LA PROGRAMMAZIONE IN FILOSOFIA

 

Il circolo della filosofia e della sua storia non può avere altra uscita che nell’accettazione, per dir così, della sua circolarità: affermando che la filosofia è storia della filosofia e che la storia della filosofia è filosofia […]. Cioè, non v’ha filosofia, che si possa foggiare altrimenti che come conclusione del processo storico, e quindi come un momento storico; né v’ha processo o momento storico, che non sia la costruzione della filosofia. Per modo che la difficoltà del punto di partenza è puramente illusoria: perché in realtà noi già abbiamo naturalmente cominciato e abbiamo, comunque, una filosofia e una storia della filosofia, quando stiamo cercando donde giovi cominciare. (GIOVANNI GENTILE, La riforma della dialettica hegeliana e altri scritti, 1923).

 

UN PERCORSO DIDATTICO SU MENTE E CORPO

SOCR. Ma [c] credi sia possibile conoscere la natura dell'anima in maniera degna di parlarne, se si prescinde dalla natura del tutto? FEDR. Se Ippocrate fa testo - e lui è un Asclepiade - non si può neppure capire il corpo senza un simile procedimento (PLATONE, Fedro).

Da null'altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello [...] e soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo, vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole [Esso è, però, anche causa di pazzia, deliri], incubi e terrori, insonnia e smarrimenti strani ed apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete ed atti aberranti [IPPOCRATE, Morbo sacro].

La psyché è una specie di accordo, perché accordo è mescolanza e composizione di contrari, e il corpo è composto di contrari (ARISTOTELE, De Anima, A 4, 407 b 27).

C’è un punto, disse Simmia, in cui codesto tuo medesimo ragionamento si potrebbe ripetere anche a proposito di accordo musicale e di lira e di corde: e dire cioè che questo accordo, in una lira bene accordata, è qualche cosa di invisibile e di incorporeo, di perfettamente [86a] bello e divino; mentre la lira e le corde sono corpi, e di forma corporea, e composti e terreni, e insomma congeneri del mortale. Ora, se uno, rotta la lira o tagliate e strappate le corde, si facesse forte del tuo stesso ragionamento, e dicesse, come tu dici, che quel tale accordo deve necessariamente seguitare a esistere e non può perire: - perché certo non ci sarà modo che si conservi la lira dopo spezzate le corde, e si conservino le corde, che sono cose tutte mortali, e viceversa perisca l’accordo, che è della stessa [b] natura e della stessa origine del divino e dell’immortale, e perisca prima del mortale; ma anzi, dice, sarà proprio questo accordo che dovrà in qualche modo conservarsi, e infradiceranno prima i legni e le corde innanzi che patisca esso di alcuna perturbazione... - Del resto io credo bene, o Socrate, che ti sarai avveduto anche tu di questo, che noi ci figuriamo dell’anima a un di presso qualche cosa di simile: che cioè, come se il nostro corpo fosse teso e tenuto insieme dal caldo e dal freddo, dal secco e dall’umido e da altrettali elementi, l’anima sia appunto una temperanza [c] e un accordo di codesti elementi; quando, s’intende, essi siano mescolati gli uni con gli altri in misura eguale e perfetta. Se dunque l’anima è una specie di accordo, è ben chiaro che, quando il nostro corpo da morbi o da altri mali sia rilassato o teso fuori del suo giusto equilibrio, necessariamente l’anima deve sùbito cessare di esistere, per quanto divinissima ella sia, allo stesso modo degli altri accordi che osserviamo nei suoni e in tutte generalmente le opere degli artisti; e dureranno invece per un tempo assai lungo i residui di ciascun corpo fino a che siano arsi [d] dal fuoco e consumati dalla putrèdine. Vedi tu dunque ora che cosa potremo rispondere a questo argomento, se uno ritenga che l’anima, essendo una temperanza degli elementi onde è costituito il corpo, sia proprio essa, nella così detta morte, la prima a morire. [PLATONE, Fedone]

XXXVIII. Tutti quanti, a sentir quei due parlare così, [c] provammo un senso di disagio, come poi ci dicemmo più volte, dopo di allora, l’uno con l’altro; perché, mentre dalle ragioni di prima eravamo stati pienamente convinti, ora quei due pareva ci scompigliassero di nuovo l’animo e ci ributtassero giù nella sfiducia, non solo rispetto ai ragionamenti già fatti, bensì anche rispetto a quelli che si sarebbero fatti poi; nella sfiducia, dico, o di essere noi al tutto incapaci di giudicare, o addirittura che l’argomento della disputa fosse poco credibile per se medesimo. ECH. Oh, mio Fedone, vi capisco bene! Perché anche a me, a udirti ora parlare, vien fatto di dire a me stesso qualche cosa di simile: "A qual ragionamento d’ora innanzi [d] potremo credere? Era così profondamente persuasiva la dimostrazione di Socrate? E ora, ecco, è ricaduta nella incertezza". Ed è meraviglioso come anche ora e sempre mi prenda e vinca, di fronte all’altro codesto argomento che la nostra anima sia una specie di accordo; e, sentendomelo ripetere, mi ha fatto in certo modo tornare a mente che già anch’io ero di questo parere. E così ho grande bisogno ancora, e come se si ricominciasse da capo, di un’altra dimostrazione la quale mi persuada che, morto l’uomo, non muore l’anima insieme con lui. Dimmi, dunque, per quale via Socrate seguitò il proprio ragionamento? e dimmi, [e] che forse anche lui, come mi dici di voi dette a vedere di essere un poco turbato, oppure no, e serenamente venne in aiuto delle proprie ragioni? e l’aiuto fu sufficiente o rimase manchevole? Raccontaci tutto, quanto più esattamente tu puoi. FED. In verità, o Echècrate, più volte io ebbi occasione di ammirare Socrate, ma non mai fui preso da tanta ammirazione e stupore come quest’ultima che [89a] mi trovai con lui. Che egli, Socrate, avesse ragioni da rispondere, codesto, so bene, non è niente di straordinario; ma ciò che più che mai, allora, suscitò la mia ammirazione, fu questo: prima, a vedere con che dolcezza e benevolenza e deferenza ascoltò l’argomentazione di quei giovani; poi, con quale penetrazione si avvide sùbito dello smarrimento che i loro discorsi ci avevano messo nell’anima; e poi anche come bene seppe guarirci, e come, mentre noi, si può dire, già eravamo in fuga e sconfitti, egli ci richiamò a sé e ci rincorò a seguirlo e a riesaminare insieme la dimostrazione. ECH. E come? FED. Te lo dirò. Io mi trovavo alla destra di lui, ai piedi del suo lettuccio, seduto [b] sopra uno sgabello basso, ed egli era seduto assai più alto di me. E così, accarezzandomi il capo e lisciandomi i capelli sul collo, - era sua abitudine, se gli capitava, di scherzare sui miei capelli, - Domani, dunque, disse, o Fedone, questi tuoi bei capelli forse te li taglierai. - Così pare, io risposi, o Socrate. - Ma no, se darai ascolto a me. - E come? domandai. - Quest’oggi, disse, e io taglierò i miei capelli e tu i tuoi se ci muoia questo nostro ragionamento e non si sia capaci di richiamarlo in vita. [c] E io anzi, se fossi in te, e il ragionamento mi scappasse via, farei giuramento, come già fecero gli Argivi, di non lasciarmi più crescere i capelli se prima non sarà riuscito con una nuova battaglia a vincere il ragionamento di Simmia e di Cebète. - Ma contro due, osservai io, neanche Eracle è buono, dice il proverbio. - Ebbene, disse, e tu chiama me in aiuto come fossi i tuoi, Iolào; finché ancora c’è luce.- Sta bene, dissi, ti chiamerò; ma non come fossi io Eracle, bensì come Iolào e tu Eracle. - Sarà lo stesso, disse (PLATONE, Fedone).

Io, disse, o Cebète, quando ero giovane, fui preso da una vera passione per quella scienza che chiamano indagine della natura. E veramente mi pareva scienza altissima codesta, conoscere le cause di ciascuna cosa, e perché ogni cosa si genera e perisce ed è. [b] E più volte ogni mia indagine da cima a fondo rimutavo, esaminando anzi tutto problemi come questi: se è vero, per esempio, che quando il caldo e il freddo fanno putrèdine, allora, come alcuni dicono, nascano e crescano gli esseri viventi ; e se l’elemento con cui pensiamo è il sangue o l’aria o il fuoco; oppure niente di tutto questo, ed è invece il cervello che dà le sensazioni dell’udire del vedere e dell’odorare, onde poi si generino memoria e opinione, e, dalla memoria e dall’opinione, una volta presa stabilità nel nostro animo, così appunto si generi la conoscenza [PLATONE, Fedone].

Essendosi recato un giorno da Parrasio, il pittore, parlando con lui, gli domandò: - La pittura, Parrasio, non è rappresentazione di quel che si vede? E infatti, i corpi bassi e alti, all’ombra e alla luce, ruvidi e morbidi, aspri e lisci, giovani e vecchi, voi li imitate ritraendoli mediante i colori. – E’ vero, disse […]. – L’atteggiamento dell’anima […] riuscite a riprodurlo o non si può imitare? – Come si può imitare, o Socrate, ciò che non ha proporzione di parti, né colore, né alcuna cosa di quelle che ora hai enumerato, e non è in nessun modo visibile?Eppure, riprese Socrate, non può l’uomo guardare qualcuno con simpatia o inimicizia? – Credo di sì, disse. – E tutto ciò non si può rendere nell’espressione degli occhi? – Senza dubbio […]. E anche la magnificenza, la liberalità, la grettezza, l’ignoranza, la temperanza, la prudenza, la tracotanza e la volgarità traspaiono dal volto e dall’atteggiamento dell’uomo, sia fermo che in movimento (SENOFONTE, Memorabili).

Andò un giorno da Clitone, lo scultore, e conversando con lui gli disse […] - …lo scultore deve rendere attraverso la forma esteriore l’attività dell’anima.

(SENOFONTE, Memorabili).