova. Da ciò l’incoerenza morale dei saggi stoici tra ciò che dicono e il come vivono.

§ 16 La Follia parla della natura e per sottolineare la sua importanza tra gli uomini mette in evidenza la separazione tra la ragione e le passioni. Infatti la struttura somatica dell’uomo è dominata dalle passioni, in particolare l’ira, che è quella in cui si compendiano tutte le passioni necessarie per imporsi (dalla testa al cuore), e la concupiscenza (dal cuore in giù). La ragione è costretta al silenzio dalle passioni, da qui la supremazia dello stato emotivo rispetto a quello razionale e morale.

§ 30 Le passioni hanno un ruolo rilevante nella vita dell’uomo in quanto sono quelle che ci esortano ad agire bene e ci spronano verso la sapienza. Perciò esse sono indispensabili per la sapienza e la virtù. La Follia = Erasmo fa poi riferimento a Seneca che è considerato il modello di saggio stoico. Questo saggio è puramente razionale, è un essere gelido che non attribuisce importanza alle relazioni con gli altri uomini, che si isola e si considera superiore agli altri: " Lui solo tutto" (p. 48). È perciò un mostro. Da questo paragrafo si può cogliere la polemica anti-stoica di Erasmo = Follia in quanto lo stoicismo non solo insegue una specie di sogno non naturale e perciò non legato alle disposizioni date dalla natura, ma con questo modello di saggio ci presenta un mostro che in realtà non esiste e che gli uomini tenderebbero a rifuggire. Quindi Erasmo come la Pazzia accetta il fatto che gli uomini abbiano passioni, che sono una loro componente naturale, ma si allontana da lei perché secondo lui la ragione può controllare le passioni. Un’altra considerazione è che sia Erasmo che la Pazzia rifiutano l’immagine senecheniana ma ognuno per una ragione diversa: la Follia, perché il saggio non vive secondo natura (passioni, desideri); Erasmo, perché il modello senechiano è un peccato di superbia e di disumanità. Il saggio, credendosi autosufficiente, si allontana da Dio, negando la sua finitudine e la sua precarietà, considerandosi assoluto e indipendente.

 

IV LEZIONE

-Discussione della lezione precedente (temi, interrogativi, questioni, approfondimenti fatti dagli studenti);

-Uso di uno schema concettuale fatto alla lavagna;

-Lettura e commento da parte del docente delle parti principali dei paragrafi assegnati agli studenti come lettura;

-Dialogo con gli studente (valore delle favole, dei miti, delle parabole);

-Assegnazione della lettura dei § 39-42, 52, 55.

Tema dell’illusorietà e dell’apparenza/ La figura del sapiente (§ 25, 26, 29, 31, 37, 45, 61)

-visione pessimistica della vita

-costruzione di illusioni

-vita = commedia

-figura del sapiente

-favole, miti

§ 31: "Vedremo che la vita umana è esposta a infinite calamità. […] Capite oramai, cos’avverrebbe se gli uomini avessero tutti, senza distinzione, giudizio. Ci sarebbe bisogno di una seconda creta e di un secondo Prometeo per riplasmarli. Ma io, un po’ per mezzo dell’ignoranza, un po’ colla sconsideratezza, non di rado coll’oblio dei mali e talvolta colla speranza di qualche bene, ovvero spruzzando i piaceri di un po’ di miele, vengo loro in aiuto, in mezzo a mali sì grandi, in maniera così efficace che non han abbandonar la vita nemmeno quando è finito il filo delle Parche, ed è la vita stessa che li lascia. Insomma, ben lungi dall’esser tocchi dalla noia della vita, quanto meno c’è ragione, per essi, di rimanere a questo mondo, tanto più han piacere a vivere " (pp. 49-50). In queste frasi si coglie una visione pessimistica della vita, infatti gli uomini sono immersi in una situazione di sciagure, disgrazie, ma la Follia rende tollerabile la vita in quanto gli individui costruiscono illusioni che impediscono loro di vedere quanto è brutta, dolorosa, faticosa l’esistenza. I nostri giudizi si fondano su come le cose a noi appaiono e non sulle cose stesse. Gli inganni rendono felice la vita: "Ma lasciarsi ingannare, dicono, è una sventura. Anzi, non lasciarsi ingannare è la più grande delle sventure. Troppo insensati son quelli che pensano che la felicità umana dipenda dalle cose stesse, mentre invece tutto è come si pensa" (§ 45 p. 74). Quindi noi troviamo la felicità non nelle cose come sono ma come ci appaiono. Le illusioni sono indispensabili per vivere, per essere felici: "In ultimo l’animo umano è così formato che si lascia accalappiare più dal belletto che dalla verità" (§ 45 p. 74). Questa è l’idea di fondo che viene espressa anche nel § 29 Vivere è come un recitare sopra un palcoscenico. La vita è una commedia e tutti gli uomini sono attori, presi in inganno dalle loro maschere, persuasi di essere i personaggi che rappresentano. Le maschere non devono essere gettate. L’illusione è il balsamo della vita e non essere ingannato è sventura peggiore dell’essere ingannato. Qual’è il ruolo del sapiente di fronte a questa recita? La tesi della Pazzia è che il gioco si deve svolgere secondo le proprie regole e che il sapiente, quando vuole svelare le regole del gioco, assume una funzione nefasta: "Come non c’è stoltezza maggiore di una saggezza inopportuna, così non c’è maggior imprudenza di una prudenza distruttrice " (§ 29 p. 46). La Pazzia spiega le regole del mondo così come esse sono. Si vive nell’illusione, nessuno deve denunciare questo fatto; se il filosofo, il sapiente facesse questo discorso, cioè svelare l’inganno, sarebbe insensato e non saggio, perché la commedia della vita umana non si può rappresentare altrimenti che accettando le finzioni. La vita è una commedia, quindi occorre agire da pazzi con tutta l’immensa folla degli uomini.

§ 25: " E come dunque un tal uomo non deve venire in odio a tutti? Troppo diverso, sia nella vita che nel modo di pensare. Tutto ciò che gli uomini fanno non forma che un ammasso di sciocchezze; sciocchi o pazzi gli attori, sciocco o pazzo l’ambiente. Se vuole, da solo, mettersi contro il mondo intero, lo pregherei di andarsene in qualche deserto; ivi potrà godere da solo della propria saggezza " (p. 41). Il sapiente è oggetto di ironia, di derisione e di scherno per come vive: "Su via, ora paragoniamo qual sapiente vogliate con la sorte di uno di questi sciocchi! Immaginate di opporgli, modello di sapienza, un uomo che abbia mortificato tutta la fanciullezza e la giovinezza nell’apprendere mille scienze diverse, sciupando così la parte più gioconda della vita in veglie, affanni e sudori senza fine e neppure pel resto dei suoi anni abbia mai gustato un zinzin di piacere, vivendo sempre parco, povero, afflitto, malinconico, a se stesso ingiusto e duro, ali altri gravoso e in odio, consulto dal pallore, dalla macilenza, dalla debolezza, dalla cisposità, per abbandonar la vita anzi tempo, troppo presto sfinito dalla canizie, dalla vecchiaia […] Ecco il ritratto del sapiente!" (§ 37 p. 60). La solitudine è la condanna alla quale non si può sottrarre: "La saggezza invece rende riservati e da ciò si vede comunemente che questi sapienti han che fare sempre con la povertà e con la fame, che vivono di fumo, abbandonati da tutti, oscuri, in odio a tutti" (§ 61 p. 116). La Pazzia infatti descrive l’illusione come dimensione propria della vita e il sapiente, come nel mito della caverna di Platone, non viene ascoltato perché vuole svelare e spezzare le regole del gioco.

La Follia inoltre ribadisce il fatto che per condurre i popoli e per persuadere le assemblee servono le favole, gli esempi simbolici, le fantasie superstiziose: pazzie, non argomentazioni filosofiche (es. di Platone, di Aristotele). Quindi le favole, i miti servono per indirizzare il comportamento civile e sociale, per il consolidamento dell’autorità politica, per la vita degli uomini. Le favole, come le parabole di Gesù, sono una forma di comunicazione e hanno una funzione educativa (§ 26 p. 41).

V LEZIONE

-Sintesi della lezione precedente;

-Uso di uno schema concettuale alla lavagna;

-Lezione frontale, espositiva dei § 39-42, 48-51;

-Lettura e commento da parte del docente dei § 52, 55;

-Assegnazione di attività da fare a casa (schemi, mappe concettuali, approfondimenti) sui temi affrontati (gente superstiziosa → critica di Erasmo alla decadenza morale dei cristiani; i grammatici; i filosofi; la figura del sovrano…);

-Assegnazione della lettura dei § 54, 57-60;

-Distribuzione di una scheda di lettura per la lettura dei § 64, 67, 68, 69.

La felicità degli uomini presi da Pazzia (§ 35-42)

Pazzia di:

-sciocchi, dissennati, buffoni di corte

-poeti, profeti, amanti

-mariti, cacciatori, ricercatori, giocatori

-diversi tipi di gentesuperstiziosa → miracoli, segni magici, preghiere, salmi penitenziali, santo protettore, immagini di santi, ex-voto, pompa funebre

-nobili

-attori, musici, oratori

-individui, nazioni, città

§ 34: " In tutto l’universo mondo non saprei se si possa trovare un uomo sano in tutte le ore della giornata e senza qualche ramo di follia" ( p. 63). In questo paragrafo e nei successivi si può cogliere l’inversione ironica usata da Erasmo: quel che è lode in bocca alla Pazzia, è di fatto biasimo, censura e critica. Qui la Follia, che è spensieratezza, ignoranza, imprudente prudenza, diventa la stupidità e la scempiaggine, la quale abbraccia tutto il mondo degli uomini che per questo si sentono felici, che Erasmo schernisce e critica. C’è la felicità dei scimuniti, deficienti, matti, presi dal re come buffoni. Inoltre non c’è solo la pazzia degli sciocchi e dei dissennati, ma c’è anche il furore dei poeti, dei profeti e degli amanti; ci sono le pazzie più semplici che alimentano le illusioni dei mariti sulla fedeltà delle mogli, dei cacciatori con i loro cerimoniali nell’uccidere e nello squartare gli animali, dei costruttori che sono presi dalla smania di costruire palazzi, case, strade senza pianificare, dei giocatori, dei ricercatori della pietra filosofale. C’è poi la follia della gente superstiziosa: c’è chi crede ali spettri, chi agli effetti miracolosi di certe immagini sacre, chi ai santi protettori, chi ai voti, chi al valore salvifico delle indulgenze → critica di Erasmo alla decadenza morale dei cristiani.

Critica dei diversi ceti e gruppi sociali (§ 48-60)

-comun popolo ? commercianti, mariti

-grammatici, filologi, maestri di scuola

-poeti, retori, scrittori

-giureconsulti, dialettici, sofisti

A questo punto la Follia vuole prendere posto tra gli dei ed assistere dall’alto allo spettacolo del mondo. La Follia sembra starsene al di sopra della mischia e guarda con gli occhi di Erasmo. L’elogio va trasformandosi in satira. In questa parte l’inversione del significato delle parole scompare e il discorso della Pazzia diventa il discorso di Erasmo che rivolge la propria attenzione a un tema fondamentale: la critica dei diversi ceti e gruppi sociali.

§ 48: "Esaminiamo or dunque la vita stessa degli uomini, donde parrà chiaro quanto debbano a me e quanto mi stimino tutti quanti, grandi e umili" (p.79). La Pazzia poi continua dicendo che non parlerà del volgo e della plebaglia perché questa classe del popolo gli appartiene senz’altro. Ricchi o poveri che siano, è tutta gente pazza, sempre in agitazione, in movimento: perché non si rendono conto della brevità e inutilità della vita terrena, perché non sanno far bene i loro affari, perché sono persuasi delle loro ricchezze. La Pazzia non loda più gli sciocchi e invasati o i malvagi (mercanti), ma tende a satireggiarli perché non pensano all’anima, oppure per i loro interessi terreni. Le categorie del comun popolo non vengono ad ogni modo esaminate una per una: sono tutte stolte. Quindi si potrebbe immaginare che le categorie della gente colta si possano sottrarre a questa stupidità. Vengono perciò considerate tutte le categorie di uomini che danno l’impressione di saggezza. Grammatici e filologi, maestri di scuola; poeti, retori e scrittori giureconsulti, dialettici e sofisti; filosofi; teologi; monaci e religiosi; principi e cortigiani, vescovi, cardinali e papi: tutti sono pazzi, tutti sono seguaci della Pazzia. Quindi nessun gruppo sociale e nessun ceto viene risparmiato dalla critica.

I filosofi (§ 52)

-Costruzione con gli studenti di uno schema concettuale alla lavagna per mettere in evidenza gli aspetti che caratterizzano i filosofi.

ASPETTO ESTERIORE

COSA PENSANO DI SAPERE

COSA IN REALTÀ NON CONOSCONO

-barba, mantello

-i soli a possedere il sapere

-si fabbricano mondi senza fine

-rendono ragione dei misteri della natura

-vedono le quiddità, gli universali, le idee

-non conoscono nulla con sicurezza

-non sanno nulla assolutamente

-non conoscono se stessi

I filosofi vengono liquidati con palese disprezzo come pasticcioni e ciarlatani, pazzi e completamente ignoranti. Essi non sanno niente, non conoscono neppure se stessi, mentre per Erasmo la filosofia è conoscere se stessi al modo di Socrate e degli altri antichi.

 

Il ritratto del sovrano (§ 55)

-Costruzione di uno schema concettuale alla lavagna con gli studenti sulla figura del sovrano.

COME IL SOVRANO DOVREBBE ESSERE

COME IL SOVRANO È

-amministratore degli affari pubblici

-deve seguire le leggi

-deve rispondere dei suoi funzionari

-integrità morale: zelo, premura

-vanno a caccia

-allevano i cavalli

-vendono magistrature

-interessi privati

-adulatore

-ignorante di leggi

-dedito ai piaceri

-nemico del bene pubblico

-disprezza gli studi, le libertà e la verità

La Pazzia spiega in che senso anche i re sono i suoi seguaci. I l sovrano vive in una situazione gravosa, ma egli non si dispera per la sua vita; egli è felice perché è un pazzo. Infatti il paragrafo non solo mostra come il sovrano dovrebbe essere ma anche come è in realtà. Egli dovrebbe essere:

-amministratore dei beni comuni;

-responsabile della correttezza dei suoi funzionari,

-esempio morale di compostezza e di integrità,

-subordinato alle leggi.

Ma in realtà il sovrano, grazie alla Pazzia, ignora queste verità, l’essenza della sua natura ed è felice perché si abbandona ad ogni piacere, intento ai suoi interessi privati. Da qui la contrapposizione tra l’aspetto esteriore (corona, collana d’oro, scettro, porpora) e il significato interiore e morale di questi simboli del potere (virtù, eroismo, giustizia, carità)

VI LEZIONE

-Sintesi, fatta dagli studenti, della lezione precedente;

-Uso di una scheda di lettura;

-Uso di uno schema concettuale alla lavagna;

-Lezione frontale, espositiva per il § 54;

-Lettura e commento da parte del docente dei § 57, 58, 59;

-Assegnazione della lettura dei § 64, 65.

SCHEDA DI LETTURA

§ 64. I religiosi e i monaci

1) Quali critiche Erasmo = Pazzia muove ai monaci? O meglio, quali sono i tre aspetti che condanna?

a)……………………………………..

B)…………………………………….

C)…………………………………….

§ 67. I vescovi

1) Quali sono i simboli della vita dei vescovi?

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2) Qual è il loro valore simbolico?

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3) Quale critica si nasconde dietro questa ironia della Pazzia = Erasmo?

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………………………………………………………………………………………………………...

………………………………………………………………………………………………………...

§ 68. I cardinali

1) I cardinali a chi vengono contrapposti?

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2) Quali sono gli aspetti che li distinguono?

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3) Qual è la critica di Erasmo che si nasconde dietro le parole della Pazzia?

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§ 69. I papi

1) Quali aspetti dovrebbero caratterizzare la vita dei papi?

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2) Come in realtà si comportano i papi?

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3) Quali sono le armi usate dalla Chiesa? Sono armi spirituali o temporali?

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4) Con quali aggettivi viene descritta la guerra?

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5) "I papi chiamano patrimonio di san Pietro borgate, tributi, dazi, signorie….". Quale critica di Erasmo si nasconde dietro le parole ironiche della Pazzia?

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I monaci (§ 54)

-monaci → ignoranza

→ regole

→ prediche

La Pazzia = Erasmo considera i monaci ignoranti perché ritengono che il massimo della pietà consista proprio in questa loro ignoranza; i monaci mendicanti sono poi una vera piaga per il loro scrupoloso attaccamento alle regole riguardanti il vestito e il modo di vita: tutto è prescritto nel modo più minuzioso. Erasmo qui parla evidentemente per esperienza diretta (aveva da poco deposto la veste monacale) e provava fastidio più che altro per le prediche udite dai monaci, retoriche e piene di assurdità teologiche e di storie senza capo né coda.

I papi (§ 59)

-papi → come dovrebbero essere/come sono

→ decadenza morale

→ armi temporali e non spirituali

→ Giulio II (diversi riferimenti)

C’è anche qui la contrapposizione tra come i pontefici dovrebbero essere e come sono in realtà. Il loro interesse è rivolto esclusivamente a onori, potere, magnificenza, diritti, lusso e sfarzo; sono attorniati da un esercito di scrivani, di copisti,di funzionari; fanno un largo uso di interdetti e di scomuniche; conducono le guerre per la loro gloria. Per tutti la cosa più importante è l’accumulare ricchezze. (Durante la lettura del paragrafo si metteranno in evidenza i riferimenti al papa Giulio II).

I vescovi (§ 57)/I cardinali (§ 58)

In questi passi Erasmo = Pazzia insiste sul valore simbolico delle vesti e degli oggetti liturgici che i cardinali sembrano aver dimenticato: il candore della veste indica una vita senza macchia e il pastorale la cura con cui si veglia sul proprio gregge di fedeli. Erasmo contrappone così la pratica della Chiesa dei suoi tempi a quella degli Apostoli → ritorno al cristianesimo delle origini.

VII LEZIONE

-Sintesi, fatta dagli studenti, della lezione precedente per recuperare i temi trattati;

-Uso di uno schema concettuale alla lavagna;

-Lettura e commento dei § 64, 65.

-Assegnazione della lettura dei § 66, 67.

I teologi e l’interpretazione della Sacra Scrittura (§ 64, 65)

-teologi → uso di sillogismi, citazioni

→ dispute teologiche → es. spada/bisaccia (insegnamento di Cristo)

→ es. eretico (e-vita)

→ interpretazione delle Sacre Scritture

La Follia, al termine della rassegna dei vari gruppi sociali, ricorre alla testimonianza degli antichi (Orazio, Omero, Cicerone) e delle Sacre Scritture per dimostrare gli effetti benefici che da lei derivano. Si pone così il problema della lettura e dell’interpretazione del testo sacro. Erasmo richiama l’attenzione sulla differenza tra la vecchia generazione dei teologi (gli scolastici) e la nuova.

§ 64: "è diritto ufficiale dei teologi stiracchiare come una pelle il cielo stesso, cioè la Sacra Scrittura? Anche in san Paolo le parole della Sacra Scrittura presentano contraddizioni che nell’originale non si riscontrano […] Per seguire dunque l’esempio di san Paolo, a parer mio, i teologi ormai strappano di qua e di là quattro o cinque pargolette, alterandole pure, se c’è bisogno, e aggiustandole come più fa comodo, sebbene ciò che precede e ciò che segue non abbia nulla a che vedere con l’argomento " (p. 124). Erasmo si pone il problema di quale sia il metodo corretto da seguire nell’esegesi biblica e nella pratica teologica in generale. Agli arbitri interpretativi con cui i teologi piegano il significato della Bibbia, all’ignoranza in materia filologica Erasmo contrappone il recupero del testo biblico nella sua forma autentica. Questa corretta interpretazione della Bibbia, secondo i canoni della filologia umanistica, inaugura così una nuova teologia. Erasmo condanna la tecnica dei teologi scolastici consistente nell’estrarre dal testo biblico frasi, nella forma di citazioni, separandole dal loro contesto di significato. Questa modo di procedere ha infatti consentito ai teologi di porre il messaggio delle Sacre Scritture a fondamento di dottrine etiche e politiche finalizzate a difendere interessi estranei all’ispirazione cristiana. A questo proposito ci sono due esempi condannati da Erasmo: il primo fa riferimento ad una disputa teologica durante la quale un teologo adduce testimonianze della Bibbia a sostegno della tesi secondo cui gli eretici dovrebbero essere uccisi, il secondo riguarda l’interpretazione del teologo Niccolò di Lira. Secondo costui le parole con le quali Gesù invita i suoi discepoli a prendere con sé soltanto una bisaccia e una spada sona da leggersi rispettivamente nel senso della provvista di viveri appena sufficiente e di un’arma come l’unico mezzo di difesa: "A questo modo egli, l’interprete della mente divina, manda in giro gli Apostoli, armati di lance, di catapulte, di fionde e bombarde, a predicare Gesù crocefisso. Parimenti li carica di cassette, di valige e di zaini, che non abbiano a lascia l’albergo senza aver pranzato" (p.126). Da questi due esempi è facile capire un capovolgimento delle Sacre Scritture per fini estranei al testo sacro, come la legittimità della guerra e della persecuzione degli eretici. A questi teologi, inoltre, Erasmo = Pazzia contrappone gli Apostoli che aveva conquistato il mondo grazie ad un messaggio di pace e d’amore. Gli Apostoli stessi non sarebbero riusciti a capire nulla di quanto affermano i teologi moderni per via dei diversi sillogismi cavillosi. Infatti Erasmo non si stanca di mettere in rilievo questo contrasto tra il passato e il presente: la Chiesa con i suoi ministri e la teologia del tempo vengono contrapposti alla pratica di vita e all’insegnamento di Gesù, basato sulla tolleranza e l’amore → imitazione di Cristo.

La follia della croce (§ 65)

-Sacre Scritture → necessità della stoltezza

-figura di Cristo → pescatori

→ asino, colomba, pecore

→ uomo stolto

 

Nel Nuovo Testamento si può cogliere il significato del messaggio evangelico. Proprio le lettere di san Paolo sottolineano la necessità della stoltezza per accedere alla vera sapienza che non è di questa terra: "Colui che in mezzo a voi pare sapiente, diventi stolido, a fine di essere sapiente" (p. 128). Da questo paragrafo si può cogliere che la Follia, che si identifica con Erasmo, rivendica la follia di Gesù, cioè la follia della croce, che è la più pura e la più alta delle follie. Infatti coloro che fanno affidamento sulla propria capacità di giudizio sono contrapposti a bambini, donne e pescatori per i quali Cristo aveva una maggiore considerazione. Decisivo è dunque essere stolti, abbandonarsi con fiducia, non preoccuparsi della propria sorte. Non è un caso che Gesù abbia voluto cavalcare un asino, simbolo della stupidità. Gesù stesso si è fatto stolto quando ha assunto sembianze umane: Gesù è il folle per eccellenza, respinto dal mondo. Egli è totalmente privo di egoismo e di umana prudenza poiché ama tutti gli uomini anche chi lo perseguita.

VIII LEZIONE

-Breve discussione sui temi affrontati la lezione precedente e sugli interrogativi sorti;

-Uso di una scheda riassuntiva dei temi platonici presenti nel testo (mito della caverna, rapporto anima-corpo → rif. al Fedro di Platone);

-Uso di uno schema concettuale che verrà distribuito in fotocopia alla classe dal docente;

-Lettura e commento da parte del docente dei § 66, 67.

Tre aspetti: 1) atteggiamenti morali dei cristiani

    1. donne, bambini, vecchi e ignoranti
    2. primi Apostoli → poveri e ignoranti
    3. immagine del cristiano → povertà, sacrifici, dolori

2) gente comune ≠ vero cristiano (vedi schema sotto)

3) rapporto tra cristianesimo e platonismo

    1. mito della caverna → vero cristiano = sapiente

→ gente comune = prigionieri

b.  beatitudine celeste → anima/corpo (rif. al Fedro di Platone)

La religione cristiana è una forma di follia (§ 66)

In questo paragrafo si possono evidenziare tre temi fondamentali:

    1. gli atteggiamenti morali che sono propri dei cristiani;
    2. la differenza tra la gente comune e i veri cristiani;
    3. il legame tra il cristianesimo e il platonismo che verrà affrontano insieme all’altro paragrafo (§ 67).
  1. La religione cristiana è considerata una forma di pazzia che non va d’accordo con la sapienza. Le prove di ciò sono:
    1. quelli che più provano piacere nelle funzioni sacre sono i ragazzi, i vecchi, le donne e gli ignoranti, da sempre considerati i più deboli;
    2. i primi fondatori avevano una vita semplice ed erano nemici della cultura;
    3. l’immagine del cristiano, che ha scelto la povertà, che ha lasciato le ricchezze e i piaceri per vivere di digiuni, veglie, lacrime e lavori. Qui è Erasmo stesso che parla e la verità, la necessità di un ritorno al cristianesimo delle origini, si fa strada fra il sorriso e l’ironia.
  2. La Follia = Erasmo sottolinea la differenza tra la gente comune e i veri cristiani (uomini religiosi, persone pie) considerando quattro aspetti: i valori, le facoltà umane, le passioni e i compiti della vita (digiuno, eucaristia, i vari sacramenti).

 

VALORI

FACOLTÀ

UMANE

PASSIONI

COMPITI DELLA VITA

 

GENTE COMUNE

-ricchezze

-comodità corporali

cose corporee

Facoltà materiali

(5 sensi)

Legate alla materialità del corpo (amore carnale, gola, ira, superbia)

Esteriorità del rito

CORPO

VERI CRISTIANI

Cose spirituali

(anima, Dio)

Facoltà spirituali

(memoria, intelletto, volontà)

Legate all’aspetto spirituali (amore per il padre = Dio)

Elemento spirituale

ANIMA

Per quanto riguarda i compiti della vita Erasmo = Follia condanna il culto esteriore di Cristo, in quanto non ci si deve basare sull’aspetto materiale dei sacramenti, ma su quello morale e interiore. Erasmo contrappone così l’interiorità, la spiritualità del cristianesimo alla corruzione e all’esteriorità della Chiesa che si allontana dal messaggio evangelico delle origini.

La felicità terrestre è una forma di pazzia (§ 66, 67 in fotocopia)

§ 66 3) La beatitudine che i cristiani cercano di conquistare altro non è se non una forma di follia e di stoltezza. Come nel famoso mito platonico quelli che, incatenati in fondo alla caverna, vedono l’ombra delle cose e ridono del prigioniero che è l’unico che è riuscito a vedere, fuggendo, le cose reali, allo stesso modo la grande schiera della gente comune, attaccata tenacemente alle cose materiali e visibili, deride quell’unico che tende alla contemplazione dello spirito, dell’invisibile. Colui che tenta di fuggire alla materia cercando il puro spirito, è come se non facesse parte di questo mondo. Assomiglia a quei folli che sono riusciti a staccarsi dal corpo, o quei moribondi che in faccia alla morte parlano come in un mistico delirio. Il corpo perde valore ai loro occhi, i loro sensi più ordinari subiscono una sorta di ottundimento. Dato il contrasto tra i molti e quell’unico, accade che ci si prenda a vicenda per matti: "Ma questa parola s’addice meglio agli uomini religiosi, che alla gente comune, a mio modo di vedere" (p. 136). § 67 L’anima umana, assorbita completamente nella beatitudine celeste, si staccherà dal corpo e si unirà allo spirito divino, a quel sommo bene che tutto trae a sé. Anche se questa felicità viene solo pregustata ed è soltanto una piccola goccia, un barlume di quella futura, "chi dunque pregusta interra la gioia del cielo (fortuna concessa a ben pochi!) è soggetto a manifestazioni molto simili a pazzia" (p. 138). Appena rientrano in se stessi sanno una sola cosa: di essere sta al massimo della beatitudine di desiderare di essere in eterno in preda a quel genere di follia. Quindi l’esito supremo a cui il cristiano aspira è una specie di stoltezza. La sua vita è un progressivo allontanamento dal carcere del corpo, è una tensione dell’anima verso Dio (rif. al Fedro di Platone).

Improvvisamente la Follia interrompe il proprio discorso e abbandona i suoi ascoltatori dicendo: "Addio, dunque: applaudite, state bene, bevete, o rinomatissimi adepti della Pazzia" (§ 68 p. 138).

Brevi considerazioni finali tratte insieme agli studenti

La problematica dell’Elogio è essenzialmente religiosa e le lamentele di Erasmo nascono da un’analisi severa della Chiesa e degli ostacoli che impediscono il ritorno al Vangelo delle origini: la guerra, la cupidigia, la mondanità e l’ignoranza dei preti, l’interpretazione teologica della Bibbia, la superstizione del popolo e la politicizzazione della Chiesa sempre più corrotta moralmente. Perciò l’opera diventa una prima testimonianza del futuro programma della Riforma cattolica.