SENOFANE

Gli dei non hanno certo svelato ogni cosa ai mortali

fin dal principio; ma, ricercando,

gli uomini trovano a poco a poco il meglio

Secondo congettura, ciò dev’essere ritenuto simile al vero.

E nessun uomo ha mai scorto l’esatta verità,

né ci sarà mai chi sappia veramente intorno agli dei

ed a tutte le cose ch’io dico.

Ché se anche qualcuno arrivasse ad esprimere

la verità ultima, neppure lui tuttavia ne avrebbe conoscenza,

perché di tutto vi è solo un sapere apparente.

Senofane, in questi frammenti, espone la sua concezione della conoscenza e la oppone ad un'altra, che invece rifiuta.

Attraverso i seguenti esercizi, prova a definire le due concezioni.

A. Prima di tutto, individua tra le seguenti frasi quelle che meglio corrispondono a quanto Senofane afferma nei frammenti letti:

1.All'inizio dei tempi gli uomini possedevano un sapere perfetto.

2.Agli inizi della loro storia gli uomini erano ignoranti.

3.Gli uomini acquisiscono la conoscenza attraverso la ricerca.

4.Il sapere viene rivelato agli uomini dalle divinità.

5.Il sapere viene trasmesso inalterato di generazione in generazione.

6.Il sapere viene migliorato di generazione in generazione.

7.La critica non è ammessa.

8.La critica è tollerata.

9.La critica è richiesta e sollecitata.

10.Il sapere umano progredisce gradualmente nel tempo.

11.Il sapere umano può solo corrompersi con il passare del tempo.

12.La conoscenza è sempre ipotetica e congetturale.

13.L'uomo può conoscere la verità assoluta.

14.L'uomo, attraverso la ricerca, può arrivare alla verità assoluta.

15.L'uomo, attraverso la ricerca, può avvicinarsi alla verità, senza mai raggiungerla.

16.Anche se l'uomo potesse raggiungere la verità, non potrebbe avere la certezza di averla raggiunta.

17.L'uomo può raggiungere la verità e, grazie alla dimostrazione razionale, essere certo di questa verità.

18.L'uomo possiede la verità, non grazie ai suoi mezzi, ma per dono divino.

19.L'uomo può essere certo della verità, solo se questa gli è rivelata dall'autorità riconosciuta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

B. Le risposte corrette (in numero di otto), e alcune di quelle respinte, che esprimono idee opposte, possono essere raggruppate in una tabella, che definisce due concezioni rivali della conoscenza. Le frasi scelte dovrebbero rispondere alle seguenti domande:

Concezione

Critica e razionale (il logos)

Teologica e sacrale (il mythos)

1. Come era il sapere umano alle origini?

   

2.Come gli uomini

acquisiscono il sapere?

   

3. Come viene trasmesso il sapere?

   

4. Può progredire il sapere?

   

5. Quale valore ha la conoscenza umana?

   

6. L’uomo può arrivare alla verità? Come?

   

7. L’uomo può raggiungere la certezza?

   

8. La critica è ammessa?

   

C. La concezione della verità e della conoscenza proposta da Senofane ricorda quella:

(a) di una casta sacerdotale o di una Chiesa, depositaria di una verità assoluta;

(b) di un gruppo di scienziati che ricercano la verità, attraverso ipotesi, discussione critica ed esperimenti.

(c) a nessuna delle due (se vuoi, spiega perché).

D. La concezione della verità e della conoscenza proposta da Senofane è vicina:

(a) a quella dei filosofi di Mileto, che avanzavano teorie audaci, le criticavano e ne proponevano di migliori.

(b) a quella dei Pitagorici, che trasmettevano la sapienza del loro maestro.

PARMENIDE

1.Anche Parmenide come Senofane affronta il problema della conoscenza. Possiamo confrontare la sua concezione con quelle definite negli esercizi relativi a Senofane. A quale delle due può essere accostata?

2.Probabilmente la teoria della conoscenza di Parmenide assomiglia per alcuni aspetti alla prima concezione e per altri alla seconda. Individua questi aspetti, documentandoli con riferimenti ai testi letti.

3.La concezione di Parmenide è logica, scientifica, razionale...oppure mitica, religiosa, sacrale...? Una soluzione a questa domanda si trova nel testo seguente, tratto da MARIO VEGETTI, Il coltello e lo stilo, Il Saggiatore, Milano 1979, pp.70-71:

"Parmenide, e con lui gli altri grandi sapienti legati alla tradizione aristocratico-sacerdotale, si trova nel passaggio dal VI al V secolo a. C. di fronte ad una situazione difficile da governare.

La 'crisi di sovranità' che investe le grandi famiglie aristocratiche, tradizionalmente depositarie del nesso fra potere, sapere e funzione sacerdotale, l'emergenza della società cittadina e dei nuovi ceti sociali che vi sono peculiarmente connessi, di forme culturali irriducibili alla sapienza sacerdotale, pongono imperiosamente agli uomini di quella tradizione il problema della riconquista di una udienza nel nuovo contesto. L'uditorio del messaggio sacro pronunciato nel tempio risulta logorato di fronte ad un'articolazione sociale più ricca e più complessa...

Perduta dunque l'universalità che è nella sua vocazione [...], e anche l'autorità per imporre il proprio dominio, il discorso sacro...può tentare di inventare forme nuove per riguadagnare l'universalità perduta, l'area del dominio logorata. 'Il filosofo', scrive Detienne, 'è costretto ad abbandonare il santuario della rivelazione: l' Alhqeia gli è data dagli dei, ma nello stesso tempo la sua verità si sottomette, se non alla verifica, almeno al confronto'; 'il suo messaggio', aggiunge Vernant,' non si limita più ad un gruppo, ad una setta; mediante la parola e lo scritto, il filosofo si rivolge a tutta la città, a tutte le città'... Su questa via si situa anche la trascrizione teorica, 'filosofica', del discorso sacro operata da Parmenide, e tuttavia annunciata-per l'ultima volta-ancora nei termini di una rivelazione iniziatica: per l'ultima volta, perché proprio essa apre i più sobri percorsi dei meccanismi analitici della teoria, dell'impersonalità cogente della verità.

L'anonimia dell'esti e dell'essere non richiede, per la propria accettazione, l'adesione esclusiva al messaggio divino e allo spazio del tempio in cui il sacerdote lo annuncia. Essa può candidarsi, nella propria neutralità, al ruolo di legislazione universale di qualsiasi sapere, di tribunale chiamato a decidere della verità dei discorsi, riconquistando un dominio sulle pratiche culturali che sembrava perduto".

Il discorso è piuttosto complesso. Cerca di spiegarlo e riassumerlo, servendoti eventualmente delle seguenti domande: a quale gruppo sociale appartiene Parmenide? quali poteri aveva nelle proprie mani questo gruppo? perché questo gruppo entra in crisi tra VI e V secolo? esso rinuncia ai suoi poteri o li conserva trasformandoli?

Il discorso sacro era universale e cogente prima del VI-V secolo. Perché esso entra in crisi? Parmenide come trasforma il suo discorso per conservare universalità e autorità cogente? La verità che Parmenide annuncia è rivelata dalla Dea: essa viene accettata perché rivelata? Quali sono le nuove norme della "legislazione" universale del sapere e dei discorsi, in base alle quali alcuni discorsi sono legittimati come validi ed altri esclusi?

Vegetti sembra dire che il discorso scientifico eredita e trasforma l'eredità di universalità e cogenza di quello religioso. Che cosa significa?