Problema

STORIA DELL'IDEA D'EUROPA

 

DESTINATARI

Studenti dell’ultimo anno del Liceo Scientifico.
L'unità è stata presentata al Liceo Scientifico "F. Lussana" di Bergamo nei mesi di ottobre e novembre 2002. E' stata accompagnata da alcune lezioni, da parte del Docente accogliente, sull’Unione europea - le istituzioni, la moneta unica e la Convenzione -.

FINALITÀ

Conoscenza e approfondimento critico della storia dell’idea d’Europa.

TEMPI

7 unità-tempo

~ I FASE: Idea d’Europa dalla fine del ‘700 alla prima metà dell’Ottocento.

~ II FASE: Gli sviluppi dell’idea dalla seconda metà dell’ ‘800 fino allo scoppio della Grande Guerra.

~ III FASE: Crepuscolo dell’Europa.

~ IV FASE: Due interpretazioni dell’idea d’Europa: Federico Chabod e Carlo Morandi

~ V FASE: La riflessione del Movimento Federalista Europeo

~ VI FASE: Riflessione, verifica e valutazione (2 ore).

PREREQUISITI

~ Conoscenza essenziale delle vicende storiche dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

~ Conoscenza dei concetti di Federazione, Confederazione, Nazione, Nazionalismo, Pacifismo, Civiltà.

~ Informazioni e valutazioni sugli sviluppi più recenti relativi all’Unione europea.

VERIFICA DEI PREREQUISITI

Discussione, definizione e precisazione in classe di alcuni termini - Europa, Idea d’Europa, Unità europea, le sue ragioni, le sue prospettive e le relative difficoltà –.

OBIETTIVI DI CONOSCENZA

~ Fatti storici relativi all’idea d’Europa – dall’ Ottocento fino all’avvento dell’euro -.

~ L’idea d’Europa.

~ L’Europa come: ideale di pace; coscienza di una civiltà comune; politica dell’equilibrio.

OBIETTIVI DI COMPETENZA

~ Interpretazione storiografica applicata a un tema della contemporaneità.

~ Conoscere e contestualizzare due interpretazioni (C. Morandi e F. Chabod) sull’idea d’Europa.

~ Utilizzo della terminologia specifica.

~ Analisi delle interrelazioni tra fattori culturali e ideologici, condizioni socio-economiche e politica.

OBIETTIVI DI ABILITÀ

~ Consapevolezza della dimensione storica del presente.

~ Attitudine a problematizzare, a formulare domande e a dilatare il campo delle prospettive.

~ Orientarsi criticamente nel presente sociale, economico, politico e istituzionale

~ Possedere strumenti, oltre alla motivazione e alla curiosità, per completare la formazione storica degli studenti e per vivere da cittadino informato.

STRUMENTI

Testi (vedi fonti a pag. 9).

METODO

Lezione frontale e dialogo.

VERIFICHE FORMATIVE:

Da attuare durante lo svolgimento dell’unità didattica, utili per controllare sia l’apprendimento degli studenti, sia l’efficacia dell’insegnamento, permettendo di attivare recuperi in itinere. Saranno perciò utili momenti di sintesi e discussione.

VERIFICHE SOMMATIVE

Esercizi di scrittura, ed esempio un saggio breve – sul modello degli scritti per esame di Stato -, con il supporto anche di un saggio sul Movimento federalista di Sergio Pistone e con la collaborazione del Professore di Italiano.

APPROFONDIMENTI

È possibile prevedere che alcuni studenti vogliano approfondire le tematiche trattate, mediante un previo accordo tra il docente e lo studente interessato. È però necessario che il docente abbia presente alcuni percorsi, non trattati direttamente nell’unità, da suggerire. L’unità potrebbe concludersi con l’indicazione di alcuni temi e di opportune bibliografie, che includano testi facilmente reperibili e utilizzabili dagli stessi studenti.

Possibili percorsi da proporre:

  • Europeismo e mondialismo nel corso del Novecento.
  • Europeismo e pacifismo
  • L’opinione pubblica europea e il movimento pacifista.
  • Il modello degli Stati Uniti d’America nella pubblicistica italiana dell’Ottocento.
  • Il pensiero di Altiero Spinelli attraverso la lettura di testi, ad esempio Come ho tentato di diventare saggio. Io Ulisse.

 

 

CONTENUTI

 

  1. PREMESSA

    Perché parlare di idea d’Europa?

    Intendere l’Europa non significa solo conoscere popoli e paesi, risorse economiche, dimensioni e strutture, rivalità politiche e possibilità di integrazione; significa specialmente identificarla nella sua essenza morale, spirituale, storica; coglierne insomma il valore, l’idea, si cerca un’idea d’Europa; e quest’idea è nella sua stessa storia, nel modo con cui l’Europa è stata dai Greci in poi pensata, sentita e avvertita come una comunità prima che politica, civile, morale e spirituale. "Dunque vi è un modo di sentire e considerare unitariamente l’Europa che non è solo di oggi (anche se oggi si presenta con maggiore insistenza e si manifesta in forme diverse), ma conta già una sua storia che è testimonianza e stimolo ad un costante anelito di maggiore solidarietà tra i popoli europei" .

    La moderna idea d’Europa ha la sua preistoria nell’età antica, sebbene un vero concetto d’Europa non può mettere radici nel pensiero greco, così come resta estraneo a quello romano. Il ragionamento cambia quando si considerano certi essenziali valori formativi che dall’antica Grecia, attraverso Roma, custoditi e accresciuti, sono passati a costituire il nucleo originario della civiltà europea. In essa, per la prima volta, si diffonde la coscienza di una civiltà comune fondata sulla libertà politica e sul primato della cultura. Dopo un lungo periodo in cui sembra dissolversi nell’universalismo dell’Impero Romano e della Res Publica Christiana medievale, la coscienza europea riceve con Machiavelli la sua prima vigorosa formulazione, in termini politici: Europa è in opposizione all’uniformità e al dispotismo dei regimi asiatici, molteplicità di forme di organizzazione politica, pluralità di volontà politiche in esse. Ma è nel ‘700 che l’Europa viene concepita come un unico corpo politico e culturale, con identiche forme di produzione e scambio, comuni istituti di diritto pubblico e privato, comuni valori culturali e morali. Con Rousseau e il Romanticismo si apre il conflitto fra le individualità nazionali e il cosmopolitismo dell’europeismo settecentesco. L’elaborazione di una nuova forma della idea d’Europa, come comunità politica di libere nazioni e come unità civile costituita storicamente con gli apporti delle diverse culture nazionali, sarà opera dei protagonisti dei movimenti democratici dell’Ottocento, come Mazzini, o di storici liberali come Ranke e Guizot.

  2. L’IDEA DELL’UNITA’ EUROPEA NEL SECOLO XIX

    In questo secolo, c’è stato, come si sa, il sentimento di libertà e di nazione che fiorivano rigogliosi; ma c’è stato pure qualche altra cosa, di meno avvertito e consapevole, che non si riferiva solo ai singoli popoli, ma al loro complesso, a tutta la famiglia europea, qualcosa che scaturiva dal fatto stesso della gigantesca contesa che li accomunava e che non poteva trovare un esito localizzato e parziale ma soltanto una soluzione organica e valida per il continente: "per dirla con la Staël, si cominciava "a pensare in europeo"". Circolava questo sentimento ancora impreciso, ma non meno effettivo e reale, della necessità d’organizzare in senso unitario l’Europa, di concepire gli Stati come elementi di un articolato sistema che allontanasse la minaccia di sopraffazioni violente e garantisse un lungo periodo di pace. Sentimento "vecchio, se inteso solo come proposito di governi e di diplomazie alla ricerca di un equilibrio, ma nuovo per lo spirito diverso che lo anima e che mira non tanto a ristabilire un rapporto pacifico tra gli Stati quanto a creare una nuova e unitaria vita europea" .

    Ma l’istanza delle singole nazionalità, massime di quelle tese alla propria liberazione dal dominio straniero, era così forte da far sentire ogni altro ideale come secondario, subordinato e inattuabile se prima non si fosse realizzato nell’intera Europa un ordine di Stati liberi, indipendenti, uguali. In quest’atmosfera di passioni patrie vigoreggiano le teoriche dei "primati" - del primato francese araldi il Guizot ed il Michelet, del primato italiano col Gioberti e d’altri consimili -. Queste dottrine se, per un verso, postulavano un concetto unitario d’Europa, cioè di un’Europa ove quel "primato" potesse manifestarsi e da cui trarre spicco e rilievo, per contro colpivano a morte l’idea di un’unione europea - nel senso egualitario – in quanto attribuivano ad una nazione una funzione di guida, di faro della civiltà, e quindi un titolo morale di comando.

    Appare evidente che l’idea dell’unità d’Europa è nata dalla consapevolezza d’una comune civiltà e dal sentire questa come forza coesiva, come una realtà spirituale indistruttibile; ma era anche nata con il concetto di nazione. Senonchè le lotte nazionali, così aspre e così diverse, in Italia, in Germania, nei Balcani, nel mondo slavo, da un lato favorirono il sorgere e il diffondersi di ideali comuni e dall’altro esasperarono certe caratteristiche e tendenze dei singoli popoli, acuirono il distacco di alcuni Stati dagli altri.

    Dunque, le testimonianze del persistere dell’idea europea in senso unitario converrà cercarle nella schiera di coloro che ripudiano il concetto di primato e che scorgono ogni possibilità di soluzione degli stessi problemi di nazionalità soltanto in un comune moto europeo, in un processo rivoluzionario. E qui il contributo del pensiero italiano prende il sopravvento. Carlo Cattaneo, nel 1848, scriveva: "L’oceano è agitato e vorticoso, e le correnti vanno a due capi: o l’autocrate, o gli Stati Uniti d’Europa"; e l’anno seguente ribadiva la sua persuasione: "Il principio della nazionalità dissolverà i fortuiti imperi […] e li frantumerà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace solo quando avremo gli Stati Uniti d’Europa" .

    Giuseppe Mazzini crede all’iniziativa e alla missione d’un popolo, e considera l’Europa solo come un termine medio nella scala che ascende dalle singole nazioni all’umanità, e propugnando la "Santa Alleanza dei popoli" combatte coloro che nel vagheggiare l’associazione universale hanno soffocato le libere individualità nazionali. Tuttavia agita potentemente questo problema europeo; l’istanza europea nel suo pensiero si articolava in diverse e concordanti funzioni.

    Subito dopo il ‘48, l’idea d’Europa ha un nuovo momento di fortuna; ma, da voce profonda d’una cultura e d’una civiltà, diventa segnacolo d’una particolare tendenza politica, e si lega sempre più alle fortune di un gruppo, d’una fazione, d’un programma di partito: diventa appannaggio della democrazia repubblicana .

    L’Ottocento è stato anche definito il secolo dei Congressi; alle solenni assise delle Potenze per segnare trattati di pace o accordi internazionali, presto si aggiunsero le riunioni periodiche dei grandi partiti politici, e quelle scientifiche, e infine i congressi di varie associazioni. Così ebbero vita anche le "società per la pace", e quindi anche Congressi, manifesti, opuscoli e discorsi. In questo modo il concetto dell’unità d’Europa passò dalla mente e dalla coscienza di alcuni grandi spiriti dell’Ottocento alle facili formule e ai retorici discorsi delle associazioni pacifiste. Quest’ultime si opponevano alle tendenze militariste ed espansioniste dei governi, ma nella pratica non riuscirono ad affermare una antitesi valida, a creare un rapporto dialettico di forze, e quindi a essere elementi operanti e vitali.

    Negli ultimi decenni del XIX secolo, l’idea dell’unità d’Europa subì un’altra deviazione. Nel dilagare delle tendenze positiviste , nel fervore d’entusiasmo per i progressi della scienza, nello sforzo d’applicare i principi dell’evoluzionismo e della biologia ai concetti politici e morali, parve a molti che anche un problema come quello europeo potesse trovare la sua soluzione "scientifica" attraverso la creazione di istituti economici e giuridici, e il loro successivo evolversi nell’auspicato senso unitario. In altri termini, alla sostanza politica della questione si cerca di sostituire una forma giuridica, accettabile da tutti. E si credeva fermamente che una volta istituite queste organizzazioni internazionali (leghe, assemblee, tribunali), bastasse la loro stessa forza a condurre il continente verso una via unitaria.

    Era l’illusione "scientifica" dopo quella "democratica"; in realtà, si assiste soltanto all’illusione del concreto: si trattava di forme e di istituti privi dell’animus necessario per attingere il risultato che i promotori avevano vagheggiato; si precisava sempre meglio il concetto d’una comunità interstatale come società uniforme di soggetti giuridicamente uguali, ma si smarriva il senso profondo dell’altra comunità, quella morale e politica, cui tanto si guardò nel prima metà del secolo decimonono.

    Negli ultimi anni dell’Ottocento, di fronte al trionfo delle dottrine imperialiste, che avevano nella Germania e nell’Inghilterra della tarda età vittoriana uno dei loro massimi focolai di propagazione, era naturale il successo della reazione pacifista. Il concetto dell’unità europea attraversa così la sua crisi più grave: "si comincia col respingere l’idea dell’unità per sostituirvi quella d’unione; non più uno Stato federale sul modello americano ma una federazione di Stati; e neppure "i popoli" secondo l’auspicio democratico-repubblicano, ma proprio "degli Stati" così come essi sono, dispotici o liberali, laici o clericheggianti" . Nel frattempo, il "sentimento europeo" si era affievolito.

    Ma a questo punto la storia dell’idea unitaria d’Europa devia ancora una volta e si complica, perché interferisce e s’innesta con un’idea nuova: l’unità intracontinentale. La guerra ispano-americana ampliò le sfere d’influenza degli Stati Uniti; la guerra russo-nipponica pose il Giappone in prima linea fra le grandi potenze; l’Impero si ramifica in tutte le parti del mondo; l’espansione coloniale contribuì a spezzare le antiche barriere divisorie, modificò i rapporti, creando nuove ragioni di contatto e nuovi vincoli: la storia del mondo non coincideva più con quella del vecchio continente. Il rapido corso della storia pareva volesse bruciare le tappe: l’unione europea sembrava corrispondere ad una fase superata; e occorreva trascorrere d’un balzo alla meta finale, cioè all’associazione di tutte le nazioni del globo. Al tempo stesso, c’erano due concezioni che si opponevano: europeismo e mondialismo. Ma intanto la vecchia Europa sembrava disposta ad abdicare, a farsi piccola, quasi a sparire nell’ombra.

    Divampò la Prima guerra mondiale, e dalle vicende di quei quattro anni di lotta e di sangue attinsero motivi favorevoli alla propria tesi soprattutto i fautori d’una unione degli Stati di tutti i continenti. La Società delle nazioni nacque dal compromesso tra il mito universalistico e la volontà egemonica d’un gruppo di potenze; oltre che il peso dell’ideologia Wilsoniana portò con sé il retaggio di tutte le incertezze che si erano addensate lungo il corso dell’Ottocento intorno alla soluzione del problema europeo.

  3. CREPUSCOLO DELL’EUROPA

    Con la fine della Grande Guerra, il sistema europeo degli Stati entrò in una crisi acuta e profonda, in generale a causa della distruttività della guerra condotta dai moderni Stati nazionali, e in particolare a causa del carattere determinante, ai fini del ristabilimento dell’equilibrio, dell’intervento di una potenza extraeuropea come gli Stati Uniti d’America. Sommandosi al declino economico degli Stati europei, l’esito della guerra comportò una decisiva trasmigrazione di potere dall’Europa verso la potenza mondiale nordamericana e, in prospettiva, verso la potenza mondiale russa, che con la Rivoluzione stava eliminando gli ostacoli politico-sociali interni alla sua modernizzazione.

    Nel ventennio tra le due guerre, il periodo che parve più propizio alla realizzazione pratica di quei propositi, fu quello compreso tra il 1929 e il 1932, quando il prestigio della Società delle Nazioni non era ancora del tutto scosso e quando si creò un’atmosfera di distensione dopo i torbidi anni dell’immediato dopoguerra. "Il crollo finanziario di Wall-Street del 1929 che di lì a poco doveva coinvolgere gran parte dell’Europa in una terribile crisi economica con forti riflessi sociali (milioni di disoccupati), era un segno negativo e quasi premonitore del peggio; ma appunto per ciò era anche uno stimolo a tutti gli uomini politici di buona volontà perché, in concordia di spirito, si desse vita ad un legame effettivo, permanente, operante, tra i paesi europei, il quale rientrasse nella vasta orbita dell’istituto ginevrino, ma fosse al tempo stesso più organico, saldo e fecondo, proprio perché aderente ad una realtà circoscritta. Numerose le iniziative: dall’Unione paneuropea fondata dal conte Richard Coudenhove-Kalergi a Vienna (prima in ordine di tempo), al Comitato di cooperazione europea e all’Unione doganale europea, sorti a Parigi". In particolare, Aristide Briand – statista francese, Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri –, nel 1930, invia a tutte le cancellerie europee un memorandum, in cui postula "la necessità di un patto generale, sia pure "élémentaire", che affermi il principio dell’unione morale europea e consacri la solidarietà tra gli Stati; inoltre insiste sulla necessità di un "mécanisme" atto ad assicurare all’unione europea gli organi indispensabili al raggiungimento dei suoi scopi" . Formalmente nessuno dei ventisette paesi interpellati negò la nobiltà e l’utilità del progetto; tuttavia le risposte furono evasive, poiché erano diffuse molte reticenze e resistenze.

    Nel 1932, i tentativi pratici per avviare l’Europa ad un’unione fondata sul consenso potevano dirsi falliti; stava invece per iniziare il folle sogno hitleriano di un’Europa dominata da un’unica forza e posta, con la violenza, sotto la guida della forza eletta.

    Occorre ricordare che il tema relativo all’Europa e alla sua possibile unità, fu molto dibattuto anche all’interno del fascismo. Durante il ventennio, non solo furono promossi numerosi dibattiti e convegni, ma lo stesso ‘duce’ fece frequenti richiami alla necessità di un intimo accordo fra gli Stati più forti e responsabili del continente, al fine di creare un’Europa ordinata e pacificata, libera nelle sue unità, ma organizzata gerarchicamente . In realtà si trattava di una grossa contraddizione, poiché non si vede come si sarebbe potuta conciliare la proclamata necessità di uno stabile accordo fra le massime potenze europee con la radicalizzazione del sacro egoismo nazionale e le esplicite mire espansioniste proprie del fascismo.

     

  4. CARLO MORANDI E FEDERICO CHABOD: due letture, due interpretazioni di un’idea

Tra i vari convegni promossi, ricordo quello organizzato dall’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, nel novembre 1942 . Tra l’altro, proprio la partecipazione e le posizioni espresse in quella sede, diedero vita, nel 1943 ad una polemica esplicita tra Carlo Morandi e Federico Chabod, i quali, fino a pochi mesi prima, avevano condiviso la direzione di una rivista, "Popoli". Chabod rimproverava a Morandi di "non saper risalire i primi dell’Ottocento" e di non cogliere la matrice illuministica del tema . In effetti - come emerge dalla relazione al Convegno -, Morandi afferma che "si può parlare di un’idea d’Europa, nel senso in cui discorriamo, solo quando si è cominciato a pensare "in europeo"", ossia a partire dall’Ottocento. Inoltre, proprio in questo secolo, il formarsi delle nazioni "sì, segna la morte della vecchia Europa, ma anche la nascita del concetto nostro di Europa, che non può prescindere dal concetto di nazione che è in funzione di essa" . Negli articoli apparsi sulla rivista "Primato" , Morandi aveva oscillato tra l’idea di una unificazione europea attraverso la forza delle armi (anche di qui la ricorrenza dei richiami al periodo napoleonico); e la consapevolezza, che diventerà sempre più evidente col passare del tempo, che quella strada era sbagliata e allontanava l’unità europea, acutizzando i nazionalismi che erano parsi superati.

Parlando di Europa, Morandi intende "una formazione storica"; ed è in vista di questa "formazione" che si deve "agire, vale a dire, pensare e agire con una mentalità che sia europea". È essenziale "che si ritorni a sentire in noi e a proiettare fuori di noi l’idea di un fine morale", poiché un elemento della crisi della vita europea è stato "il perdere, lo smarrire via via questa urgenza di un fine etico" .

Nonostante alcune differenze di orientamento , Chabod e Morandi hanno potuto affrontare storicamente e in maniera organica il problema dell’ordinamento unitario dell’Europa in una grande lega di Nazioni, capaci di dare una sistemazione pacifica a questa vecchia società malata di odii e di guerre e di smodate ambizioni. Si tratta di riflessioni iniziate già nel corso degli anni trenta; ma nel corso del secondo conflitto mondiale e soprattutto nel secondo dopoguerra, acquistano una fisionomia più chiara e precisa. Quella che prima era stata una questione storica, ora assurgeva ad ideale politico-morale mirante ad una unione o Federazione: e, Chabod e Morandi divennero convinti assertori della necessità di raggiungere l’integrazione dell’Europa. Tra l’altro finita la guerra Morandi s’interessò alle riflessioni del Movimento Federalista europeo e a partire dal 1947 collabora a "Il Mondo europeo", organo del Movimento.

5. GLI SVILUPPI DELL’IDEA D’EUROPA DAL 1940 FINO AL 1945.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, degne di particolare attenzione sono le riflessioni di quel gruppo di Federalisti - Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni - che, nel 1941, lanciarono il Manifesto di Ventotene – un "manifesto per un’Europa libera ed unita" -, e nel 1943 fondarono il Movimento Federalista Europeo. I bersagli principali della critica del Manifesto erano gli Stati-nazione e la sovranità assoluta, i soli responsabili delle guerre, delle miserie e delle crisi.

La lettura di vecchi articoli di Luigi Einaudi contro l’impotenza della Società delle Nazioni a garantire la pace e di alcuni saggi di autori inglesi sui vantaggi del sistema federale in politica ed economia li fanno riflettere sul futuro dell’Europa e sul come evitare nuove e sanguinose guerre: nasce così la convinzione della necessità della creazione di una federazione europea.

Ma a differenza di Einaudi e dei federalisti inglesi, sostengono in modo chiaro e netto che la fondazione della federazione europea è l’obbiettivo politico prioritario poiché senza di essa sarebbero prevalsi i nazionalismi protezionistici e la conflittualità endemica fra gli Stati nazionali. Inoltre i federalisti offrono indicazioni precise e meditate sul modo in cui i movimenti per l’unità federale europea possono condurre con effettive possibilità di incidere nello sviluppo storico:

  • Critica all’impostazione internazionalistica del problema della costruzione dell’unità europea, cioè delle correnti politico-ideologiche tradizionali – liberali, democratiche, socialiste -, per le quali la soluzione sarebbe derivata da una spontanea evoluzione in cui il progresso all’interno degli Stati avrebbe comportato un automatico progresso nella collaborazione internazionale.
  • Il trasferimento di poteri sovrani a una autorità soprannazionale, cui si oppongono le classi politiche, gli strati superiori degli apparati statali civili e militari e gli interessi economico-sociali. Il trasferimento è possibile solo in una situazione di crisi acuta degli apparati di potere nazionale, tale da paralizzare la loro capacità di presa sulla società e di sfruttare a loro vantaggio le vecchie tradizioni e i vecchi schemi di comportamento, e a condizione che intervenga un soggetto politico nuovo. Ciò avverrà con il crollo dell’impero hitleriano, che aprirà un vuoto di potere suscettibile di essere occupato dalla tendenza federalista.
  • Il soggetto politico indispensabile per il successo della lotta per la federazione europea dev’essere un movimento e non un partito, perché non si tratta di organizzare politicamente coloro che vogliono più libertà contro coloro che vogliono più socialismo, bensì di organizzare tutti i simpatizzanti o gli appartenenti ai partiti o alle correnti ideologiche democratiche che hanno capito che la realizzazione della federazione europea rappresenta il preambolo rispetto a ogni duratura affermazione di valori liberali, democratici e socialisti.

Nel Manifesto, dunque, vengono enunciati non solo i presupposti ideologici, ma anche gli strumenti costitutivi dell’unificazione dell’Europa. Il Manifesto fu portato clandestinamente e diffuso sul continente. Quando, a seguito della caduta del fascismo, avvenuta il 25 luglio 1943, i confinati vennero a poco a poco liberati, la prima preoccupazione di Spinelli fu quella di basare sui contenuti del Manifesto una struttura organizzativa e politica. Egli decise perciò di creare il Movimento federalista europeo, che fosse però in collegamento con i federalisti d’oltre Alpe, decisi a metter da parte le vecchie divisioni nazionali ed ideologiche, ed a fare della lotta per la Federazione europea il compito centrale della loro azione politica. In effetti, durante la Resistenza europea, dai territori occupati, dalle carceri, dal confino politico, stava nascendo e si precisava l’idea di una organizzazione internazionale a struttura federale come obbiettivo per una pace duratura .

In Italia, fra i primi ad aderire Luigi Einaudi, Ignazio Silone, Leo Valiani, Adriano Olivetti ed esponenti della resistenza europea. Con questi Spinelli e Rossi promuovono i primi incontri sopranazionali dei Movimenti clandestini, di cui prepararono i documenti di base, come la Dichiarazione approvata il 20 maggio 1944 a Ginevra , dopo una serie di riunioni, cui parteciparono i rappresentanti dei Movimenti di resistenza di Danimarca, Francia, Italia, Jugoslavia, Norvegia, Olanda, Polonia, Cecoslovacchia ed alcuni militanti antifascisti tedeschi.

È possibile individuare tre correnti nel pensiero politico europeo: il "federalismo", per cui l’obbiettivo dell’unità politica europea sa di poterlo raggiungere unicamente attraverso lo strumento indispensabile di un effettivo governo sopranazionale; il confederalismo, che pensa ad un’unione europea che lasci intatta la sovranità dei singoli Stati, ma preveda una cooperazione intergovernativa, permettendo ai governi nazionali di raggiungere decisioni concordate in alcune materie di comune interesse; e il "funzionalismo" che ritiene di arrivare all’unificazione europea in tempi lunghi, mediante un’integrazione economica progressivamente allargata a un numero sempre maggiore di "funzioni". Dal dopoguerra ad oggi è stata la strada del "funzionalismo" quella percorsa dalle forze di governo della "piccola Europa", sebbene sin dall’inizio i fondatori del MFE riconoscevano i limiti dell’approccio confederalistico-funzionalistico .

6. FONTI