LE ORIGINI DELL’EPISTEMOLOGIA DELLE VIRTÙ

ERNEST SOSA, LA ZATTERA E LA PIRAMIDE

 

Lo stato mentale deve essere infallibile per servire come fondamento della giustificazione di una credenza? Questo è così poco ovvio che mi sembra più verosimilmente falso se comparato con un’analogia etica. Rispetto alle credenze noi possiamo distinguere tra l’essere vere e l’essere giustificate. Analogamente rispetto alle azioni, possiamo distinguere tra il loro essere ottimali (migliori di tutte le alternative, tutto considerato) e il loro essere (soggettivamente) giustificate. Nella deliberazione pratica tra alternative per l’azione, è concepibile che l’alternativa preferibile non sia oggettivamente la migliore, tutto considerato? Non può esserci un’altra alternativa – forse più ripugnante [...] che di fatto avrebbe un insieme complessivo di conseguenze migliore e sarebbe migliore tutto considerato? Prendiamo ad esempio il medico che curava la signora Hitler alla nascita del piccolo Adolf. Non è possibile che se avesse agito meno moralmente, avrebbe prodotto conseguenze migliori nella totalità del tempo? E se questo è così in etica, non potrebbe essere altrettanto vero in epistemologia? Non possono esserci credenze giustificate (ragionevoli, garantite) che non sono anche vere, e molto meno infallibili? Mi sembra non solo una possibilità concepibile, ma addirittura un fatto familiare della vita di ogni giorno, in cui troppo spesso le credenze osservative si dimostrano illusorie ma non per questo meno ragionevoli per il loro essere false.

       

In quale senso il dottore che curava la Signora Hitler [e che l’ha aiutata a partorire il piccolo Adolf, invece di sopprimerlo] è giustificato nel compiere un’azione la cui conseguenza è di molto minor valore di ogni sua alternativa accessibile? Secondo un’idea promettente, la chiave della soluzione deve essere trovata nelle regole che egli impersona attraverso stabili disposizioni. La sua azione è il risultato di certe virtù stabili, e non ci sono disposizioni alternative ugualmente virtuose, date le sue limitazioni cognitive, che egli possa aver impersonato con pari o migliori conseguenze totali, e che lo avrebbero portato all’infanticidio nella circostanza. La mossa decisiva per i nostri scopi è la stratificazione delle giustificazioni. La giustificazione primaria si riferisce alle virtù e ad altre disposizioni, a disposizioni stabili ad agire, mediante il loro maggior contributo di valore se comparate con le alternative. La giustificazione secondaria, si riferisce ad atti particolari in funzione della loro fonte in virtù o altre disposizioni giustificate.

La stessa strategia può rivelarsi fruttuosa anche in epistemologia. Qui la giustificazione primaria si applicherebbe alle virtù intellettuali, a disposizioni stabili all’acquisizione di credenze, in funzione del loro contributo nel condurci alla verità. La giustificazione secondaria si riferirebbe a credenze particolari in funzione della loro fonte in virtù intellettuali o altre simili disposizioni giustificate?

Questo solleva delle questioni parallele in etica ed in epistemologia. Noi abbiamo bisogno di esaminare più accuratamente il concetto di virtù e la distinzione tra virtù morali e intellettuali. In epistemologia non c’è ragione di pensare che la nozione più utile e illuminante di “virtù intellettuale” non possa dimostrarsi più ampia di quanto la nostra tradizione suggerirebbe e dare il peso dovuto non solo al soggetto alla sua natura intrinseca, ma anche al suo ambiente e alla sua comunità epistemica (ERNEST SOSA, The Raft and the Pyramid (1980), in ERNEST SOSA, Knowledge in Perspective, Cambridge University Press, Cambridge 1991, 2003, pp. 189-190).