LA PROGRAMMAZIONE IN FILOSOFIA

Il fatto che la filosofia sia insegnata nelle università, le riesce indubbiamente di vantaggio sotto molti punti di vista. In tal modo essa viene ad acquistare un’esistenza pubblica, e il suo stendardo è piantato dinanzi agli occhi degli uomini, cosicché la sua esistenza è continuamente riportata alla memoria e posta in rilievo. Il vantaggio principale di questo sarà però che più di un cervello giovane e capace la potrà conoscere e sarà invogliato al suo studio. Bisogna tuttavia ammettere che chi ha attitudine per la filosofia e ne sente il bisogno potrebbe accostarsi ad essa e conoscerla anche per altre vie. Coloro infatti che si amano e sono nati gli uni per gli altri si ritrovano facilmente: le anime affini si salutano già vedendosi da lontano. Un tale individuo darà quindi attratto più potentemente e più efficacemente da qualsiasi libro di un vero filosofo, che gli venga tra le mani, piuttosto che dalle lezioni di un filosofo di cattedra, quale può udirsi comunemente. Oltre a ciò, al Liceo di dovrebbe leggere con cura Platone, che è lo stimolante più efficace dello spirito filosofico. In generale, però, sono andato gradualmente convincendomi, che la suddetta utilità della filosofia cattedratica è superata dal danno che la filosofia come professione reca alla filosofia come libera indagine della verità o, in altre parole, che la filosofia al servizio del governo reca alla filosofia al servizio della natura e dell’umanità […]. E’ quindi uno dei casi più rari che un vero filosofo sia stato al tempo stesso un docente di filosofia […]. Considerando soltanto l’interesse della filosofia, io ritengo auspicabile che ogni insegnamento della medesima sia nelle università strettamente limitato alle lezioni di logica, intesa come scienza chiusa e rigorosamente dimostrabile, e inoltre a una storia della filosofia, da esporsi in modo molto succinto da Talete sino a Kant, in un solo semestre, in modo che per la sua brevità e perspicuità conceda meno spazio possibile alle opinioni proprie del signor professore, e serva soltanto da filo conduttore per il futuro studio indipendente (ARTHUR SCHOPENHAUER, Sulla filosofia delle università, in Parerga e Paralipomena, 1851)

Il processo didattico […] è, poniamo, la determinazione di un certo concetto scientifico, la dimostrazione di un dato teorema: quel concetto determinato com’è determinato; quel teorema, dimostrato com’è dimostrato. Il fatto, dunque, che si risolva in atto è lo stesso concetto, lo stesso teorema, quale io lo espongo e dimostro, e devo saperlo esporre e dimostrare. Per saperlo, si dirà, devo averlo imparato; posso averlo imparato una volta, quand’ero scolaro di quella stessa classe, dove ora insegno; posso averlo imparato in un esercizio di tirocinio; posso averlo imparato come esemplificazione di una metodica: certo, nell’atto dell’insegnamento mi tocca tornare a impararlo con attività del tutto nuova. Non devo ripetere, ora, ma creare. E se non so, il meglio è che smetta. La metodica che si risolve nell’insegnamento consiste pertanto nei precedenti processi spirituali, a cui l’insegnamento si adegua in quanto essi si identificano con lo stesso processo spirituale didattico, che li ravviva unificandoli. La metodica dunque non è un insegnamento tipo, se non in quanto è lo stesso insegnamento vivo: un insegnamento ben individuato e determinato, non una teoria. Non l’astratta veste, come già si disse, che s’adatti a ogni dosso, ma il mio stesso vestito, tagliato sulle mie spalle; anzi, più propriamente, me stesso, la mia persona (GIOVANNI GENTILE, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, 1912).

Se torniamo alla domanda <<cos’è la filosofia?>> è evidente che l’unica risposta possibile è che la filosofia è appunto ciò che nelle varie epoche si è inteso per filosofia (GABRIELE GIANNANTONI, Riforma della scuola secondaria superiore e problemi dell’insegnamento della filosofia, in ALESSIO, BODEI, CAMBIANO, DAL PRA, GIANNANTONI, PRESTIPINO, L’insegnamento della filosofia nella secondaria superiore, Angeli, Milano 1980).

All’inizio dell’anno accademico 1946-47 ricevetti un invito dal Segretario del Moral Sciences Club di Cambridge perché leggessi una conferenza su di una qualche <<perplessità filosofica>>. Era chiaro, ovviamente, che si trattava di una formulazione di Wittgenstein, e che dietro ad essa c’era la tesi filosofica di Wittgenstein, secondo la quale in filosofia non esistono problemi autentici, ma soltanto perplessità linguistiche. Siccome questa tesi era fra quelle che più avversavo, decisi di parlare su <<Ci sono problemi filosofici?>>. Cominciai la mia conferenza […] esprimendo la mia sorpresa per essere stato invitato dal Segretario a tenere una conferenza per <<formulare una qualche perplessità filosofica>>; e rilevai che, negando implicitamente che esistano problemi filosofici, chiunque fosse stato a scrivere l’invito aveva preso posizione, forse senza volerlo, su una questione creata da un autentico problema filosofico.

Va da sé che con questo intendevo solo introdurre il mio tema, in modo provocatorio e magari un po’ scherzoso. Ma proprio a questo punto Wittgenstein saltò su e disse, ad alta voce e, così mi parve, con rabbia: <<Il Segretario ha fatto esattamente ciò che gli è stato detto di fare. Egli ha agito su mia istruzione>>. Io non ci feci caso, e continuai; ma accadde che almeno alcuni fra gli ammiratori di Wittgenstein, tra i presenti, se ne accorsero, e di conseguenza presero la mia osservazione, intesa come uno scherzo, come un grave rimprovero al Segretari […].

Comunque andai avanti, e dissi che se pensavo che non esistevano autentici problemi filosofici, non potevo certo essere un filosofo; e che il fatto che tanti, o forse tutti, adottano sconsideratamente soluzioni insostenibili per tanti, o forse tutti i problemi filosofici, bastava a giustificare il fatto di essere un filosofo. Wittgenstein saltò su un’altra volta, mi interruppe, e parlò a lungo sulle perplessità e i rompicapi e sulla non-esistenza dei problemi filosofici. Al momento in cui mi sembrò più opportuno fui io ad interromperlo, presentando un elenco da me preparato di problemi filosofici, come: Conosciamo le cose attraverso i nostri sensi? Otteniamo la nostra conoscenza per induzione? Wittgenstein li respinse, dicendo che erano problemi logici, piuttosto che filosofici. Posi allora il problema se esista l’infinito potenziale o forse anche quello attuale, un problema che egli respinse come matematico […]. Ricordai quindi i problemi morali e il problema della validità delle norme morali. A questo punto Wittgenstein, il quale sedeva vicino al caminetto e giocava nervosamente con l’attizzatoio che talvolta usava come una bacchetta da direttore d’orchestra per sottolineare le sue affermazioni, mi lanciò la sfida: <<Dai un esempio di una regola morale!>>. Io replicai: <<Non minacci i conferenzieri ospiti con gli attizzatoi>>. Dopo di che Wittgenstein, infuriato, gettò giù l’attizzatoio e se ne andò adirato dalla stanza, sbattendo dietro di sé la porta.

Mi dispiace veramente tanto. Riconosco di essere andato a Cambridge con la speranza di provocare Wittgenstein a difendere la tesi che non esistono problemi filosofici autentici, e di combatterlo in questo punto. Ma non mi era mai passato per la testa di farlo arrabbiare; e fu una sorpresa il dover constatare che egli era incapace di capire uno scherzo. Solo più tardi mi resi conto che forse egli capì veramente che io scherzavo e che fu proprio questo ad offenderlo (KARL POPPER, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale (1974), Armando, Roma 1976).

Si ritiene che parlare di quel che è oggi <<la>> filosofia sia piuttosto difficile, per diverse ragioni che possono essere ridotte a tre: a) perché non esiste la filosofia, ma esistono molte filosofie, molti modi e ragioni per dirsi filosofi; b) perché si parla più propriamente e frequentemente di filosofie <<applicate>> (della politica, della scienza, della logica, della religione, ecc.), e non tanto della filosofia come sapere o atteggiamento di pensiero o stile argomentativo puro e sconnesso dalle sue applicazioni; c) perché c’è un diffuso sospetto che la filosofia <<come tale>> non esista, o sia un residuo inutile della cultura occidentale, un tipo di discorso eccentrico o generico, per lo più incapace di dialogare con le altre forme di sapere e di rispondere ai problemi posti dalla contemporaneità […]. Mai forse come in questo secolo (da Dilthey a Derrida, da Schlick a Rorty) la filosofia è stata così profondamente segnata dal problema della propria identità, dei propri compiti e limiti: ne consegue che parlare del pensiero contemporaneo significa anche e per lo più riferire discussioni e controversie su compiti, oggetti, metodi, di un sapere o un atteggiamento esistenziale, un contegno teorico, uno stile o una pratica di scrittura detti <<filosofici>> (FRANCA D’AGOSTINI, Analitici e continentali. Guida alla filosofia degli ultimi trent’anni, Cortina, Milano 1997).

UN PERCORSO DIDATTICO SU MENTE E CORPO

SOCR. Ma [c] credi sia possibile conoscere la natura dell'anima in maniera degna di parlarne, se si prescinde dalla natura del tutto? FEDR. Se Ippocrate fa testo - e lui è un Asclepiade - non si può neppure capire il corpo senza un simile procedimento (PLATONE, Fedro).

Da null'altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello [...] e soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo, vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole [Esso è, però, anche causa di pazzia, deliri], incubi e terrori, insonnia e smarrimenti strani ed apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete ed atti aberranti [IPPOCRATE, Morbo sacro].

La psyché è una specie di accordo, perché accordo è mescolanza e composizione di contrari, e il corpo è composto di contrari (ARISTOTELE, De Anima, A 4, 407 b 27).

C’è un punto, disse Simmia, in cui codesto tuo medesimo ragionamento si potrebbe ripetere anche a proposito di accordo musicale e di lira e di corde: e dire cioè che questo accordo, in una lira bene accordata, è qualche cosa di invisibile e di incorporeo, di perfettamente [86a] bello e divino; mentre la lira e le corde sono corpi, e di forma corporea, e composti e terreni, e insomma congeneri del mortale. Ora, se uno, rotta la lira o tagliate e strappate le corde, si facesse forte del tuo stesso ragionamento, e dicesse, come tu dici, che quel tale accordo deve necessariamente seguitare a esistere e non può perire: - perché certo non ci sarà modo che si conservi la lira dopo spezzate le corde, e si conservino le corde, che sono cose tutte mortali, e viceversa perisca l’accordo, che è della stessa [b] natura e della stessa origine del divino e dell’immortale, e perisca prima del mortale; ma anzi, dice, sarà proprio questo accordo che dovrà in qualche modo conservarsi, e infradiceranno prima i legni e le corde innanzi che patisca esso di alcuna perturbazione... - Del resto io credo bene, o Socrate, che ti sarai avveduto anche tu di questo, che noi ci figuriamo dell’anima a un di presso qualche cosa di simile: che cioè, come se il nostro corpo fosse teso e tenuto insieme dal caldo e dal freddo, dal secco e dall’umido e da altrettali elementi, l’anima sia appunto una temperanza [c] e un accordo di codesti elementi; quando, s’intende, essi siano mescolati gli uni con gli altri in misura eguale e perfetta. Se dunque l’anima è una specie di accordo, è ben chiaro che, quando il nostro corpo da morbi o da altri mali sia rilassato o teso fuori del suo giusto equilibrio, necessariamente l’anima deve sùbito cessare di esistere, per quanto divinissima ella sia, allo stesso modo degli altri accordi che osserviamo nei suoni e in tutte generalmente le opere degli artisti; e dureranno invece per un tempo assai lungo i residui di ciascun corpo fino a che siano arsi [d] dal fuoco e consumati dalla putrèdine. Vedi tu dunque ora che cosa potremo rispondere a questo argomento, se uno ritenga che l’anima, essendo una temperanza degli elementi onde è costituito il corpo, sia proprio essa, nella così detta morte, la prima a morire. [PLATONE, Fedone]

Io, disse, o Cebète, quando ero giovane, fui preso da una vera passione per quella scienza che chiamano indagine della natura. E veramente mi pareva scienza altissima codesta, conoscere le cause di ciascuna cosa, e perché ogni cosa si genera e perisce ed è. [b] E più volte ogni mia indagine da cima a fondo rimutavo, esaminando anzi tutto problemi come questi: se è vero, per esempio, che quando il caldo e il freddo fanno putrèdine, allora, come alcuni dicono, nascano e crescano gli esseri viventi ; e se l’elemento con cui pensiamo è il sangue o l’aria o il fuoco; oppure niente di tutto questo, ed è invece il cervello che dà le sensazioni dell’udire del vedere e dell’odorare, onde poi si generino memoria e opinione, e, dalla memoria e dall’opinione, una volta presa stabilità nel nostro animo, così appunto si generi la conoscenza [PLATONE, Fedone].