Epicuro

 

Destinatari:

Studenti del primo anno di corso

 

Prerequisiti:

a)      conoscenza delle linee fondamentali dello sviluppo del pensiero greco, in particolare la problematica metafisica aperta da Parmenide, il pensiero di Platone, l’atomismo di Democrito

b)      conoscenza del mutato contesto storico e politico greco in cui operano le filosofie ellenistiche

c)      capacità minima di leggere e analizzare un testo filosofico

 

Obiettivi:

- conoscenze

a)      l’originalità dell’insegnamento di Epicuro e la sua collocazione nel quadro della filosofia greca, ripresa e confronto con l’atomismo

b)      la concezione della filosofia come “quadrifarmaco”

c)      la cosmologia materialistica e meccanicistica

d)      rivisitare criticamente alcuni aspetti del pensiero di Platone e Aristotele alla luce del confronto con le tesi di Epicuro

 

- competenze

a)      sviluppare la capacità di confronto tra il pensiero di diversi autori sul medesimo tema

b)      sviluppare ulteriormente il confronto e l’analisi con un testo filosofico

c)      stimolare una discussione guidata, che porti a problematizzare e attualizzare alcune tematiche, prendendo spunto dai testi di Epicureo

d)      acquisire una terminologia specifica

 

Tempi:

2 ore circa per l’esposizione, la lettura e la discussione dei testi, 1 ora per la verifica

 

Strumenti:

Manuale in adozione; E. Severino, La filosofia antica, Milano 1984; D. Pesce, Introduzione a Epicuro, Roma-Bari 2005; brani tratti da Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro X, Lucrezio, De rerum natura; frammenti di Epicuro dalle Massime Capitali, Epistola a Meneceo, Sulla natura

 

Metodi:

Lezione frontale espositiva, comunque integrata con ripresa in classe della lettura dei testi, principalmente la Lettera a Meneceo e altri brevi frammenti di Epicuro, che sono forniti in fotocopia per una lettura a casa; discussione guidata

 

Verifiche:

Orali durante la spiegazione soprattutto in relazione ai prerequisiti, che riguardano gli argomenti trattati durante il corso dell’anno; verifica orale o scritta al termine dell’unità didattica

 


 

UNITA’ DIDATTICA

 

Epicuro nasce a Samo nel 341 a.C. ma il suo insegnamento filosofico si svolge quasi interamente ad Atene, dove fonda una scuola che si distinguerà però nettamente dalle altre scuole presenti nella città: sia dall’Accademia fondata da Platone e dal Liceo di Aristotele, sia dalla scuola che sorgerà pochi anni dopo, la Stoà di Zenone.

Se prestiamo fede alla tradizione notiamo una significativa differenza: all’ingresso dell’Accademia platonica stava scritto “Non entri chi non è geometra”; in fronte al giardino di Epicuro, il luogo dove si riunivano i suoi discepoli, si poteva invece leggere “ospite, qui starai bene, qui il sommo bene è il piacere”. Comprenderemo meglio in seguito il significato pieno di questa iscrizione, ma fin d’ora teniamo presente una caratteristica importante della scuola epicurea: il giardino era aperto a tutti, (anche donne e schiavi facevano parte della scuola), e il maestro e i suoi discepoli non si riunivano in una comunità finalizzata allo studio e alla ricerca, bensì loro scopo era l’apprendimento e la conservazione di una dottrina che era regola di comportamento e di vita, la cui conoscenza portava al raggiungimento della felicità.

 

Epicuro si inserisce nella filosofia greca con un pensiero - o meglio una dottrina, perché è così che il suo insegnamento, secondo le sue stesse pretese di stretta osservanza alle sue parole, sarà conservato da suoi discepoli pressoché invariato per diversi secoli - una dottrina dunque che propone un grande cambiamento di prospettiva nella storia della filosofia, ma che al tempo stesso trova delle ragioni di confronto, sia per analogia che per opposizione con alcuni filosofi che lo hanno preceduto.

Per comprendere dunque l’originalità dell’insegnamento di Epicuro è necessario inserirlo nel quadro del pensiero filosofico che lo precede, e in particolare soffermarci sulla problematica fondamentale della filosofia greca: l’essere e il divenire.

Nella formulazione di Parmenide il divenire veniva fatto logicamente corrispondere al non-essere e, coerentemente al principio di non-contraddizione, era proclamato inesistente; tuttavia la molteplicità e la mutevolezza del mondo erano evidenti agli uomini, e i filosofi che lo seguirono cercarono di conciliare essere e divenire ricorrendo a una distinzione tra un ente originario, che avesse le caratteristiche dell’Essere parmenideo, e gli enti derivati, che costituivano il mondo diveniente. A questo punto però si creano nel pensiero greco due linee di pensiero, a seconda che al mondo diveniente si attribuisca o meno un fine, un senso, dove tale senso va ovviamente ricercato nel principio originario: da un lato Platone e Aristotele affermano decisamente che gli accadimenti del mondo, il divenire dell’universo e dell’uomo stesso hanno la loro ragione nell’ente originario, che sia il mondo delle Idee o il motore immobile, dall’altro lato l’atomismo di Democrito contende alla linea platonico-aristotelica il compito di risolvere il problema sollevato da Parmenide, sostenendo che il divenire non ha un fine da raggiungere.

C’è poi un’ulteriore notazione da tener presente: Platone e Aristotele, nel proporre il dualismo tra ente originario e mondo diveniente avevano separato nettamente e “ontologicamente” le due realtà, creando una frattura che rompeva quell’originaria unità che era stata l’oggetto della ricerca filosofica.

 

 

Ente originario

Mondo diveniente

Platone

Mondo delle Idee

Mondo (tratto dalla materia madre)

Aristotele

Motore immobile

Mondo (tratto dalla materia prima)

Democrito

Atomi

Mondo (corpi composti da atomi)

 

Ricordiamoci però come per Platone e Aristotele il principi originario fosse la causa finale del mondo, mentre per Democrito gli atomi erano solo la causa efficiente del mondo, e come l’atomismo sia molto meno accentuata la differenza tra principio primo e mondo derivato, quando invece per Platone e Aristotele la materia prima da cui si crea il mondo è non solo diversa ma indipendente e increata dal principio divino.

La concezione del mondo di Epicuro appare allora caratterizzata da due elementi fondamentali, in relazione alle filosofie che lo precedono e che egli conosceva:

 

1)      Recupero della teoria atomistica (con le differenze che vedremo) e della concezione del mondo senza uno scopo o un ordine prestabilito

2)      Rifiuto del dualismo tra un principio originario e gli enti derivati, e conseguente recupero della concezione unitaria del Tutto

 

Vediamo ora come si sviluppano più precisamente la cosmologia e la fisica di Epicuro, per comprendere poi autenticamente l’etica che la sua dottrina propone; è necessario infatti, per non fraintendere o svalutare le massime di Epicureo interpretandole solo come norme per il “saggio” che riesce a ottenere una buona condotta di vita e ad affrontare con armonia e serenità la morte. Tutto questo è sicuramente vero ma è importante sottolineare come l’etica di Epicuro e la concezione stessa di filosofia siano una coerente “deduzione” dal suo sistema fisico: la teoria della conoscenza e l’etica risultano necessariamente dalla sua concezione del mondo.

 

La fisica

La cosmologia epicurea è un coerente sistema materialistico e meccanicistico: vediamo come si sviluppa. Epicuro tiene fermo il principio fondamentale che stava anche alla base della formulazione parmenidea dell’essere e del non-essere che abbiamo ricordato all’inizio: nulla può nascere dal non-essere e nulla può dissolversi nel non-essere. Il divenire dunque di questo mondo, che tuttavia appare agli uomini, non è altro che un dissolversi non nel nulla, ma in quegli elementi ultimi che sono appunto gli atomi. L’unione e la separazione degli atomi non è presente con evidenza e certezza agli uomini ma noi dobbiamo di necessità ammettere dei componenti ultimi della materia altrimenti si potrebbe continuare a suddividere un corpo procedendo all’infinito fino a dissolverlo nel nulla, il che è manifestamente assurdo. Epicuro, e gli atomisti prima di lui, capovolgono in questo modo la teoria di Parmenide, passando da una prospettiva logica (nella quale il ragionamento di Parmenide era incontestabile) a una fisica: assimilando la copia essere/ non-essere a quella pieno/vuoto, gli atomisti partono dal dato dell’esperienza, che testimonia il movimento e il divenire dei corpi e concludono che deve necessariamente esistere che uno spazio (il vuoto) che non è essere ma che consente all’essere (gli atomi) di muoversi, aggregarsi e disgregarsi.

Aristotele, nel De generatione et corruptione espone la genesi del sistema atomistico e articola così la posizione eleatica e quella atomistica, che partono da due premesse comuni e giungono a conclusioni opposte:

 

 

Parmenide

Atomismo

Premessa

Il movimento presuppone l’esistenza del vuoto

Il movimento presuppone l’esistenza del vuoto

Premessa

Il vuoto si identifica con il non-essere

Il vuoto si identifica con il non-essere

Conclusione

Perciò il vuoto non esiste

L’esperienza dice che il movimento esiste

Conclusione

Dunque non esiste neanche il movimento

Dunque esiste il vuoto

 

Il ragionamento ci porta così a concludere che esistono prima componenti indivisibili della materia e poi, per rendere possibile il loro movimento, evidente all’esperienza, che esista anche il vuoto.

In definitiva esiste un Tutto unitario, e questo Tutto è composto solo di atomi e vuoto.

È, come abbiamo detto, un sistema materialistico, che esclude ogni spiegazione mitologica e metafisica e ogni principio spirituale dalla struttura del mondo, e meccanicistico, in quanto ricorre unicamente al movimento degli atomi, senza introdurre alcun principio di tipo finalistico.

Dobbiamo ora però segnalare una fondamentale differenza della teoria atomistica di Epicuro rispetto a quella di Leucippo e Democrito: questi ultimi avevano sostenuto un movimento degli atomi soggetto a necessità “meccanica”, dunque inevitabile e immutabile. Alla base dell’universo non esisteva nessun principio ordinatore, nessuna Forza intelligente (è la posizione antifinalistica di cui abbiamo detto, opposta a quella platonico-aristotelica), e dunque il mondo è privo di ogni programmazione o predeterminazione, ma tutto ciò che avviene nel mondo, e dunque in definitiva tutti i movimenti di atomi, avvengono “per un motivo e in forza della necessità”, determinati da cause naturali ben precise.

Epicuro introduce invece un altro concetto nella sua teoria degli atomi, quello di clinamen ovvero “deviazione casuale”: il moto primitivo degli atomi è quello causato dal loro peso, si tratta dunque di una caduta, ma tale caduta non è necessariamente rettilinea in quanto gli atomi possono subire una deviazione, una declinazione (il clinamen appunto) dalla loro traiettoria, e così scontrarsi con altri atomi, dando origine alla composizione dei corpi. Questo salvaguarda la libertà dell’uomo, le cui azioni e decisioni, che hanno anch’esse origine da un movimento di aggregazione e separazione di atomi, non risultano necessitate, e appare ancora più radicale l’affermazione dell’assenza non solo di un disegno prestabilito del mondo e di un suo scopo, ma anche della necessità implacabile del Fato.

La libertà dell’uomo è stata così salvaguardata, ma che ne è dell’anima? Come tutto, anch’essa è corpo, dunque una struttura atomica che per svolgere la sua funzione necessita di essere legata al corpo vero e proprio (meglio sarebbe, come fa Epicuro, dire “carne”, evitando l’equivoco dato che tutto è corpo); gli atomi che costituiscono l’anima sarebbero sarebbero particelle simili a un soffio caldo (lo pneuma), più sottili e mobili delle altre, diffuse in tutto il corpo umano. Sulla teoria dell’anima, riconducibile alle due affermazioni fondamentali della sua corporeità, e della conseguente mortalità, poggerà la dottrina sulla morte. La morte in questo rigoroso sistema materialistico non è da temere, in quanto essa non consta altro che nella scomposizione del corpo, e con esso dell’anima e della “coscienza” dell’uomo; Epicuro nella seconda Massima Capitale afferma: “La morte non è niente per noi; ed infatti quel che si è dissolto è insensibile e quel che è insensibile non è niente per noi”. La tesi fisica sta a fondamento di quella etica, che invita l’uomo a non temere la fine totale; l’esserci e il non esserci di una persona si distribuiscono su due istanti temporali successivi: nel primo c’è l’uomo ma non ancora la morte, nel secondo c’è la morte ma non c’è più l’uomo.

In questa visione del cosmo Epicuro ammette anche l’esistenza degli dei. Probabilmente ci sorprende trovare in un sistema rigorosamente materialista come quello che abbiamo descritto l’affermazione dell’esistenza degli dei, ma Epicuro si ricollega esplicitamente alla credenza popolare e ancora una volta all’esperienza, che mostra come tutti gli uomini abbiano l’immagine della divinità: probabilmente tale immagine dovrà essere stata prodotta da atomi emanati dalle divinità stesse. Questo pensiero teologico non contrasta però in ogni caso con le premesse del sistema epicureo, e infatti la teoria sugli dei di Epicuro assume forma particolare rispetto a tutte le altre del pensiero greco. Nel pensiero antico, con l’eccezione forse di Aristotele, l’esistenza degli dei era sempre stata messa in relazione con il loro occuparsi delle faccende umane; al contrario Epicuro attribuisce agli dei, sempre sulla base dell’esperienza del sentimento comune, le caratteristiche di beatitudine e immortalità, e mostra la contraddizione tra queste connotazioni di i perfezione e assoluta autosufficienza e il fatto che li si vorrebbe impegnati in vicende e sofferenze del tutto simili a quelle umane. Gli dei, nella loro beatitudine, non si occupano degli altri, e, nella loro immortalità, non hanno bisogno di soddisfare alcun bisogno; dice Epicuro nella prima Massima Capitale “Quel che è beato e incorruttibile né a esso né ad altri procura preoccupazioni e perciò non è oppresso né da ire né da grazie, perché tutto quanto è di questo genere è nel debole”. È dunque inutile e stolto aver timore degli dei perché essi non interferiscono nelle vicende umane, la relazione tra uomo e divino rimane unilaterale, degli uomini verso gli dei, come ammirazione e sforzo per raggiungere una condizione che sia il più possibile simile alla loro.

 

L’etica

La scienza della natura di Epicuro, tutta la sua ricerca teoretica, non assumono valore per se stesse, ma acquisiscono il loro più pieno significato solo in quanto costituiscono la guida più efficace con imparare quella regola di vita cui abbiamo fatto cenno, libera da paure infondate e capace di condurre l’uomo nella prassi quotidiana. Se in Platone la ricerca conoscitiva era tutt’uno con l’attività morale, e la prassi virtuosa del filosofo non era che il mezzo per raggiungere la sapienza, Epicuro rovescia i termini della questione e afferma che la teoria è semplice mezzo per la prassi, che deve essere la regola grazie alla quale l’uomo si governa nella sua vita pratica. Tale subordinazione della ricerca teoretica alla prassi è ben espressa nell’undicesima Massima Capitale: “Se non ci turbassero per nulla i sospetti delle cose celesti (le meteore) e quelli sulla morte, che essa non abbia ad essere qualche cosa per noi, e ancora il non conoscere i confini dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura (fisiologia)”.

Qual è allora il valore della filosofia? Quale il fine pratico cui è subordinata? Per Epicuro la filosofia, che è conoscenza della realtà deve portare l’uomo (ogni singolo uomo) a vivere conformemente a tale realtà, dunque saggiamente, liberandolo da paure che si dimostrano infondate, e avvicinandolo più possibile alla felicità. La conoscenza della verità della realtà è felicità, in negativo perché ci libera dall’ignoranza e dalle paure che ne derivano, ma in positivo in cosa consiste tale felicità, quale il “principio e fine della vita felice”? L’ontologia epicurea comprende, oltre agli enti sensibili e ai nostri pensieri, anche le sensazioni, “il pathos”, dunque il nostro sentire, nel suo duplice polo di piacere e dolore, e proprio il piacere è definito come l’oggetto e lo scopo della vita felice, ciò a cui ogni uomo tende, “bene primo e connaturato a noi”. Platone e Aristotele avevano negato l’equazione tra felicità e piacere, affermando che fine ultimo e aspirazione di ogni uomo erano il raggiungimento della conoscenza e della contemplazione (del sommo bene o di Dio); ma la scienza di Epicuro mostra come il cosmo non ha uno scopo supremo, un senso, di fronte al quale l’uomo è libero, e come tutto sia corpo, aggregazione casuale di atomi.

Il sapiente, colui che conosce la verità, non si fa atterrire da questa ma anzi grazie ad essa elimina da sé tutti i falsi timori e raggiunge il massimo piacere concesso all’uomo, l’assenza di dolore. Epicuro parla infatti di due forme di piacere: quello cinematico, ossia in movimento, che consiste nella progressiva soddisfazione di un bisogno, un piacere che va progressivamente aumentando fino a raggiungere il culmine, il suo limite, che consiste appunto nella totale liberazione dal bisogno. In questo stato consiste la seconda forma di piacere, definito catastematico, stabile, quello massimo raggiungibile dall’uomo, tale che chi lo possiede “può gareggiare in felicità con Zeus”; l’uomo che raggiunge tale limite si trova così in una condizione di assenza di ogni turbamento, l’atarassia. Coerentemente alla dottrina materialistica il piacere ha dunque carattere sensibile, e la fisica epicurea si risolve in un’etica edonistica: l’uomo, come ogni altra cosa, è corpo, criterio di verità è la sensazione, criterio di valore il pathos, bene il piacere, male il dolore. Il vero bene infatti, non esistendo dimensione spirituale staccata dalla vita biologica, è in questo mondo terreno, l’unico concesso all’uomo, l’unico dove si risolve la sua felicità.

Epicuro, accanto a questa fondamentale definizione del piacere, espone anche una classificazione dei bisogni, o desideri, e li divide in naturali e necessari, naturali ma non necessari, né naturali né necessari. I primi sono quelli che, se non soddisfatti, portano alla morte, e Epicuro ne riconosce sostanzialmente tre: la fame, la sete, il freddo; i secondi sono sì naturali ma vanno oltre il limite della natura per qualità o quantità, come il mangiar troppo o l’aver desiderio di cibi raffinati, anche i desideri erotici sono di questo tipo; desideri vani e non naturali sono infine quelli legati all’ambizione, alla sete di gloria o potenza. Per raggiungere la felicità all’uomo basta conoscere la verità della dottrina di Epicuro e soddisfare di conseguenza i bisogni necessari; l’uomo è libero di perseguire questa felicità e vivere così con “saggezza” (phronesis). La vita autentica che Epicuro propone non consiste in altro che nel possedimento di questa verità e nella liberazione dal dolore, null’altro gli occorre; tanto meno per realizzare la sua essenza l’uomo ha bisogno della comunità, dello stato. L’uomo non è, come sostenevano Platone e Aristotele, un animale politico, ma anzi la vita politica secondo Epicuro mette in moto proprio l’ambizione e quella sete di potere che produce costante insoddisfazione e turbamento dell’anima.

Se il bene consiste nel piacere ne segue che il male debba identificarsi con il dolore. Per Epicuro però il dolore è sempre sopportabile in virtù di una “legge psicologica” per cui l’intensità di un dolore dovrà essere inversamente proporzionale alla sua durata, e quindi un dolore di massima intensità dovrà durare un tempo minimo, dopo di che o il dolore cessa (o comunque diminuisce e ci si assuefa ad esso) oppure subentrano uno svenimento o addirittura la morte, che pongono fine al dolore stesso. Il “confine del dolore”, evocato nella undicesima Massima citata prima, dunque consisterà nell’essere il dolore sempre sopportabile, perché quando toccasse la soglia dell’insopportabilità non potrebbe durare più di un istante: “Non dura continuamente la sofferenza nella carne, ma il suo culmine è presente per tempo minimo, mentre quello che appena supera il piacere nella carne non rimane per molti giorni.”

Possiamo ora comprendere la concezione della filosofia come “quadrifarmaco”, una dottrina che ha lo scopo di fornire all’uomo una medicina per condurlo al raggiungimento della verità e della conseguente felicità in questo mondo; possiamo riassumere il quadrifarmaco con una formulazione di questo tipo:

1)      Liberare gli uomini dal timore degli dei

2)      Liberare gli uomini dal timore della morte

3)      Dimostrare la facile raggiungibilità del piacere

4)      Dimostrare come il dolore sia facile da sopportare

(unità presentata da Riccardo Ferrario)