Appendice: selezione dei brani utili per una lezione sulla teodicea di Leibniz

 

1) Brani tratti dai Saggi di teodicea

a) brani affrontati in classe

§ I, 20

Si deus est, unde malum, si non est unde bonum? Gli antichi attribuivano la causa del male alla materia, che credevano increata e indipendente da Dio. Ma noi che deriviamo ogni essere da Dio, dove troveremo la causa del male? La risposta è che essa va ricercata nella natura ideale della creatura, in quanto questa natura è racchiusa nelle verità eterne presenti nell’intelletto di Dio, indipendentemente della sua volontà. Bisogna infatti considerare che vi è un’imperfezione originaria nella creatura già prima del peccato, perché la creatura è per sua essenza limitata [...] Dio è l’intelletto, mentre la necessità, ovvero la natura essenziale, è l’oggetto della dell’intelletto, in quanto consiste nelle verità eterne. Ma questo oggetto è interno, trovandosi nell’intelletto divino. E sempre in questo intelletto si trova oltre alla forma primitiva del bene, anche l’origine del male”.

 

§ III, 349

[Vi è una grande differenza fra :] in primo luogo una necessità assoluta, metafisica o geometrica, che si può chiamare cieca e che dipende dalle sole cause efficienti; in secondo luogo una necessità morale, che deriva dalla libera scelta della saggezza in rapporto alle causa finali; e infine, in terzo luogo, qualcosa di assolutamente arbitrario, dipendente da un’indifferenza d’equilibrio, che s’immagina ma non può esistere dove non c’è alcuna ragione sufficiente, né nella causa efficiente né nella causa finale. Di conseguenza si può giudicare quanto si abbia torto nel confondere ciò che è assolutamente necessario con ciò che è determinato dalla ragione del meglio; oppure la libertà che si determina per mezzo della ragione con un’indifferenza vaga”.

 

§ III, 414

“Sai dunque che, quando certe condizioni non determinino sufficientemente un punto richiesto, anzi, individuino un’infinità di punti, questi appartengono tutti a quello che i matematici chiamano un situs e questo luogo almeno sarà determinato. Allo stesso modo puoi immaginarti una serie regolata di mondi, che conterranno tutti e soltanto i casi in questione, variandone le circostanze e le conseguenze. Ma se tu poni un caso che non differisca dal mondo attuale se non per una sola cosa definita e per le sue conseguenze, un certo mondo ben determinato ti risponderà: questi mondi sono tutti qui, cioè nelle idee. Te ne mostrerò alcuni dove si troverà, non già lo stesso Sesto che tu hai conosciuto (questo non è possibile, egli porta con sé ciò che sarà), ma alcuni Sesto che gli si avvicinano, che avranno tutto ciò che già conosci del vero Sesto, ma non tutto ciò che si trova in lui, senza che egli ne sia cosciente; e neppure, di conseguenza, tutto ciò che gli accadrà in futuro. Troverai, in un mondo un Sesto molto virtuoso e di elevata condizione; in un altro un Sesto soddisfatto del suo stato mediocre; insomma Sesto di ogni specie e in un’infinità di modi”.

 

§ III, 416

“Gli appartamenti erano disposti a piramide. Essi diventavano via via più belli, a mano a mano che si procedeva verso il vertice, e rappresentavano mondi sempre più perfetti. Si arrivò finalmente al supremo che metteva fine alla piramide, e che era il migliore di tutti. La piramide, infatti aveva un inizio, ma non era possibile vederne la fine; aveva un vertice, ma nessuna base: essa andava crescendo all’infinito. Ciò dipende dal fatto (spiegò la dea) che, tra un’infinità di mondi possibili, c’è il migliore di tutti, altrimenti dio non si sarebbe determinato a crearne alcuno; ma non c’è nessuno che al disotto di sé non ne abbia ancora di meno perfetti ; ecco perché la piramide prosegue all’infinito [...]

Giove non poteva non scegliere questo mondo [il mondo attuale], che supera in perfezione tutti gli altri, e che costituisce il vertice della piramide: altrimenti egli avrebbe rinunciato alla sua saggezza. Tu vedi che mio padre non ha assolutamente fatto Sesto malvagio; egli era così da tutta l’eternità, e lo era sempre liberamente. Mio padre non ha fatto altro che accordargli l’esistenza, che la sua saggezza non poteva rifiutare al mondo nel quale Sesto era compreso; e lo ha fatto passare dalla regione dei possibili a quella degli esseri attuali”.

 

b) altri brani

prefazione;

discorso preliminare, paragrafi: 2, 5, 46, 50, 61, 68, 69;

prima parte, paragrafi: 7, 8, 9, 19, 20, 21, 30, 37, 67, 97;

seconda parte, paragrafi: 116, 117, 118, 124, 149, 173, 175, 202;

terza parte, paragrafi: 280, 310, 311, 325, 349, 371, 380, 405-417;

 

Per comodità è possibile segnalare alcuni brani rilevanti ed i nuclei tematici su cui si concentrano:

distinzione tra verità eterne e verità positive:

dp 2;

distinzione tra necessità assoluta e morale; la polemica contro Spinoza:

I, 37;

I, 67; II, 173;

III, 349, 371;

valore della razionalità e liceità dell’indagine razionale; la polemica con Bayle:

dp 5, 23, 46,

il paragrafo fonte delle accusa di immoralità:

I, 19

contro l’arbitrarismo assoluto di Descartes:

dp 68-69;

II, 175;

il criterio dell’ optimum; il migliore dei mondi possibili:

I,8-9;

definizione e origine del male; oggettività e intelligibilità del male:

I,20-21;

discussione della natura divina e dei suoi attributi:

II, 116, 117, 149;

il “principio di pienezza”:

II, 117;

ontologia della possibilità e creazione del mondo:

II, 201;

III, 380;

etica intellettualistica:

III, 310, 311;

concezione della libertà:

III, 325;

 

Un riferimento a parte meritano la parte iniziale e conclusiva dell’opera, cioè la Prefazione e i paragrafi 405-417 (contenenti il celebre mito del palazzo dei destini); queste pagine costituiscono delle sezioni compatte, capaci di ricapitolare i nuclei salienti della teodicea leibniziana e di delineare lo spettro del dibattito affrontato dall’autore. Laddove fosse possibile dedicare spazio alla tematica della teodicea in sede didattica, tali pagine sono senza dubbio da preferire, considerandone anche il valore letterario e la maggiore accessibilità.

 

2) Brani tratti da altre opere

1) Voltaire, Candido, I

“Pangloss insegnava la metafisico-cosmologo-scempiologia. Egli dimostrava mirabilmente che non c’è effetto senza causa, e che in questo migliore dei mondi possibili, il castello di Sua Grazia il barone era il più bello di tutti i castelli e la di lui consorte la migliore delle possibili baronesse.

È provato, diceva, che le cose non potrebbero stare altrimenti: essendo tutto quanto creato in vista di un fine, tutto è necessariamente inteso al fine migliore. I nasi, notate, sono fatti per reggere gli occhiali: e noi abbiamo infatti gli occhiali. Le gambe non è chi non veda come siano istituite per essere calzate: e noi abbiamo appunto le calzature. Lo scopo delle pietre è di essere tagliate e murate in castelli: e Sua Grazia possiede precisamente un castello bellissimo. Il maggior barone della provincia ha da essere il meglio alloggiato; e i porci essendo stati creati perché si mangino, noi mangiamo porco tutto l’anno. Ne consegue che coloro i quali hanno affermato che tutto va bene, hanno detto una castroneria. Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare”.

 

2) Descartes, Risposte alla sesta serie di obiezioni alle Meditazioni metafisiche, 6

“Quanto alla libertà d’arbitrio, è certo che in Dio è ben differente che in noi, poiché ripugna che la volontà di Dio non sia stata da tutta l’eternità indifferente a tutte le cose che sono state fatte o che si faranno mai, non essendovi nessuna idea che rappreseti il bene e il vero, ciò che bisogna credere, ciò che bisogna fare o ciò che bisogna omettere, in modo che si possa fingere sia stata oggetto dell’intelletto divino prima che la sua natura sia stata costituita tale dalla determinazione della sua volontà. Ed io non parlo qui di una semplice priorità di tempo ma di più dico che è stato impossibile che una tale idea abbia preceduto la determinazione della volontà di Dio per una priorità di ordine o di natura.

 

3) Descartes, Risposte alla sesta serie di obiezioni alle Meditazioni metafisiche, 8

“Quando si considera attentamente l’immensità di Dio, si vede manifestamente essere impossibile che vi sia nulla che non dipenda da lui, non solamente tutto quello che sussiste, ma anche che non v’è ordine, legge, ragione di bontà e verità che non ne dipenda. [...] Poiché, se qualche ragione o apparenza di bontà avesse preceduto la sua preordinazione, essa l’avrebbe, senza dubbio, determinato a fare ciò che fosse stato meglio. Ma, tutto al contrario, poiché egli s’è determinato a fare le cose che sono al mondo, per questa ragione, come è detto nella Genesi, «esse sono molto buone», cioè la ragione della loro bontà dipende dall’aver egli voluto farle così”.

 

4) Spinoza, Breve Trattato, I, 10

“Alcune cose sono nel nostro intelletto e non nella Natura; e perciò queste sono anche soltanto opera nostra e servono ad intendere distintamente le cose: come tali consideriamo tutte le relazioni che si riferiscono a cose diverse e le chiamiamo enti di ragione.

Così si pone ora la domanda se bene e male appartengano agli enti di ragione o agli enti reali. Ma poiché bene e male non sono altro che relazione, è fuori dubbio che devono essere posti tra gli enti di ragione. [...] Si dice che un uomo è cattivo rispetto a uno migliore; o anche che una mela è cattiva rispetto ad un’altra che è buona o migliore. Tutto questo non potrebbe essere assolutamente essere detto se il «migliore» o il «buono», rispetto a cui quello viene chiamato così, non esistesse.

Tutte le cose che esistono nella Natura sono o cose o azioni. Ora bene e male non sono né cose né azioni. Dunque bene e male non esistono nella natura. Infatti se bene e male sono cose o azioni, devono avere la loro definizione. Ma bene e male (come ad esempio la bontà di Pietro e la cattiveria di Giuda) non hanno alcuna definizione al di fuori dell’essenza di Giuda e di Pietro e non si possono definire prescindendo da essa. Dunque segue come sopra che bene e male non sono cose o azioni esistenti in Natura”.

 

5) Hobbes, De cive, XV, 6

“La questione, resa famosa dalle discussioni degli antichi, perché ai buoni tocchi il male e ai cattivi il bene, è identica alla nostra: con quale diritto Dio dispensa agli uomini il male e il bene. [...]

Quanto aspramente Giobbe si lagnava con Dio, perché pur essendo giusto, lo affliggeva di calamità tanto grandi? Dio stesso risolse la difficoltà di sua voce e provò il suo diritto con argomentazioni tratte non dal peccato di costui, ma dalla propria potenza. Fra Giobbe e i suoi amici sorse infatti una discussione, in cui costoro lo dicevano reo, perché veniva punito; e quello ribatteva alla loro accusa con argomenti tratti dalla propria innocenza. Ma Dio, dopo aver ascoltato l’uno e gli altri, respinse le sue lagnanze, non accusandole di ingiustizia, o di qualche peccato, ma manifestando la sua potenza. [...]

[Dio avrebbe potuto] di diritto creare gli uomini soggetti alle malattie e alla morte, anche se non avessero mai peccato, così come ha creato gli altri esseri viventi mortali e soggetti a malattie, anche se non possono peccare”.

 

6) Kant, Sull’insuccesso di ogni saggio filosofico di teodicea

“Per teodicea si intende la difesa della saggezza suprema del Creatore contro le accuse che le muove la ragione a partire dalla considerazione di quanto vi è al mondo contrario al fine di questa saggezza. Si chiama ciò sostenere la causa di Dio, sebbene in fondo la causa che si sostiene in tal caso potrebbe anche solo essere quella della nostra ragione, che nella sua arroganza disconosce qui i suoi confini. [...]

Il risultato di questo processo di fronte al tribunale della filosofia è dunque che nessuna teodicea finora ha mantenuto la sua promessa di giustificare la saggezza morale nel governare il mondo contro i dubbi che sono stati elevati nei suoi confronti a partire da quel che l’esperienza ci fa conoscere di questo mondo; sebbene questi dubbi e obiezioni, per quel che può comprendere di quest’ultima la capacità di una ragione limitata come la nostra, neanche possano dimostrare il contrario.

Resta da chiedersi se, con l’andare del tempo, non potrebbero essere trovate ragioni più valide non solo per assolvere la saggezza divina ab istantia ma per una sua giustificazione definitiva. Ciò rimarrà ancor sempre indeciso finché non giungeremo a dimostrare con certezza che la nostra ragione è assolutamente incapace di intendere il rapporto tra un mondo così come sempre ci è dato conoscerlo tramite l’esperienza e la saggezza suprema. Allora ogni tentativo ulteriore della presunta saggezza umana di intendere le vie della saggezza sarà assolutamente respinto”.

 

7) Leibniz, Confessio philosophi

“Se dio gioisce di ogni felicità, perché non ci ha fatti tutti felici? Se ama tutti, perché mai vi sono i dannati? Se è giusto, perché mai si comporta in modo così ineguale e da una materia in ogni cosa eguale – dalla stessa argilla – trae alcuni vasi destinati all’onore ed altri al disprezzo? E come può non essere fautore del peccato, lui che lo ha ammesso e tollerato costantemente, pur non potendolo eliminare dal mondo? E come può non esserne l’autore, lui che ha creato tutto in modo tale che ne derivasse il peccato? E che ne è mai del libero arbitrio, posta la necessità del peccato? Qual è poi la giustizia delle pene, se non si dà libero arbitrio; qual è quella del premio, se è merito della sola grazia che alcuni si distinguano dagli altri? Infine, se Dio è la ragione ultima delle cose, che cosa imputeremo agli uomini, che cosa ai diavoli?”.

 

8) Malebranche, Trattato della natura e della grazia, I, 43

“È vero che Dio potrebbe rimediare a queste conseguenze spiacevoli [i mali] con un numero infinito di atti particolari di volontà ma la sua sapienza, che egli ama più della sua opera, l’ordine immutabile e necessario, che è la regola delle sue volontà, non lo permette. L’effetto che deriverebbe da ciascuna di queste volontà non varrebbe l’azione necessaria a produrlo. E di conseguenza non si deve contestare il fatto che Dio non turba l’ordine e la semplicità di queste leggi con dei miracoli che sarebbero molto utili per i nostri bisogni ma decisamente opposti alla sapienza di Dio”.

 

3) Alcuni quesiti proponibili nelle prove di verifica

1) Nell’indicare le proprie soluzione in merito alla teodicea, molti autori si concentrano sulla definizione degli attributi divini (saggezza, bontà, potenza), discutendone l’ordinamento e il condizionamento reciproci; a tale proposito sapresti indicare la posizione di Hobbes, Bayle e Leibniz?

 

2) Definisci cosa intende Leibniz per “mondo”, “mondo possibile” e “compossibilità”

 

3) Quali sono le rispettive posizioni di Descartes e Leibniz in merito al rapporto fra intelletto e volontà? Quali sono le conseguenze di tale concezione in merito alla teodicea?

 

4) “Proposizione: Qualunque cosa concepiamo che sia nel potere di Dio, è necessariamente.

Dimostrazione: qualunque cosa infatti è in potere di Dio deve essere compresa nella sua essenza in modo tale da seguire necessariamente da essa, e perciò è necessaria” Spinoza, Etica, I, 35

Descrivi la posizione di Leibniz nei confronti di questa affermazione spinoziana e le ragioni inerenti alla tematica di teodicea che motivano la sua concezione.

 

5) Spiega cosa Leibniz intende per necessità morale? Rispetto a quale altra forma di necessità l’autore intendere distinguere tale concezione? Chi sono i sono i suoi obiettivi polemici?

 

6) “Apologia di Pangloss”: alla luce di quanto studiato in merito alla teodicea di Leibniz, prova a rispondere alle accuse mosse nel Candide di Voltaire (brano 1), nella forma letteraria che preferisci (breve dialogo, lettera, breve saggio, racconto, o altro)

 

7) In che modo Leibniz riesce a conciliare il carattere della limitazione (labilitas) propria delle creature con la concezione di perfettibilità della natura umana?