L'ESERCIZIO DELLA SCRITTURA NELLA SCUOLA ITALIANA

I programmi del 1867

Gli esercizi poi si faranno in tre modi:. Scegliendo da un filosofo greco, nelle traduzioni latine migliori (se nel testo non si potesse), o da un filosofo latino, massime da Cicerone, un luogo
filosofico da esaminare, acciocché lo studio della filosofia meglio cooperi allo studio delle lettere antiche; il quale esercizio sarà principale tra gli altri.
Proponendo un quesito logico, per cui venga esercitato il giovane, così a voce, come in iscritto, a ben distinguere la forma genuina del ragionamento della sofistica, e sollevarsi alla definizione dei più importanti concetti.
Proponendo la soluzione di qualche difficoltà sulle teoriche già esposte.
 

Una sperimentazione degli anni Ottanta - Gli obiettivi

(A. COSTANTINI SGHERRI,     Savona. L'uso della "dissertazione" in un'esperienza di rinnovamento dell'insegnamento filosofico, in ROBERTO PASINI, GISELLA TARIZZO, Prospettive dell'insegnamento della filosofia, ISEDI, Milano 1980, pp. 83-93) 

  1. Sviluppo delle capacità di lettura critica, per acquisire gli strumenti di individuazione del linguaggio, dell'argomentazione, del problema contenuti nel testo
     

  2. Discussione sul linguaggio, sulla tecnica argomentativa, la problematica del testo al di là del testo stesso. Ciò comporta l'individuazione del registro linguistico dell'autore, quindi la sua comprensione storica.
     

  3. Esperienza filosofica diretta attraverso l'analisi e la discussione su problemi scaturiti dalle letture o dall'esperienza reale. Gli allievi sono spinti così a porre essi stessi dei problemi, portarli avanti e concluderli. In questo modo si sviluppa la creatività del giovane, ma anche la sua riflessione critica, in quanto il giovane non è sollecitato solo ad esprimere le proprie idee, ma le deve anche mettere alla prova, cioè legittimarle.
     

  4. Indirizzare questa problematica verso le forme di un discorso razionale, coerente e disciplinato attraverso la dissertazione scritta.
     

Una sperimentazione degli anni Ottanta - La programmazione

Anno Letture Dissertazioni

Primo

Frammenti orfici

Esiodo, Le opere e i giorni (antologia)

Frammenti e testimonianze di Anassimandro, Eraclito, Parmenide, Zenone, Democrito, Protagora e Gorgia

Dialoghi di Platone: Apologia (modello di lettura in classe), Protagora, Gorgia, Menone, Fedone, Fedro, Simposio, Repubblica, Parmenide, Sofista, Politico (lavori di gruppo)

Mito e logos

Il problema della neutralità del linguaggio rispetto a fini e valori

La cultura rende l'uomo più libero o più responsabile?

Verità e dialogo

Secondo

Scienza e filosofia: Aristotele, Analitici I (libri I e II), Categorie, Metafisica, Politica, Etica nicomachea, Etica Eudemia; Bacone, Novum Organum; Galilei, Lettere e Dialogo sui massimi sistemi; Cartesio, Discorso sul metodo.

Scienza e utopia: Hobbes, De cive e Leviatano; Spinoza, Tractatus Theologico-politicus; Locke, Trattato sul governo civile; Rousseau, Contratto sociale.

Dialogo e socialità.

I valori su cui ognuno fonda il proprio comportamento sono della stessa natura, in quanto fondamenti, dei principi delle scienze?

“Le prime idee religiose non nascono dalla contemplazione delle opere della natura, ma dall'interesse per gli eventi della vita, dalle speranze e dai timori che continuamente agitano lo spirito umano” (Hume).

Rapporti tra potere e diritto alle origini della convivenza sociale.

“La vita e la morte non sono due categorie formali, ma due concezioni della vita che corrispondono al doppio che è l'uomo. Secondo l'una, lo scopo della vita è nel vivere, nel godere la vita e impegnare tutto per questo. Per l'altra concezione, il significato della vita è nel morire” (Kierkegaard).

Terza

Varie a seconda dei temi di ricerca scelti dai diversi gruppi costituiti nella classe (Criteri di legittimità e fondamenti del discorso scientifico – L'interpretazione del mondo nella fisica classica e contemporanea – Il dibattito sulla metafisica – Stato e società nella filosofia dell''800 e del '900 – L'etica nella filosofia dell''800 e del '900).

Si può essere senza avere?

Definire utopia una teoria politica significa condannarla?

Libertà ed uguaglianza sono compatibili?

È possibile rifiutare la filosofia senza filosofare?

I programmi Brocca

“Per la verifica i docenti sono autorizzati a fare uso dei seguenti strumenti:

1. la tradizionale interrogazione;

2. il dialogo e la partecipazione alla discussione organizzata;

3. prove scritte quale la parafrasi, il riassunto ed il commento di testi letti, la composizione di scritti sintetici che esprimano capacità argomentative;

4. i "tests" di comprensione della lettura (risposte scritte a quesiti predisposti dall'insegnante e concernenti letture svolte).

Il ricorso a questa ampia gamma di prove è giustificato dal fatto che l'educazione filosofica richiede il possesso sicuro degli strumenti della comunicazione sia orale che scritta, espressioni rispettivamente della capacità argomentativa e dell'impegno di riflessione tipici della disciplina.

È inoltre opportuno richiamare l'attenzione sulla distinzione tra le verifiche formative, che dovranno essere tempestive e frequenti, essendo finalizzate al recupero delle carenze, e le valutazioni sintetiche, che si riferiscono ai livelli conoscitivi raggiunti nelle fasi conclusive".

 

Il modello francese

Questione Inventario Definizione Parallelo Commento

La filosofia è un puro gioco di idee?

L'angoscia è un fenomeno patologico?

La pietà è virtù o debolezza?

Il fatto sociologico è una costruzione?

La simpatia deve essere considerata un modo di conoscenza?


 

Natura, valore e limiti del flirt.

Ruolo dell'orgoglio nella vita morale.

Che cos'è l'esperienza?

L'assurdo

L'oggetto


 

Istinto e intelligenza

Democrazia e demagogia

Essenza ed esistenza


 

“Non ci sono verità prime; ci sono solo errori primi” (G. Bachelard)

“Pensare è un'arte che si impara come tutte le altre, anche con maggiore difficoltà” (J.J. Rousseau)



 

“L'arte è fatta per turbare, la scienza rassicura” (G. Braque)

 

 

IL MODELLO DELLA DISSERTAZIONE NELLA SCUOLA FRANCESE
- Questione: A è B o C?
- Chiarimento dei termini: che cosa sono A,, B e C
- Tesi 1: A è B

- Argomenti a favore della tesi 1.
- Critica degli argomenti a favore della teesi 1.
- Tesi 2: A è C.
- Argomenti a favore della tesi 2.
- Eventuale critica degli argomenti a favorre della tesi 2.
- Eventuale proposta di una tesi 3 e sua arrgomentazione.
- Conclusione (Ad esempio: A è sia B sia C;; A non è né B né C; posizione di un ulteriore problema, ecc.).

 

IL MODELLO DEI COLLEGI DEI GESUITI
-
Declaratio terminorum
- Status quaestionis
- Adversarii
- Demonstratio

 

NATURA, PREGI E LIMITI DEL MODELLO DIDATTICO GESUITICO
“Si studiava su manuali scritti in latino e si parlava in latino, ma il punto più importante per quanto riguarda l'educazione della mente sta altrove. I testi stampati in vista della scuola, le lezioni orali seguite in classe, lo studio personale condotto su quei testi e sugli appunti delle lezioni, avevano una loro forma ben caratteristica. Lo spiegare e l'udire, il leggere e lo studiare avvenivano secondo una progressione di enunciati o "tesi".
Ciascuna doveva essere dimostrata, ma prima si doveva chiarire con cura nella
declaratio terminorum il significato delle parole usate nell'enunciato o da usarsi nella prova, fare una breve menzione delle soluzioni alternative e dei loro proponenti antichi e moderni (gli adversarii) e infine esporre brevemente (e questa volta con libere parole) lo status quaestionis, vale a dire l’importanza del problema e i motivi del suo sorgere. Soltanto dopo si passava alla dimostrazione che avvenendo in forma di sillogismo era assai breve. Una volta terminata la dimostrazione della tesi, si doveva rispondere a una serie di obiezioni che riprendevano in dettaglio gli argomenti fatti valere dagli avversari.
Verosimilmente il momento intellettualmente più fecondo (là dove la mente si accende) stava proprio nel chiarimento dei termini e nella presa di coscienza dei loro molti possibili (e anzi ben legittimi) significati. E infatti in un vero e proprio esercizio di chiarificazione terminologica consistevano le due ore settimanali di "
disputa" che si aggiungevano alle lezioni: uno studente "difendeva" la tesi proposta dal docente nelle lezioni della settimana precedente e un secondo cercava di scalzarla. I due contendevano davanti a tutta la classe (in taluni giorni solenni davanti a tutto il corpo dei docenti e studenti) mediante sillogismi tra loro concatenati. In realtà la forma logica era soltanto il quadro entro cui immettere le cose capite, e queste consistevano per lo più in significati molteplici colti e posti in rilievo dal difendente ma ignorati o confusi dall'opponente. Ecco perché le espressioni sempre ricorrenti nelle "dispute", e alle quali era affidata la verità dell'enunciato, erano: distinguo, sudistinguo, sub data distinctione nego consequens (ossia l'enunciato che conclude il sillogismo) e consequentiam (ossia il rapporto di consequenzialità). Quando l'opponente mutava argomentazione, era tenuto a dirlo in chiaro anzitutto a sé stesso con un sonoro transeo ad aliud che implicava per le orecchie attente degli uditori una tacita ammissione di sconfitta: il suo primo strumento critico non aveva retto alla prova. Talora il difendente evitava di scendere sul campo scelto dall’opponente, ossia non accettava nessuna delle due premesse neppure sotto al riserva del "distinguo", ma rispondeva con un secco nego suppositum (nego il presupposto delle tue asserzioni) che suonava come una appena velata dichiarazione di ingenuità intellettuale. Una struttura alquanto più libera aveva l'esame, che però avveniva sempre come dimostrazione di una tesi e come risposta a obiezioni più o meno prevedibili avanzate dagli esaminatori; l'altezza del voto era proporzionale alla difficoltà dell'obiezione e alla pertinenza della risposta. Dopo tre anni di studio, il numero delle tesi era progressivamente salito a 100 (in realtà erano di più, ma una tesi poteva aggregarne parecchie), e poiché l'esame conclusivo del triennio dalla durata di un'ora le riprendeva tutte quante, nel gergo studentesco si parlava sobriamente del temibile "centone" che si stava avvicinando. Nelle istituzioni interne della Compagnia di Gesù, questo metodo di studio rimase sostanzialmente immutato dalla seconda metà del Cinquecento ai primi anni sessanta del secolo appena trascorso.

Chi scrive non ha un ricordo negativo di quel metodo e, più in concreto, valuta in maniera favorevole l'attenzione data alle parole elementari della nostra mente (le dense e talora enigmatiche formulazioni di Aristotele disperse in tutti i corsi). Semmai, un limite stava proprio nel troppo rapido trascorrerci accanto e nella netta prevalenza data al volere dimostrare sul comprendere (e sulla connessa trasformazione del modo di vedere e dirsi le cose). Nasceva allora quel verbalismo che da parecchi secoli era imputato alla filosofia e teologia scolastica: da Erasmo agli umanisti da un lato, da Descartes, Bacone e tutti i promotori della scienza sperimentale dall'altro. Anche in questo strano modo ci si inseriva in una tradizione” (P. G. NARDONE, S.J.).

 

MANUALISTICA ED ESERCIZI NELLA TRADIZIONE ANALITICA

Autore Titolo I edizione Traduzione italiana

MARTIN HOLLIS

Introduzione alla filosofia

1985

Il Mulino, 1994

N. WARBURTON

Il primo libro di filosofia

1992

Einaudi, 1999

JOHN HOSPERS

Introduzione all'analisi filosofica

1956

Mondadori, 2003

L'INTRODUZIONE ALL'ANALISI FILOSOFICA DI J. HOSPERS

 

1. "Che cosa importa se le teorie etiche usano la parola "bene" e altri termini etici così come vengono usati nella conversazione ordinaria? In ambito scientifico, quando troviamo un termine vago, gli assegniamo un significato specifico tecnico; in fisica facciamo questo con parole come "energia", "resistenza", "lavoro". Perché non farlo anche in etica, liberandoci della vaghezza e dei significati che si sovrappongono?". Commentate.

2. Quali delle seguenti asserzioni sono di tipo empirico? Perché?

a. I broccoli ti fanno bene
b. E' bene per te venire a trovarmi.
c. I mandarini sono buoni.
d. Trattenere il fiato è un buon metodo per far passare il singhiozzo.
e. Apprezzo la tua amicizia.
f. Puoi non apprezzare l'affidabilità, ma scoprirai che averla sarà per te prezioso.
g. Ho un cattivo sapore in bocca.


3. Valutate i seguenti ragionamenti.
a. La felicità è un bene, indipendentemente da chi lo possiede. Dovremmo impegnarci per ottenere il bene. Quindi, io dovrei impegnarmi per ottenere il tuo bene come il mio.
b. «Perché è immorale produrre un valore e tenerselo, ed è morale darlo via? E se non è morale per voi tenervelo, perché è morale per gli altri accettarlo? Se quando lo
elargite siete altruisti e virtuosi, quelli che lo accettano non sono forse egoisti e colpevoli? La virtù consiste nel servire il vizio?»

4. Le seguenti regole hanno delle eccezioni? Se è così, nell'ambito di quali condizioni possibili? Perché?
a. «Non si dovrebbe mai usare la forza nei confronti degli altri.» «Però è giusto usarla per legittima difesa, quando gli altri ti attaccano.» «Bene, allora la regola dovrebbe essere: Mai iniziare a usare la forza contro altri.»
b. Mai truffare un cliente, anche se il capo minaccia di licenziarvi se non lo fate.
c. Un imputato che si sa essere innocente non dovrebbe mai essere condannato.
d. Quando due candidati hanno gli stessi titoli, dovrebbe essere scelto quello appartenente alla minoranza etnica.
e. Dovrei sempre agire in modo tale da preservare (e se possibile incrementare) la libertà altrui.
f. A volte qualcuno dovrebbe essere giustiziato senza processo.
 

5. In etica, molto dipende da come un atto è classificato. I seguenti dovrebbero, essere classificati come omicidi o tentati omicidi?
a. Vostro padre è malato terminale e in preda a dolori insopportabili per lenire i quali non è più possibile far nulla; lo aiutate a morire senza dolore somministrandogli un veleno ad azione rapida.
b. A intende sparare a B ma, per sbaglio, spara a C e lo uccide.
c. Alcuni uomini hanno fatto saltare, con la dinamite, il muro di un carcere per far evadere un detenuto, ma nello scoppio sono stati uccisi altri detenuti.
d. Gli abitanti del villaggio hanno offerto ai pellegrini diretti a La Mecca di traghettarli a pagamento da una riva all' altra del mar Rosso, ma, dopo aver raccolto i soldi, li hanno
scaricati su un' isola deserta, dove non c'era né cibo né acqua,facendoli morire.
e. Il poliziotto sta per arrestare l'autista di un camion. Costui avvia il mezzo e accelera rapidamente, il poliziotto viene buttato a terra e rimane ucciso dalle macchine che sopraggiungono.
f. Un uomo si getta dal dodicesimo piano di un edificio in fiamme, sapendo che morirà per la caduta. È un suicidio? (Secondo la dottrina cattolica del" doppio effetto", non
si tratta di suicidio se l'intenzione era soltanto quella di salvarsi dalle fiamme e non di uccidersi.)
g. Le ha mentito dicendole, prima di fare l'amore, che non aveva l'AIDS. Lei ha contratto la malattia ed è morta.
h. Non è riuscito a dirgli che i freni dell' auto non funzionavano. Al primo tratto in discesa, è finito contro un muro ed è morto.

6. «Non è che desideriamo vedere soffrire la gente; desideriamo soltanto essere protetti contro pericolosi predatori. Se potessimo paracadutare tutti i serial killer su di una remota isola dei mari del Sud (assumendo che non fosse già abitata), ciò ci libererebbe di loro esattamente come se finissero per un periodo in prigione. Cosa importa se si tratterà di una specie di vacanza, dato che
non danno più fastidio a nessuno?»
«Al quadro manca un elemento: essi meritano di soffrire per quello che hanno fatto. Hanno spento delle vite umane, e per questo devono pagare un prezzo. Ciò viene garantito dalla pena, non dall'esilio sull'isola dei mari del Sud.»
Continuate la conversazione o discutete l'esempio.


7. In Argentina viene trovato un nazista che è stato responsabile della morte di diverse centinaia di persone in un campo di sterminio. Ora è a capo di un 'industria, e ha condotto un'esistenza irreprensibile fin dal suo arrivo in questo paese. Dovrebbe essere estradato e punito per i suoi crimini di oltre cinquant'anni fa, o dovremmo dimenticarci di tutto, dicendo «Ora è passato troppo tempo» oppure «Condannarlo non servirebbe a nulla»? Quale teoria della punizione state difendendo nel dare la vostra risposta?
 

8. Quando un certo atto 1) è ingiusto verso qualcuno, o 2) è una violazione dei diritti di qualcuno, ciò definisce la questione? Ovvero, ne segue che non dovreste mai farlo? O, invece, qualche volta le violazioni dei diritti sono ammissibili? (E nel caso della guerra?)
 

9. Un individuo accusato di avere abusato sessualmente di suo figlio merita forse delle attenuanti perché lui stesso subì la medesima sorte quand'era bambino? Una persona merita delle attenuanti perché un amico l 'ha convinta a unirsi a lui in una rapina quando era sotto l'effetto di droghe e non pienamente consapevole di ciò che stava facendo (e certamente non delle conseguenze)?
 

10. È un'azione ingiusta (sleale) se un ufficiale seleziona un soldato per una missione pericolosa perché 1) non gli sta in simpatia e non vuole che ritorni sano e salvo o 2) è ritenuto il più idoneo a compiere quella missione?
 

11.
A: Cosa dovresti o non dovresti fare dipende dalle circostanze in cui ti trovi. In una società nel deserto, dove sprecare l'acqua può causare la perdita di vite umane, non dovresti sprecarla, ma in una società in cui c'è abbondanza d' acqua la cosa è possibile. Di solito non mangeremmo i nostri compagni di viaggio, ma quando non esiste altro modo per evitare di morire di fame dopo un
disastro aereo, è lecito farlo. Nelle tue circostanze, sembra desiderabile divorziare: non hai bambini e ti troveresti meglio da divorziato; nelle mie, invece, dato che ci sono dei figli, e potremmo essere in grado di sistemare le cose, non dovremmo ottenere il divorzio. In una situazione di estrema povertà sono ammissibili alcune cose inaccettabili in una società più ricca, ad esempio raccogliere dal piatto di qualcuno gli avanzi e mangiarli. Tutto dipende dalle circostanze: quanto è giusto in un dato contesto, può non esserlo in un altro; ciò che è desiderabile in un posto, spesso non lo è in un altro.
B: Esistono, però, atti che sono sbagliati in tutte le circostanze. Questi sono l'argomento specifico dell'etica.
Secondo voi esistono atti di questo tipo? Discutete la questione.
 

12. Le vostre norme per una società buona sarebbero le stesse o simili a quelle che prescrivereste per una persona (buona)?
 

13.
A: Puoi sostenere che le tue prestazioni valgono un tanto l'ora, ma se nessuno ti pagherà quella cifra, non c'è ragione per dirlo. Esse valgono solo tanto quanto ti pagherà il miglior offerente; quale altro criterio può esserci riguardo a quanto "davvero valgono"?
B: Oggigiorno paghiamo milioni per un solo quadro di Van Gogh. Nessuno lo avrebbe pagato anche solo cento dollari all'epoca in cui venne dipinto. Senza dubbio, però, le sue opere valevano molto di più anche allora, ma nessuno apprezzava il loro effettivo valore. La stessa considerazione si può applicare al lavoro che faccio da McDonald's.
Discutete le tesi esposte.
 

14. Dovremmo applicare anche agli animali quelle parti dell'etica che applichiamo (o sosteniamo) nei rapporti con gli altri esseri umani «<Non uccidere»,
«Non causare un dolore ingiustificato», «Non usare gli altri come mezzi per i tuoi fini» ecc.)?

 

LA TERZA PROVA DELL'ESAME DI STATO NELLA NORMATIVA


La terza prova scritta negli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, a carattere pluridisciplinare, è intesa ad accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell'ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica”.
Essa può assumere una delle seguenti forme:

“La prova, predisposta dalle Commissioni a norma dell'articolo 5, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, per la quale le Commissioni stesse possono avvalersi dell'archivio nazionale permanente dell'Osservatorio nazionale istituito presso il Centro europeo dell'educazione di cui all'articolo 14 del medesimo decreto, può comprendere, alternativamente o cumulativamente, le seguenti tipologie di svolgimento:

  1. trattazione sintetica di argomenti significativi, anche a carattere pluridisciplinare, contenente l'indicazione della estensione massima consentita (numero delle righe o delle parole). Tale proposta può essere presentata al candidato anche mediante un breve testo, in relazione al quale vengano poste specifiche domande.

  2. quesiti a risposta singola, volti ad accertare la conoscenza ed i livelli di competenza raggiunti dal candidato su argomenti riguardanti una o più materie, possono essere articolati in una o più domande chiaramente esplicitate. Le risposte debbono essere in ogni caso autonomamente formulate dal candidato e contenute nei limiti della estensione massima indicata dalla Commissione, analogamente a quanto previsto alla precedente lettera a).

  3. quesiti a risposta multipla, per i quali vengono fornite più risposte, tra cui il candidato sceglie quella esatta, possono essere presentati anche in forma di risposta chiusa e prevedere un certo numero di permutazioni di posizione delle domande e delle risposte. Tali quesiti possono pertanto concretarsi in vere e proprie prove strutturate vertenti su argomenti di tutte le materie dell'ultimo anno di corso.

  4. problemi a soluzione rapida, articolati in relazione allo specifico indirizzo di studio e alle esercitazioni effettuate dal candidato nel settore disciplinare coinvolto nel corso dell'ultimo anno.

  5. analisi di casi pratici e professionali, correlata ai contenuti dei singoli piani di studio dei vari indirizzi, alle impostazioni metodologiche seguite dai candidati e alle esperienze acquisite anche all'interno di una progettazione di Istituto caratterizzata dall'ampliamento dell'offerta formativa. La trattazione di un caso pratico e professionale, che costituisce una esercitazione didattica particolarmente diffusa negli Istituti professionali e tecnici, può coinvolgere più materie ed è presentata con indicazioni di svolgimento puntuali e tali da assicurare risposte in forma sintetica.

  6. sviluppo di progetti, proposto per quegli indirizzi di studio per i quali tale modalità rappresenta una pratica didattica largamente adottata. In particolare negli Istituti tecnici e professionali, in relazione ai singoli piani di studio, può essere richiesto lo sviluppo di un progetto che coinvolga diverse discipline o la esposizione di una esperienza di laboratorio o anche la descrizione di procedure di misura o di collaudo di apparati o impianti che siano tali da consentire al candidato di dimostrare anche la conoscenza degli strumenti, delle loro caratteristiche e delle metodologie di impiego.
    L'assegnazione delle prove sottostà ad alcuni vincoli, chiaramente esplicitati nella normativa:
    La prova concerne una sola delle tipologie di cui all'articolo 2 ad eccezione delle tipologie di cui alle lettere b) e c), che possono essere utilizzate anche cumulativamente. La scelta della tipologia da parte delle Commissioni deve tenere conto della specificità dell'indirizzo di studi, delle impostazioni metodologiche seguite dai candidati, delle esperienze acquisite all'interno della progettazione dell'Istituto e della pratica didattica adottata, quali risultano dal documento del Consiglio di classe di cui all'articolo 5, comma 2, del citato decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998 n. 323.

La prova, che coinvolgerà non più di cinque discipline, deve prevedere:

  1. non più di 5 argomenti per la trattazione sintetica;

  2. da 10 a 15 quesiti a risposta singola;

  3. da 30 a 40 quesiti a risposta multipla;

  1. non più di 2 problemi scientifici a soluzione rapida, tali cioè da non richiedere calcoli complessi;

  2. non più di due casi pratici e professionali;

  3. un progetto”.


     

ESEMPI DI TERZE PROVE
(
http://www.xcogito.com/cedeatp/)

IL GIOVANE HEGEL
<<
Leggi il seguente testo:

Quando arriverà ciò di cui ci parlavi poc’anzi? E da quali segni riconosceremo l’approssimazione dell’avvento del regno del Messia?”

Gesù rispose loro: “Questa attesa di un Messi farà ancora cadere la mia gente in grandi pericoli e, connessa con gli altri loro pregiudizi e con la loro cieca ostinazione, ne procurerà la rovina completa: questa chimerica speranza ne farà il trastullo di scaltri impostori o di sognatori senza testa. State attenti a non lasciarvi trascinare anche voi nell’errore. Spesso si dirà: ‘E’ qui o lì l’atteso Messia’. Molti si spacceranno per il Messia, a questo titolo si ergeranno a capi di rivolte e a fondatori di sette religiose, faranno profezie e opereranno miracoli, per far cadere possibilmente in errore anche i buoni. Spesso si dirà: ‘Là nel deserto, si mostra l’atteso Messia; qui nella caverna si tiene ancora nascosto’. Non vi lasciate trascinare a correre dietro di loro. Siffatte presunzioni e fame daranno luogo a rivolte politiche e scissioni della fede. Si prenderà partito e, in questo spirito di parte, ci si odierà e ci si tradirà l’uno con l’altro e si crederà di essere autorizzati a sacrificare, a questo cieco zelo, per dei nomi e delle parole, i più sacri doveri dell’umanità… In ogni caso, rimanete incrollabilmente fedeli ai vostri princìpi. Vi assalga pure e vi tormenti lo spirito di fanatismo, predicate la tolleranza, esortate all’amore e alla pace, non interessatevi a nessuno di questi partiti religiosi e politici. Non crediate di veder compiersi il piano della divinità in siffatti ammassamenti tumultuosi o in leghe che giurano sul nome e sulla fede di una persona: esso non è limitato ad un solo popolo o ad una sola fede, ma abbraccia, con amore imparziale, tutto quanto il genere umano. Allora voi potete dire che questo piano è compiuto, quando non il culto di nomi e parole, bensì il culto della ragione e della virtù sarà riconosciuto ed esercitato su tutta la terra.


 

    Presenta sinteticamente il pensiero del giovane Hegel, facendo se è il caso riferimento al testo per illustrarne i concetti più significativi (ebraismo, religione positiva, ecc.).

     

    Dopo aver inquadrato il brano letto nell’opera da cui è tratto, analizzalo, individuandone il problema e i temi principali, nonché i riferimenti evangelici e filosofici più significativi.>>


 


 

IL PROBLEMA DELLA METAFISICA


 

<<Discuti il problema della metafisica nella filosofia contemporanea alla luce dei seguenti testi o di altri riferimenti che ti sembrano opportuni:

Da che deriva dunque che essa [la metafisica] non abbia ancora potuto trovare il cammino sicuro della scienza? Egli è forse impossibile? Perché dunque la natura ha messo nella nostra ragione questa infaticabile tendenza, che gliene fa cercare la traccia, come se fosse per lei l’interesse più grave per tutti?” (I.KANT, Critica della ragion pura. Prefazione alla seconda edizione, 1787).


 

Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che con la filosofia nulla ha da fare – e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro – egli non avrebbe il senso che gli insegniamo filosofia – eppure esso sarebbe l’unico rigorosamente corretto” (L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, prop. 6.53, 1921).


 

Talvolta idee che prima fluttuavano nelle regioni metafisiche possono essere raggiunte dall’accrescersi della scienza… Esempi di tali idee sono: l’atomismo; […] l’idea del moto della Terra […]; la venerabile teoria corpuscolare della luce; la teoria dell’elettricità come fluido […]. Tutti questi concetti e queste idee metafisiche sono forse stati d’aiuto, anche nelle loro forme più primitive, nel portare ordine nell’immagine che l’uomo si fa del mondo, e in alcuni casi possono anche aver portato a predizioni dotate di successo. Tuttavia un’idea di questo genere acquista status scientifico soltanto quando venga presentata in una forma in cui possa essere falsificata, cioè a dire, solo quando è diventato possibile il decidere empiricamente tra essa e qualche teoria rivale” (K.R.POPPER, Logica della scoperta scientifica, 1934)>>.

IL PROBLEMA DELLA DIALETTICA


 

<<Discuti il problema della dialettica nella filosofia contemporanea alla luce dei testi seguenti o di altri riferimenti che ritieni opportuni:

Nel tentativo, che [secondo Kant] fa la ragione, di conoscere l’incondizionato del secondo oggetto, del mondo, essa s’impiglia in antinomie, cioè nell’affermazione di due proposizioni opposte circa lo stesso oggetto, e in modo che ciascuna di queste due proposizioni può essere affermata con pari necessità. Da ciò risulta che il contenuto del mondo, le cui determinazioni s’impigliano in siffatta antinomia, non può essere in sé ma è solo apparenza. La soluzione è, che la contraddizione non cade nell’oggetto in sé e per sé, ma concerne soltanto la ragione conoscitrice […]. Il punto principale da osservare [contro Kant] è, che non solo nei quattro oggetti particolari presi dalla cosmologia si trova l’antinomia, ma piuttosto in tutti gli oggetti di tutti i generi, in tutte le rappresentazioni, i concetti e le idee. Saper questo e conoscere questa proprietà degli oggetti appartiene all’essenziale della considerazione filosofica: questa proprietà costituisce ciò che più oltre si determina come il momento dialettico della logica” (G.W.F.HEGEL, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, § 48, 1817).


 

La dialettica (nel senso moderno del termine, cioè, principalmente, nell’accezione hegeliana) è una teoria che afferma che qualcosa – più in particolare il pensiero umano – si sviluppa secondo un procedimento caratterizzato dalla cosiddetta triade dialettica: tesi, antitesi e sintesi […]. E’ difficile mettere in dubbio ch’essa descriva abbastanza bene certi tratti della storia del pensiero […], ma si deve riconoscere che non corrisponde esattamente allo sviluppo di una teoria per prova ed errore [congetture e confutazioni] […]. Il contrasto fra un’idea e la sua critica, o fra una tesi e la sua antitesi, perverrebbe all’eliminazione della tesi (o magari dell’antitesi) ove questa non fosse soddisfacente” (K.R.POPPER, Congetture e confutazioni, Che cos’è la dialettica, 1969)>>.


 


 

IL SENSO DELLA FILOSOFIA

<<“La figura autentica in cui la verità può esistere è soltanto il sistema scientifico della verità stessa. Ora, collaborare affinché la filosofia si avvicini alla forma della scienza, affinché giunga alla meta in cui possa deporre il nome di amore del sapere per essere sapere reale, è ciò che appunto mi sono proposto” (HEGEL, Prefazione alla Fenomenologia dello spirito).


 

I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo” (MARX, XI tesi su Feuerbach).


 

Per il filosofo la storia del mondo è conchiusa, ed egli media. Perciò, ai nostri tempi, è all’ordine del giorno vedere lo spettacolo triste di giovani che sanno mediare il cristianesimo e il paganesimo, che sanno scherzare colle titaniche forze della storia, e a un poveretto non sanno dire quello che deve fare di questa vita e non sanno nemmeno quello che essi stessi vi stanno a fare” (KIERKEGAARD, Aut-aut)


 

La filosofia degli ultimi due secoli, pur nella varietà degli orientamenti, si interroga sul senso dello stesso filosofare. Utilizzando i testi forniti, o altri a te noti, ricostruisci sinteticamente e valuta le risposte a questa domanda che ti sembrano più significative (25 righe)>>.


 

QUESTIONI MORALI


 

<<Supponiamo che tu lavori in una biblioteca e un amico ti chieda di lasciargli portare via di nascosto un libro in consultazione difficile da trovare che egli desidera possedere. Potresti esitare per varie ragioni. Potresti temere che sarà scoperto e che sia tu sia lui avrete allora dei guai. Potresti volere che il libro rimanga in biblioteca in modo che tu stesso possa consultarlo. Ma potresti anche pensare che quello che egli propone è sbagliato – che non dovrebbe farlo e che tu non dovresti aiutarlo. Se la pensi così, che cosa significa e che cosa lo rende vero?
Supponiamo che tu cerchi di spiegare tutto questo al tuo amico…
(THOMAS NAGEL, Una brevissima introduzione alla filosofia).


 

    Come spiegherebbero, rispettivamente, un kantiano e un utilitarista che non si devono sottrarre libri dalle biblioteche?

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    L’amico potrebbe non essere né kantiano, né utilitarista, e potrebbe ribattere che nessuna delle tue teorie è valida. Quali argomenti potrebbe portare contro di esse?


 

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    E alla fine il tuo amico se ne andrà con il libro?>>


 

UN CASO ETICO IN PRIMO LEVI


 

<<Nell’agosto del 1944 ad Auschwitz faceva molto caldo. […] La mia squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivamo per la sete…

L’angolo di cantina che mi era stato assegnato dal Kapo perché ne sgombrassi le macerie era attiguo ad un vasto locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma già danneggiati dalle bombe. Lungo il muro, verticale, c’era un tubo da due pollici, che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Un tubo d’acqua? Provai ad aprirlo, ero solo, nessuno mi vedeva. Era bloccato, ma usando un sasso come un martello riuscii a smuoverlo di qualche millimetro. Ne uscirono gocce, non aveva odore, ne raccolsi sulle dita: sembrava proprio acqua. Non avevo recipienti; le gocce uscivano lente, senza pressione: il tubo doveva essere pieno solo fino a metà, forse meno. Mi sdraiai a terra con la bocca sotto il rubinetto, senza tentare di aprirlo di più: era acqua tiepida per il sole, insipida, forse distillata o di condensazione, ad ogni modo, una delizia.

Quant’acqua può contenere un tubo da due pollici per un’altezza di un metro o due? Un litro, forse neanche. Poteva berla tutta subito, sarebbe stata la via più sicura. O lasciarne un po’ per l’indomani. O dividerla a metà con Alberto. O rivelare il segreto a tutta la squadra.

Scelsi la terza alternativa, quella dell’egoismo esteso a chi ti è più vicino, che un mio amico ha appropriatamente chiamato “nosismo”. Bevemmo tutta quell’acqua, a piccolo sorsi avari, alternandoci sotto il rubinetto, noi due soli. Di nascosto; ma nella marcia di ritorno al campo mi trovai accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di cemento, che aveva le labbra spaccate e gli occhi lucidi, e mi sentii colpevole. Scambiai un’occhiata con Alberto, ci comprendemmo al volo, e sperammo che nessuno ci avesse visti. Ma Daniele ci aveva intravisti in quella strana posizione, supini accanto al muro in mezzo ai calcinacci, ed aveva sospettato qualcosa, e poi aveva indovinato. Me lo disse con durezza, molti mesi dopo, in Russia Bianca, a liberazione avvenuta: perché voi due sì e io no? Era il codice morale “civile” che risorgeva […].

E’ giustificata o no la vergogna del poi? Non sono riuscito a stabilirlo allora, e neppure oggi ci riesco, ma la vergogna c’era e c’è, concreta, pesante, perenne. Daniele adesso è morto, ma nei nostri incontri di reduci, fraterni, affettuosi, il velo di quell’atto mancato, di quel bicchiere d’acqua non condiviso, stava fra noi, trasparente, non espresso, ma percettibile e “costoso”.

(PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986)


 

In questo testo, Levi ci propone una scelta etica tragica. Essa si compie in un contesto storico che sfida i nostri criteri di giudizio etici. Il tema della vergogna in Levi non è riducibile alla semplice consapevolezza di aver compiuto atti moralmente sbagliati.

Nonostante ciò, a posteriori, Levi considera il suo gesto dal punto di vista del “codice morale civile” e sembra invitarci a riflettere se la sua vergogna fosse giustificata in base alle correnti teorie etiche.

    Discuti la scelta alla luce delle teorie etiche kantiana e utilitaristica (al massimo dodici righe).

     

    Esponi analiticamente i principi di una delle teorie etiche a cui hai fatto riferimento (al massimo dieci righe)>>.

     

    TIPOLOGIA B  -  REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”

    (puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)

    CONSEGNE

    Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano.

    Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

    Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).

    Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.

    Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’.

    Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro).

    Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).

    Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

    3.  AMBITO            STORICO - POLITICO

    ARGOMENTO: Crollo dei regimi nazionalistici, “guerra fredda” e motivi economici agli inizi del processo di integrazione europea.

    DOCUMENTI

    «Era ovunque assai forte [nella seconda metà degli anni Quaranta del sec. XX] la repulsione contro il nazionalismo – il proprio non meno che quello degli altri – che tanti mali aveva prodotto...Affermazioni europeiste, più o meno precise, apparvero quindi con frequenza crescente nelle dichiarazioni programmatiche di molti partiti e governi. Questa diffusione non fu tuttavia uguale in tutti i paesi e in tutti i partiti dell’Europa occidentale. Ebbe un terreno più favorevole nelle nazioni che avevano avuto l’esperienza dell’umiliazione totale dei loro Stati, e che necessariamente riponevano una assai minor fiducia nella restaurazione delle tradizionali sovranità nazionali. L’europeismo si diffuse con relativa facilità, come si può ben comprendere, in Germania e in Italia, che dal loro sfrenato nazionalismo avevano raccolto amarissimi frutti, nonché in Olanda, Belgio e Lussemburgo, che avevano constatato il valore nullo della sovranità dei loro piccoli paesi…Messo da parte il capo della liberazione, le forze politiche francesi che assunsero la direzione della Quarta Repubblica si orientarono assai presto verso una politica estera europeista, vedendo in essa la sola possibilità di mettere su basi nuove le relazioni future, soprattutto con la Germania».

    A. SPINELLI, Europeismo, in “Enciclopedia del Novecento”, vol. II, Roma, 1977

     

    «Per gli americani però un’Europa efficacemente ricostruita, parte dell’alleanza militare antisovietica che costituiva il logico complemento del Piano Marshall – l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) istituita nel 1949 – doveva realisticamente fondarsi su una forte economia tedesca e sul riarmo della Germania. Il meglio che i francesi potevano fare era di intrecciare così strettamente gli interessi francesi e quelli tedesco-occidentali da rendere impossibile il sorgere di un nuovo conflitto tra i due vecchi avversari. I francesi proposero perciò la propria versione dell’unione europea nella forma della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1950), che si sviluppò nella Comunità Economica Europea o Mercato Comune Europeo (1957), più tardi semplicemente designata come Comunità Europea e, dal 1993, come Unione Europea. I suoi quartieri generali erano a Bruxelles, ma il suo vero nucleo risiedeva nell’unità franco-tedesca».

    E.J. HOBSBAWM, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1994

     

    «In questo clima fu approvato il 18 aprile 1951 il testo del trattato istitutivo della “Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio”, che, dopo il completamento dei processi di ratifica, entrò in vigore il 25 luglio 1952, con la immediata nomina di Jean Monnet a presidente dell’Alta Autorità della CECA stessa...Il trattato infatti si poneva esplicitamente come il primo passo verso il superamento di quelle rivalità storiche che avevano diviso l’Europa da sempre...L’Europa aveva pagato con il proprio declassamento internazionale e con l’autodistruzione l’antico prevalere della politica di potenza. Pur senza voler affermare che la politica di potenza cessasse per virtù di norme scritte in un trattato, è importante rilevare che questo trattato recepiva un sentire comune, secondo il quale nulla poteva giustificare i sacrifici di nuove guerre e tutto doveva incanalarsi entro l’alveo dei negoziati: all’interno di istituzioni o fuori di esse ma sempre in modo pacifico. La pacificazione fra la Germania e la Francia attraverso il trattato CECA era un primo segno, grazie al quale diventava possibile affermare che i rapporti fra i due paesi non sarebbero più divenuti una minaccia per la pace europea».

    E. DI NOLFO, Storia delle relazioni internazionali (1918-1992), Roma-Bari, Laterza, 1994

    «La tensione provocata dal blocco di Berlino nel 1948, dalla creazione delle due Germanie, dalle pesanti limitazioni all’attività industriale tedesca imposte dal Consiglio di controllo alleato era elevata. Relegare l’economia tedesca a una posizione di inferiorità non appariva realistico visto che, sin da allora, si cominciava a sentire la necessità di associare la Germania alla difesa dell’Occidente…Acciaio e carbone costituivano allora la base della potenza economica».

    B. CEPPETELLI CAPRINI, La Comunità del carbone e dell’acciaio, in “Storia dell’integrazione europea”, vol. I, Marzorati, Milano, 1997

     

    COSTRUIRE UN DOSSIER PER UN SAGGIO BREVE 

    Origine, attualità e prospettive dei diritti sociali in Europa

     

    Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (Costituzione della Repubblica italiana. Principi fondamentali).

    Dall’epoca delle prime Carte americane e francesi, il costituzionalismo dei diritti ha conosciuto uno sviluppo straordinario, anche se le infinite contraddizioni e gli orrori della storia degli ultimi due secoli non consentono certo di rappresentarcelo come un progresso lineare e costante. E’ invalso l’uso di descrivere il corso positivo di tale sviluppo scandendolo in “generazioni” di diritti, via via apparse nelle Costituzioni statali e poi anche in documenti internazionali, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. I diritti di libertà vengono abitualmente inclusi nella prima generazione insieme ai diritti politici... La seconda generazione è costituita dai diritti sociali. Meno univoca da parte degli studiosi l’identificazione della terza, della quarta e anche quinta generazione, alle quali vengono variamente assegnati il diritto allo sviluppo, alla pace, a un ambiente non inquinato, alla qualità della vita, all’integrità del patrimonio genetico ecc., nonché i cosiddetti diritti delle generazioni future.
    Ma così come nascono, i diritti possono anche morire. Possono essere contestati e screditati, o semplicemente elusi e calpestati; possono essere direttamente attaccati e annullati, o indeboliti al 1imite del soffocamento, o snaturati e svuotati. I diritti delle generazioni più recenti sono in gran parte investiti da profonde controversie interpretative, frutto della contrapposizione radicale di concezioni ideali o dello scontro di interessi difficilmente conciliabili. Sui diritti sociali è in corso, fin quasi dalla loro prima nascita positiva, che si fa risalire alla Costituzione di Weimar del 1919, una polemica (non solo teorica, bensì con evidenti ricadute pratiche) tra coloro che ne difendono il valore di norme precettive e quanti invece tendono a interpretarli come norme programmatiche, la cui attuazione sarebbe variamente condizionata al verificarsi di contingenze favorevoli di natura economica, e che dunque sarebbero di fatto riducibili, secondo i tempi e i luoghi, a generiche indicazioni non vincolanti o a utopistiche speranze di un futuro migliore. Ma il pericolo più grave per i diritti sociali viene dal partito dei loro oppositori irriducibili, da sempre agguerriti e oggi più che mai numerosi e poderosi, che ne contestano esplicitamente il valore ideale e mirano a sostituirli con i principi «universal-globali» della competitività e della flessibilità (M. BOVERO, Quale libertà. Dizionario minimo contro i falsi liberali, Laterza, Roma-Bari 2004)

     

    Ineludibile era tutto quello che sul piano delle conquiste concrete aveva realizzato e codificato in una carta costituzionale, quella del 1936, l’esperienza sovietica. Quell’immenso laboratorio, che una falsa storiografia oggi riduce ad una specie di gigantesco campo di detenzione, aveva destato interesse negli anni Trenta e adesione critica nei più diversi ambienti. E’ la prima volta che una carta costituzionale include, nel suo articolato, “il diritto all’assistenza materiale nella vecchiaia, e parimenti in caso di malattia e di perdita della capacità lavorativa” (art. 120), ovvero il “diritto all’istruzione gratuita compresa l’istruzione superiore” (art. 121)...

    E’ tutto questo, cioè il frutto delle lotte e delle conquiste della prima metà del secolo, che si cerca di riversare nelle costituzioni che si vengono scrivendo dal 1946 in avanti. In Italia, Francia, Germania federale, vengono immessi forti elementi di democrazia sociale.

    Quella che, invece, alla fine – o meglio allo stato attuale delle cose – ha avuto la meglio è la “libertà”. Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più “forti” (nazioni, regioni, individui)... E’ dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. E’ un punto d’approdo inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d’azione e degli esperimenti nati da Marx (L. CANFORA, Democrazia. Storia di una ideologia, Laterza, Roma-Bari 2004)

     

    Gran parte del testo della Costituzione [Trattato costituzionale europeo] è dedicato alla questione dei diritti umani fondamentali. Le garanzie delineate dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea superano quelle contenute nella Carta dei diritti americana e nei seguenti emendamenti costituzionali. La Costituzione UE garantisce a tutti «l'accesso a un servizio di collocamento gratuito», oltre al «diritto a un limite massimo delle ore lavorative in una giornata, a periodi di riposi settimanali e annuali, e a un periodo annuale di ferie pagate»; il diritto all'aspettativa di maternità retribuita e ai congedi parentali, da applicare sia alla nascita di un figlio naturale sia all'adozione; «il diritto all'assistenza sociale e alla casa, in modo da garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che mancano delle necessarie risorse”. La Costituzione europea sancisce anche “il diritto all’accesso a servizi sanitari di prevenzione e il diritto di beneficiare di trattamenti sanitari di cura”, e perfino “un elevato livello di protezione dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità in accordo con i principi dello sviluppo sostenibile” (J. RIFKIN, Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, Mondadori, Milano 2004).

L'idea di rivoluzione

“Ogni rivoluzione non è altro che il proclamarsi sciolti dal patto precedente e il tornare a riunirsi con un patto nuovo. Tutti e due gli atti sono legittimi, e quindi lo è anche ogni rivoluzione nella quale entrambi abbiano luogo per un atto di libera volontà” (J. G. FICHTE).

 

“La libertà universale non può produrre nessuna opera e nessun atto positivi, e le resta soltanto l’attività negativa. La libertà universale è soltanto la furia del dileguare [...].

L’unica opera e l’unico atto della libertà universale è perciò la morte, e, più propriamente, una morte che non ha nessuna ampiezza e nessun riempimento interno: ciò che viene negato, infatti, è il punto senza riempimento, è il punto del sé assolutamente libero. Questa morte è dunque la morte più fredda e più piatta, senza altro significato che quello di tagliare una testa di cavolo o di bere un sorso d’acqua” (G. W. F. HEGEL).

 

“Oggi è entrata in crisi l’aspettative di mutamenti palingenetici, totali e totalmente positivi non solo presso i conservatori, ma anche fra i progressisti. Ciò è dovuto essenzialmente, da un lato, alla comparazione dei risultati in termini di democrazia politica, uguaglianza sociale e sviluppo economico superiori nei paesi che non hanno sperimentato mutamenti rivoluzionari rispetto ai paesi che tali mutamenti hanno avuto, in particolare nel XX secolo; dall’altro, all’acquisita consapevolezza che i sistemi moderni data la complessità dei loro meccanismi di funzionamento potrebbero sperimentare una rivoluzione solo dopo un’ampia disgregazione complessiva che renderebbe ancora più difficile l’introduzione di miglioramenti per vasti settori della popolazione. L’analisi dei sistemi moderni, inoltre, rivela che mutamenti graduali ma costanti sono sempre all’opera. Essi potranno, come sostengono i critici, solo rafforzare il sistema, ma nella stragrande maggioranza dei casi producono adattamenti alle nuove situazioni senza sconvolgimenti sgraditi dalla popolazione. La prospettiva riformatrice sembra vincente sia complessivamente sia in sé” (G. PASQUINO).

 

“Solo il tempo può dirci se una rivoluzione abbia costituito un modello o meno. Durante i secoli si sono succedute infinite rivoluzioni e sommosse, eppure soltanto alcune di esse hanno rivestito un’importanza e una dignità tali da assurgere a punti di riferimento. Si tratta di referenti sempre controversi e mai definitivi: all'improvviso può accadere che, per ragioni di non difficile individuazione, una rivoluzione che aveva assunto un'importanza epocale venga declassata ad un evento di minore importanza. Ciò non esclude che possa tornare ad essere considerata una svolta nella storia del genere umano. Come si può bene vedere, quindi, non esistono dei modelli frutto di una valutazione oggettiva, a meno che non si tratti di modelli "in movimento".

... La Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Russa, ad esempio, posero finalmente le basi per un’evoluzione della società in senso rispettivamente borghese e proletario, e riuscirono a far emergere quelle classi che per troppo tempo erano rimaste ai margini e che ormai risultavano mature per governare. Ecco profilarsi la cesura tra l'idea antica di rivoluzione e quella moderna. Inoltre non bisogna dimenticare che, nell'immaginario, la Rivoluzione Francese è stata a lungo collegata alla ghigliottina - strumento ambiguo perché feroce ed "igienico" al contempo -, tramite cui il dolore è ridotto ad un istante, proprio come la risoluzione del conflitto storico che la concepì. Dopo due secoli possiamo tranquillamente affermare che la ghigliottina non costituì un elemento determinante per quella vicenda storica: le rivoluzioni nascono spontaneamente, come degli stati febbrili... La Prima Guerra Mondiale é la matrice delle rivoluzioni che hanno cambiato l’Europa, la più importante delle quali é senz’altro quella russa. Quest'ultima ha inizio proprio con un atto di rifiuto del conflitto. Gli scioperi di Pietrogrado e lo schieramento dei soldati insieme ai manifestanti, dimostrarono che il regime zarista non era più capace di garantire la propria sopravvivenza. ... Per quanto possa sembrare paradossale, la rivoluzione comincia prima di avere inizio e continua anche quando é terminata. Il poeta italiano Giosué Carducci dedicò alla Rivoluzione Francese il primo di un gruppo di sonetti - chiamato Ça Ira dal titolo di una famosa canzone rivoluzionaria -, in cui descrisse il furore sordo, la rabbia repressa e l’insofferenza generale che regnarono nelle campagne francesi prima del luglio 1789. Si trattava di una situazione insostenibile: la Rivoluzione prese atto di tale stato di cose e dei cambiamenti in corso, li codificò e arrivò a mutarne ulteriormente le forme. Probabilmente queste trasformazioni portarono a commettere degli errori che, a loro volta, demolirono proprio ciò i rivoluzionari intendevano costruire. Tuttavia il cambiamento si radicò talmente nella coscienza diffusa che continuò ad agire anche quando scomparvero le persone che lo avevano provocato (L. CANFORA)

LA SCOPERTA DELL’ALTRO

Devono essere buoni e di ingegno vivace che m'avvidi che in breve tempo ripetevano ciò che dicevo loro. E credo che facilmente si farebbero cristiani perché mi parve non avere essi alcuna religione. Tutto ciò che quella gente possiede dava per poco. È gente assai innocente e pacifica. Sono certo, Serenissimi Principi, che quando persone devote e religiose venissero e ne conoscessero la lingua, subito diventerebbero tutti cristiani, e così confido in Nostro Signore che faccia sì che le Vostre Altezze si dedichino a ciò con grande diligenza, per riunire alla Chiesa sì grandi popoli e che li convertano così come hanno sgominato coloro che non vollero riconoscere il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo (CRISTOFORO COLOMBO, Lettera al Re e alla Regina di Spagna, 6 novembre 1492).

 

Confronta ora le doti di prudenza, ingegno, magnanimità, temperanza, umanità, religione degli Spagnoli con quelle di quegli omuncoli, nei quali a stento potrai riscontrare qualche traccia di umanità, e che non sono solo totalmente privi di cultura, ma non conoscono l’uso delle lettere, non conservano alcun documento della loro storia, non hanno alcuna legge scritta, ma soltanto istituzioni e costumi barbari. E se, a proposito delle loro virtù, vuoi sapere della loro temperanza e mansuetudine, che cosa puoi aspettarti da uomini abbandonati ad ogni genere di intemperanza e nefanda libidine, molti dei quali si nutrono di carne umana? [...] Spesso sono dispersi a migliaia e fuggono come donnette, sbaragliati da un numero così esiguo di spagnoli che non arriva neppure al centinaio. Non sarebbe stato possibile esibire una prova più decisiva  o convincente per dimostrare che alcuni uomini sono superiori ad altri per ingegno, abilità, fortezza d’animo e virtù, e che i secondi sono schiavi per natura (JUAN GINÉS DE SEPULVEDA, De iustis belli causis, 1547).

 

Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo; laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto (MICHEL DE MONTAIGNE, Saggi, 1580)

 

Certamente l'incontro con l' "altro" avviene lungo tutto il corso della storia. I Greci scoprono il loro "altro" in Asia, incontrando gli Sciti, i Persiani, i barbari. I Romani si scontrano con il loro "altro" nei barbari venuti dal nord e negli invasori venuti del sud. Se, però, dovessimo scegliere un avvenimento emblematico, credo che quello più importante per la storia europea sia la scoperta e la conquista dell'America. In primo luogo per le sue proporzioni quantitative: si tratta della scoperta dell'altra metà della terra, non di una piccola isola o di una parte interna di un continente dove non si riusciva ad arrivare; in secondo luogo questo mondo "altro" era completamente ignoto. Certamente anche gli arabi o i cinesi erano per gli europei popolazioni sconosciute, ma, per lo meno, su di essi circolavano storie e quindi se ne aveva una vaga idea. Al contrario, riguardo a quelli che oggi noi chiamiamo "amerindi" l'ignoranza era totale. Per questo l'incontro con loro rappresenta una sorta di laboratorio privilegiato per osservare l'incontro dell'Europa con il suo "altro" (Tzvetan Todorov, Intervista, 1988).

 

La concezione di Las Casas merita di essere presentata – come già fu fatto a quell’epoca - come una derivazione dell’insegnamento di Cristo. Las Casas non è il solo a difendere i diritti degli indiani e a proclamare che essi non possono in alcun modo essere ridotti in schiavitù; in altri documenti ufficiali della corona ci si pronuncia allo stesso modo. Ma Las Casas fa un passo di più […] Il tratto più caratteristico degli Indiani è secondo Las Casas, la loro somiglianza con i Cristiani. Che altro si legge nel suo ritratto? Gli indiani sono dotati di virtù cristiane, sono obbedienti e pacifici. Las Casas quasi ammette di proiettare su di loro il suo ideale. A proposito di un indiano afferma infatti: <<Mi sembrava di vedere in lui il nostro padre Adamo quando viveva ancora in uno stato di innocenza>> […] C’è una indiscutibile generosità da parte di Las Casas, che si rifiuta di disprezzare gli altri perché sono diversi. Ma, subito dopo, egli fa ancora un passo e aggiunge: d’altra parte, non sono (o non saranno) diversi. Sono più simili di quanto siamo noi europei all’ideale di un cristianesimo originario, alle sue virtù di innocenza, mansuetudine, bontà naturale. Il postulato d’eguaglianza sbocca in una affermazione di identità: paradossalmente anche a Las Casas, almeno in questa fase della sua riflessione, sfugge la vera comprensione della “diversità” dell’altro quindi il rispetto della sua alterità. Secondo lui infatti, gli indiani non vanno conosciuti e rispettati, nella loro diversità, ma perché sono uguali a noi, a quanto di più buono c’è in noi (Tzvetan Todorov, La question de l’autre, Edition du Seuil, Paris, 1982).

 

TOLLERANZA E INTOLLERANZA NELL’EPOCA DELLE GUERRE DI RELIGIONE

 

“In nessun altro paese la lotta per la vita e per la morte fra cattolicesimo e protestantesimo assunse le forme drammatiche e furibonde che ebbe in Francia. Mentre la Spagna non tentennò mai nella sua fedeltà alla Chiesa di Roma e i governanti inglesi seppero dar prova di saggezza politica attuando un passaggio graduale e progressivo dal cattolicesimo al protestantesimo, in Francia fra le due fazioni religiose scoppiarono lotte cruente, che sembrarono qualche volta travolgere ogni autorità statale” (GERHARD RITTER, La formazione dell’Europa moderna, 1950).

 

“Le vicende drammatiche di questi anni sono anche troppo note: il massacro degli ugonotti di Vassy, in Champagne, compiuto dagli uomini del duca di Guisa il 1° marzo 1562, apre la serie delle guerre di religione [...]. Ora, anche un esame sommario della cultura francese di questo periodo consente di constatare una reazione nettamente positiva a questa pur gravissima crisi. Positiva non solo per l’altissima qualità di molte pubblicazioni: l’attività intellettuale di questi anni appare caratterizzata da una sicura presa di coscienza dei valori nazionali [...]. La crisi politica e religiosa che travagliò la Francia sotto gli ultimi Valois, spinse una larga schiera di studiosi ad analizzare i fondamenti giuridici e civili della monarchia, le loro evoluzioni, il loro sviluppo e significato” (CORRADO VIVANTI, Il pensiero politico francese del Cinque e Seicento, 1980).

 

“La causa di Dio non ha bisogno di essere difesa con le armi. <<Rimetti la tua spada nel fodero>> (Vangelo di Giovanni). La nascita, la continuazione, la conservazione della nostra religione non sono dipese dalla forza delle armi [...]. E’ follia sperare la pace, il riposo e l’amicizia tra persone di religione diversa. Non vi è opinione che penetri tanto addentro ai cuori degli uomini come l’opinione religiosa, né altra che li separi tanto gli uni dagli altri [...]. Un francese e un inglese che siano della stessa religione hanno fra loro più amicizia che due cittadini di una stessa città, sudditi di uno stesso signore, che fossero di religioni diverse [...]. Di qui nasce l’antico proverbio <<una fede, una legge, un re>>. Ed è difficile che gli uomini essendo di una tale diversità e contrarietà di opinione, di possano trattenere dal venire alle armi [...]. Il coltello non serve contro lo spirito, se non vogliamo uccidere insieme al corpo l’anima [...]. La dolcezza reca maggiori benefici del rigore. Sbarazziamoci di queste parole diaboliche, nomi di partiti, di fazioni, ribellioni, luterani, ugonotti, papisti: lasciamo immutato il nome di cristiano” (MICHEL DE L’HOSPITAL, Discorso agli Stati Generali, 1560)

 

“Proprio come un padre che avendo due figli in discordia non fa combattere, ma cerca di farli riconciliare fra loro, in modo che essi siano come due forti pilastri della sua vecchiaia; così il nome del re, pieno di amore e di carità fraterna, non può sopportare una così sanguinosa e fellona ostinazione nello sterminare una così gran parte dei sudditi, se vi è il mezzo di ricondurli al loro dovere e di riconciliarli fra di loro, poiché in questo sta la salvezza dello Stato [...]. Ora vediamo che cosa offre il re con i trattati. Dona loro lo Stato o delle terre? Li alleggerisce di qualche tributo o sussidio? Li esonera da qualche carica o da qualche dovere? Nulla di tutto questo. Che cosa offre loro? Egli dona una libertà di coscienza o piuttosto lascia in libertà le loro coscienze. Voi chiamate questo capitolare? E’ una capitolazione quando un suddito promette, per convenzione, che riconoscerà il suo principe e resterà suo fedele suddito?” (MICHEL DE L’HOSPITAL, Lettera al re Carlo IX)

 

“Il fatto è che tiriamo la religione con le nostre mani, come se fosse cera, in tante fogge diverse, contrarie ad una figura così diritta e così ferma, quale dovrebbe essere. Quando mai si è potuto constatare ciò meglio che nella Francia dei nostri giorni? Vi è chi prende a sinistra, chi a destra, vi è chi dice nero, chi dice bianco; tutti sottomettono la religione alle loro imprese violente e ambiziose, si comportano con un progresso così costante nella sregolatezza e nell'ingiustizia, che portano a dubitare e rendono difficile il credere, poiché le opinioni riguardo a cose dalle quali dipende la nostra condotta e la legge di vita sono così diverse. [...]

Questa è l'orribile impudenza con la quale corrompiamo le ragioni divine; così, empiamente, l'abbiamo ripudiata e ripresa a seconda della nostra posizione in questi pubblici fortunali. [...] Confessiamo la verità: colui che scegliesse nella schiera sia pure legittima e moderata coloro che procedono mediante il solo zelo di entusiasmo religioso, e coloro che hanno per iscopo soltanto la protezione delle leggi del loro paese o di mantenersi al servizio del principe, costui non sarebbe in grado di metter insieme un'intera compagnia di soldati. Da cosa deriva che non vi sono ormai molti che abbiano mantenuto la stessa volontà e la stessa maturità in mezzo ai nostri sbandamenti pubblici e che non si vedano, invece, ora andare al passo, ora correre a briglia sciolta e persino turbare i pubblici affari, ora con la violenza e asprezza, ora con la freddezza, debolezza e inerzia, se non dal fatto che li muovono considerazioni particolari e casuali sulla cui diversità essi si atteggiano? In ciò io vedo con evidenza che noi intendiamo la religiosità soltanto come autorizzazione delle nostre passioni. [...] Il nostro zelo religioso fa meraviglie quando si tratta di incoraggiare la nostra tendenza verso l'odio, la crudeltà, l'ambizione, l'avarizia, la denigrazione, la ribellione. Mentre, al contrario, verso la bontà, la benignità, la temperanza, se non dipende da un'indole eccezionalmente disposta, non ha piede né ala.

La nostra religione ha come scopo di estirpare il vizio; essa, invece, lo protegge, lo nutre, lo incita. (MICHEL DE MONTAIGNE, Essais, 1588)