Unità didattica

 

Illuminismo figlio del cristianesimo?

di Stefano De Togni

 

 

Finalità:

l        Rafforzamento della capacità critico-dialettica  e di differenziazione di fronte a tesi onnicomprensive e  spesso univoche o semplificatorie nel campo della storia delle idee.

 

Obiettivi:

l        Saggiare l’ipotesi di partenza formulata nel titolo.

l        Rintracciare possibili collegamenti con i dibattiti attuali sulla crisi del paradigma illuminista.

 

Destinatari:

l        La lezione può essere tenuta ad una qualsiasi classe al quarto anno di un istituto scolastico di secondo grado.

 

Prerequisiti:

l        Conoscenza dei caratteri generali del movimento illuminista.

l        Conoscenza del cristianesimo storico, dalla predicazione di Gesù ai suoi sviluppi nel mondo occidentale moderno.

l        Conoscenza del dibattito contemporaneo, in particolare quello sviluppato dal quotidiano nazionale La Repubblica in seguito al Giubileo dell’anno 2000.

 

Tempi: 1 ora

 

Metodologia didattica applicata: lezione frontale, didattica breve

 

Materiali:

l        Libro: Che cos’è l’illuminismo. I testi e la genealogia del concetto. Introduzione a cura di Andrea Tagliapietra, Mondadori, Milano 2000.

 

 

Contenuto della lezione:

 

Premessa:

- L’approfondimento nasce da una proposta dell’insegnante accogliente che chiede al tirocinante di illustrare la filiazione dell’illuminismo dal cristianesimo a partire da parole chiave quali uguaglianza, fraternità, universalità, libertà.

- Lo svolgimento tuttavia è il risultato di un accordo solamente parziale e quindi anche di un disaccordo, sempre parziale, con la tesi, che in questo modo si trasforma in ipotesi da valutare. Da qui l’andamento dialettico dell’esposizione alla ricerca di un possibile punto d’incontro tra cristianesimo e illuminismo, che tiene conto della continuità nella discontinuità e della discontinuità nella continuità.

- Alla classe questo accordo discordante tra posizione del docente accogliente e posizione del docente tirocinante viene reso esplicito dall’inizio.

 

Svolgimento

-          L’espressione illuminismo figlio del cristianesimo è suggestiva, ma diventa critica solo se modulata nella forma di domanda: “si può dire che l’illuminismo è figlio, nel senso di derivato dal cristianesimo?” Così la tesi risulta essere un risultato di una ricerca e può essere confermata o sconfessata, anche solo parzialmente, se criticata, cioè se dà corso ad una ricerca effettiva che la sottragga al rango di slogan dal forte impatto ideologico emotivo ma scarsamente saggiato.

-          La tesi può essere frutto di un atteggiamento irenistico, concordista, oppure di un tentativo di egemonizzare un movimento culturale riconducendolo ad una paternità religiosa o altro in senso esclusivo.

-          Un altro pericolo è quello di non rilevare la novità storica dell’illuminismo, in base alla teoria generale che ciò che segue deriva semplicemente da ciò che precede senza fratture (post hoc propter hoc). Se così fosse anche il cristianesimo potrebbe essere definito semplicemente figlio del giudaismo o della cultura ellenistica del tardo antico, oscurandone i caratteri propri e irriducibili. Paternità assolute nel processo storico non ne esistono.

-          Benedetto XVI a Subiaco, pochi giorni prima della sua elezione a pontefice tenne una lectio in cui sosteneva: “l’il­luminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana» e che, nel Sette­cento ebbe una funzione saluta­re «laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato». Nel contesto dell’An­cien Regime, anzi, «è stato merito dell’illu­minismo aver riproposto i valori originari del cristianesimo», ovvero il suo essere «la religione del logos», che «ha compreso se stessa fin dal principio come la religione se­condo ragione», che «in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religio­ne come una parte dell’ordinamento stata­le ». Ma questo poté accadere solo perché «a quell’epoca le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resta­vano». E proprio questo segna il netto di­stacco tra i Lumi settecenteschi e l’odierno neoilluminismo”.

-          Con queste parole sarebbe stato d’accordo Voltaire? Egli tra i padri dell’illuminismo nelle lettera XII delle Lettere inglesi annovera semplicemente: Francesco Bacone, Locke,  Newton (contro Descartes). Una paternità molto più circoscritta e modesta.

-          L’illuminismo strettamente detto, quella temperie culturale che si produce in Europa nel XVIII secolo è un fenomeno non semplice da circoscrivere. Coloro che vengono annoverati tra i suoi esponenti non sono d’accordo su tutto e in special modo non concordano sul giudizio nei confronti della religione positiva, quella rivelata, istituzionalizzata nella forma di chiesa.

-          Tra gli illuministi vi sono atei come l’ultimo Diderot, La Mettrie, D’Holbac, ma anche deisti come il primo Diderot, Voltaire (passato nella vecchiaia al teismo?), teisti come Locke e forse Rousseau (la cui vicenda religiosa è comunque confusa e difficile da catalogare), agnostici sul piano filosofico (solo per il livello teoretico-conoscitivo), ma intimamente devoti e praticanti, come Kant. Tranne coloro che sono animati da uno spirito decisamente antireligioso, cioè che giudicano la religione come un fattore in sé nocivo per l’uomo, e si tratta di una minoranza, gli altri lavorano per un rischiaramento filosofico del cristianesimo, contro l’egemonia del dogma e del carattere puramente soprannaturale della rivelazione biblica. L’illuminismo in generale cerca di gettare un ponte tra religione positiva, cioè rivelata e religione naturale come nel caso di Lessing, che tuttavia deve riconoscere un fossato difficile da colmare da un punto di vista concettuale tra verità storiche come quelle delle Scritture (contingenti perché storiche) e verità di ragione (necessarie ma astratte).

-          Bisogna evitare di ridurre l’atteggiamento illuminista nei confronti della religione al tentativo di scristianizzazione operato dalla rivoluzione francese in una sua determinata fase e il tentativo di sostituire il cristianesimo con un culto artificiale all’Ente Supremo o alla Dea Ragione. Non va dimenticato che in Francia il cristianesimo si era pesantemente compromesso con l’Ancien Regime e il suo sistema di privilegi ai nobili e all’alto clero. Tuttavia la violenza praticata lì nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche e dei suoi rappresentanti ha avuto come effetto l’allontanamento di non pochi cristiani dagli ideali dell’illuminismo, ora considerato come nemico della religione positiva.

-          Espressioni come minorità, superstizione, fanatismo hanno una indubbia carica polemica anche nei confronti, se non specialmente della religione storica che gli illuministi hanno davanti agli occhi, soprattutto nei suoi aspetti rituali o della devozione popolare. Tuttavia gli illuministi, tranne rare eccezioni salvano il versante morale delle religioni e vedono particolarmente nella formazione civile ed educativa il punto di comunicazione con le chiese cristiane (al plurale dopo la fine dell’unità religiosa in occidente) che attingono alla religione rivelata. Montesquieu afferma: “siccome tutte le religioni contengono precetti utili alla società, è bene che queste siano seguite con zelo” (Lettere persiane LXXXV). Alcune riforme della chiesa cattolica sono influenzate da un cristianesimo in questo senso illuminato prodotte da sovrani illuminati spesso in contrasto con un papato su quei punti reazionario (vedi nella seconda parte del XVIII secolo nell’impero d’Austria le riforme degli ordini religiosi di Maria Teresa e il principio di tolleranza religiosa di Giuseppe II).

-          L’illuminista del 700 è per lo più appartenente ad una tradizione cristiana all’interno di un mondo formato dal cristianesimo storico che ha nel Vangelo un riferimento cardine e quindi non può sfuggire il nesso tra gli ideali della dignità umana, dell’uguaglianza fondamentale degli uomini, della libertà della persona e il messaggio originario di Gesù.

-          Tuttavia, diversamente dall’umanesimo cristiano (Erasmo, Marsilio Ficino) e dalla riforma protestante, che invocano un ritorno alla purezza delle fonti del cristianesimo liberato dalle incrostazioni e dai compromessi che hanno frenato la novità del messaggio originario, gli illuministi ritengono che l’autorità della ragione debba essere il riferimento privilegiato perché questa è realmente universale e il messaggio delle sacre scritture è giudicato alla luce dell’accordo o meno con questo lume naturale che è a disposizione di ciascuno.

-          Su un tema specifico però l’illuminismo è fortemente debitore del cristianesimo: l’idea di progresso dell’umanità verso una meta, con tutto l’ottimismo che veicola, che deriva certamente dal paradigma biblico del tempo come sviluppo da un alfa (creazione) ad un omega (venuta del Messia per gli ebrei o ritorno di Cristo-Messia per i cristiani). Il tempo lineare del cristianesimo che con il De civitate dei di Agostino diventa la prima filosofia della storia, si oppone ad un altro paradigma, il tempo ciclico delle culture antiche che condanna a ripartire sempre daccapo. Il tempo non ripetibile, l’unicum, è il tempo necessario al dispiegarsi del piano di salvezza di Dio sull’umanità. Tuttavia l’illuminismo laicizza anche questo schema traducendolo nella fiducia nel progresso della luce della ragione contro le tenebre dell’ignoranza, delle scienze, delle arti e della civilizzazione, a partire da un nuovo inizio che l’illuminismo vede in se stesso come inaugurazione dell’adultità. Per questa ragione, l’uscire dalla minorità spesso apologeticamente legittimata dal cristianesimo storico, gli illuministi appoggiano per principio tutte le riforme in campo ecclesiale come in campo civile, che contribuiscano a rendere adulto e responsabile chi finora era stato tenuto soggetto e considerato membro passivo, puramente ricettivo entro uno schema piramidale.

-           Anche il tema della razionalità va considerato con attenzione. Nella teologia cristiana Giustino, Origene, Agostino, Anselmo, Tommaso non si sono considerati meno cristiani per il fatto di aver usato abbondantemente schemi razionali per sostenere che la fede ha una sua ragionevolezza, tuttavia la necessità di credere non ne risulta dissolta perché “comprendere per credere” è inserita in un circolo con “credere per comprendere”. Nell’illuminismo invece, fatte salve le opzioni religiose dei singoli esponenti, se si dà una fede si tratta di fede nelle possibilità umane in cui Dio gioca un ruolo secondario o comunque non esplicitato. Per Newton Dio è ancora un’ipotesi necessaria per stabilire un inizio indiscusso, ma poi il mondo si muove come se Dio non ci fosse, con le sue regole stabilite ed indagabili. Lo schema di Newton poi si trasferisce con facilità dalla cosmologia all’antropologia. Ciò comporta che l’illuminista nel campo del sapere si muova come un agnostico perché il ricorso al teologico nel nuovo schema scientifico sarebbe avvertito come eteronomo.

-          Qui sta la differenza fondamentale e il punto di tensione irrisolto tra le due matrici cristiana e illuminista, che tuttavia non ha impedito a molti illuministi di rimanere cristiani e a molti cristiani di appoggiare le riforme pensate in seno all’illuminismo. Il punto fondamentale è il concetto di autonomia. Il cristianesimo a partire dal messaggio di Gesù (e non solo dagli sviluppi storici successivi) non può accettare il principio dell’autonomia radicale dell’uomo e del suo giudicare del mondo e di se stesso nel mondo se non sconfessandosi. Qualsiasi religione (e non solo il cristianesimo) vede come fatto decisivo il rapporto uomo-Dio in conseguenza del quale l’uomo non può essere faber sui in senso assoluto. Ogni religione si basa per definizione su un rapporto asimmetrico, non paritario, un sentimento di dipendenza (l’espressione è di Feuerbach ma è fatta propria in senso positivo dal teologo liberale Schleiermacher che parla di sentimento di dipendenza assoluta). Ogni religione nella sua essenza si basa sul senso (appunto religioso) da parte dell’uomo di essere originato da un altro e non da sé e quindi di essere costitutivamente in debito verso una grazia (gratuità, contro necessità o diritto all’esistenza).

-          Per il cristianesimo se c’è un’autonomia nel senso di darsi da sé una legge, questa è vincolata da una legge di dipendenza più fondamentale, che la include. Eppure l’uomo è soggetto a leggi diversamente da come lo è ogni altra creatura non razionale, perché ne è consapevole e ne può decidere.

-          Il simbolo di un illuminismo portato all’estremo potrebbe essere Prometeo, dove la liberazione da ogni vincolo diventa la liberazione dall’ultimo vincolo che si oppone alla libertà umana, il possesso del fuoco divino. Un illuminismo di questo tipo non potrebbe dialogare col cristianesimo e viceversa. Sostiene Dario Antiseri: “dobbiamo di­stinguere tra i Lumi di scuola scoz­zese, tesi a mostrare i limiti della ra­gione umana (pensiamo ad Hume) e quelli di scuola francese, in cui c’è una tale esaltazione della ragione u­mana, che porterà Hayek a definire il Settecento francese ’l’irragionevo­le età della ragione’. Invece Pascal, proprio perché un grande razionali­sta, ha visto i limiti della ragione u­mana”.

-          Anche risalendo alla figura del fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret, infatti, non c’è nulla di prometeico: Gesù domanda al Padre ogni cosa, tutte le sue possibilità derivano da un atteggiamento di obbedienza e tuttavia il Gesù dei vangeli non appare come un burattino manovrato da una mano invisibile: nelle sue scelte appare comunque responsabile perché spesso emerge la dialettica interiorizzata ma anche sofferta tra una sua propria volontà e una volontà più alta.

-          Ma lo spirito prometeico, il titanismo, che è il rischio dell’illuminismo non ne è l’esito scontato, (anzi è piuttosto un’evoluzione romantica, oppure il romanticismo eredita e trasforma questo aspetto dell’illuminismo). Kant lo previene definendo rigorosamente i limiti delle possibilità della ragione e quindi delineando una figura dell’illuminismo cosciente dei suoi limiti invalicabili e non solo provvisori. Anche Lessing sostiene in Eine Duplik, Sulla nozione di verità dell’illuminismo, del 1778: “Se Dio tenesse racchiusa nella sua mano destra ogni verità e nella sua mano sinistra, invece, stringesse soltanto la sempre desta tensione verso la verità [Trieb nach Wahrheit] – quand’anche questa fosse accompagnata dal corollario che io debba, perciò sempre e in eterno errare – e mi dicesse «scegli!», allora io, con umiltà, gli afferrerei la mano sinistra esclamando: «Padre, dammi questa! La pura verità [reine Wahrheit] spetta comunque a te solo e soltanto»”

-          Questo significa che il cristianesimo tanto ieri quanto oggi si è posizionato e si posiziona nei confronti dell’illuminismo con un atteggiamento critico, distinguendo tra illuminismo e illuminismo, proprio come l’illuminismo fa nei confronti del cristianesimo distinguendo tra cristianesimo e cristianesimo. Una serie di movimenti reattivi e riposizionamenti reciproci, l’antropologo Bateson parlerebbe di accoppiamenti strutturali.

-          L’illuminismo oggi è una forma mentis in recessione. Tutto il 900 ci ha parlato dei condizionamenti umani e dei disastri provocati dall’hybris della ragione trasformatasi in irrazionalità. Oggi in tanti ambiti si tende a credere più nella forza o nelle emozioni più che nella ragione riflessiva e metodica, ma questo fatto ha impoverito anche il cristianesimo, che in questa fase storica risente della mancanza di menti sagge al suo interno quali quelle che sostennero e ispirarono il Concilio Vaticano II.

-          Il cristianesimo non è un monolite. Al suo interno ci sono cristianesimi umani, umanistici e cristianesimi oscuri, pessimistici, angosciati. Questo è possibile perché la stessa figura originaria del cristianesimo, Gesù di Nazaret e il suo messaggio è una figura non semplice e non riconducibile ad un’opzione ideologica quale pessimismo o ottimismo. È piuttosto una figura paradossale, nonostante il suo messaggio sia decisamente e inequivocabilmente positivo: vangelo = buona notizia. E tuttavia Gesù constata sulla propria pelle che il male rimane attivo, reagisce contro chi lavora per il regno di Dio.

-          A mio avviso, se c’è una parte culturale che oggi merita sostegno da parte del cristiano è proprio quella più debole, anche perché quella più fiduciosa nelle possibilità umane di pensare, educare, essere responsabile, controllare la violenza. Ci sono figure nel panorama attuale che propongono un neoilluminismo aggressivo (quello che ha in mente anche Benedetto XVI nella lectio di Subiaco?), arrogante, scientista sul modello dell’autosufficienza della ragione a se stessa, che suggeriscono continuamente l’equivalenza tra religione e superstizione o tra religione e intolleranza (penso al matematico Piergiorgio Odiffredi).

-          Ci sono altre figure che diversamente riescono a dialogare col cristianesimo e a crearsi interlocutori cristiani seri. Questi declinano il modello dell’autonomia nello schema di un essere umano che è responsabile perché sa che vive nella relazione e vive di relazioni. L’essere religioso può essere credibile e può essere letto anche dall’agnostico come un’opzione del tutto ragionevole in un mondo che ci attesta la dipendenza come un dato di fatto fondamentale, non aggirabile e nello stesso tempo suscettibile di risposte libere diverse, anche opposte, che vanno dalla ribellione alla fede (con una serie vastissima di gradi intermedi).

-          La figura maggiormente unificante illuminismo e cristianesimo oggi mi pare quella della speranza. Di fronte alla domanda kantiana “cosa possiamo sperare?” il meglio di ciò che è erede dell’illuminismo e il meglio del cristianesimo possono parlarsi ancora e perfino intendersi senza rinunciare al proprio specifico o alla propria essenza.

-          Un modello di dialogo tra le due prospettive mi pare quella espressa da Karl Jaspers nell’opera “La fede filosofica”, (nonostante Jaspers non possa proprio essere definito un illuminista), oppure nei dibattiti aperti da Giorello tesi a far dialogare tra di loro le posizioni paradigmatiche di Voltaire e di Pascal, espresse secondo lui nella dialettica feconda tra “ragione limitata” e “fede incerta”.

 

 

 

 

 

 

Quali contenuti erano stati preparati? Quelli esposti nelle pagine precedenti

Con quali attività e mediazioni didattiche? Uso di testi, alcuni dei quali citati, altri presenti nell’opera citata: “Che cos’è l’lluminismo?”.

Con quali strumenti e materiali? Con quali testi? vedi sopra

Quali contenuti sono stati effettivamente presentati? Perché? La lezione è stata completata e ha permesso anche di avere una discussione di 15 minuti.

Quali modifiche è stato necessario apportare all’ordine logico della presentazione? Perché? Non ho dovuto apportare modifiche.

Quali attività sono state effettivamente realizzate? Perché? La lezione ha visto alla fine partecipazione degli studenti sotto forma di domande e di collegamenti personali a dibattiti di attualità a loro noti.

Quali strumenti, materiali e testi sono stati effettivamente utilizzati? Perché? Ut supra

Quale giudizio è possibile dare sulla lezione in termini di completezza, chiarezza, fluidità? Ho lavorato il più possibile sulla semplicità, la chiarezza e l’ordine espositivo che mi pare confermata dall’attenzione della classe, che ha seguito senza difficoltà.

Gli studenti hanno seguito le spiegazioni? Con quale grado di attenzione? Con quale durata? Sono stati presi appunti? Come? Ci sono stati comportamenti di disturbo? Perché? Grado di attenzione alta, con qualche interferenza

Gli studenti hanno partecipato alle attività? Lo hanno fatto spontaneamente o sollecitati? Ci sono state domande? C'è stata discussione? Chi ha partecipato che percentuale rappresenta rispetto alla classe? Gli studenti sono intervenuti non sempre però argomentando a sufficienza le proprie posizioni, spesso unilaterali.

Gli studenti hanno richiesto il recupero di nozioni, concetti, metodi, presupposti dal docente, ma non effettivamente posseduti? No. Il testo della lezione è stato consegnato loro e inserito nel materiale di studio e di verifica sulla seconda metà del 700.

Gli studenti hanno fornito degli spunti imprevisti per approfondimenti o interpretazioni divergenti? Sì e alcuni di questi sono stati considerati nella ri-stesura di questa unità, come la figura di Odiffredi, conosciuta da alcuni di loro tramite programmi televisivi.

La classe o singoli studenti hanno manifestato interesse dopo la lezione per approfondimenti o ampliamenti dei temi trattati? Non era possibile ampliare ulteriormente nell’economia del programma di storia già proibitivo.

La lezione può essere riproposta negli stessi termini? In caso di risposta negativa, come dovrebbe essere riorganizzata alla luce dell’esperienza fatta? Una lezione di questo tipo potrebbe essere utilizzata a partire dai dibattiti attuali nel mondo della cultura, che così potrebbero essere maggiormente contestualizzati storicamente