La figura del mercante e la nascita del purgatorio

ovvero

Società tripartita: il corrispettivo dell’aldilà

 

Destinatari: studenti del primo anno del triennio terminale

Presupposti: conoscenza delle linee fondamentali della storia dell’Europa medievale, in particolare della crisi economica e demografica dell’alto Medioevo, dell’evoluzione politica e sociale durante i secoli intorno al Mille; capacità di analizzare testi storiografici e documenti nella loro specificità, individuando tesi principali e secondarie e argomentazioni; competenza cronologica e terminologica essenziale

Obiettivi: conoscenza dei passaggi essenziali nella demografia, nell’economia, nella tecnica e nella società del basso Medioevo, conoscenza dell’istituzione del purgatorio; capacità di analisi sincronica di diversi ambiti della storia e diacronica dello stesso ambito; atteggiamento critico verso il dogmatismo delle istituzioni religiose, consapevolezza del dato storico in ambito religioso

Tempi: da una a tre unità tempo più un’ora per la verifica

Strumenti:

1. Brani storiografici da:

2. Documenti:

Metodi: lezione frontale con lettura e discussione guidata dei testi proposti

Verifiche formative: domande durante la lettura del testo. Vedi sotto

Verifiche sommative: vedi sotto

Contenuti:

La nascita del "terzo luogo": presupposti per la comprensione

N.B. I contenuti qui esposti sinteticamente intendono ripercorrere conoscenze che gli studenti di una classe prima del triennio liceale dovrebbero avere acquisito al termine dell’anno precedente. Tuttavia, poiché il programma di storia del secondo anno del biennio spesso si arresta prima o, nel migliore dei casi, tratta gli argomenti in questione con la fretta tipica degli ultimi giorni di scuola, non è remota la possibilità di trovarsi nella necessità non solo di ripercorrere, ma di trattare ex nihilo quanto segue. Sta nelle intenzioni dell’insegnante e nelle carenze riscontrate negli alunni circa i prerequisiti stabilire quanto tempo dedicare a questi presupposti e come affrontarli. Questi che possono apparire come un pretesto rispetto all’argomento dell’unità didattica, sono in realtà funzionali alla contestualizzazione storica dello stesso e sono comunque passaggio fondamentale nella storia europea. L’esposizione dei presupposti per la comprensione funge da introduzione e soprattutto da verifica dei prerequisiti per questa unità didattica ma anche per altre unità che trattino storia economica e sociale.

Contestualmente:

In città nasce nuova figura sociale ed economica:

Jacques Le Goff

Mestieri leciti e mestieri illeciti nell’Occidente medievale

Mestieri nobili, mestieri vili, mestieri leciti, mestieri illeciti; queste categorie ricoprono realtà economiche e sociali, e più ancora mentalità. […] Chi è disprezzato nell’anno mille può occupare un rango elevato all’alba del Rinascimento. […] Fra questi mestieri, alcuni furono condannati senza restrizione – come l’usura o la prostituzione -, altri lo furono solo in certi casi. […] Compilarne l’elenco esauriente significherebbe rischiare di enumerare quasi tutti i mestieri medioevali. […] Citiamo quelli che ritornano più spesso: locandieri, macellai, giullari, istrioni, maghi, alchimisti, medici, chirurghi, soldati, protettori, prostitute, notai, mercanti, in prima linea. Ma anche follatori, tessitori, sellai, tintori, pasticceri, beccai, calzolai; giardinieri, pittori, pescatori, barbieri; balì, guardie campestri, doganieri, cambisti, sarti, profumieri, trippaioli, mugnai, ecc. … sono messi all’indice. […]

Tabù del sangue anzitutto. […] Vi è poi il tabù dell’impurità, della sporcizia, che ricade sui follatori, sui tintori, sui cuochi. […] Vi è il tabù del denaro, che ha giocato un ruolo importante nella lotta delle società collocate in un quadro di economia naturale contro l’invasione dell’economia monetaria. Questo indietreggiare panico di fronte alla moneta di metallo prezioso anima le maledizioni contro il denaro dei teologi medioevali e stimola l’ostilità nei confronti dei mercanti, attaccati soprattutto in quanto usurai o cambisti. […]

La lussuria, per esempio, sarà il motivo della condanna dei locandieri e dei tenutari di stufe, le cui case erano spesso malfamate, dei giullari che incitano a danze lascive e oscene, dei tavernieri; […] e anche delle operaie tessili […].

L’avarizia – cioè la cupidigia – non è forse il peccato, in qualche modo professionale, tanto dei mercanti quanto degli uomini di legge? La condanna del goloso comporta naturalmente quella del cuoco. […] La pigrizia giustifica la messa all’indice […] del mendicante valido. […] Ancor più profondamente sono condannati i mestieri che si oppongono a talune delle tendenze o dei dogmi essenziali del cristianesimo. Le professioni lucrative sono colpite in nome […] del disprezzo del mondo che ogni cristiano deve manifestare […]. Più specificamente ancora l’uomo deve lavorare a immagine di Dio. Il lavoro di dio è la creazione. Ogni professione che non sia creativa è dunque infame o inferiore. […]

Perciò è condannato il mercante, in quanto non crea nulla. […]

Il quadro abbozzato fin qui vale soprattutto per l’alto Medioevo. […] Questo contesto, tra il secolo XI e il XIII, cambia. Nell’occidente cristiano avviene una rivoluzione economica e sociale, di cui lo sviluppo urbano è il sintomo più lampante, e la divisione del lavoro l’aspetto più importante. Nuovi mestieri nascono o si sviluppano, nuove categorie professionali appaiono o prendono corpo, gruppi socio-professionali nuovi, forti del loro numero, del loro ruolo, reclamano e conquistano una stima, ossia un prestigio adeguati alla loro forza. Essi vogliono essere considerati e ci riescono. Il tempo del disprezzo è finito. […]

Il grande strumento intellettuale di questa revisione è la scolastica. Metodo di distinzione, essa sconvolge la classificazione grossolana, manichea, oscura, della mentalità prescolastica. […]

L’usura, per esempio, ancora maledetta senza appello a metà del secolo XII, si differenzierà insensibilmente in diverse operazioni, talune delle quali, sempre più numerose, saranno a poco a poco tollerate.

Presto solo giullari e prostitute saranno banditi dalla società cristiana. […]

Due giustificazioni ancora più solide s’impongono a partire dalla fine del secolo XII.

La prima è la preoccupazione dell’utilità comune – nozione che spicca in primo piano con la crescita dell’amministrazione pubblica, comunale o del principe, e che riceve la sua consacrazione dalla filosofia aristotelica. Così ricevono diritto di cittadinanza "i mestieri meccanici, come quelli dell’industria tessile, dell’abbigliamento o altri simili, che sono necessari ai bisogni degli uomini". Così, soprattutto, è giustificato il mercante. […]

La seconda è la fatica, il lavoro. Lungi dal rimanere motivo di disprezzo, segno d’inferiorità, il lavoro diventa merito. L’impegno profuso giustifica non solo l’esercizio di un mestiere, ma il guadagno che ne consegue. […]

Il caso del mercante è il più celebre, il più gravido di conseguenze. […] Alcune cause di scusa, divenute classiche nelle enunciazioni scolastiche, sono ben note: sono quelle che scaturiscono dai rischi corsi dai mercanti: danni effettivamente subiti […], immobilizzazione del danaro in lunghe imprese […], pericoli dovuti agli imprevisti […]. Così le incertezze dell’attività commerciale […] giustificano i guadagni del mercante, o meglio ancora, l’interesse che egli ricava sul danaro investito in certe operazioni: dunque, in misura sempre più larga, l’"usura", l’usura maledetta. Ma soprattutto, ciò che giustifica il mercante è il suo lavoro e l’utilità comune. […]

Ormai, in questo cantiere che è il mondo ogni professione ha il suo ruolo materiale e il suo valore spirituale. Nessun mestiere pone ostacoli alla salvezza dell’anima, ciascuno ha la sua vocazione cristiana […].

All’inizio, una società rurale e militare, ripiegata su se stessa, dominata da due classi: l’aristocrazia militare e terriera, il clero, anch’esso grande proprietario di terra. Un duplice disprezzo colpisce allora la maggior parte dei mestieri. Uno si riferisce alle attività del servo, erede in questo dello schiavo. […] L’altro si rivolge ai mercenari, categoria eteroclita su cui pesa la duplice maledizione di chi aliena la propria libertà […] e di chi lavora per denaro. Questo disprezzo infine tocca tutta la classe dei "laboratores" […].

Ma con il rinnovamento economico, dal secolo XI al XIII, con il risveglio del commercio di lungo corso, del decollo urbano, il paesaggio sociale cambia. Compaiono nuovi ceti, legati alle nuove attività: artigiani, mercanti, tecnici. […] Unite contro le vecchie classi dominanti […] queste categorie sociali si differenziano ben presto sul piano spirituale come sul piano materiale. Avviene una spaccatura, che separa uno strato superiore della società urbana – diciamo per comodità la borghesia – dagli strati inferiori. Grossi mercanti, cambisti, i ricchi, da un lato; piccoli artigiani, garzoni di bottega, operai, i poveri, dall’altro. […] Si delinea una nuova frontiera del disprezzo, che passa all’interno delle nuove classi e delle stesse professioni. […] Se il lavoro in sé non è più la linea di demarcazione tra categorie considerate e categorie disprezzate, è il lavoro manuale che costituisce la nuova frontiera della stima e del disprezzo. Gli intellettuali, universitari in testa, s’affrettano a situarsi dalla parte "buona".

Verifiche formative:

  1. Quali mestieri nell’alto Medioevo erano maggiormente disprezzati o proibiti? Quali, secondo Le Goff, le cause della condanna?
  2. In che misura il cristianesimo arricchì la lista delle professioni disprezzabili o proibite? Perché?
  3. Quali importanti mutamenti si verificano tra l’XI e il XIII secolo nell’Occidente cristiano, tali da mettere fine al tempo del disprezzo nel campo dei mestieri?
  4. Quali solide giustificazioni si impongono a partire dalla fine del secolo XII? Sapresti argomentare le giustificazioni che Le Goff applica al mestiere di mercante?
  5. Sapresti spiegare la differenza di fondo tra la concezione del lavoro in età feudale e la concezione del lavoro nel tardo Medioevo?

Aron J. Gurevic
Il mercante

L’atteggiamento della società verso il mercante era estremamente contraddittorio. Da un lato era difficile farne a meno. [...]

D’altro lato il prestigio sociale dei mercanti è assai modesto. Il ricco desta invidia e malevolenza, la sua onestà e coscienziosità ispirano seri dubbi. In generale il mercante restava, a detta di uno storico contemporaneo, un "paria" della società medievale nella fase iniziale del suo sviluppo. In che cosa propriamente consiste la giustificazione del suo profitto? Egli acquista la merce a un prezzo e la rivende a uno più alto. Qui si celano le possibilità dell’inganno e dell’ingiusto lucro; i teologi ricordavano volentieri le parole: "il mestiere del mercante non è grato a Dio". Poiché, secondo i padri della Chiesa, è difficile che nei rapporti di compravendita non s’insinui il peccato. Negli elenchi delle professioni, qualificate "disoneste", "impure" – queste liste venivano stese dai teologi – quasi sempre figurava il commercio. Nel respingere il mondo terreno, nello svalutarlo dinanzi al mondo celeste, il clero non poteva non condannare il commercio, occupazione che perseguiva l’obiettivo del profitto.

Questa fu la posizione della Chiesa almeno fino a che non le toccò di prendere in considerazione, in misura maggiore di prima, le mutate condizioni della vita reale. Tale cambiamento divenne sensibile nel XIII secolo. Non è indicativo il fatto che nei suoi sforzi d’imporre e rafforzare la propria dottrina etico-religiosa la Chiesa si trovò ora costretta a trasferire il centro di gravità dalla campagna alla città? I nuovi Ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani avevano le loro basi soprattutto nelle città e la loro predicazione, che non ignorava affatto gli altri ceti sociali, era rivolta in primo luogo agli strati urbani. Poiché, secondo la definizione di un rappresentante della Chiesa, è in città che si concentra la massa della popolazione, ad essa tendono anche gli abitanti della campagna ed è in essa – è questa la cosa principale – che alligna di preferenza il terreno nutritivo dell’eresia che qui va sradicata. Ma anche in questo periodo l’atteggiamento verso la professione del mercante restava sommamente contraddittorio. Pur riconoscendo l’importanza del commercio per l’esistenza del corpo sociale, pur assicurandogli di tanto in tanto protezione e traendone profitto, la Chiesa nello stesso tempo conservava nei suoi confronti tutti i suoi pregiudizi. "Il commercio ha in sé qualcosa di vergognoso", scriveva Tommaso d’Aquino che ne riconosceva in pieno la necessità per la società.

Questa contraddittorietà della posizione del mercante medievale è messa perfettamente in luce nella predicazione dei frati mendicanti. Non si dimentichi che il fondatore dell’ordine dei Francescani proveniva da una famiglia di ricchi mercanti-drappieri. Pervaso dalle idee della povertà evangelica, Francesco d’Assisi rigettò il patrimonio e ruppe con la famiglia, fondando una confraternita di seguaci, trasformatasi presto in ordine monastico. Dinanzi al crescente scontento del popolo per le ricchezze della Chiesa, della nobiltà e dei ceti alti urbani – scontento che generava le eresie – la Chiesa trovò opportuno prendere sotto la sua protezione i frati mendicanti e incorporare il movimento nella sua struttura ufficiale. Essa voleva che "gli ignudi seguano il Cristo ignudo" sotto la sua egida e non nell’alveo dei movimenti eretici. La predicazione dei nuovi ordini metteva i ricchi dinanzi a un acuto dilemma morale. Il regno dei cieli è destinato a coloro che hanno ripudiato i beni terreni e l’avidità, fonte delle ricchezze, è uno dei peccati mortali più gravi. I predicatori non si stancavano di lanciare fulmini sulle teste dei cupidi e dei ricchi.

Particolare sdegno destavano quei ricchi che prestavano denaro a interesse. Ed erano i mercanti a ricorrere più spesso a questo sistema di moltiplicazione del capitale. Invece dei viaggi commerciali in terre lontane, collegati a non piccolo rischio (o accanto al commercio), molti abbienti preferivano prestare denaro a chi ne aveva bisogno. E ne avevano bisogno tutti: dai sovrani ai nobili, ai piccoli commercianti, agli artigiani e ai contadini. Gli autori cristiani avevano sempre condannato l’usura preannunciando agli usurai le pene dell’inferno nell’altro mondo. Nel 1179 la Chiesa proibì ufficialmente ai cristiani l’usura. Con tali divieti si spiega soprattutto il ruolo svolto dagli ebrei nella vita economica dell’Occidente. In quanto infedeli essi potevano occuparsi di un’attività che nella pratica era necessaria, ma veniva decisamente condannata dalla Chiesa come una professione non cristiana. Ciò nondimeno anche molti cristiani erano usurai.

Verifiche formative:

  1. In cosa consiste la contraddittorietà della condizione del mercante di fronte alla società?
  2. E di fronte alla Chiesa cristiana?
  3. Spiega la portata del cambiamento intervenuto nel corso del XIII secolo.

II Concilio di Lione
Dell’usura

Desiderando impedire la voragine degli interessi, che divora le anime ed esaurisce quanto si possiede, vogliamo che venga osservata inviolabilmente la costituzione del concilio Lateranense, emessa contro gli usurai: ciò sotto minaccia della divina maledizione.

E poiché quanto minore sarà per gli usurai la possibilità di prestare ad usura, tanto maggiormente verrà tolta la libertà di esercitarla, con questa generale costituzione stabiliamo che né un collegio, né altra comunità o singola persona, di qualsiasi dignità, condizione o stato, permetta a dei forestieri o ad altri non oriundi delle loro terre, che esercitassero o volessero esercitare pubblicamente l’usura, di prendere in affitto, a questo scopo, case nelle loro terre, o di tenerle, se già le hanno prese in affitto, o, comunque, di abitarle; devono, invece, entro tre mesi, scacciare tutti questi usurai manifesti dalle loro terre, senza ammettere più nessuno, mai, in avvenire.

Nessuno dia in affitto, a scopo di usura, una casa; neppure sotto qualsiasi altro pretesto (o colore). Chi facesse il contrario, se fossero persone ecclesiastiche, patriarchi, arcivescovi, vescovi, sappiano che incorreranno nella sospensione; persone minori, ma singole, nella scomunica; se fosse un collegio o altra comunità, incorrerà nell’interdetto. Se poi si indurissero, nel loro animo, per un mese, contro di esso, le loro terre, da quel momento, siano sottoposte all’interdetto ecclesiastico, fino a che questi stessi usurai dimorano in esse.

Se si trattasse di laici siano costretti dai loro ordinari con la censura ecclesiastica ad astenersi da questo eccesso, venendo meno ogni privilegio. Ancorché gli usurai manifesti abbiano stabilito nelle loro ultime volontà di soddisfare, per quanto riguarda gli interessi che avevano percepito, o determinando la quantità (del denaro da restituire), o in modo indeterminato, sia negata ad essi, tuttavia, la sepoltura ecclesiastica, fino a che non si sia completamente soddisfatto – nei limiti delle loro possibilità – per gli interessi stessi, o finché non sia stata data assicurazione della restituzione (e ciò nel modo dovuto) a coloro, cui dev’essere fatta la restituzione, se sono presenti essi stessi, o altri che possano ricevere in loro nome; o, se essi fossero assenti, all’ordinario del luogo, o a chi ne fa le veci, o al rettore della parrocchia nella quale il testatore abita, dinanzi ad alcune persone della parrocchia stessa degne di fede [...] o ad un pubblico impiegato, incaricato dallo stesso ordinario.

Se poi si conosce la somma precisa degli interessi, vogliamo che essa sia sempre espressa nella cauzione; altrimenti sia determinata un’altra cauzione secondo il criterio di chi la riceve. Questi, però, non ne stabilisca scientemente una minore di quella che verisimilmente si ritiene per vera; se si comporterà diversamente, sia tenuto lui a soddisfare per il resto.

E stabiliamo che tutti i religiosi od altri, che contro la presente disposizione osassero ammettere alla sepoltura ecclesiastica degli usurai manifesti, debbano andar soggetti alla pena stabilita dal concilio Lateranense contro gli usurai.

Nessuno assista ai testamenti di pubblici usurai o li ammetta alla confessione o li assolva, se non avranno soddisfatto per gli interessi, o non avranno dato la debita assicurazione, come abbiamo premesso, che soddisferanno secondo le loro possibilità. I testamenti degli usurai manifesti redatti in modo diverso non abbiano alcun valore, ma siano ipso iure invalidi.

Verifiche formative:

  1. Cosa stabilisce la costituzione generale del II Concilio di Lione in materia di usura?
  2. Quali erano le conseguenze per i trasgressori?

Contabilità anche nell’aldilà: la nascita del purgatorio

Due le possibilità dell’oltretomba cristiano: paradiso e inferno. Durante il tardo Medioevo si afferma una terza via: il purgatorio. Attesa del paradiso più o meno lunga in rapporto ai peccati commessi, abbreviata da preghiere, messe, carità in nome del defunto. Contabilità passa dalla terra al cielo. Tipica di mercanti e banchieri, praticano il loro mestiere con meno angosce. Poco prima comparve la figura consolatrice di Maria.

Che cos’è il purgatorio? - J. Le Goff, La nascita del purgatorio, ‘82

Jacques Le Goff
Il "terzo luogo"

Durante le aspre controversie tra protestanti e cattolici nel secolo XVI, i riformati rimproveravano vivamente agli avversari il loro credere nel Purgatorio, in quello che Lutero chiamava "il terzo luogo". Tale aldilà "inventato" non figurava nella Scrittura. [...]

L’emergere e il costruirsi attraverso i secoli della credenza nel Purgatorio presuppone e comporta una modifica sostanziale dei quadri spazio-temporali dell’immaginario cristiano. Ora, tali strutture mentali dello spazio e del tempo sono l’armatura del modo di pensare e di vivere di una società. Quando la società è tutta impregnata di religione, come la cristianità di quel lungo Medioevo che si è protratto dalla tarda antichità fino alla rivoluzione industriale, mutare la geografia dell’aldilà, e dunque dell’universo, modificare il tempo di ciò che viene dopo la vita, e quindi la sintonia tra il tempo terrestre, storico, e quello escatologico1, tra il tempo dell’esistenza e quello dell’attesa, significa operare una lenta ma sostanziale rivoluzione mentale. Significa, letteralmente, cambiare la vita. [...]

Il Purgatorio si è imposto proprio in quanto "terzo luogo".

Dalle religioni e dalle civiltà anteriori il cristianesimo aveva ereditato una geografia dell’aldilà: tra la concezione di un mondo uniforme, dei morti – quale lo sheol2 ebraico – e le idee di un doppio universo dopo la morte – l’uno spaventoso, l’altro felice, come l’Ade e i Campi Elisi dei greci e dei romani – aveva scelto il modello dualista. [...]

Tra il 1150 e il 1300 la cristianità si dedica a un grande rimaneggiamento cartografico, in terra e nell’aldilà. Per una società cristiana come quella dell’Occidente medievale, le cose vivono e si muovono contemporaneamente sulla terra e in cielo, nell’aldiquà come nell’aldilà. [...]

Che cos’è il Purgatorio, quando, tra il 1150 e il 1250 circa, si insedia tra le credenze della cristianità occidentale? Un aldilà intermedio, nel quale alcuni defunti subiscono una prova che può essere abbreviata dai suffragi – l’aiuto spirituale – dei viventi. Per arrivare a questo è stato necessario un lungo passato di idee e di immagini, di credenze e di atti, di dispute teologiche e, probabilmente, di profondi sommovimenti della società, che difficilmente noi siamo in grado di cogliere. [...]

Credere nel Purgatorio implica innanzitutto che si crede nell’immortalità e nella resurrezione, poiché qualcosa di nuovo può accadere a un essere umano tra la morte e la resurrezione. È un supplemento di condizioni offerte a taluni per pervenire alla vita eterna, un’immortalità che si conquista nel corso di un’unica vita. [...]

L’esistenza di un Purgatorio si fonda anche sulla concezione di un giudizio dei morti, idea abbastanza diffusa nei diversi sistemi religiosi [...]. Molto originale è il tipo di giudizio che implica l’esistenza di un Purgatorio. Esso infatti si basa sulla credenza in un doppio giudizio, il primo al momento della morte, il secondo alla fine dei tempi, e istituisce in questo spazio intermedio del destino escatologico di ciascun essere umano una complessa procedura giudiziaria di mitigazione delle pene, di un loro abbreviamento in funzione di diversi fattori. [...]

Credere nel Purgatorio – luogo di castighi – presuppone che siano chiariti i rapporti tra l’anima e il corpo. In effetti, la dottrina della Chiesa ha affermato molto presto che, al momento della morte, l’anima immortale abbandona il corpo, per ritrovarlo soltanto alla fine dei tempi, nell’ora della resurrezione dei corpi. [...]

Il Purgatorio è un luogo intermedio sotto molti aspetti. Dal punto di vista temporale, rappresenta il periodo che intercorre tra la morte individuale e il Giudizio finale. Non si fisserà però in questo particolare spazio temporale se non dopo fluttuazioni abbastanza lunghe. [...] Il Purgatorio oscillerà fra il tempo terrestre e quello escatologico, fra un inizio di Purgatorio terreno, che bisognerebbe allora definire in rapporto alla penitenza, e un rinvio della purificazione definitiva, che si situerebbe soltanto al momento del Giudizio finale, sconfinando così nel tempo escatologico e rendendo il Giorno del Giudizio non un momento ma un lasso di tempo. Il Purgatorio costituisce un luogo intermedio anche dal punto di vista propriamente spaziale, insinuandosi ed estendendosi tra il Paradiso e l’Inferno. [...] Per esistere il Purgatorio dovrà sostituire il preparadiso del refrigerium, luogo di sollievo immaginato ai primordi del cristianesimo [...]. Soprattutto, dovrà staccarsi dall’Inferno del quale rimarrà a lungo un settore scarsamente distinto, la geenna3 superiore. L’oscillazione tra Paradiso e Inferno lascia intendere come per i cristiani il Purgatorio non sia stato una questione di poco conto. Prima che Dante conferisca alla geografia dei tre regni dell’aldilà la sua più alta espressione, la messa a punto di quel Nuovo Mondo è stata lunga e difficile. Alla fine, il Purgatorio non sarà un vero, perfetto grado intermedio. Riservato alla completa purificazione dei futuri eletti, propenderà verso il Paradiso. Come grado intermedio non si collocherà al centro di quello spazio, ma sarà spostato verso l’alto, rientrando così in quei sistemi di equilibrio eccentrico che sono tanto caratteristici della mentalità feudale: diseguaglianza nell’eguaglianza, che si incontra nei modelli contemporanei del vassallaggio e del matrimonio, per i quali, in un universo di eguali, il vassallo è tuttavia subordinato al signore, e la moglie al marito. Falsa è l’equidistanza del Purgatorio tra un Inferno, cui si è sfuggiti, e un Cielo, al quale si è ormai approdati. Falso è infine lo stato intermedio, poiché il Purgatorio, transitorio ed effimero, non ha l’eternità dell’Inferno o del Paradiso. Esso tuttavia differisce dal tempo e dallo spazio terreni, in quanto obbedisce ad altre regole, che ne fanno uno degli elementi di quell’immaginario che nel Medioevo era chiamato "meraviglioso".

[...] Perché il Purgatorio nasca, occorre che la nozione di grado intermedio assuma consistenza, diventi spunto di riflessione per gli uomini del Medioevo. Il Purgatorio fa parte di un sistema, quello dei luoghi dell’aldilà, e non ha esistenza e significato se non in rapporto a tali altri luoghi. [...]

Struttura logica, matematica, il concetto di intermedio è collegato a mutazioni profonde delle realtà sociali e mentali del Medioevo. Non lasciare più soli a fronteggiarsi i potenti e i poveri, i chierici e i laici, ma ricercare una categoria mediana – classi medie o terzo ordine – rientra nel medesimo processo e si riferisce a una società mutata. [...]

Al contrario dello sheol ebraico – inquietante, triste, ma privo di castighi –, il Purgatorio è un luogo in cui i defunti subiscono una o più prove. Tali [prove possono] essere molteplici, e somigliano a quelle che i dannati subiscono nell’Inferno. Due di esse però si presentano con maggiore frequenza, il fuoco e il ghiaccio, una delle quali – la prima – ha svolto un ruolo di primo piano nella storia del Purgatorio. [...]

Che cos’è dunque il fuoco sacro? "Nei riti di iniziazione [...] è il fuoco che cancella il periodo di esistenza già trascorsa e ne rende possibile una nuova." È quindi un rito di passaggio, che ben si colloca in quel luogo di transizione. [...]

Si tratta di un fuoco che rigenera e rende immortali. La leggenda della fenice4, che il cristianesimo medievale ha ripreso da Tertulliano, ne è la più celebre incarnazione. La fenice diventa il simbolo dell’umanità chiamata alla resurrezione. Un testo, falsamente attribuito a sant’Ambrogio, applica peraltro alla leggenda la frase di san Paolo: "il fuoco proverà quel che vale l’opera di ciascuno" [...], che costituisce il principale fondamento della Scrittura sul quale tutto il cristianesimo medievale si baserà per edificare il Purgatorio.

Alla luce di questa eredità si chiariscono, a mio giudizio, tre importanti caratteristiche del fuoco purgatorio, che ha avuto un ruolo centrale nell’edificazione del Purgatorio nel Medioevo.

La prima caratteristica è che il fuoco che rigenera e rende immortali è un fuoco "attraverso il quale si passa". [...] Il Purgatorio è effettivamente un luogo (o uno stato) di transizione, e i viaggi immaginari nel Purgatorio saranno, ripeto, percorsi simbolici. Il passaggio attraverso il fuoco sarà tanto più valorizzato dagli uomini del Medioevo quanto più il modello del Purgatorio si svilupperà in termini giudiziari. La prova del fuoco è un’ordalia5. Lo è per le stesse anime del Purgatorio, e lo è per i viventi, ammessi a percorrere il Purgatorio non da semplici viaggiatori, ma a loro rischio e pericolo. [...]

Comprendiamo anche perché, nei tentativi di localizzazione terrestre del Purgatorio, o almeno delle sue porte, un elemento geografico naturale abbia particolarmente attratto l’attenzione: i vulcani. Essi avevano la prerogativa di riunire, in quanto montagne provviste di un cratere, ossia di un pozzo, ed emettenti fuoco, tre elementi essenziali della struttura fisica e simbolica del Purgatorio. [...]

La seconda caratteristica è che il fuoco purgatorio medievale, se ha assunto un ruolo preminente e al limite esclusivo, ha tuttavia in genere fatto parte di una coppia: il fuoco e l’acqua. Nei testi medievali che si situano nella preistoria di quel periodo, tale coppia appariva nella maggior parte dei casi sotto forma di giustapposizione tra un luogo cocente e uno umido, un luogo caldo e uno freddo, un elemento ardente e uno gelato. E la prova fondamentale cui sono sottoposti i defunti del Purgatorio non è semplicemente il passaggio attraverso il fuoco, ma quello alterno attraverso il fuoco e attraverso l’acqua [...].

La coppia fuoco-acqua (fredda) si ritrova in un rito rievocato nei primi tempi del cristianesimo, e che ha dovuto svolgere un certo ruolo nella preistoria del Purgatorio: il battesimo col fuoco. Secondo i cristiani tale rito figura nei Vangeli di Matteo e di Luca, a proposito di Giovanni Battista. Matteo mette in bocca al precursore queste parole: "Ora, io battezzo in acqua a conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, di lui non sono degno di portare i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" [...]. Luca [...] fa tenere a Giovanni Battista lo stesso discorso. [...]

Nelle mitologie e nelle religioni antiche, il fuoco ha una natura molteplice e varia. È quanto si ritrova nella mitologia del fuoco ebraico-cristiana, e in definitiva nelle differenti funzioni e significati del fuoco del Purgatorio. [...] A volte esso appare soprattutto purificatore, a volte preminentemente punitivo e altre volte ancora probatorio; talvolta sembra attuale e talvolta futuro, nella maggior parte dei casi reale, ma di tanto in tanto spirituale; riguarda soltanto taluni esseri umani o li comprende tutti. Si tratta però pur sempre dello stesso fuoco, e il fuoco del Purgatorio, nella sua complessità, è l’erede dei molteplici aspetti del fuoco divino, del fuoco sacro delle origini indoeuropee.

[...] Di tale passato carico di significati del fuoco purgatorio, però, gli uomini del Medioevo – sia la massa sia gli ecclesiastici – non erano al corrente, fatta eccezione per i testi della Scrittura, che per loro costituivano la garanzia necessaria e sufficiente della sacra tradizione. Mi è tuttavia sembrato opportuno mettere in luce quell’antica eredità, che chiarisce alcuni aspetti sconcertanti della storia medievale del Purgatorio [...]. Soprattutto, essa spiega, a parer mio, una delle ragioni del successo del Purgatorio, che consiste nell’aver ripreso talune realtà simboliche molto antiche. Ciò che si àncora a una tradizione ha le maggiori probabilità di riuscita. Il Purgatorio è un’idea nuova del cristianesimo, che però ha derivato dalle religioni precedenti una parte dei suoi accessori principali. Nel sistema cristiano il fuoco divino muta significato, e lo storico deve innanzitutto essere sensibile a tali trasformazioni. [...] Il cristianesimo [...] ha accolto il fuoco divino che rigenera e rende immortali, ma ne ha fatto non una credenza legata a un rito, bensì un attributo di Dio, il cui uso è determinato da una doppia responsabilità umana: quella dei defunti, ai quali spetta, in base al loro comportamento terreno, di esservi o meno sottoposti, e quella dei vivi, il cui zelo più o meno grande può modificare la durata della sua azione. Il fuoco del Purgatorio, pur rimanendo un simbolo che ha un suo significato – quello della salvezza attraverso la purificazione –, è diventato uno strumento al servizio di un complesso sistema di giustizia, legato a una società completamente diversa da quelle che credevano nel fuoco rigeneratore.

Il Purgatorio è infine un aldilà intermedio, nel quale la prova che si subisce può essere abbreviata per mezzo dei suffragi, degli interventi dei vivi. [...]

I suffragi per i defunti presuppongono il costituirsi di durevoli solidarietà al di qua e al di là della morte, di strette relazioni tra vivi e morti, e l’esistenza tra gli uni e gli altri di istituti di collegamento che finanzino i suffragi, come i testamenti, o che li rendano una pratica obbligatoria, come le confraternite. Anche questi legami impiegarono parecchio tempo a instaurarsi.

Quale aumento di potenza per i vivi, questa possibilità di influire sulla morte! Ma anche, quaggiù, quale rafforzamento della coesione delle comunità – famiglie carnali, artificiali, religiose o di confraternita – è rappresentato dall’estensione dopo la morte di solidarietà efficaci! E per la Chiesa, quale strumento di potere! Essa afferma il proprio diritto (parziale) sulle anime del Purgatorio in quanto membri della Chiesa militante, spingendo avanti il foro ecclesiastico a detrimento del foro di Dio, che tuttavia detiene la giustizia nell’aldilà. Potere spirituale, ma anche semplicemente [...] profitto finanziario, del quale beneficeranno più di ogni altro i frati degli ordini mendicanti, ardenti propagandisti della nuova credenza. L’"infernale" sistema delle indulgenze finirà col trovarvi robusto alimento.

Verifiche formative:

  1. Perché, secondo Le Goff, mutare la geografia dell’aldilà significa operare una rivoluzione mentale?
  2. Quando e come nacque il purgatorio?
  3. Individua e descrivi credenze, concezioni, immagini e idee su cui si fonda il purgatorio.
  4. Perché l’elaborazione del purgatorio è stata lunga e difficile? Qual è la differenza sostanziale tra il purgatorio e gli altri regni dell’aldilà?
  5. Come si spiega, secondo Le Goff, il successo del purgatorio?
  6. In che modo si manifestava la solidarietà dei vivi verso i morti?

Per la Chiesa è un efficacissimo strumento di potere: spirituale e finanziario. Conseguenze sul lungo periodo avranno a che fare con la pratica delle indulgenze. Se ne risentirà parlare nel corso del Cinquecento con la Riforma protestante.

  1. Ripercorri i cambiamenti socio-economici intervenuti tra l’XI e il XIII secolo. (max. 25 righe)
  2. Ritieni sia possibile stabilire un nesso – e se sì, di che tipo - tra l’ascesa della borghesia e l’istituzione del purgatorio? Motiva la tua risposta. (5-10 righe)
  3. Quale fu la portata di tale "innovazione religiosa"? (5-10 righe)
  4. Prova a instaurare un rapporto tra religione e contesto socio-culturale ed economico. Quanto la prima influenza il secondo e viceversa? (max. 25 righe)