Problema

 "L’ITALIA DI FRONTE ALLA "GRANDE GUERRA""

 

PRESENTAZIONE:

Destinatari: studenti del quinto anno di corso di liceo classico e scientifico;

Presupposti: a) conoscenza della linee generali della storia d’Europa tra la Grande Depressione e il 1914; b) capacità di comprensione, ricostruzione ed esposizione del contenuto di un testo.

Obiettivi: a) conoscenze: idee, dibattiti, ed eventi principali nell’Italia nel concerto delle grandi potenze europee e di fronte alla Grande Guerra; b) competenze: comprensione di un manuale di storia, di un testo storiografico e di fonti, testimonianze, documenti e discorsi; c) atteggiamenti: sviluppo di una lettura critica dei testi a disposizione e in particolare delle fonti;

 

Tempi: sette ore in totale; b) due ore per l’esposizione del contenuto storico e per l’analisi del materiale documentario, c) due ore per la prova di comprensione con valore di verifica parziale, d) tre ore per un tema storico con valore di verifica sommativa;

Strumenti: fotocopie con le testimonianze, i documenti, i discorsi;

Metodi: lezioni frontale supportata dalla lettura guidata delle testimonianze, dei documenti, dei discorsi;

Contenuti: cfr. infra;

Verifiche formative: cfr. le tracce di analisi relative al contenuto e alle fonti prese in esame;

Verifica sommativa: cfr. il tema.

 

 

CONTENUTO:

L’Italia tra il 1912 e il 1914

La situazione italiana alla vigilia della Grande Guerra rappresenta di fatto quella che si potrebbe chiamare un’anomalia nel sistema delle alleanze costituitosi nell’Europa all’inizio del XX secolo. L’Italia infatti aderì alla Triplice Alleanza nel 1882 affiancandosi ad Austria e Germania senza la possibilità concreta di assumere un ruolo di pari rango nel "concerto delle potenze europee".

Con questa espressione si vuole indicare il sistema complesso di rapporti che vigevano dal punto di vista politico, diplomatico e militare tra i principali stati d’Europa e rispetto al quale la monarchia sabauda si trovava, per varie ragioni, in una posizione marginale. Di questa marginalità è necessario rendere immediatamente conto, in quanto essa è la motivazione che determina l’atteggiamento neutralista dell’Italia all’inizio del conflitto.

Dal punto di vista politico infatti le dimissioni di un primo ministro come Giovanni Giolitti, tradizionalmente "forte" per quanto concerne l’impatto sul parlamento, sul governo e sulle istituzioni in generale, e l’insediamento di un uomo da tutti considerato come "di passaggio" quale Antonio Salandra, sconsigliava l’assunzione di responsabilità eccessivamente impegnative nei confronti della nazione, quale avrebbe potuto essere quella dell’ingresso in un conflitto. Il ministero di Antonio Salandra si rivelò però ben presto tutt’altro che un governo "di transizione" verso un nuovo governo Giolitti: attorno al politico meridionale non tardarono a raccogliersi molti esponenti dell’alta borghesia italiana, in particolare le più importanti famiglie del grande capitale italiano d’inizio secolo, interessate alle commesse statali e preoccupate dall’avanzata del partito socialista, favorita peraltro proprio dal suffragio universale maschile concesso nel 1912 da Giovanni Giolitti. Il Partito socialista guidato da Filippo Turati giunse, nella città di Reggio Emilia, a raddoppiare gli iscritti, e il quotidiano "Avanti!" raddoppiò la tiratura.

Dal punto di vista economico poi Salandra doveva affrontare una situazione caratterizzata dalla scarsità della produzione agricola, insufficiente a fronte di una popolazione di 34 milioni di abitanti, e da una stagnazione del settore industriale, dovuto ad un rallentamento degli investimenti, a sua volta causato dal calo delle commesse statali, dalle quali dipendeva, per una parte non trascurabile, il volume d’affari delle grandi industrie italiane del tempo. A questa situazione di sostanziale crisi si aggiunse un generalizzato aumento del costo della vita, che finì per provocare una protesta sociale fortemente caratterizzata in senso antimonarchico e antimilitarista, cui presero parte i socialisti di Filippo Turati, i sindacati, gli anarco-sindacalisti e i socialisti-rivoluzionari.

Le manifestazioni di questa protesta, detta "settimana rossa", occuparono i giorni dal 7 all’11 giugno del 1914 e ebbero un esito drammatico: un manifestante rimase ucciso da un colpo di fucile sparato da un compagno e molti rimasero feriti nella repressione ordinata da Salandra per riportare l’ordine. Se ai manifestanti non riuscì di trasformare, com’era nelle loro intenzioni, la protesta antimonarchica in una sciopero d’opposizione al governo di Salandra, ciò fu dovuto alla sostanziale frammentarietà del fronte interno alla sinistra contestatrice. Per dare un’idea del clima che regnava nelle istituzioni in seguito alla "settimana rossa" è necessario citare un episodio che accadde allorquando il primo ministro Antonio Salandra venne convocato in parlamento per rispondere dei fatti di giugno. A Turati che chiedeva conto dell’atteggiamento dell’esercito, Salandra rispose con una sonora risata, segno che egli poteva contare sia su di una solida maggioranza parlamentare, sia su di un robusto consenso presso le grandi famiglie industriali del nord, attive nell’industria siderurgica e tessile: due settori tra l’altro facilmente convertibili in caso di scoppio di una guerra.

Per la comprensione:

  1. Quali furono i motivi che causarono il consolidamento dell’esecutivo guidato da Antonio Salandra?
  2. Per quale motivo fallì la protesta del 7-11 giugno 1914?

 

 

La neutralità italiana

Fatto, questo, che sarebbe accaduto di lì a poco, il 28 luglio 1914, in seguito alla comunicazione di un ultimatum da parte dell’Austria alla Serbia e all’accoglimento, giudicato insufficiente perché solo parziale, dello stesso ultimatum da parte della Serbia. L’automatismo delle alleanze non tardò a scattare, coinvolgendo nella mobilitazione i paesi aderenti alla Triplice Intesa e alla Triplice Alleanza, ad eccezione dell’Italia, che neppure venne informata dell’ultimatum. La sostanziale emarginazione della monarchia sabauda dal meccanismo diplomatico che portò allo scoppio della Grande Guerra può essere considerata il frutto della altrettanto sostanziale marginalità dell’Italia nel contesto della Triplice Alleanza.

Se da una parte la dichiarazione di neutralità dell’Italia poté trovare una legittimazione diplomatica nel carattere difensivo della Triplice, dall’altra essa pareva avere più il senso di una ritorsione nei confronti della decisione unilaterale degli alleati di escluderla dalle consultazioni per l’ultimatum e la dichiarazione di guerra. Peraltro la scelta italiana pareva giustificata dalla impreparazione dell’esercito ad affrontare un conflitto: a mancare non erano soltanto armi e mezzi, ma persino divise e ufficiali, in una monarchia da sempre caratterizzato dalla competizione, anziché dalla collaborazione, tra politici e militari.

Va inoltre ricordato che la maggioranza del parlamento e la maggior parte della popolazione erano contrarie alla guerra. Il 3 agosto del 1914 il governo italiano diramò un comunicato cui si proclamava la neutralità della monarchia di fronte al conflitto. Eccolo:

COMUNICATO UFFICIALE DEL GOVERNO ITALIANO:

"Trovandosi alcune potenze di Europa in istato di guerra ed essendo l’Italia in stato di pace con tutte le parti belligeranti, il governo del Re, i cittadini e le autorità del Regno hanno l’obbligo di osservare i doveri della neutralità secondo le leggi vigenti e secondo i principi del diritto internazionale. Chiunque violi questi doveri subirà le conseguenze del proprio operato, ed incorrerà, quando sia il caso, nelle pene dalle leggi sancite" (3 agosto 1914)

Per la comprensione:

  1. Quale era la posizione dell’Italia nel contesto della Triplice Alleanza?
  2. Quali furono i motivi che causarono la scelta della neutralità?

 

L’Italia tra intervento e neutralità

La scelta della neutralità, che era sembrata all’inizio una mossa diplomatica di successo, si rivelò per la monarchia sabauda una scelta assai limitante, oltre che obbligata a causa dell’arretratezza in una eventuale mobilitazione generale: tuttavia l’Italia decise di avviare lunghe e complicate trattative diplomatiche per negoziare un ingresso in guerra a fianco dell’Austria, in cambio del quale si richiedeva da parte italiana la concessione del Trentino. I ministri degli esteri Antonino di San Giuliano e Sidney Sonnino si succedettero nella conduzione di trattative con l’Austria prima (dal 16 ottobre ed oltre il 3 marzo) e con le forze della Triplice Intesa poi (a partire dal 3 marzo, data che non aveva ancora visto la conclusione delle trattative con l’Austria). Durante lo svolgimento delle trattative, l’opinione pubblica si raccoglieva attorno a pochi leader di primissimo piano e si spaccava in fronti opposti.

I fautori di un intervento armato dell’Italia nel conflitto si raccolsero nel numero degli "interventisti": con l’espressione "interventismo" si vuole intendere un atteggiamento politico favorevole all’intervento di uno stato in una guerra già combattuta da altri stati. I sostenitori della necessità di mantenere l’Italia al di fuori del conflitto vengono invece chiamati "neutralisti", dalla posizione dei quali va distinta la posizione ufficiale della Chiesa cattolica. Entrambi i fronti sono assai compositi e trasversali, nel senso che la scelta tra intervento e non intervento andò a spaccare gli schieramenti politici e i raggruppamenti ideologici consolidati: particolarmente colpiti da questa spaccatura furono i cattolici e i socialisti. I cattolici si schierarono in linea di massima su posizioni di neutralità, con l’eccezione dei giovani militanti di Lega Democratica. I socialisti di Filippo Turati rimasero fedeli al dettame pacifista della Seconda Internazionale, mentre i socialisti rivoluzionari, gli uomini vicini a Benito Mussolini e i socialisti riforimisti di Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati andarono a ingrossare le file degli interventisti.

Per la comprensione

  1. Quali furono i fronti in cui si divise l’opinione pubblica italiana di fronte alla possibilità dell’ingresso in un conflitto?
  2. Come si spaccarono in particolar modo i cattolici e i socialisti?

 

Gli interventisti

L’atteggiamento dell’interventismo è espressione non solo di una pluralità di interessi e sfumature, ma anche di aree politiche di ispirazione assai differente, da quella nazionalista-imperialista, a quella irredentista, a quella repubblicana, a quella socialista-rivoluzionaria, a quella cattolica. Particolare attenzione deve essere prestata a due di queste componenti, quella nazionalista-imperialista, e quella socialista-rivoluzionaria. La prima era costituita da tutti coloro i quali individuavano nella partecipazione dell’Italia alla guerra la possibilità di portare a compimento il processo di unificazione nazionale e di guadagnare, con una acquisizione definitiva, le "terre irredente". Con tale espressione si intendeva indicare quella porzione di territorio a maggioranza nettamente italiana ancora in mano austriaca dopo le Guerre d’Indipendenza. Tra costoro deve essere annoverato lo stesso Antonio Salandra, il quale parlò, a questo proposito, di un "sacro egoismo" dell’Italia, egoismo che andava necessariamente soddisfatto con l’acquisizione definitiva dei territori ancora mancanti; nel novero degli irredentisti deve essere considerato anche cesare battisti, capo dei socialisti trentini.

Per comprendere meglio l’ideologia nazionalista, può risultare utile riferirsi a uno stralcio dall’opuscolo di Alfredo Rocco dal titolo assai significativo: Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti. Eccolo:

 

OPUSCOLO DI ALFREDO ROCCO, CHE COSA E’ IL NAZIONALISMO E CHE COSA VOGLIONO I NAZIONALISTI:

"[un posto al sole, ndr] Lo reclamiamo, perché è giusto che anche a noi sia dato, dopo tante sofferenze e tante miserie. Lo reclamiamo, perché, finalmente, abbiamo la forza per reclamarlo". (1914)

Lo schieramento degli interventisti era poi completato a sinistra dai socialisti riformisti di Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati, dagli anarco-sindacalisti e dai sindacalisti rivoluzionari, ma erano presenti anche componenti repubblicane di ascendenza risorgimentale e d’ispirazione mazziniana. Tale fronte poteva contare anche sull’appoggio dei mezzi di stampa: il più autorevole quotidiano italiano, il prestigioso "Corriere della sera", allora diretto dal liberale conservatore Luigi Albertini, era una delle principali voci a sostegno dell’intervento per il quale Salandra non aveva mai fatto mistero di propendere.

Nelle file degli interventisti andavano poi a schierarsi anche i rappresentanti della piccola e media borghesia, che in caso di guerra avrebbero ricoperto nell’esercito ruoli di piccolo ufficialato, solitamente tenuto in grande considerazione: si tratta di medici, insegnanti, interpreti e tutti coloro i quali in virtù della loro posizione sociale e della loro formazione professionale erano in grado di dare un contributo tecnico e specialistico ad un esercito. Come vi era un interventismo di estrema sinistra, così vi era anche un interventismo di matrice cattolica di estrema destra, antiliberale e filoaustriaca, di cui si facevano in particolare portatori i membri di Lega Democratica.

Per la comprensione:

  1. Quali furono le componenti principali del fronte interventista?
  2. Quali furono le componenti cattoliche e socialiste?

 

L’area socialista-rivoluzionaria in seno al fronte interventista

Per quanto concerne invece l’area socialista-rivoluzionaria, la stessa violenza scatenata dalla guerra in sé e per sé era salutata positivamente come occasione di un rivolgimento possibile dell’ordine costituito liberale e capitalista, in vista della cancellazione di tutte le classi sociali e dell’instaurazione della società senza classi. La partecipazione da parte delle masse proletarie alla guerra doveva avere come l’obiettivo la trasformazione dello stesso conflitto da scontro tra gli stati a guerra per il socialismo. Questo pensiero era sostenuto con particolare vigore dalla penna di Sergio Panunzio, sul quotidiano "Avanti!", allora diretto da Benito Mussolini.

ARTICOLO DI SERGIO PANUNZIO SULL’"AVANTI!":

"…solo dalla presente guerra e quanto questa sarà acuta e lunga, scatterà rivoluzionariamente il socialismo in Europa… Alle guerre esterne dovranno succedere quelle interne, le prime dovranno preparare le seconde, e tutte insieme la grande luminosa giornata del socialismo" (12 settembre 1914)

Oltre alla autorevole voce di Panunzio, sempre nello stesso ambiente del socialismo italiano guidato da Filippo Turati, si levava il grido di un giovane esponente del movimento, Benito Mussolini, le cui vicende controverse in seno al partito e i cui rapporti, altrettanto controversi, con Filippo Turati, portarono a sviluppi importanti e assai gravidi di conseguenze per i successivi decenni della storia italiana. In un articolo sull’"Avanti", Mussolini scriveva così.

ARTICOLO DI BENITO MUSSOLINI SULL’"AVANTI!":

"Se domani per il gioco complesso delle circostanze si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi – fra i socialisti italiani – vorrebbe inscenare uno "sciopero generale", per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria, ecc. sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse – come uomini e come socialisti – non è dunque che questo stato di "anormalità" sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? […] Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto ciò dimostra che noi non possiamo "imbozzolarci" in una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere – come uomini e come socialisti – gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo e in qualche senso – i protagonisti?" (18 ottobre 1914)

Espulso dal partito socialista e dal quotidiano "Avanti!" per le sue posizioni decisamente interventiste, Mussolini riuscì, in pochissimo tempo e grazie all’appoggio economico di capitali italiani e forse anche francesi, a mettere in piedi in meno di un mese un nuovo giornale, il "Popolo d’Italia". Ecco uno stralcio del primo articolo del suo direttore, Benito Mussolini.

ARTICOLO DI BENITO MUSSOLINI SUL "POPOLO D’ITALIA":

"Grido invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!" (13 novembre 1914)

Per la comprensione:

  1. Quale fu la posizione di Benito Mussolini in seno al quotidiano "Avanti!"?
  2. Quale era la concezione che i socialisti-rivoluzionari avevano della guerra?

 

 

I cattolici neutralisti

Altrettanto variegato e frammentario era il fronte neutralista, composto dai socialisti di Filippo Turati, dai cattolici e dai cattolici d’ispirazione sociale quali Guido Miglioli, oltre che dai liberali di Giolitti; una posizione a parte occupa poi il pacifismo evangelico di papa Benedetto XV. Sebbene la posizione ufficiale della Chiesa cattolica fosse quella espressa dal pontefice, assai varie erano le opinioni dei cattolici impegnati in politica e in vari ambiti della vita culturale e sociale del paese, ed andavano dal cattolicesimo sociale di sinistra incarnato da Guido Miglioli fino al cattolicesimo conservatore antiliberale e filoaustriaco.

A questo proposito deve essere assolutamente ricordata la posizione espressa da Guido Miglioli in un articolo apparso sul "Giornale d’Italia" nel maggio del 1915; egli si proponeva come l’interprete di una corrente di cattolicesimo di sinistra, assai vicino alla vita delle classi lavoratrici e alle loro esigenze concrete. Ecco a questo proposto le sue parole:

ARTICOLO DI GUIDO MIGLIOLI SUL "GIORNALE D’ITALIA":

"Per me esistevano due quasi pregiudiziali: quella della mia fede, idealmente avversa alla guerra, e quella dei miei convincimenti sociali, i quali mi impongono un alto rispetto al sentimento delle classi lavoratrici, che credo di non errare ritenendo in gran parte oggi alla guerra contrarie" (maggio 1915)

Per quanto concerne invece la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, essa venne espressa da Giacomo Della Chiesa, papa col nome di Benedetto XV, in due occasioni: la prima fu il 28 luglio 1915, in cui parlò di una "orrenda carneficina che ormai da un anno disonora l’Europa". La seconda invece fu a distanza di due anni, il 9 agosto 1917, in una nota ai capi di stato dei paesi belligeranti, in cui l’orrenda carneficina si era tramutata, agli occhi del vicario di Cristo, in una inutile strage. Ecco la nota:

NOTA DI BENEDETTO XV AI CAPI DI STATO DEI PAESI BELLIGERANTI:

"Nel presentare la proposta di pace pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate, e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno di più, apparisce inutile strage" (9 agosto 1917)

Per la comprensione:

  1. Quale era la posizione di Guido Miglioli in rapporto al sentimento della maggioranza dei rappresentanti della classe lavoratrice?

2) Quale è la posizione di papa Benedetto XV?

 

Giolitti

Particolarmente interessante è poi la posizione espressa da Giovanni Giolitti il quale passò da una posizione che si potrebbe definire di "neutralismo armato" ad una di neutralismo liberale conservatore: l’espressione "neutralismo armato" vuole significare in questo caso l’intenzione, da parte di Giolitti, di mantenere l’Italia in una situazione di neutralità e di provvedere alla ristrutturazione dell’esercito cui mancavano ancora ufficiali, divise, munizioni e mezzi. Ecco cosa scrive Giolitti in una lettere al ministro degli esteri Antonino di San Giuliano, il 5 agosto del 1914:

LETTERA DI GIOVANNI GIOLITTI A ANTONINO DI SAN GIULIANO:

"Ritengo che ora più che mai dobbiamo coltivare i nostri buoni rapporti con l’Inghilterra, e far quanto ci è possibile per limitare o abbreviare le conseguenze del conflitto. Come ritengo pure che dobbiamo tenerci militarmente pronti" (5 agosto 1914)

Va a questo punto sottolineato che, sebbene non occupasse nel governo Salandra alcun ministero, Giolitti godeva comunque di una grande influenza in parlamento in quanto da lui dipendevano almeno duecento deputati; oltre a questi ci furono altri parlamentari appartenenti alla maggioranza che si dimostrarono disponibili a prendere apertamente posizione contro un eventuale colpo di coda del re e di Salandra in senso interventista. Furono infatti 198 i deputati che passarono da casa di Giolitti per lasciare il proprio biglietto da visita, pratica con la quale, secondo il costume della politica del tempo, si usava significare il proprio appoggio ad una iniziativa parlamentare. La processione a casa Giolitti era una chiaro segnale della sostanziale contrarietà della maggioranza dei parlamentari alla guerra, atteggiamento che peraltro rispecchiava quello del paese, la cui maggioranza era certo avversa ad una partecipazione dell’Italia alle ostilità.

L’atteggiamento politico di Giolitti, ostile ad un Salandra da subito sfuggito al suo controllo, non era certo un mistero nelle istituzioni: l’idea di un Giolitti lontano dal re e da Salandra usciva poi rafforzata da una lettera che lo stesso Giovanni Giolitti indirizzò all’amico Camillo Peano, direttore della rivista parlamentare "La Tribuna". La lettera in questione venne pubblicata su "La Tribuna", ma la parola "molto" venne sostituita, per errore o per malizia, con un assai meno onorevole "parecchio", cosa che valse a Giolitti l’ingeneroso appellativo di "uomo del parecchio". La lettera comunque parla chiaro:

LETTERA DI GIOVANNI GIOLITTI A CAMILLO PEANO:

"Credo molto nelle attuali condizioni d’Europa potersi ottenere senza guerra, ma su ciò chi non è al governo non ha elementi per un giudizio completo. Quanto alle voci di cospirazioni e di crisi non le credo possibili. Ho appoggiato ed appoggio ancora il governo, nulla importandomi delle insolenze di chi si professa suo amico ed invece è forse il suo peggior nemico" (24 gennaio 1915)

 

Per la comprensione:

  1. Qual è l’atteggiamento politico di Giolitti all’inizio del conflitto?
  2. Qual è la posizione di Giolitti a sei mesi dall’inizio del conflitto?

 

Giolitti contro Salandra

L’appoggio al governo era in realtà solamente provvisorio e del tutto formale, ed attendeva solamente le dimissioni di Salandra per diventare un no esplicito: Salandra chiese al parlamento la fiducia sull’intervento, tanto convinto quanto deciso a raccogliere un voto contrario. Venne infatti sfiduciato con 481 voti contrari e 150 favorevoli e si dimise il 13 maggio 1915, dopo aver preso atto dell’ostilità della Camera. Ottenuto così il viatico per uno scontato rifiuto delle proprie dimissioni e per una riconferma da parte di Vittorio Emanuele, accompagnò alle manovre dei palazzi quelle delle piazze, occupate dagli interventisti mobilitati per intimidire la Camera e far ritornare all’ovile salandrino i 198 transfughi che avevano dato il loro appoggio a Giolitti. Durante le giornate di quello che ai militaristi piacque chiamare "radioso maggio" e sotto la pressione della piazza la Camera rinunciò alle sue funzioni, passò la mano al governo, e Salandra si trovò investito dei pieni poteri con 407 voti favorevoli e 74 contrari.

La piazza fu agitata da un professionista dell’esaltazione delle masse, Gabriele D’Annunzio, che in un importante discorso in Campidoglio si esprimeva così:

DISCORSO DI GABRIELE D’ANNUNZIO IN CAMPIDOGLIO:

"Il Re d’Italia ha riudito nel suo gran cuore l’ammonimento di Camillo Cavour. […] l’ora suprema per la monarchia sabauda è suonata. […] sì, è sonata nell’altissimo cielo, nel cielo che pende, o Romani, sul vostro Pantheon, che sta, o Romani, su questo eterno Campidoglio… Qui, dove la plebe tenne i suoi concili, nell’area dove ogni ampliamento dell’Impero ebbe la sua consacrazione ufficiale, dove i consoli procedevano alla leva e al giuramento militare…" (17 maggio 1915)

La protesta di Giolitti, per quanto rivolta contro il ministro degli esteri Sidney Sonnino e non contro Antonio Salandra, era chiara e non lasciava adito a interpretazioni:

INTERVISTA DI GIOVANNI GIOLITTI A "LA TRIBUNA":

"La gente che è al governo meriterebbe di essere fucilata. Vogliono portare l’Italia alla guerra, per gli altri, senza bisogno; quando già sono state fatte concessioni adeguate. È un’idea fissa di Sonnino, di fare la guerra per salvare la Monarchia, che non è affatto in pericolo" (19 maggio 1915)

Già durante le trattative con la Triplice Alleanza erano stati presi contatti con le forze della Triplice Intesa, portati avanti fin alla firma del Patto di Londra il 26 aprile 1915, data in cui Sidney Sonnino, con il consenso del re e all’insaputa di un parlamento certamente ancora in maggioranza contrario all’intervento, firmò l’impegno dell’Italia all’ingresso in guerra a fianco delle potenze della Triplice Intesa entro un mese dalla firma del patto. Il 24 maggio 1915 l’Italia, con un parlamento aggirato da un colpo di stato e intimidito dalla protesta della piazza, faceva il suo ingresso nel primo conflitto mondiale.

Per la comprensione:

  1. Quale meccanismo politico e istituzionale viene avviato da Antonio Salandra e Sidney Sonnino per raggiungere l’ingresso in guerra dell’Italia?
  2. Che cosa indica l’espressione "radioso maggio"?
  3. Quale fu il ruolo della piazza nella scelta da parte del parlamento di rimettere la decisione nelle mani dell’esecutivo?

 

Tema storico con valore di verifica sommativa:

Dopo aver individuato gli elementi principali della situazione politica italiana in seguito alle dimissioni di Giovanni Giolitti e all’insediamento di Antonio Salandra come primo ministro, prova a delineare quale fu il rapporto tra parlamento, governo e piazza nell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra. Prova poi a tracciare un parallelo tra l’agitazione delle masse dell’Italia del 1914 e il suo effetto sul parlamento, e la campagna interventista televisiva e mediatica che una delle liberaldemocrazie occidentali odierne potrebbe avviare per legittimare la propria scelta in ambito di politica internazionale in occasione di un proprio intervento militare, e il suo effetto sulla popolazione.