JOHN LOCKE (1632-1704)
Saggio sull’intelletto umano
(An Essay concerning Human Understanding, 1689)

Epistola al lettore
Incontrandosi a casa mia cinque o sei amici e discorrendo riguardo a un argomento assai remoto da questo, ben presto essi si trovarono a un punto morto per le difficoltà che sorsero da tutte le parti. Dopo esserci arrovellati per qualche tempo, senza progredire in alcun modo verso la soluzione di quei dubbi che ci imbarazzavano, mi accorsi che avevamo intrapreso la strada sbagliata e che, prima di affrontare quel genere di ricerche, era necessario esaminare le nostre facoltà e capire quali oggetti fossero o non fossero alla portata della nostra intelligenza.


Libro I
Essendo dunque questo il proposito – indagare l’origine, l’indubitabilità e la vastità della conoscenza umana, e ancora i fondamenti e i gradi della credenza, dell’opinione e dell’assenso – al momento non m’immischierò nella considerazione della componente fisiologica della mente: non m’affannerò a esaminare in cosa consista la sua essenza, oppure con quali moti dello spirito o modificazioni del nostro corpo giungiamo a percepire qualche sensazione...

E’ opinione fondata fra alcuni uomini che esistono nell’intelletto alcuni principi innati, certi concetti originari, koinai ennoiai: caratteri, per così dire, impressi nella mente dell’uomo, che l’anima riceve agli albori della sua esistenza e porta con sé nel mondo [...]. Non c’è ipotesi più comunemente accettata di quella secondo la quale esistono certi principi sia teoretici che pratici (poiché si fa riferimento ad entrambi) universalmente accettati dal genere umano; si ritiene che tali principi debbano avere necessariamente origine da impressioni costanti che l’anima degli uomini riceve agli albori della sua esistenza, e che porta con sé nel mondo in modo così necessario e reale come vi porta ciascuna delle facoltà che le sono proprie.
Questo argomento, derivato dal consenso universale, ha il seguente inconveniente: se in realtà fosse vero che esistono alcune verità sulle quali concorda tutto il genere umano, comunque non si sarebbe dimostrato che tali verità siano anche innate, se può essere presentato un altro modo mediante il quale gli uomini sono in grado di giungere all’accordo universale su quelle cose intorno a cui essi esprimono il proprio assenso; la qual credo possa essere dimostrata.
Ancora peggio, però, è che questo argomento del consenso universale, di cui s’è fatto uso per dimostrare l’esistenza di principi innati, mi sembra invece dimostrare che non ne esistono affatto, poiché non v’è alcun principio su cui il genere umano sia universalmente concorde.

Libro II
Supponiamo allora che la mente sia, come si suol dire, un foglio bianco, privo d’ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo giunge ad esserne fornito? Da quale fonte si procura quel patrimonio sterminato che l’operosa e illimitata immaginazione dell’uomo ha raffigurato nella sua mente con una varietà quasi infinita? Da dove ha ricavato tutti gli elementi della ragione e della conoscenza? Rispondo a tutte queste domande con una sola parola: dall’esperienza; in essa trova fondamento tutta la nostra conoscenza, e da lì proviene essenzialmente. La nostra osservazione degli oggetti esteriori e sensibili, come pure delle operazioni interiori della mente, di cui abbiamo percezione e su cui noi stessi riflettiamo, ci consente di fornire al nostro intelletto tutti gli elementi del pensiero. Sono queste [sensazione e riflessione] le due fonti della conoscenza dalle quali scaturiscono tutte le idee in nostro possesso, o che naturalmente possiamo avere.

Se qualcuno chiederà che cosa è il supporto al quale il colore o il peso ineriscono, si risponderà che tale supporto sono le parti estese e solide; se si domanderà a che cosa ineriscono la solidità e l'estensione, non si potrà rispondere che come il saggio indiano al quale, dopo avere affermato che il mondo è sostenuto da un grande elefante, fu richiesto su che cosa l'elefante poggiasse; egli rispose: su una grande tartaruga; ma essendogli ancora domandato quale appoggio avesse la tartaruga rispose: su qualcosa che io non conosco affatto.
L'idea alla quale noi diamo il nome generale di “sostanza” non è altro che tale supposto ma sconosciuto sostegno delle qualità effettivamente esistenti.


GOTTFRIED WILHELM LEIBNIZ (1646-1716)

Nuovi saggi sull’intelletto umano
(Nouveaux essais sur l'entendement humain, 1703-1705)

Questa tabula rasa di cui si parla tanto non è, a mio avviso, che una finzione che la natura non tollera, fondata sulle nozioni incomplete dei filosofi. Le facoltà senza qualche atto non sono altro che finzioni che la natura non conosce. Vi è sempre una disposizione particolare all’azione, e ad un’azione piuttosto che ad un’altra. Mi si opporrà questo assioma accettato dai filosofi, secondo il quale nulla è nell’animo che non venga dai sensi. Ma bisogna fare eccezione per l’anima stessa e le sue affezioni. Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu, excipe: nisi ipse intellectus. Ora, l’anima racchiude l’essere, la sostanza, l’uno, il medesimo, la causa, la percezione, il ragionamento e molte altre nozioni che i sensi non saprebbero dare.