FARE LEZIONE SU KIERKEGAARD CON LA DIDATTICA BREVE

(da http://lgxserver.uniba.it/lei/estetica/estetica_&_scuola/Kierkegaard/Presentazione_modulo1.htm)

Kierkegaard



 
 

«Io ho un solo amico, è l'eco: e perché è mio amico? Perché io amo il dolore e l'eco non me lo toglie.
Io ho un solo confidente, è il silenzio della notte. E perché è il mio confidente? Perché il silenzio tace».

Kierkegaard, Aut-aut, dalle carte A, versione di C. Fabro, in Opere, Piemme, 1995, vol. I, p. 140.


 
 

Presentazione

Kierkegaard fa parte dei cosiddetti tre filosofi asistematici, con Schopenhauer e Nietzsche, che concludono l'Ottocento. Avendo ancora innanzi il Novecento, l'insegnante dovrebbe scegliere quale di questi autori privilegiare. Nei decenni scorsi, il docente generalmente accordava a Nietzsche il primo posto. Ora questo "obbligo" si è attenuato, e ciò consente di restituire un meritato spazio anche agli altri due pensatori. Tuttavia, affinché il docente abbia libertà di azione, si è costruito un modulo a due livelli: il primo, ispirato alla didattica breve, mira ad uno studio generale dell'autore, economizzando sul tempo. Il secondo livello è pensato per chi intende dedicare più spazio a Kierkegaard con lettura di brani e approfondimenti storiografici. 

Il metodo della didattica breve

Il primo livello può, per ragioni di brevità, avvalersi soprattutto del manuale in uso. Lo schema metodologico è stato sintetizzazto dal seguente testo: F. Ciampolini, La didattica breve, Il Mulino, 1993. Non si tratta di una sintesi sistematica perché si è cercato di adattare le procedure della didattica breve al presente lavoro. Sulla didattica breve è utile vedere anche il lavoro di Francesco Piazzi.

Immaginiamo di partire dal tradizionale capitolo su Kierkegaard o da una sua versione integrata di testi. Vogliamo operare una trasformazione in versione D.B. (d'ora innanzi starà per didattica breve). Le fasi del metodo di cui ci avvaliamo sono essenzialmente due: la «distillazione» (DST) e la rappresentazione grafica dei concetti.

DST: la distillazione è verticale e orizzontale. La DST verticale è l'operazione di scelta degli argomenti che opera il docente. Nel nostro caso, tutti i concetti kierkegaardiani che si vogliono utilizzare. Questi argomenti andranno disposti sequenzialmente in modo che il successivo dipenda solo dai precedeneti. Per argomento bisogna intendere il singolo concetto, il singolo ragionamento, la definizione, una interpretazione, ecc. «La DST verticale della disciplina va fornita allo studente all'inizio del corso [in questo caso quando si incomincia Kierkegaard], se si vuole che gradualmente egli impari a considerarla, non come un semplice indice seppur molto dettagliato, ma piuttosto come la visualizzazione di un percorso didattico razionalmente costruito. Qualcosa che contribuisca a motivarlo nel suo studio, non soltanto perché gli consente in ogni momento di sapere in quale punto del cammino si trova, ma soprattutto perché gli tiene costantemente in evidenza la logica degli argomenti. La DST verticale contribuisce in tal modo a realizzare un insegnamento, per così dire "a carte scoperte", nel cui ambito lo studente diventa partecipe della strategia formativa adottata dal docente e da ciò trae quasi sempre forte incentivo per migliorare il proprio metodo di studio» (Ciampolini, cit., p. 47). I concetti verticali possono essere dati dal docente alla rinfusa, e lasciare che sia poi l'alunno a ordinarli logicamente; oppure l'insegnante può iniziare e quindi l'alunno procedere autonomamente. Per esperienza, l'alunno è in grado di procedere anche autonomamente, con insolita motivazione.

La DST orizzontale, così detta perché dovrebbe affiancarsi orizzontalmente accanto a ciascun titolo della DST verticale, «si spinge a un livello di approfondimento micrologico maggiore rispetto alla precedente. Essa è simile, sotto un certo profilo, alla analisi logica usata nello studio linguistico: infatti, così come quest'ultima suddivide il periodo nelle sue parti fondamentali (soggetto, predicato, complementi ecc.), altrettanto fa la DST orizzontale che suddivide, ad esempio, un ragionamento in «passi elementari» sequenzialmente disposti secondo l'ordine con cui il ragionamento stesso ce li propone. Una differenza sostanziale sta però nel fatto che, mentre l'analisi logica è praticamente univoca, la DST orizzontale presenta larghi margini di arbitrarietà, cosicché è assai raro che due persone diverse distillino lo stesso argomento in modo perfettamente identico» (ibid., p. 48). Chiamiamo macroconcetti i distillati verticali e concetti i distillati orizzontali. 

Questa procedura è detta anche DST «per connessioni logiche», ed è di sicura efficacia, a condizione che queste connessioni non si spingano a dettagli molto fini, dato che sono finalizzate alla costruzione di una rete le cui maglie formano solo le connessioni di tipo primario.

In generale, si può ancora aggiungere che la DST è applicabile ovunque vi sia una logica. Quindi anche a Kierkegaard, il cui pensiero, per quanto refrattario e insofferente alla sistematicità e alla razionalità, possiede nondimeno una logica. Diciamo che la DST mira a far compiere una «ricostruibilità rapida» della tematica mediante procedure di «pulizia logica».

Il passo successivo potrebbe essere la costruzione di una mappa concettuale in cui si ordinano i distillati verticali e orizzontali e si collegano con opportune etichette definitorie del nesso.

Il passaggio al secondo livello avviene attraverso la presentazione di brani della critica e dell'autore, sui quali l'alunno dovrà compiere più operazioni cognitive.
 

 Prima ora



Obiettivi.


* Affettivo-emozionali: suscitare un interesse verso Kierkegaard attraverso una narrazione biografica e insistendo su quegli aspetti del suo pensiero più vicini all'esperienza della vita che un adolescente può avere (la vita estetica, la non razionalità del religioso).

* Conoscitivi. Costruire una prima immagine del nostro filosofo e del suo percorso intellettuale-esistenziale.


Metodo: è indispensabile una prima ora di presentazione della fisionomia dell'autore attraverso una lezione frontale fatta anche di espedienti narrativi.

Narrazione.

1) Kierkegaard ammirava Hegel, ma considerava sterile la sua sistematizzazione dialettica. Lo sforzo concettuale di Hegel, di costringere tutta la realtà nel suo sistema dialettico, avrebbe tralasciato, per Kierkegaard, proprio ciò che più conta per noi: la nostra esistenza.

2) L'esistenza viene intesa da Kierkegaard come l'antitesi della via hegeliana: il trascendimento dell'universale per conseguire l'individualità, la singolarità. Esistere vuole proprio dire realizzare se stessi mediante la libera scelta del singolo.

3) Mentre Hegel superava dialetticamente le antitesi, Kierkegaard le enfatizza: Dio non è uomo e l'uomo non è Dio, e nessuna dialettica potrà mai arrivare ad una conciliazione. Solo il salto della fede può colmare l'abisso, nessuna razionalità.

4) Le cose che veramente contano per l'uomo non si risolvono con esercizi di distaccata riflessione ma con atti di scelta concreti.

5) Si può già comprendere che l'impostazione filosofica è decisamente personale, soprattutto nel senso di evitare programmaticamete qualsiasi approccio sistematico. Ciò può far sorgere il dubbio sulla legittimità di introdurre Kierkegaard all'interno della storia della filosofia, ma si potrebbe far notare che proprio il carattere intensamente personale della sua filosofia costituisce un elemento di forza, «in quanto conferisce ai suoi scritti un grado di serietà e di profondità tale da escluderli dal novero dei prodotti di una filosofia intesa come gioco o passatempo accademico per chi ne ha la necessaria attitudine e inclinazione» (F. Copleston, Storia della filosofia, vol. 7, Paideia, 1982, p. 406).

6) Il pensiero di Kierkegaard si sviluppa, cronologicamente, in opposizione all'hegelismo, ma la sua fortuna incomincia con gli inizi del secolo successivo, con Barth e Heidegger. Il suo pensiero rimane, nell'Ottocento, un filone di ricerca indipendente dai movimenti trasversali del secolo.

7) Uomo di vita breve (1813-1855), ricevette un'educazione rigidamente religiosa dal padre, persona afflitta da malinconia che probabilmente trasmise in parte al figlio, insieme all'idea che una maledizione gravasse sulla loro famiglia. Gli studi di teologia lo distaccarono dal clima paterno e lo resero un osservatore attento ma cinico e disilluso (stadio estetico).

8) Nel 1936 pensò seriamente al suicidio, inorridito dal suo cinismo interiore, ma qualche mese dopo assunse l'impegno di adottare principi morali di vita. E' lo stadio etico.

9) Nel 1938 muore il padre. E' la conversione religiosa. Si fidanzò con Regina Olsen, ma interruppe il fidanzamento, forse per la sua cronica malinconia, non ritenendosi portato al matrimonio ma, piuttosto, votato a compiere una missione.

10) Nel 1943 pubblicò Aut-Aut, titolo che in qualche modo riassume anche il senso complessivo della sua vita.

11) Qualche anno prima della morte, che avvenne nel 1855 all'età di 42 anni, Kierkegaard attaccò la chiesa danese, accusandola di aver risolto il cristianesimo in un tranquillo umanesimo perbenista, privo di ogni tensione religiosa.


Questi passaggi sono ovviamente indicativi ma, credo, utili per conseguire gli obiettivi prefissati.

La distillazione
 

Seconda ora

La scelta dei concetti principali con i quali si intende studiare Kierkegaard (distillazione verticale, perché va a determinare una serie di livelli concettuali) deve essere effettuata preliminarmente dall'insegnante e incominciata dallo stesso in classe, presentando alcuni capisaldi del pensiero di Kierkegaard. Si può quindi invitare gli alunni a proseguire autonomamente oppure terminare la procedura in classe passando in rassegna le pagine del manuale. Verranno distillati concetti come esistenza, singolo, vita estetica, etica, religiosa, angoscia, e altri. 

Il passaggio successivo è la cosiddetta distillazione orizzontale (determinazione, entro i livelli concettuali stabiliti di elementi concettuali),  Mostrata la procedura con qualche esempio, sarà cura dell'alunno proseguirla a casa. Egli, per ripeterci, dovrà "aprire" ogni macroconcetto e distillarvi i concetti che individua e ritiene importanti. Ne verrà fuori una tabella, che riporterà nella prima colonna la DST verticale e nella seconda la DST orizzontale corrispondente. Fornisco un esempio estratto dall'autonomo lavoro di un mio alunno. 
 

Vita estetica

  • Assenza dell’atto di scelta 
  • Negazione dell’ autocoscienza individuale 
  • Predilezione del momento, a scapito della continuità 
  • La sensualità nella seduzione: Don Giovanni 
  • La musica come espressione somma dell’oscillazione estetica
  • La disperazione come via d’uscita, in quanto scelta

 

Vita etica

  • Scelta di sottoporsi alla possibilità dilemmatica fra bene e male 
  • Traduzione in realtà degli universali contrastanti 
  • Esposizione all’angoscia vertiginosa 
  • Insanabile inadeguatezza dell'uomo di fronte all'universale disperazione 
  • Socrate 
  • Il giudice Wilhelm 

 

Vita religiosa

  • Superamento della disperazione 
  • “Salto” verso la fede (irrazionale ed anti-etica) 
  • Il Singolo direttamente di fronte a Dio 
  • Paradosso e scandalo nell’incarnazione di Cristo
  • Abramo 

 

(Distillazione a cura di Alberto Maldino)


 

Non sono intervenuto nel lavoro dell'alunno - anche se avevo suggerito di definire con poche parole e non frasi - perché questo non altera le finalità. Se le frasi fossero approssimative e non chiaramente definitorie, allora la procedura sarebbe inficiata nel suo scopo primario, e quindi andrebbe ripetuta.
Per quanto vi siano concetti ineludibili, soprattutto nella DST orizzontale si possono operare scelte diverse ed è normale che gli alunni distillino con criteri che non si sovrappongono. Questo, entro limiti ragionevoli, è compatibile con la procedura ed è indice di autonomia cognitiva. 

Controllo delle procedure

Terza ora

Questa potrebbe essere un'ora dedicata ad un controllo dei lavori, magari invitando due o tre alunni alla lavagna a riprodurre la loro distillazione, ciascuno per conto proprio. 

Se la classe ha già lavorato con le mappe concettuali, si può subito tentarne un inizio, tenendo presente che: 

1) la mappa concettuale può essere: 

2) l'alunno deve sempre etichettare i collegamenti, in modo preciso. Questa è un'operazione cognitiva che va rinforzata attraverso ripetuti solleciti e adeguate approvazioni. 
3) non c'è cosa più sbagliata che sostituirsi all'alunno in questa operazione, salvo minimi e ponderati interventi. 
In classe si può iniziare l'impostazione della mappa concettuale a partire dall'esperienza presente, lavoro che si lascia terminare a casa, mentre si fissa una verifica scritta . 

Verifica del percorso
Quarta ora

Questa è una verifica importante e utile per una valutazione delle abilità cognitive dell'alunno.

Essa può consistere nella costruzione, in classe, di una mappa concettuale che riproduca graficamente la logica del pensiero di Kierkegaard a partire dagli inizi.

Questa semplice griglia di valutazione dovrà essere fornita all'alunno prima della verifica.
 

25% Distillazione verticale
25% Distillazione orizzontale
30% Pertinenza delle etichette
20% Coerenza della mappatura

 

 
Fornisco, a modo di esempio, una mappa concettuale costruita in poco tempo da un alunno. La fornisco come mi è stata consegnata.

Un percorso di approfondimento
Prima ora




 

Queste tre ore sono destinate ad un approfondimento di Kierkegaard che dovrebbe lasciare altri segni rispetto al semplice percorso breve. Quello, se si procede, diventa la premessa per questo. 

Fornisco una scelta di brani, storiografici e suoi, per una lettura meditata, che si potrebbe concludere con una verifica di una certa consistenza. [: brano a più alta difficoltà ]

Hans Lassen Martensen, Notizie della mia vita, 1882-1883, in Kierkegaard, a cura di A. Cortese, in Questioni di storiografia filosofica, vol. 3, La Scuola, 1974, pp. 636-637).

«E Tra coloro che avevo a ripetizione [...] [c'è] Soeren Kierkegaard. Aveva un modo tutto suo per prendere ripetizione. Compiti non ne voleva, ma solo che tenessi lezione per lui e che conversassi con lui. Decisi dunque di dargli delle lezioni sui capisaldi della dogmatica di Schleiermacher e di conversarne. Capii subito che si trattava di un ingegno non comune, ma anche di uno che aveva un'inclinazione irresistibile alla sofistica, a un gioco di sottigliezze che in ogni occasione faceva la sua comparsa e spesso stancava. Ricordo [...] che ciò avvenne in tutta chiarezza quando esaminammo la dottrina della predestinazione, in cui, per così dire, c'è anche una porta aperta ai sofisti. Per altro a quell'epoca m'era molto devoto. Mia madre mi riferì che quand'ero all'estero molto spesso andava da lei a domandarle mie notizie. Mi riferì anche, cosa che qui non passerò sotto silenzio, che a volte le si sedeva accanto e che ella provava gran piacere dalla sua conversazione. Una volta arrivò profondamente afflitto e disse che sua madre era morta. Mia madre, che pur non aveva un'esperienza tanto vasta, ripetute volte affermava che mai nella sua vita aveva visto una persona tanto profondamente afflitta come Soeren Kierkegaard per la morte di sua madre, e ne concluse che doveva avere animo straordinariamente profondo. In ciò non andava errata, e nessuno negherà una cosa [del genere] a Soeren Kierkegaard». 

«Nella misura in cui Kierkegaard ha creduto d'avere una missione nella sua esistenza, bisogna senza dubbio dire che s'è del tutto ingannato quanto alla sua vocazione. La sua autentica vocazione era quella d'essere uno scrittore calmo e tranquillo come era stato in precedenza; e ora voleva mettersi ad agire nella vita pubblica come un riformatore o almeno come una specie di riformatore. Ma ci si deve a questo punto domandare: che cosa voleva realmente concludere? Ogni setta che attacca la "Folkekirke" ["Chiesa del popolo "] considerandola una babele, ha pur una comunità, una congregazione che vuol prendere il posto della Chiesa del popolo, e nella quale essa adunerà coloro che lasciano la Chiesa del popolo. Ma Kierkegaard non voleva imprendere nessuna successione della Chiesa del popolo, non voleva istituire nessun comunità, non voleva fondare nessuna società nuova. Ogni idea di società o di congregazione era da lui negata del tutto, e s'appoggiava solo ai singoli, sebbene s'indirizzasse ad essi in massa. Voleva fare un proclama invitante ad abbandonare la Chiesa del popolo come una tana di briganti. Ma allora? Come sarebbe finita? A ciò egli non sembra aver pensato affatto. L'azione riformistica era senza scopo e senza fine. Anche da questo punto di vista si può ritenere una fortuna che egli morì, perché se non altro tutto sarebbe diventato oltremodo noioso. Sarebbe stato infatti impossibile continuare a udire all'infinito la ripetizione tautologíca di quel proclama d'abbandonare la Chiesa del popolo senza avere indicazioni di dove si doveva andare. Staccato dalla società, stava in mezzo alla società come un eremita, che per la società aveva sol una parola di condanna, ma nessuna parola di guida, d'innalzamento e edificazione». (Ibid, pp. 638-639). 

Padre Mesnard, Le vrai visage de Kierkegaard, in . S. Vanni Rovighi, Storia della filosofia contemporanea, la Scuola, 1985, pp. 109-110.

[Kierkegaard] «non ebbe quella religione puerile nella quale il bambino si famigliarizza prima di tutto con Gesù Bambino nel presepio e scopre solo a poco a poco l'identità dell'Incarnazione e della Redenzione. Il cristianesimo è Cristo, e Cristo morente in croce. Il sangue, il dolore, il peccato, la massa dannata: tali sono i lari di questa strana famiglia nella quale la formazione morale e religiosa di Kierkegaard si attua nel segno dell'angoscia...».

Georg Brandes, Soeren Kierkegaard, Una esposizione critica in compendio, in Questioni di storiografia filosofica, cit., pp.646-47. 

«Nel venticinquesimo anno a Kierkegaard successe un caso che su di lui fece enorme impressione, specialmente sulla sua pietà. La malinconia di cui soffriva venne particolarmente consolidata o addensata dall'idea che a quel tempo si formò dello stato spirituale di suo padre. Risulta chiaramente da molti indizi che Kierkegaard trovò qualche punto oscuro, qualche colpa nella vita di suo padre, qualcosa che gli risultò essere la chiave sia della malattia spirituale di suo padre sia della propria religiosità. Nelle prime pagine dei Dagboeger [Diari], poi pubblicati con il nulla osta del fratello, egli definisce ciò come « il grande sisma » della sua vita, « il terribile rovesciamento che improvvisamente gli impose una nuova sicura interpretazione dei fenomeni tutti »; l'età avanzata del padre non era una benedizione, ma piuttosto « una maledizione », era la punizione di Dio sulla intera famiglia»

«In che cosa consistesse questa colpa segreta non è stato chiarito che tardi. Solo una frenetica tendenza alla superstizione poteva dar peso a una cosa del genere. Il padre, pastorello di dodici anni, camminava senza meta con le sue pecore, affamato, pieno di freddo e di solitudine, allorché un giorno salì su una collina e maledisse che gli aveva dato quella vita miserabile. Nelle Carte postume del 1846, nell'edizione a stampa, è stato omesso il seguente passaggio: « Ciò che v'è di terribile in quell'uomo che una volta, da ragazzino, quando andava a portare al pascolo le pecore nella brughiera dello Jylland, soffriva moltissimo, aveva fame e freddo, salì su una collina e maledisse Iddio..., e quell'uomo non era in grado di dimenticarlo all'età di ottantadue anni!.

Il vecchio pensava d'avere peccato contro, lo Spirito Santo, e la sua ipocondriaca angoscia lasciava tracce nella famiglia. Pare che in tale stato d'animo egli abbia mostrato asprezza verso sua moglie». (ibid., 647).
 

Questo primo nucleo di brevi letture, che si possono opportunamente integrare, mira a mettere a fuoco la persona concreta e quell'eredità religiosa che il padre gli lasciò. 

Seguono ora alcune pagine di letteratura kierkegaardiana di area tedesca.
 
 

Christoph Schrempf, in Questioni di storiografia filosofica, cit., pp. 658-659.

«Credo dunque che Kierkegaard sia in misura eminente uno scrittore presso cui s'impari a leggere e a pensare. Ed era pure sua manifesta intenzione scrivere in modo che si potesse imparare da lui. Non si doveva far un po' più d'onore a una cosa del genere [...] ? Quali siano le particolari visioni della vita di Kierkegaard, quale sia la verità da lui sostenuta e affermata, che valore abbia la sua asserita conoscenza. della verità, ho volutamente tralasciato di chiedermi, qui il problema verteva soltanto sugli scritti pseudonimi [...I. [Del resto] rappresentare la concezione del mondo di Kíerkegaard andrebbe oltre le mie forze, perché non ritengo d'averla compresa interamente, e ancor meno ho voglia di valutarla, perché ritengo ridicolo che colui che è più piccolo voglia valutare chi è superiore. Ciò che ho detto precedentemente a gloria di Kierkegaard potei dirlo in quanto semplice lettore. La lode che gli ho elargito è essenzialmente indipendente dal fatto che questa particolare e supposta conoscenza della verità sia o no corretta; è pure indipendente dal fatto che io l'abbia compresa esattamente, nella sua interezza, o anche solo nell'essenziale. [ ... ]

In fondo io non ritengo [...] importante arrivare ad accertarmi se Kierkegaard fu moralmente buono o cattivo, se era un angelo o un demonio, se la sua concezione della vita era esatta o falsa. Non ho certo da giudicare Kierkegaard, e il mio atteggiamento nei suoi riguardi è difficile che si faccia influenzare da questioni del genere. In questo mondo d'illusione anche il demonio può trasformarsi in un angelo della luce. Si farà sicuramente bene a rendere indipendente il proprio atteggiamento verso un uomo dal fatto che egli appaia buono o cattivo. Diversamente ci si può trovare ingannati, con gran facilità. Si farà anche bene " a " desiderar d'imparare non "dagli " uomini, e naturalmente intendo dai buoni, ma " presso " gli uomini, tanto i cattivi quanto i buoni. Ma io credo che presso Kierkegaard si può imparar molto, chiunque egli sia. [ ... ]. [I critici] mett[ono] in guardia da quest'uomo contaminato d' «ingiustiflcabíle superbia ». Pure io lo raccomando, raccomando lui, proprio lui, l'ambiguo Kierkegaard; non tuttavia che s'impari " da " lui, ma che s'impari " presso " di lui. Credo di sapere quel che dico». (ivi, pp. 30-32)
 
 

Dal libro di Adorno: Kierkegaard, Costruzione dell'estetico, Longanesi, 1962, pp. 21-22; 23-25; 40-43. 

«Ogni qual volta si è tentato di concepire gli scritti dei filosofi come opere di poesia, ci si è sempre lasciati sfuggire la loro intima sostanza di verità. La legge formale della filosofia esige l'interpretazione del reale nell'armonica concatenazione dei concetti. Né la manifestazione della soggettività del pensatore, né la pura compattezza dell'opera in se stessa decidono dell'avere essa carattere di filosofia, bersi soltanto: se un dato reale è entrato nei concetti, si legittima in essi e conferisce loro un chiaro fondamento. A ciò contraddice la concezione della filosofia come poesia. Strappando la filosofia alla rigorosità secondo la misura del reale, essa sottrae l'opera filosofica all'adeguata critica; mentre invece soltanto in comunicazione con lo spirito critico l'opera filosofica potrebbe mettersi alla prova storicamente. Il fatto che a quasi tutti i pensatori " soggettivi " nel senso proprio della parola sia toccato di essere assunti tra le file dei poeti, si spiega con la equiparazione di filosofia e scienza, compiuta nel diciannovesimo secolo. Ciò che negli scritti filosofici non si subordinava all'ideale della scienza, fu trascinato avanti, con l'appellativo di poesia, come misera appendice. Da una filosofia scientifica si esigeva che i suoi concetti si costituissero come unità delle caratteristiche degli oggetti da essi abbracciati.. Ma se la concezione kantiana della filosofia come scienza fu formulata da Hegel, per la prima volta in senso esteso, nella proposizione " che la nostra età è propizia all'innalzamento della filosofia a scienza ", non per questo la sua esigenza di concettualismo scientifico coincide con l'esigenza di costituzione univoca dei concetti quale costituzione di unità delle caratteristiche. Il metodo dialettico, che informa completamente l'opera di Kierkegaard nonostante la sua ostilità verso Hegel, consiste piuttosto nel fatto che la chiarificazione dei concetti singoli, in quanto loro completa definizione, può essere attuata solo partendo dalla totalità del sistema esposto e non mediante l'analisi del concetto singolo isolato. [...] Non appena [tuttavia] una filosofia di tale origine viene riconosciuta come « mondo poetico », è automaticamente respinta l'estraneità delle sue idee, nella quale si annuncia la sua potenza sul reale insieme alla serietà della sua esigenza. I suoi concetti dialettici passano allora per ingredienti metaforicamente decorativi, che dovrebbero essere allontanati a proprio piacimento dalla severità scientifica. In tal modo essa è svalutata: « poesia » vien detto, trattandosi di filosofia, tutto ciò che non appartiene strettamente al tema. E così anche nel riconoscimento consenziente del cosiddetto poetare filosofico. Il traduttore tedesco di Kierkegaard, Gottsched, trova non soltanto che nella Ripetizione sarebbe "rappresentato magnificamente il momento estetico nelle parti serie e in quelle scherzose", ma sostiene anche: "Questo filosofo arido per natura, che non ci ha lasciato un unico verso, è al tempo stesso non solo un artista della parola, che si serve della sua amata lingua materna come di un delicato strumento musicale e ne fa scaturire i toni più vari, ma anche un poeta la cui lira è dotata delle corde più possenti e più fini, delle più cupe come delle più serene". Questo elogio disonora, assieme alla filosofia, anche la poesia. Di fronte alla mera possibilità di confusioni come questa del Gottsched, il primo compito di una costruzione dell'estetico nella filosofia di Kierkegaard deve essere quello di sceverarla dalla poesia. [...]

Nei confronti della pretesa alla poesia,  l'opera di Kierkegaard ha una posizione equivoca.Con astuzia essa mira a creare ogni possibile malinteso che inaugura nel lettore un processo di appropriazione della sua sostanza intima. La dialettica nelle cose è per lui al tempo stesso dialettica della comunicazione. E' in questa che l'opera kierkegaardiana, con fare ingannevole, pretende l'appellativo di poetica, nonostante che poi spesso [K.] lo neghi recisamente. [...]
 

Nessun altro scrittore procede, nella scelta delle parole, con più astuzia di Kierkegaard, nessuno cerca di nascondere mediante la parola più di quanto non nasconda lui, che instancabilmente denuncia se stesso quale "spione a un più alto servizio", come polizíotto segreto e seduttore dialettico. Per scovarlo nella tana di volpe dell'interiorità riflessa all'infinito, non vi è altro mezzo che prenderlo nelle parole che, destinate a far da trappole, finiscono coll'imprigiomnare lui stesso. La scelta delle parole e il loro ripetersi stereotipico, non sempre predisposto, rivelano contenuti interni che anche la più profonda intenzione del procedimento dialettico preferirebbe piuttosto nascondere che manifestare. Quindi l'interpretazione di Kierkegaard pseudonimo ha il compito di scomporre l'unità poetica, fugacemente illusoria, nella polarità di intenzione speculativa e di verbalità traditrice. Non è necessarío, benché se ne offrano a sufficienza lo spunto e la tentazione, che il motivo della verbalità venga trasportato psicoanaliticamente nella sua opera. Esso infatti ha nell'opera stessa il suo prototipo: l'esegesi cristiano teologica».
 

G. Lukàcs, La distruzione della ragione, Einaudi, 1964, pp. 265-266.
In questo brano Lukàcs mette a fuoco alcuni aspetti della storia secondo Kierkegaard.


 

«La scomparsa di ogni forma di dialettica dalla visione del mondo, la conversione della logica dialettica in logica formale (come base integrante dell'irrazionalismo), si manifestano in ciò che l'oggettività della storia viene convertita in puro fatalismo. Questa concezione hegeliana della storia, interpretata in modo deformato da Kierkegaard, gli appare, naturalmente, come un'offesa fatta a Dio: «Il dramma della storia del mondo si svolge in modo infinitamente lento: perché Dio non si affretta, se è solo questo che vuole? Che longanimità priva di senso drammatico, o piuttosto, che prosaico e noioso tirare in lungo! E se è solo questo che vuole: che orrore, profondere come un tiranno miriadi di vite umane!» 
Ne consegue, in fondo, una completa negazione della storicità; Kierkegaard si avvicina qui molto a Schopenhauer. Ma in seguito alle circostanze in cui svolge, polemizzando con lo storicismo hegeliano, la sua teoria negatrice della storicità, l'intera concezione riceve un accento diverso: esiste una storia, ma non già per gli uomini che vi hanno parte bensì esclusivamente per Dio, che è l'unico spettatore in condizione di abbracciare con lo sguardo la totalità del corso della storia. Il complesso problema proprio della conoscenza storica, determinato dal fatto che noi, mentre siamo gli attivi artefici della storia, la possiamo tuttavia conoscere nelle sue leggi oggettive, e che quindi l'azione e la conoscenza sono anche qui unite da uno stretto rapporto dialettico - un problema di cui Hegel aveva cercato e intuito metodologicamente la soluzione più di quanto non l'avesse effettivamente raggiunta-, viene riportato da Kierkegaard ad uno stadio meno evoluto, nel senso che l'agire e il conoscere sono rigorosamente separati e che l'uomo che opera in una determinata, e quindi più o meno piccola parte della storia, non può per principio raggiungere una visione complessiva del tutto. La conoscenza della totalità della storia rimane riservata soltanto a Dio. Dice Kierkegaard: «Mi sia permesso richiamare intuitivamente mediante un'immagine la differenza fra l'etica e la storia universale, fra il rapporto etico dell'individuo con Dio e il rapporto della storia universale con Dio... Così lo sviluppo etico dell'individuo è il piccolo teatro privato dove lo spettatore è sí Dio, ma talvolta anche lo stesso uomo singolo, benché questo debba essere essenzialmente attore... La storia universale invece è il teatro regale per Dio, ove Egli è, non per esso, ma per essenza, l'unico spettatore, poiché è il solo che " sia capace di esserlo. L'accesso a questo teatro non è aperto a uno spirito esistente. Se questi immagina di essere spettatore, dimentica semplicemente di dover essere lui stesso attore sul piccolo teatro, e di dover lasciare a quel regale spettatore e poeta il servirsi di lui come vuole nel regale dramma ».
H. Johnson, Introduction a Soeren Kierkegaard's Journals and Papers, in Questioni di storiografia filosofica, cit., pp. 694-699.
La grandezza di Kierkegaard non può essere dimostrata in breve spazio. Al riguardò si posson dare solo degli asserti. In via di semplice asserto, dunque, 
si può dire che la grandezza di Kierkegaard è di quadruplice specie.
Nel rigoglio dell'ottimismo del XIX secolo Kierkegaard previde con una specie di terrificante chiaroveggenza - il disastro che stava per capitare alla razza umana. Ciò che lo allarmò di più fu la decisione della sua epoca di fare «l'esperimento di star senza l'incondizionato », cioè senza Dio. Nell'ambito di questa decisione Kierkegaard fu in grado di tracciare accuratamente la traiettoria della caduta dell'uomo: dal teismo, all'umanismo, al materialismo. Le legittime aspirazioni della Rivoluzione Francese eran rimaste, sfortunatamente, solo come istanze destinate a rovinare lungo la strada. «Libertà, Uguaglianza, Fraternità » furono concetti cari a Kierkegaard. Ma dal momento che gli uomini erano determinati a liberarsi non semplicemente dei re, ma anche di Dio e della Sua Chiesa, allora la parola d'ordine della rivoluzione dovette essere tradotta così: quando gli uomini si sono liberati di Dio, la loro lotta per l'uguaglianza produce solo uguaglianza in mediocrità, e invece che alla fraternità si finisce a un collettivismo convenzionale-oppressivo. Non livelliamo verso l'alto, livelliamo al basso. La previsione kierkegaardiana e la seguente: a meno di una rivincita della cristianità, l'occidente non può sfuggire alla logica discendente che segue, dalla monarchia alla democrazia, al comunismo, cioè all'abdicazione della responsabilità personale e alla mostruosa standardizzazione e messa a regime della vita. [...]
E' affascinante vedere come Kierkegaard, il padre riconosciuto dell'esistenziaIismo, avesse gia anticipato le speci dei movimenti filosofici che sarebbero derivati da lui, come certi aspetti del suo pensiero sarebbero stati accentuati a discapito ed oblio di altri. [...]
Comunque, quello che principalmente impegnò la perizia dialettica di Kierkegaard fu Hegel. Perché in Hegel egli trovò la giustificazione filosofica, in forma solenne, di un " Reich " che, essendo l'incarnazione della Ragione Assoluta, doveva piegare tutti gli individui alla sua volontà e spezzare coloro che non lo volevano. Questa filosofia, nemica in tutto della cristianíta e potenzialmente distruttiva dell'essere umano, incontrò in Soeren Kierkegaard un avversario così formidabile che a nessuno che l'abbia inteso, anche se non fosse in grado d'accettare l'alternativa da lui proposta, potrebbe mai capitare di cader preda nuovamente dell'arroganza razionalista, hegeliana o altro. [...]
Egli previde non solo il disastro in cui sarebbe incorsa la razza umana, ma anche cosa sarebbe successo sulla scia del disastro: la perplessità, lo smarrimento, l'ansia, la disperazione paralizzante e lo stato d'animo nichilista che crea il vuoto spirituale che rende la nostra epoca impotente e incapace a vedere innanzi a se. Il vuoto domanda ad alta voce lo Spirito Santo, ma per spiriti diabolici d'ogni specie resta un permanente invito a precipitarvisi  e a possederlo. A chiare parole Kierkegaard mostrò di sapere ciò che il collasso culturale avrebbe fatto agli esseri umani, che specie di mentalità avrebbe prodotto, e così che specie di sacerdoti avrebbe preso, quali particolari attitudini sarebbero state richieste per comunicare il Vangelo nel nuovo clima. [...] 
Analizzati i mali sociali e la risultante "malaise " psicologica del genere umano, Kierkegaard passa a esporre il messaggio cristiano nella sua attinenza ai problemi dell'uomo messi in luce nella sua situazione esistenziale. In tutta la sua attività [...] il punto di riferimento di Kierkegaard fu una piena, ortodossa cristianità atanasío-nicena, anche se per ragioni strategiche usualmente lo tenne celato. [...]
Dall'inizio alla fine Kierkegaard è uno scrittore religioso, un teologo, ma non un teologo sistematico. Nè egli è un teologo apologeta nel senso tradizionale del termine. Se si deve restringere in una frase quest'elusivo teologo danese, sarebbe impossibile far meglio del Brunner: Kierkegaard è un teologo missionario. Come tale ha temprato le spade spirituali di cui c'è bisogno oggi per il compito molto speciale e difficile - un compito non affrontato dal Nuovo testamento, ma accuratamente descritto da Kierkegaard -, il compito d' «introdurre la cristianità nel cristianesimo».
Pista di riflessione testuale: 

Antologia kierkegaardiana

Seconda ora di approfondimento





 

Questo secondo approfondimento mira alla comprensione dell'estetico in Kierkegaard attraverso alcuni brani antologici. Più precisamente si vogliono individuare dei concetti diretti portatori dell'idea dell'estetico. Questo lavoro potrebbe concludersi con una verifica orale che accerti la buona comprensione e la capacità di operare inferenze dai concetti in possesso. In alternativa, si può procedere con le già note strategie, come nell'esempio che si presenterà al termine dell'approfondimento. 

Preliminarmente si può accedere ai testi grazie ad una breve scelta reperibile in Internet.

Aggiungo qualche brano, sempre sul tema, avvalendomi della scelta scolastica già operata nel corso Tornatore-Polizzi-Ruffaldi, La filosofia, Loescher, 1996, 3.1, pp.459-462.
Nel primo stadio (uno stadio di immediata sensualità) la contraddizione stava nel fatto che il desiderio non poteva avere alcun oggetto, ma era in possesso del proprio oggetto senza aver desiderato, e perciò non poteva arrivare a desiderare. Nel secondo stadio, l'oggetto si mostra nella sua molteplicità, ma poiché il desiderio in questa molteplicità cerca il suo oggetto, non ha in senso forte alcun oggetto, non è ancora determinato come desiderio. Invece in Don Giovanni il desiderio è assolutamente determinato come desiderio, è in senso intensivo ed estensivo l'unità immediata dei due stadi precedenti. Il primo stadio desiderava idealmente, desiderava l'uno; il secondo stadio desiderava A singolo sotto la determinazione del molteplice, il terzo stadio è l'unità di questi. Il desiderio ha nel singolo il suo oggetto assoluto, desidera il singolo assolutamente. Sta qui la capacità seduttrice, di cui in seguito parleremo. In questo stadio, dunque, il desiderio è assolutamente vero, vittorioso, trionfante, irresistibile, demoniaco, ma naturalmente non si dovrà dimenticare che qui non si parla dei desiderio di un singolo individuo, quanto del desiderio come principio spiritualmente determinato come ciò che lo spirito esclude. Questa è l'idea della genialità sensuale così come l'abbiamo accennata anche in precedenza. L'espressione di quest'idea è Don Giovanni, e l'espressione di Don Giovanni, a sua volta, è unicamente musica. Sarà specialmente su queste due osservazioni che in seguito s'insisterà di continuo da diversi punti di vista, adducendo così indirettamente la prova del valore classico di quest'opera.
 
Gli stadi erotici immediati, vol. I, in Enten-Eller, p. 158.
Il Medioevo parla diffusamente di un monte che non è segnato su nessuna carta, e che si chiama Monte di Venere. Ivi la sensualità ha la sua dimora, ivi ha le sue gioie selvagge, poiché essa e un regno, uno stato. In questo regno non abita il linguaggio, né la ponderatezza del pensiero, né il travagliato acquisire della riflessione, iví risuona soltanto la voce elementare della passione, A giuoco dei desideri, il chiasso selvaggio dell'ebbrezza, ivi si gode soltanto in eterno tumulto. Il primogenito di questo regno è Don Giovanni. Ciò non vuol dire ancora che questo sia il regno del peccato, poiché va colto nell'istante in cui si mostra nell'indifferenza estetica. Soltanto quando interviene la riflessione, si presenta come il regno del peccato; ma allora Don Giovanni è stato ucciso, allora la musica tace, allora si vede solo la disperata caparbietà che s'oppone impotente, che non può trovare consistenza alcuna, nemmeno nelle note. Allora la sensualità si mostra come ciò che deve essere escluso, come ciò con cui lo spirito vuol avere a che fare, sebbene su di essa non abbia ancor formulato il suo giudizio o l'abbia condannata, allora la sensualità assume questa forma, è il demoniaco nell'indifferenza estetica. E' solo la questione di un istante: ben presto tutto è mutato, e allora anche la musica è finita. Faust e Don Giovanni sono i titani e i giganti del Medioevo, non diversi da quelli dell'antichità per la grandiosità delle fatiche, ma perché se ne stanno isolati, perché non formano un'unione di forze che soltanto con l'unione diventerebbero devastatrici; tutta la forza è invece concentrata in quest'unico individuo. Don Giovanni è dunque l'espressione del demoniaco determinato come il sensuale. Faust è l'espressione del demoniaco determinato come lo spirituale che lo spirito cristiano esclude. 
 
Gli stadi erotici immediati, vol. I, in Enten-Eller, pp. 160-61.
Quanto è stato ora detto riguardo alla leggenda di Don Giovanni non avrebbe trovato qui il suo posto se non fosse in un rapporto piuttosto prossimo con l'oggetto di questa ricerca, se non servisse a condurre il pensiero alla meta a suo tempo determinata. La ragione per cui quest'idea in confronto con Faust ha un passato così meschino, sta senza dubbio nel fatto che, fino a quando non si capì che il suo vero e proprio medio era la musica, c'era in essa un qualcosa d'enigmatíco. Faust è idea, ma un'idea che essenzialmente è anche un individuo. Concepire lo spírítuale­demoniaco concentrato in un unico individuo, è ufficio proprio del pensiero, mentre concepire il sensuale in un individuo non è possibile. Don Giovanni si trova nella continua oscillazione tra essere idea, vale a dire forza, vita, ed essere individuoMa i quest'oscillazione è la vibrazione musicale. Quando il mare è agitato, i flutti spumeggianti formano in tale turbinio delle immagini, quasi degli esseri viventi; è come se fossero questi esseri a mettere in moto i flutti, e tuttavia, al contrario, è l'agitarsi dei flutti a formarli. Così Don Giovanni è un'immagine che compare costantemente, ma non acquista mai contorni e consistenza, un individuo che è formato costantemente, ma non viene mai compiuto, e dalla cui storia non s'apprende nient'altro se non s'ascolta il fragore dei flutti Quando si consideri così Don Giovanni, tutto sarà pervaso di senso e profondo valore. 
 
Gli stadi erotici immediati, vol. I, in Enten-Eller, pp. 162-63.
Cosi come la sensualità è intesa in Don Giovanni, come principio non è mai stata intesa prima al mondo; perciò anche l'erotico è qui determinato con un altro predicato, l'erotico è qui seduzione. Strano a dirsi, l'idea di un seduttore manca del tutto alla grecità. Tuttavia non è affatto mia intenzione lodare il mondo greco perché tanto gli dei quanto gli uomini, come tutti ben sanno, erano trascurati nelle cose d'amore, e neppure voglio biasimare il cristianesimo perché, certo, ha l'idea solo al di fuori di Sé La ragione per cui la grecità manca di quest'idea sta nel fatto che l'intiera sua vita è determinata come individualità. Così lo psichico è dominante o sempre in armonia con il sensuale. Il suo amore era perciò psichico, non sensuale, ed è questo che ispira il pudore che caratterizza ogni amore greco. I greci s'innamoravano di una fanciulla, scuotevano cielo e terra per venìrne in possesso, e quando ciò loro riusciva, ne erano forse stanchi e cercavano un nuovo amore. In quanto a volubilità essi possono avere una certa qual simiglianza con Don Giovanni e, per nominarne uno solo, Ercole poteva realizzare una lista veramente notevole, quando si consideri che talvolta s'occupava d'intiere famiglie che contavano fino a cinquanta figlie, e come una specie di genero in grande stile, le faceva tutte sue, secondo alcune testimonianze in un'unica notte. Tuttavia è pur essenzialmente diverso da un Don Giovanni, non è per nulla un seduttore. Se infatti si pensa all'amore greco, conforme al suo concetto esso è essenzialmente fedele, proprio perché è psichico, e in un individuo particolare è accidentale che ne ami molte, e rispetto alle molte  che ama, è da capo accidentale che ogni volta ne ami una nuova; quando ne ama una egli non pensa alla prossima. Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l'amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore. 
 
Aut-aut, pp. 109-10.
La concezione estetica considera anche la personalità in relazione al mondo che la circonda, è l'espressione di questo, riflettendosi nella personalità è il godimento. Ma l'espressione estetica del godimento, nel suo rapporto colla personalità, è lo stato d'animo. Nello stato d'animo infatti è presente la personalità, ma è presente vagamente. Chi vive esteticamente infatti cerca per quanto e possibile di perdersi nello stato d' animo, cerca di avvolgersi completamente in esso, fin che in lui non rimanga nulla che non ne possa venir assorbito, perché un simile residuo ha sempre un effetto perturbatore, che distoglie dal godimento. Quanto più la personalità è vagamente presente nello stato d'animo, tanto più l'individuo è nel momento, e questa è di nuovo l'espressione più adeguata per l'esistenza estetica; essa è nel momento. Da ciò le enormi oscillazioni alle quali è esposto chi vive esteticamente. Anche chi vive eticamente conosce gli stati animo, ma per lui essi non sono la cosa principale; poiché ha scelto se stesso infinitamente, egli è in grado di controllarli. Quel di più che non vuole rientrare negli stati d'animo è proprio quella continuità che per lui è il valore più alto. Chi vive eticamente ha, per ricordare una espressione precedente, memoria per la sua vita, chi invece vive esteticamente non l'ha affatto. Chi vive eticamente non distrugge lo stato d'animo, ma lo considera un attimo; questo attimo lo salva dal vivere nel momento, questo attimo gli dà la padronanza sul piacere. L'arte di signoreggiare il piacere non sta tanto nel distruggerlo o nel rinunciarvi completamente, quanto nel determinare il momento. Prendi qualsiasi piacere tu voglia, il suo segreto, il suo potere sta nel fatto che esso è nel momento assoluto. Si sente spesso la gente dire che l'unico mezzo è di astenersi  completamente dai piaceri. Questo è un metodo assai errato che può aver successo solo per un certo tempo. Immagina una persona che fosse dedita al gioco. In lui la passione si accende con tutta la sua violenza, è come se fosse in gioco la sua vita se non vien soddisfatta; ma se il giocatore è in grado di dire a se stesso: «in questo istante non voglio, solo tra un'ora», egli è guarito, Quest'ora è la continuità che lo salva. Lo stato d'animo di chi vive esteticamente è sempre eccentrico, perché egli ha il suo centro nella periferia. La personalità ha il suo centro in sé, e chi non possiede se stesso è eccentrico. Lo stato d'animo di chi vive eticamente è centralizzato, egli non è immerso nello stato d'animo e neppure coincide collo stato d'animo; ma ha lo lo stato d'animo e lo ha in sé. Quello per cui egli lavora è la continuità, ed essa è sempre la maestra degli stati d'animo. La sua vita non manca di stato d'animo, ha anzi uno stato d'animo totale, ma questo è acquisito, è quello che si potrebbe chiamare un aequale temperamentum, che non è uno stato d'animo estetico, dato che nessuno l'ka per naturra o spontaneamente.
 
Per la semplice conoscenza degli altri stadi, può bastare quel poco che si è detto integrato da qualche ragguaglio manualistico.
 
Verifiche.
1 ) Da una attenta lettura dei brani di critica è possibile ricavare un testo breve che soddisfi le seguenti tracce:
2) A partire dai testi di Kierkegaard, individuare alcuni caratteri dell'estetico. 
 
3) Scrivere un breve testo che spieghi il perché del termine estetico, la natura di questa categoria esistenziale, i requisiti che la fondano, il confronto con il mondo greco, e infine perché Don Giovanni è scelto quale emblema dell'estetico.