UNIVERSITA’ DEGLI  STUDI  DI  MILANO

 

Scuola Interuniversitaria Lombarda di Specializzazione

per l’Insegnamento Secondario – Sezione di Milano

SILSISMI

 

 

Indirizzo di Scienze Umane

Classe 37/A

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LABORATORIO  DI  FILOSOFIA I

PERCORSO DIDATTICO Perché la Scienza è in crisi ?

 

 

 

 

 

 

Professore: Gianguido PIAZZA

 

    Studenti: Michele DE MICHELI

                     Paola GIUDICI

                     Sandra LO MONACO

                     Pasquale Giovanni MASSARA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNO ACCADEMICO 2006/07

 

 

Unità didattica: perché la scienza è in crisi?

 

 

Destinatari: studenti dell’ultimo anno di corso

 

 

Quando e come si inserisce nella programmazione: la scelta di questo problema  è motivata dal fatto che tale snodo segna, insieme ad altri, il transito tra i modelli filosofici dell’Ottocento e quelli del Novecento.

La scadenza temporale prevista colloca tale percorso all’inizio del secondo quadrimestre.

 

 

Pre-requisiti: 

-         Conoscenza del Positivismo nei suoi tratti essenziali: l’elevazione della scienza a suprema forma del sapere (da cui consegue la svalutazione del ruolo della filosofia); l’assunto che la scienza si basa solo di fatti osservabili, il metodo scientifico è induttivo e il suo scopo è scoprire le leggi della natura  in modo da prevedere i fenomeni; la scienza contiene un patrimonio di verità in continuo accrescimento; la scienza è madre feconda del progresso dell’umanità.

-         Consapevolezza, fondata sulla conoscenza, dell’assolutizzazione del paradigma scientifico nel contesto della società moderna.

-         Capacità di comprensione e di analisi di un testo.

 

Obiettivi:

conoscenze

-         Conoscere le risposte degli autori affrontati al problema proposto

 

competenze

-         Comprensione e analisi del testo

 

capacità

-         Pensare per modelli diversi ed individuare le alternative possibili.

-         Saper decodificare, utilizzare e contestualizzare il lessico filosofico.

-         Saper elaborare giudizi critici sulla base delle proprie conoscenze attraverso il confronto con l’attualità.

-         Saper operare collegamenti pluridisciplinari.

 

abilità

-         Analizzare testi compiendo le seguenti operazioni:

1.      individuare e comprendere termini chiave

2.      enucleare le idee centrali

3.      saper valutare la qualità di un’argomentazione sulla base della sua coerenza interna

4.      ricondurre le tesi individuate nel testo al pensiero complessivo dell’autore

5.      sintetizzare e rielaborare, in forma sia orale che scritta, le tesi fondamentali

 

-         Confrontare e contestualizzare le differenti risposte dei filosofi al problema proposto

 

Attitudini

-         Problematizzare conoscenze, idee e credenze.

-         Sviluppare un atteggiamento di curiosità cognitiva e di interesse per l’approfondimento autonomo degli argomenti proposti.

 

Tempi: 1 ora introduzione al problema, 6 ore per Nietzsche, 2 ore per Popper, 2 ore per Feyerabend, 2 ore per la verifica).

 

Metodi: brain-storming, lezione frontale, analisi del testo, discussione guidata.

 

Strumenti: passi scelti di testi compresi in dispensa, griglia di lettura, manuale, mappe concettuali.

 

Articolazione dell’unità didattica:

 

-         Introduzione al problema

-         Primo modello di risposta: aforismi scelti tratti da La gaia scienza di Nietzsche

-         Secondo modello di risposta: il criterio di falsificabilità come linea di demarcazione tra scienza e non scienza. Analisi di un passo scelto tratto da Logica della scoperta scientifica di K. Popper.

-         Terzo modello di risposta: l’anarchismo metodologico. Analisi di un passo scelto tratto da Contro il metodo di P. K. Feyerabend

-         Verifica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione al problema

 

Sviluppo del primo modello di risposta:

Introduzione

 

La scelta di analizzare passi della Gaia scienza è motivata dal fatto che in questa opera Nietzsche presenta alcune nozioni che elaborerà nei suoi scritti successivi: eterno ritorno dell’uguale, nichilismo, la morte di Dio, volontà di potenza.

L’ultimo grande mito che ancor oggi ci domina, e che Nietzsche mette a fuoco con estrema lucidità, è quello della scienza. Essa incarna oggi la Verità pretendendo di spiegare ogni cosa riducendo la vita ad una serie di leggi immutabili e conoscibili; la scienza diviene nell’interpretazione nietzscheana l’unica religione della modernità. In questo modo, l’esistenza è preventivamente considerata in ogni suo aspetto e tutto viene ricondotto alle dimensioni dell’utile e della “praticità” tipiche  delle società industrial-tecnologiche.

Secondo l’interpretazione heideggeriana quando Nietzsche parla di “volontà di potenza” non fa altro che esplicitare la tendenza che domina tutto il pensiero occidentale e che culmina nella totale organizzazione tecnica-scientifica del mondo. Nietzsche è il filosofo che richiama l’uomo moderno all’assunzione consapevole della responsabilità di questo dominio del mondo, esplicitando le potenzialità della scienza e della tecnica.

 

concezione della scienza

morte di Dio

nichilismo

eterno ritorno

 

 

L’atteggiamento di Nietzsche verso la scienza è ambivalente in quanto da una parte egli riconosce alla scienza una funzione sociale contro il fanatismo e l’intolleranza, dall’altra ne ridimensiona la funzione conoscitiva.

Nietzsche si contrappone alla scienza e alla mentalità scientifica come filosofo con la speranza di potere condurre l’umanità verso un “nuovo destino”. Egli afferma che la scienza non costituisce un sapere oggettivo privo di presupposti, in quanto anch’essa è caratterizzata da determinati presupposti ed atteggiamenti extrascientifici e contro il Positivismo, che si ferma ai fenomeni, ai fatti, N. afferma che la realtà non è un insieme di dati, che vincolano necessariamente l’uomo ai fatti, al passato, ma di interpretazioni in cui ne va di noi stessi.

 

 

Intorno all’obiettivo della scienza. Come? L’ultimo obiettivo della scienza sarebbe quello di procurare all’uomo quanto più piacere possibile e il minor possibile dispiacere? E come, se piacere e dispiacere fossero talmente annodati insieme con un laccio, che chi vuole avere il più possibile dell’uno, deve avere anche il più possibile dell’altro – e chi vuole apprendere “l’alto gaudio celeste”, deve tenersi pronto ad “essere triste fino alla morte” ? Ed è così forse! Gli stoici, per lo meno, credevano che così fosse, ed erano coerenti nel desiderare il minor possibile piacere per avere dalla vita il minor possibile dispiacere. (Quando correva sulla bocca la massima “ il virtuoso è il più felice”, si aveva in essa tanto un’insegna della scuola per la gran massa, quanto una sottigliezza casistica per raffinati). Ancora oggi sta a voi la scelta: o il minor possibile dispiacere, in una parola assenza di dolore – e in fondo socialisti e politici di tutti i partiti onestamente non dovrebbero promettere di più alla loro gente -, oppure il maggior possibile dispiacere come scotto per l’incremento d’una pienezza di raffinati piaceri e gioie, raramente assaporati fino a oggi! Se vi decidete per la prima alternativa, se dunque volete deprimere e attenuare l’umana capacità di soffrire, allora dovete anche deprimere e attenuare l’umana capacità di gioire. Effettivamente si può, con la scienza, promuovere il primo come pure il secondo obiettivo! Forse essa è ancor oggi più nota a causa della forza che ha di privare l’uomo delle sue gioie e renderlo più freddo, più statuario, più stoico. Ma potrebbe essere scoperta in essa anche la grande apportatrice di dolore! – E allora, forse, sarebbe insieme scoperta la sua forza contraria, la sua immensa potenzialità di far risplendere alla gioia nuovi mondi di stelle!

(aforisma 12)

 

 

 

 

La scienza ha la capacità di fornire una conoscenza oggettiva delle cose da cui trarre validità delle sue proposizioni scientifiche. Ma la rappresentazione del mondo è “ il compendio di una moltitudine di errori dell’intelletto” e ciò che noi chiamiamo mondo è il risultato di questi errori e di fantasie che sono sorti gradualmente. Su tali errori si fonda la rappresentazione del mondo che noi abbiamo e su cui lavora anche la scienza. Da questo mondo della rappresentazione la “vera scienza” può liberarci solo in parte e sollevarci per qualche momento al di sopra dell’intero processo conoscitivo.

 

 

Preludi della scienza. Credete dunque voi che le scienze sarebbero nate e progredite, se non le avessero precedute maghi, alchimisti, astrologi e streghe, in quanto furono proprio questi a creare per la prima volta, con le loro promesse e millanterie, la sete, la fame e il gusto delle potenze occulte e proibite? Non si doveva, anzi, promettere infinitamente più di quel che può essere mantenuto, perché qualche cosa si adempisse nel regno della conoscenza? – Forse, allo stesso modo in cui ora si presentano a noi preludi ed esercizi preliminari della scienza, che non furono assolutamente praticati e avvertiti come tali, a qualche tempo lontano anche la religione si presenterà tutta quanta come esercizio e preludio; forse essa potrebbe essere stata il curioso espediente perché un giorno singoli uomini possono godere l’intero autoappagamento di un dio e tutta la sua forza di autoredenzione. Si! E’ lecito chiedere se, senza quella scuola e quella preistoria religiosa, l’uomo avrebbe imparato a sentir fame e sete di se stesso e a saziarsi e colmarsi di sé.

Non dovette Prometeo in un primo momento supporre erroneamente d’aver rubato la luce e pagarne il fio – per giungere infine a scoprire che era stato lui nella sua brama di luce a creare la luce, e che non soltanto l’uomo, ma anche il dio era stato opera delle sue mani e argilla nelle sue mani? Che ogni cosa era soltanto immagine del plasmatore d’immagini? – Così come l’illusione, il furto, il Caucaso, l’avvoltoio e l’intera tragica Prometheia di ogni uomo della conoscenza?

(Aforisma 300)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte di Dio e la profezia del nichilismo

 

In Aurora prefazione del 1886 Nietsche scrive che: “Autosoppressione della morale significa il processo nel quale si “ dà la disdetta alla morale per moralità”. Le realtà in cui questa morale credeva - Dio, virtù, verità, giustizia, amore del prossimo - vengono riconosciute come errori insostenibili proprio in base al dovere di verità sempre predicato dalla morale metafisica e poi cristiana.

In noi immoralisti, come esecutori della sua intima volontà pessimistica, che non ha paura di negare se stessa giunge al suo compimento, posto che vogliate una formula : la autosoppressione della morale”.

 

Nel libro quinto de La Gaia scienza, afferma che proprio perché siamo ancora devoti e precisamente perché crediamo ancora nel valore della verità, anche noi immoralisti continuiamo a prendere anche il nostro fuoco dall’incendio che una fede millenaria ha acceso, per cui Dio è verità e la verità è divina…Ma come è possibile se niente più si rivela divino salvo l’errore, la menzogna…( af. 344).

Con ciò si raggiunge proprio il punto dell’autosoppressione della morale, che è poi lo stesso processo della morte di Dio annunciata per la prima volta in quest’opera negli aforismi Nuove battaglie (af.108), Rimorso di coscienza del gregge (af. 117), L’uomo folle (af. 125).

L’evento che Dio è morto è annunciato chiaramente nell’aforisma Quel che significa per la nostra serenità (af. 343).

Dio, sottolinea Nietzsche, è stato ucciso dagli uomini religiosi, per devozione si vede che cosa fu propriamente a vincere sul Dio cristiano: la stessa moralità cristiana (af. 357).

Alcuni parti dell’aforisma in che senso siamo ancora devoti (af. 344) sono citate da Nietzsche nella Genealogia della morale quando sottolinea l’elemento ascetico nella volontà di verità.

Autosoppressione della morale e morte di Dio hanno già tutti i tratti di quel processo, che in una pagina del Crepuscolo degli idoli Nietzsche riassume mostrando come il mondo vero finì per diventare favola. E’ un processo che Nietzsche considera legato al discorso morale metafisico, ma anche alla trasformazione delle condizioni di esistenza, che proprio a causa dell’autorità della morale, si modificano in modo da rendere alla fine inutile la morale ( una “favola” che è stata utile, decisiva, necessaria in altre epoche) e da svelarne la sua superfluità. Ecco perché quando Nietzsche annuncia la morte di Dio non ne nega fisicamente l’esistenza, non c’è una “struttura vera” del reale in cui Dio non esiste mentre si credeva che esistesse.

L’affermazione di N. Dio è morto non intende affatto essere un’affermazione dogmatica su una realtà sovrannaturale, ma è un’affermazione di quello che egli ritiene un fatto storico- culturale.

L’uomo folle (af.125) che dice: “Dio è morto[…] noi l’abbiamo ucciso…questo terribile evento non è ancora giunto all’orecchio dell’uomo[…]” tutto ciò è un tentativo di diagnosi della civiltà contemporanea, non una speculazione metafisica sulla realtà ultima.

N. non passa a postulare la non esistenza di Dio o di qualunque finalità divina e si impegna a stabilire valori non basati su alcuna sanzione sovrannaturale. Si preoccupa profondamente se valori universalmente validi ed una vita significativa sono possibili in un mondo senza Dio.

Disprezza coloro che danno per scontato la validità di tutti i valori che vengono sanciti dalla religione, dalla società, dallo stato e questa sua opposizione è il punto di distacco fondamentale dalla morale tradizionale. Dio è morto è l’annuncio di un evento che, accompagnato dalla “autosoppressione della morale” provoca un altro evento: il pensiero dell’eterno ritorno. Sotto questo profilo, il pensiero di N. è sperimentale e si regge sulla scoperta o forse solo sul sospetto che la credenza nella verità sia solo una credenza fino a che non accada qualcosa che valga come argomento in contrario.

Dal momento che ogni “tu devi” degli imperativi morali si commisura in ultima istanza al Dio cristiano, a Dio, che ordinò all’uomo ciò che doveva, la morte di Dio rappresenta il principio della volontà che vuole affermare se stessa nell’uomo. Nel deserto della sua libertà l’uomo preferisce volere il nulla piuttosto che non volere; egli è infatti solo “uomo” senza Dio nella misura in cui anche “vuole”.

L a morte di Dio significa la resurrezione dell’uomo responsabile di sé e che comanda se stesso, che ha da ultimo la propria suprema libertà. Al culmine di questa libertà, la volontà di nulla si converte però nel volere l’eterno ritorno dell’identico.

Dio morto, l’uomo davanti al nulla e la volontà dell’eterno ritorno caratterizzano il sistema nietzscheano nel suo complesso come un movimento dapprima dal “tu devi” alla nascita “dell’io voglio” e quindi alla rinascita “dell’io sono”. Quel che resta ancora in giro di Dio è ormai solo la sua ombra.

E’ significativo che sia proprio una “gaia” scienza quella che all’inizio del terzo libro annuncia per la prima volta la morte di Dio, ma anche il nichilismo e l’eterno ritorno.

“Dio è morto […]E noi ora dobbiamo vincere anche la sua ombra!” , si legge nell’aforisma 108 Nuove battaglie. Ma la morte di Dio e il declino della morale cristiana, sono anche un motivo di serenità; ci si può infatti sentire sollevati, nonostante l’offuscamento che essa in un primo momento produce alla notizia che nessun “tu devi” grava più sulla volontà umana.

 

Quel che significa la nostra serenità. Il maggiore degli avvenimenti più recenti – che Dio è morto, che la fede in Dio diventa inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre. Almeno a quei pochi pare che una profonda fiducia si sia capovolta in dubbio…ma l’avvenimento è troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione del maggior numero perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso; e tanto meno, poi, perché molti già si rendano conto di quel che propriamente è accaduto con questo avvenimento, e di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare, perché su di essa era stata costruita tutta la nostra morale. Una lunga serie di demolizioni, capovolgimenti ci sta ora dinanzi… finalmente l’orizzonte torna ad apparire libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente possiamo muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è di nuovo permesso…

(Aforisma 343)

 

L’uomo ora ha di fronte la possibilità di un’ascesa o di una caduta, in basso verso “l’ultimo uomo” oppure in alto verso il “ sovra-uomo”. Ma l’uomo è qualcosa che deve essere superato e questo superamento avviene da ultimo nel volere l’eterno ritorno.

Nella totalità che sempre ritorna, dell’essere che è già sempre esistito è eliminata anche la più grossa obiezione contro l’esistenza in quanto tale, contro la casualità del nudo esserci. Ciò per cui la morte di Dio libera l’esistenza dell’uomo è però in un primo momento non già il “si” nei confronti dell’eterno ritorno dell’identico, bensì il nichilismo.

“Perché è ormai necessario l’avvento del nichilismo?... perché dobbiamo sperimentare il nichilismo per scoprire che cos’era propriamente il valore di questi “valori”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eterno ritorno dell’identico

Nell’estate che precede la composizione della Gaia scienza (estate 1881), Nietzsche ha avuto l’idea che illuminerà tutto il suo pensiero d’ora in poi, l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale. Un nesso intimo lega le grandi intuizioni di Nietzsche maturo: l’annuncio della morte di Dio e della nascita del superuomo si connette indissolubilmente al tema dell’eterno ritorno dell’identico. In quest’ultimo Nietzsche indica il pensiero più profondo della sua filosofia. La prima enunciazione di questo tema si trova nell’aforisma 341 della Gaia scienza.

 

 

Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore  e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”[1]. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ti ha parlato?[2] Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina?” Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: “Vuoi tu questo ancora  una volta e ancora innumerevoli volte?” Graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?[3] (aforisma 341)

 

 

Nella Gaia scienza la dottrina dell’eterno ritorno è presentata nel suo significato morale[4], come esigenza di dare un senso eterno a ogni momento della vita. Ma questo non è possibile in una concezione lineare del tempo; solo nella circolarità del tempo ogni azione si iscrive nell’eternità e dunque ad essa dobbiamo dare un senso tale da risultare accettabile nel suo ripresentarsi all’infinito. L’eterno ritorno è l’estrema manifestazione di quella forza sovversiva che è il dire si alla vita. Qualsiasi cosa io voglia, il mio vizio come la mia virtù, io devo volerla in modo tale da volerne anche l’eterno ritorno. Viene così eliminato il mondo dei “mezzo-volere”, tutto ciò che vogliamo per una sola volta. La decisione per l’eterno ritorno dell’identico si traduce, quindi, in un’affermazione perentoria e totale della vita.

La ripetizione ciclica del tempo assume in Nietzsche  la forma di una soluzione definitiva al problema della morale. Il concepire l’esistenza in un eterno ritorno dell’attimo vitale (gioioso o doloroso che sia) rappresenta per l’umanità la via d’uscita al nichilismo: solo nella totale accettazione di ogni istante ci si sottrae all’assenza di significati propria del nichilismo passivo per diventare autentici portatori di senso, capaci di costruire la vita in ogni suo aspetto.

L’uomo deve creare azioni e farsene carico in eterno. Tale compito non può essere assunto dall’uomo comune attuale: è necessaria una nuova umanità che vada oltre l’uomo. L’eterno ritorno è ciò che funge da spartiacque tra l’uomo e l’oltre-uomo, il quale compie un supremo atto di accettazione: riesce a contemplare il pensiero dell’eterno ritorno senza sgomento e ad amare se stesso al punto di volere l’eterno ritorno di tutte le cose.  La gaia scienza si chiude con la promessa di questo annuncio e presenta, nell’ultimo aforisma del libro quarto, la figura di Zarathustra, il profeta della nuova umanità.

 

Incipit tragedia. Compiuti che ebbe i trent’anni, Zarathustra[5] abbandonò la sua patria e il lago Urmi e andò sulle montagne. Qui godette del suo spirito e della sua solitudine, e per dieci anni non ne fu stanco[6]. Ma infine il suo cuore si mutò – e una mattina si levò con l’aurora; si fece innanzi al sole e così gli disse: “O grande astro! Che sarebbe la tua gioia se non avessi nessuno cui dare luce? Per dieci anni sei salito quassù alla mia caverna: sazietà ti sarebbe venuta della tua luce e del tuo cammino, se non ci fossi stato io, la mia aquila e il mio serpente; ma noi ti attendevamo ogni mattina, prendevamo a te la tua sovrabbondanza e ti benedivamo per questo. […] Vorrei donare e spartire, fino a che i saggi tra gli uomini non si rallegrino ancora una volta della loro ricchezza. Per questo devo discendere nelle profondità: come fai tu, la sera, quando te ne vai sotto il mare e porti luce anche nel mondo sotterraneo, tu astro sovraricco! Io devo, al pari di te, tramontare[7], come dicono gli uomini, in mezzo ai quali voglio discendere. Benedicimi dunque tu, occhio placido, che puoi affisarti senza invidia anche in una felicità troppo grande! Benedici il calice che vuole traboccare, sì che l’acqua, tutta d’oro, sgorghi da esso e ovunque diffonda il riflesso della tua pienezza di gioia! Guarda! Questo calice vuole ancora vuotarsi e Zarathustra vuole ancora diventare uomo”. Così ebbe inizio il tramonto di Zarathustra.

(aforisma 342)

 

Zarathustra è il profeta dell’oltre-uomo[8]. Con la figura dell’oltre-uomo Nietzsche vuole esemplificare la difficoltà e l’enorme compito che si ha davanti se si vuole compiere il definitivo cammino di liberazione dalla tradizione. Il superuomo è un concetto filosofico di cui Nietzsche si serve per esprimere il progetto di un nuovo essere qualificato da una serie di caratteristiche  che emergono dall’insieme della sua opera. Il superuomo e colui che è in grado di:

-         accettare la vita

-         rifiutare la morale tradizionale e operare una trasvalutazione dei valori

-         “reggere” la morte di Dio, guardando in faccia il reale al di là delle illusioni metafisiche

-         superare il nichilismo

-         collocarsi nella prospettiva dell’eterno ritorno

-         porsi come volontà di potenza.

Nietzsche cerca di trovare il modo per abitare lo spazio del nichilismo: vivere senza certezze metafisiche assolute e senza norme ontologiche date non significa distruggere ogni senso o norma, ma, come si è visto, responsabilizzare l’uomo stesso in quanto fonte di valori e di significati.

 

Secondo modello di risposta: il criterio di falsificabilità

 

K. Popper ha affermato nella Logica della ricerca scientifica (1935) che l’armamentario della scienza è diretto, non alla verifica, ma alla falsifica delle proposizioni scientifiche. Con questo Popper ha voluto segnare l’abbandono dell’ideale classico della scienza. L’uomo non può conoscere ma solo congetturare; la scienza non ha a che fare con la “Verità” ma con semplici congetture. Essa non è episteme, un sapere assolutamente certo in quanto le sue dichiarazioni sono e restano doxa.

 

Il nostro metodo di ricerca – dice Popper – non è diretto a difendere le nostre “anticipazioni”  per provare che abbiamo ragione, ma al contrario è diretto a distruggerle. Usando tutte le armi del nostro armamentario logico, matematico e tecnico, noi tentiamo di provare che le nostre anticipazioni sono false, per avanzare, al loro posto, nuove ingiustificate e ingiustificabili anticipazioni, nuovi “frettolosi e prematuri pregiudizi” come Bacone derisoriamente le chiamava […]  Il vecchio ideale scientifico dell’ “episteme”, della conoscenza assolutamente certa e dimostrabile, si è rivelato un idolo. L’esigenza dell’obiettività scientifica rimanga per sempre come un tentativo.

 

Affermare che gli strumenti di cui la scienza dispone siano diretti a dimostrare false le asserzioni della scienza è  un altro modo per esprimere il concetto di autocorreggibilità della scienza. Provare che sia falsa un’asserzione significa infatti sostituirla con un’altra asserzione, non ancora provata falsa, ma correttiva della prima.

Popper, pur scorgendo nella scienza una costruzione precaria eretta su fragili palafitte, ha continuato a pensare la razionalità umana nei termini della razionalità scientifica e a scorgere in essa un modello insuperato di efficienza procedurale e di affidabilità teorica.

 

Terzo modello di risposta: l’anarchismo metodologico

 

Con l’epistemologia post-positivistica, la tradizionale concezione della scienza come conoscenza privilegiata di validità ha cominciato ad entrare in crisi.

In primo luogo i postpositivisti, mettendo in discussione la tesi della superiorità  conoscitiva e pratica della scienza, hanno affermato che essa non costituisce la solita e unica depositaria di informazioni corrette (Feyerabend), ma una delle possibili maniere di studiare la realtà e di atteggiarsi di fronte alle cose. Feyerabend parla a tal proposito di istituzione fra le tante.

In Contro il metodo, F. avanza la proposta di una epistemologia anarchica, fondata sulla convinzione secondo cui non esiste alcun “metodo scientifico” o “criterio di eccellenza”.

 

Ho tentato – sostiene Fayerabend – di dimostrare che i procedimenti della scienza non si conformano ad alcuno schema comune, che non sono “razionali” in riferimento a nessuno schema del genere. Gli uomini intelligenti non si lasciano limitare da norme, regole, metodi, neppure da metodi “ razionali”, ma sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all’interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine”.

 

Uno scienziato non è un lavoratore ossequiente che obbedisce con devozione a leggi custodite da severi sommi sacerdoti (logici e/o filosofi della scienza), ma è un opportunista che piega i risultati del passato e i principi più sacri del presente ora a un fine e ora all’altro, sempre che li consideri degni di attenzione.

 

Lo scienziato nel suo lavoro è “opportunista” usa quello che gli serve e se ne libera quando non gli serve più. Questa tesi implica il principio del tutto può andar bene. Ma l’epistemologia anarchica, con il conseguente pluralismo teorico e metodologico, non significa distruggere regole o criteri nell’ambito della pratica scientifica, ma farsi paladini della libera “inventività” della scienza al di là di qualsiasi metodologia prefissata.

La lotta contro il metodo vuole essere, di fatto, una lotta per la libertà del metodo.

L’esito dell’epistemologia anarchica è che, parallelamente alla distruzione del mito della Ragione, esso perviene ad una distruzione del mito della Scienza; la scienza non è sacrosanta.

L’anarchismo è pertanto non soltanto possibile, ma anche necessario per il progresso interno della scienza e per lo sviluppo della cultura nel suo complesso.

Feyerabend mette capo al progetto di una società non solo aperta, come vuole Popper, ma anche libera, la quale impedisca che una o alcune tradizioni particolari continuino ad avere il sopravvento su tutte le altre.

 

Verifica:

 

 

 

 

 

 

            Considera l’annuncio della morte di Dio come supporto alla tua personale elaborazione e spiega perché

            la verità tremenda apre una nuova via alla filosofia nietzscheana.

 

 

 


 

[1] Concezioni del tempo alternative. In una concezione lineare del tempo ogni istante è generato e determinato dal precedente e al tempo stesso lo comprende in sé, lo ingloba, distruggendolo. La concezione lineare del tempo si è imposta con il cristianesimo e ha scalzato la precedente concezione greca di un tempo circolare, alla quale Nietzsche si richiama. Nella concezione greca, il presente è determinato dal passato e determina il futuro.

Per il cristianesimo ogni istante deve essere vissuto in funzione della salvezza o della dannazione.  Per Nietzsche ogni istante è l’eternità ed è, in quanto tale, salvezza o dannazione eterna. Deve perciò essere vissuto di per sé, proprio perché tornerà in eterno. Contro lo spirito reattivo della metafisica, che giustifica il male ponendolo come premessa necessaria per un bene collocato nel futuro, nell’aldilà o in un altrove, nell’eterno ritorno si mostra una totale identità tra ciò che si sceglie e ciò che si vuole, per sempre.

[2] Una possibile reazione alle parole del demone. La prospettiva dell’eterno ritorno di ogni gesto e di ogni evento della vita potrebbe riempire d’angoscia nel caso in cui ogni gesto e ogni eventi si siano subiti.

[3] Un’altra possibile reazione alle parole del demone. La prospettiva dell’eterno ritorno di ogni gesto e di ogni evento potrebbe riempire di gioia nel caso in cui tali gesti ed eventi si siano scelti e voluti. L’eterno ritorno di Nietzsche non deve essere interpretato come destino (tutto è già avvenuto e si ripeterà allo stesso modo), ma come creazione (ciò che adesso io faccio tornerà in eterno).

[4] Nonostante le giustificazioni filosofiche che Nietzsche tenta di dare a tale teoria, essa rimane una dottrina, enunciata e non dimostrata, con una finalità ed un significato esistenziali e non ontologici.

 

[5] Personaggio che compare per la prima volta in questo testo.

[6] Così parlò Zarathustra si apre con la descrizione del profeta che, dopo aver trascorso dieci anni in solitudine sulla montagna, scende tra gli uomini per portare loro il proprio annuncio.

[7] Il termine tramontare indica il passaggio dall’uomo all’oltreuomo.

[8] Le interpretazioni del secondo dopoguerra sono concordi nel considerare il termine Ubermensch (uber in tedesco significa sia sopra che oltre), che letteralmente è traducibile come “l’oltreuomo”, non come “uomo superiore”, ma come stadio ulteriore dello sviluppo umano, come superamento dell’uomo che riceve dall’esterno il proprio destino e il senso del mondo, e si fa creatore di valori.