LA PROGRAMMAZIONE IN FILOSOFIA

 

 

"Se torniamo alla domanda <<cos’è la filosofia?>> è evidente che l’unica risposta possibile è che la filosofia è appunto ciò che nelle varie epoche si è inteso per filosofia" (GIANNANTONI)

"Si ritiene che parlare di quel che è oggi <<la>> filosofia sia piuttosto difficile, per diverse ragioni che possono essere ridotte a tre: a) perché non esiste la filosofia, ma esistono molte filosofie, molti modi e ragioni per dirsi filosofi; b) perché si parla più propriamente e frequentemente di filosofie <<applicate>> (della politica, della scienza, della logica, della religione, ecc.), e non tanto della filosofia come sapere o atteggiamento di pensiero o stile argomentativo puro e sconnesso dalle sue applicazioni; c) perché c’è un diffuso sospetto che la filosofia <<come tale>> non esista, o sia un residuo inutile della cultura occidentale, un tipo di discorso eccentrico o generico, per lo più incapace di dialogare con le altre forme di sapere e di rispondere ai problemi posti dalla contemporaneità […].Mai forse come in questo secolo (da Dilthey a Derrida, da Schlick a Rorty) la filosofia è stata così profondamente segnata dal problema della propria identità, dei propri compiti e limiti: ne consegue che parlare del pensiero contemporaneo significa anche e per lo più riferire discussioni e controversie su compiti, oggetti, metodi, di un sapere o un atteggiamento esistenziale, un contegno teorico, uno stile o una pratica di scrittura detti <<filosofici>>" (D’AGOSTINI, 1997).

 

BIBLIOGRAFIA

FULVIO PAPI, Educazione, ISEDI, Milano 1978; nuova edizione: Sull’educazione, Ghibli, Milano 2001.

FRANCA D’AGOSTINI, Analitici e continentali. Guida alla filosofia degli ultimi trent’anni, Cortina, Milano 1997

 

 

 

PER UN PERCORSO DIDATTICO SU MENTE E CORPO

LA MEDICINA ANTICA

"Ma soprattutto nelle creazioni della natura (en tois physei ghinoménois) si può vedere che corpo e animo (soma kai psyché) sono così reciprocamente e naturalmente connessi che l’uno risulta responsabile della maggior parte delle affezioni dell’altro e viceversa" (PSEUDO ARISTOTELE, Fisiognomica, tr. it., Rizzoli, Milano 1993).

SOCR. Ma [c] credi sia possibile conoscere la natura dell'anima in maniera degna di parlarne, se si prescinde dalla natura del tutto? FEDR. Se Ippocrate fa testo - e lui è un Asclepiade - non si può neppure capire il corpo senza un simile procedimento. SOCR. Ed ha ragione, amico mio. Ma oltre a sentire Ippocrate dobbiamo interrogare il discorso e vedere se è d'accordo. FEDR. Lo dico anch'io! (PLATONE, Fedro).

E potrai cogliere un indizio maggiore di una cattiva e vergognosa educazione nell'àmbito statale, che non sia il bisogno di medici e giudici abili, sentito non solo da persone mediocri e da lavoratori manuali, ma anche da chi pretende d'avere ricevuto un'educazione liberale? […] E non ti pare vergognoso, continuai, ricorrere alla medicina per tutt'altra ragione che per ferite o per certe malattie che si ripetono ogni anno, ma per la poltroneria e il regime di vita di cui abbiamo parlato? E ripieni di acquitrini di flussi e di soffi, costringere i bravi Asclepiadi a denominare le malattie fiati e catarri? - Molto vergognoso, rispose. Veramente nuovi e strani sono questi nomi di malattie. - Nomi che non c'erano, credo, dissi, al tempo di Asclepio. Lo congetturo dal fatto che a [e] Troia i suoi figli non criticarono colei che a Eurìpilo ferito dava da bere vino di Pramno contenente molta farina e formaggio grattugiato, cose che sembrano provocare processi infiammatori; e non rimproverarono Patroclo per la cura. - Eh! sì, rispose, era una pozione ben strana per una persona in quelle condizioni. - No, se rifletti, dissi, che questa medicina d'oggi, che educa le malattie, non era usata dagli Asclepiadi, dicono, prima che nascesse Erodico. Erodico era un insegnante di ginnastica che, ammalatosi, mise insieme ginnastica e medicina e [b] tormentò per primo e specialmente se stesso, in séguito molti altri. - In che senso?, chiese. - Rendendosi lunga la morte, risposi. Pur seguendo attentamente il decorso della malattia, che era mortale, non era capace, credo, di guarirsi, e passava la vita a curarsi senza interessarsi di nulla, tormentandosi ogni poco che uscisse dal solito regime di vita; e per la sua sapienza giunse alla vecchiaia sempre lottando con la morte. - Oh!, disse, riportò proprio un bel premio per l'arte sua! - Quale [c] è naturale che riporti, feci io, chi non sa che Asclepio non insegnò ai figli questo metodo terapeutico non perché lo ignorasse o ne fosse inesperto, ma perché sapeva che tutti coloro che sono retti da buone leggi hanno ciascuno un compito determinato nell'àmbito statale; e debbono necessariamente eseguirlo, e nessuno può concedersi il lusso di restare malato e di curarsi per tutta la vita. E' una cosa che noi (ed è ridicola!) osserviamo per gli artigiani, ma non per le persone ricche che passano per felici. - Come ?, disse. [d] XV. - Un falegname, risposi, che sta male, pretende dal medico di bere un farmaco e così vomitare il suo male o di liberarsene con un purgante o una cauterizzazione o un'incisione. Ma se uno gli prescrive una cura lunga a regime e gli ficca in testa berrettucci di lana e tutto quello che a ciò tiene dietro, eccolo dire ben presto che non ha tempo di stare male e che non gli giova vivere così, fisso con la mente alla sua infermità, trascurando il lavoro che [e] gli sta davanti. E con ciò saluta un simile medico, riprende il consueto regime di vita, riacquista salute e vive attendendo alle sue cose. Se però il corpo non è in grado di reggere, muore e si libera dagli affanni. - Sì, ammise, per chi si trovi in simili condizioni c'è convenienza, sembra, a usare così la medicina. - Non è forse perché, dissi, [407a] aveva una sua funzione e, non potendola più svolgere, non gli veniva alcun profitto dalla vita? - E' chiaro, rispose. - Ora, come diciamo, il ricco non si vede obbligato ad alcuna opera tale che, se è costretto ad astenersene, intollerabile si faccia la sua vita. - No certo, almeno così si dice. […] E forse più di tutto la ostacola questa esagerata cura del corpo, che va oltre ì limiti della ginnastica: è un impiccio nell'amministrazione domestica, nelle spedizioni militari e negli uffici statali sedentari. - Però l'inconveniente maggiore è quello di rendere difficoltosi qualunque apprendimento, [c] riflessione e intima meditazione, sempre in allarme com'è per certe tensioni di capo e vertigini, pronta a vederne la causa nella filosofia, sì da esser d'ostacolo dovunque così si pratica e si mette a prova la virtù: perché fa che si creda sempre di stare male e che non si smetta mai di soffrire per il corpo. - E' naturale, disse. - Ora, non possiamo affermare che, conscio di questo, Asclepio inventò la medicina per coloro che per naturale disposizione e regime di vita hanno corpi sani, ma portano nelle loro [d] persone una malattia limitata a una parte sola? che la inventò per costoro e per questa loro condizione? E possiamo affermare che, pur scacciando le malattie con farmachi e incisioni, egli prescrive l'abituale loro regime di vita, per non portare danno alla vita dello stato; e che, per i corpi affetti da malattie organiche dovunque diffuse, non cerca di rendere lunga e penosa la vita all'uomo ricorrendo a regimi curativi fondati su graduali evacuazioni e infusi, e di far procreare dei figli che, come è ben naturale, saranno simili ai genitori; ma che non ritiene di dover [e] curare, come persona non utile né a sé né allo stato, chi non può vivere il tempo fissatogli dalla natura. - Un uomo di stato, rispose, è per te Asclepio... - E' chiaro, dissi; e pure i figli suoi, poiché era tale non vedi che anche [408a] a Troia si dimostrarono prodi in guerra e fecero della medicina l'uso che dico? Non ricordi che anche a Menelao ferito da Pandaro "suggendone il sangue, sparsero linimenti sulla piaga" e che in séguito egli non ebbe bisogno di bere o mangiare nulla oltre a quello che avevano prescritto ad Eurìpilo, convinti che per risanare uomini sani e regolati nel tenore di vita prima del ferimento bastavano [b] i farmachi, anche se lì per lì avessero dovuto bere il ciceone? Ma quando si trattava di un individuo naturalmente malaticcio e intemperante, credevano che vivere non giovasse né a lui né agli altri; e che per persone come queste non ci dovesse neppur essere l'arte medica, e di non doverle curare, nemmeno se fossero state più ricche di Mida. - Molto accorti, disse, tu giudichi i figli di Asclepio! (PLATONE, Repubblica, III)

La necessità stessa spinse gli uomini a ricercare e a scoprire la medicina, perché agli ammalati non s'addiceva, come anche oggi non s'addice, la stessa alimentazione dei sani. [Questo problema non è che una specificazione di una questione più generale che gli uomini si posero all'inizio della loro civilizzazione] Io invero ritengo che neppure il regime e il vitto, di cui ora si valgono i sani, sarebbero stati scoperti, se l'uomo si fosse soddisfatto di ciò che mangiano e bevono il bue e il cavallo e ogni animale salvo l'uomo, e cioè gli spontanei prodotti della terra... Io penso che all'origine anche l'uomo abbia fruito di un'analoga alimentazione... Ma, poiché soffrivano molti e terrbili mali a causa del regime violento e ferino, mangiando cibi crudi e non temperati e dotati di proprietà eccessive... io penso che gli antichi abbiano ricercato un'alimentazione che si confacesse alla loro natura ed abbiano scoperto appunto questa, della quale ora ci gioviamo [Gli "eccessi" delle qualità dell'alimentazione primitiva erano allora causa di malattia. Analogamente, il regime dei sani può risultare eccessivo - per qualità e quantità - per i malati; a questo scopo nacque la medicina]. A me pare invero che il ragionamento sia lo stesso, unica e identica la scoperta: l'uno cercò di eliminare quei cibi, che, se ingeriti, la natura umana, benché in salute, non poteva assimilare perché ferini e non temperati, l'altro, quelli che non possono essere assimilati nelle condizioni, in cui ciascun malato viene a trovarsi. [Il problema di fondo della medicina consiste nel trovare nell'alimentazione il "giusto mezzo" tra il "troppo" e il "troppo poco". Questa "misura" su cui si fonda la salute - secondo una dottrina che richiama il pitagorismo – non può essere trovata attraverso astratte speculazioni di ordine matematico: deve essere ricercata mediante l'esperienza, opportunamente interrogata]. Ma non troverai misura alcuna, né numero, né peso, la quale valga come punto di riferimento per un'esatta conoscenza, se non la sensazione del corpo.[Misura empirica, essa non può venir conosciuta con assoluta certezza] il compito è di acquisire una scienza così esatta che permetta di sbagliare poco qua e là: e io molto loderei quel medico che poco sbagliasse; ma la certezza raramente è data a vedere. (IPPOCRATE, Antica medicina).