Il taglio speculativo della riflessione storica di Ernst Nolte

Classe: V liceo scientifico/III liceo classico

Prerequisiti: Conoscenza dell’avvento del fascismo in Italia e del nazionalsocialismo in Germania (trattato di Versailles, Repubblica di Weimar, crisi economica del 1929, più in generale quadro politico complessivo dell’Europa tra le due Guerre), conoscenza della rivoluzione russa e del regime staliniano, conoscenza degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, conoscenza di quanto avvenuto nei campi di annientamento tedeschi così come della deportazione nei gulag di milioni di persone.

Obiettivi: Questa unità didattica si propone di rendere i discenti in grado di affrontare in maniera critica un modo di ragionare complesso come quello di Nolte. In generale quindi, di mostrare loro come, in storia molto possa dipendere dalla griglia interpretativa, dal modo di organizzare i dati e non solo dal raccoglierne e vagliarne di nuovi. Ragionare in maniera capziosa intorno a dati corretti è un’operazione scoretta dal punto di vista storiografico. Altrettanto importante può essere poi, a livello filosofico, la considerazione dell’aspetto morale di tale modo di procedere. Nolte verrà dunque preso in considerazione, su due differenti livelli, sia come storico che come filosofo della storia. Nella stesura di quest’unità didattica ci si è resi conto di quanto un simile argomento sia delicato, tenuto conto della giovane età dei ragazzi a cui si rivolge, della complessità dell’argomento che a volte – di fronte all’incalzare delle domande degli alunni – potrebbe rendere difficile chiarire i termini della questione. Anche per questo motivo si è voluto mostrare, in seconda battuta, l’aspetto filosofico del problema e le obiezioni mosse a Nolte a partire da concetto di pietas dallo storico della filosofia Enrico Rambaldi. Molto utile potrebbe la contrapposizione, ai testi di Nolte, di racconti di sopravvissuti ai campi di annientamento.

Strumenti: Nella prima parte dell’unità didattica, dapprima attraverso una sommaria ricostruzione del dibattito storiografico su Nolte, si cercherà di mettere in evidenza la griglia interpretativa da lui utilizzata. Si prenderanno in esame le critiche mosse a questo modo di ragionare da parte di altri storici e i nodi problematici da loro individuati all’interno dell’opera di Nolte.

Nella seconda parte si prenderanno in esame la formazione filosofica di Nolte e le critiche a lui mosse, da un filosofo, che oltre a toccare anche lui alcuni aspetti problematici, attribuisce notevole importanza all’aspetto morale del ragionare storico e pone l’accento sulla complessità della Sho’ah.

Sarà inevitabile, da un lato, ricorrere a un linguaggio piuttosto complesso (si sono evidenziate in neretto le parole che probabilmente dovranno essere discusse e chiarite in classe), dall’altro, cercare di rendere un po’ più semplici i termini del discorso, con il rischio di impoverirlo. Non si è presa in considerazione, in questa unità didattica, la posizione di Augusto Del Noce; si temeva che allargare ulteriormente il confronto avrebbe potuto confondere i termini del discorso qui portato avanti.

Parte I:

Contestualizzazione del pensiero di Ernst Nolte: Alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta alcuni storici tedeschi tendono a minimizzare il genocidio ebraico. Ci si scaglia, in particolare, contro il complesso d’inferiorità della Germania federale che viene imputato ad “Auschwitz”. Sono gli anni che precedono il crollo del sistema sovietico e la riunificazione della Germania, gli stessi anni in cui va al governo, per rimanervi alcuni decenni, il cristiano democratico Helmut Kohl. Si moltiplicano in questo periodo gli interventi e gli scritti di storici come Hillgruber e Stürmer, quest’ultimo è anche consigliere politico di Kohl, favorevoli a una revisione della storia recente della Germania.

Nel 1963 Nolte scrive un libro intitolato I tre volti del fascismo (Der Faschismus in seiner Epoche). In questa opera – che gli aveva procurato grandi apprezzamenti – il fascismo viene definito nella sua essenza come antimarxismo. Il concetto di fascismo tende a dilatarsi, fino a comprendere in sé fenomeni quali l’Action français, il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco. Il fascismo vi viene cioè considerato come un fenomeno europeo, di carattere controrivoluzionario e antimoderno. Per il Nolte di I tre volti del fascismo, il nazismo è l’erede di un radicalismo reazionario che si sviluppa per decenni, ben prima dell’ottobre bolscevico. In I tre volti del fascismo Nolte è disposto a riconoscere un fondamento nella rivoluzione russa, mentre più avanti egli farà del bolscevismo un sinonimo di barbarie, fornendo ampie giustificazioni a Hitler, nei termini in cui, il nazionalsocialismo non sarebbe altro che una risposta eccessiva alla minaccia bolscevica. Il tema della minaccia costituita da socialisti ed ebrei è già evocata, ma viene risolto da Nolte in termini differenti a quelli che proporrà successivamente in Nazionalsocialimo e bolscevismo (1987)

La svolta revisionista di Nolte si può far risalire agli anni della contestazione. Risalgono ai primi anni Settanta le sue tesi su fascismo e nazismo come risposte eccessive ma necessarie al bolscevismo. Nella seconda metà degli anni Ottanta si afferma, sempre in Germania, una nuova leva di storici e politologi che propugnano una revisione modernizzante del nazismo. Nolte e le posizioni di questi neorevisionisti si incontrano. Nell’estate del 1986, esplode in Germania una violenta discussione tra gli storici, che avviene principalmente sulle pagine di uno dei maggiori quotidiani tedeschi, la “Frankfurter Allgemeine”; si tratta dello Historikerstreit. Il carattere estremo e provocatorio delle sue posizioni, l’operazione relativizzante da lui condotta, fanno di Nolte il capofila di questo revisionismo storico di nuovo genere. Un revisionismo che come si vedrà non nega gli avvenimenti sotrici, ma li “riorganizza”.

A partire dalla pubblicazione di Nazionalsocialismo e bolscevismo (1987) subito tradotto in Italia da Sansoni, Nolte acquista da noi una popolarità e un successo sorprendenti. Nei primi anni Novanta la presenza di Nolte sulla grande stampa italiana è molto frequente ed egli diventa da noi una sorta di opinionista. Un’analisi di Nazionalsocialismo e bolscevismo permetterà di comprendere a cosa sia dovuto il successo di Nolte, successo da lui avuto più che altro sulla grande stampa e, si presume, presso il grande pubblico.

Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945 (Der eurpäische Bürgerkrieg 1917-1945. Nationalsozialismus und Bolschewismus, 1987): questo libro di Nolte viene pubblicato in Germania nel 1987 e subito dopo, nel 1988, appare anche nella traduzione italiana. L’opera va letta tenendo presente il violento scontro avvenuto tra Nolte e altri storici tedeschi sulle pagine della “Frankfurter Allgemeine” nel 1986. La durezza dello Historikerstreit ha probabilmente condotto Nolte a formulare alcune tesi con maggiore circospezione, mentre per altri versi quello stesso scontro è figlio delle idee che Nolte andava elaborando nel corso della stesura del libro stesso.

Nolte rivendica la coerenza della propria riflessione, poiché come si è detto, già in I tre volti del fascismo il fascismo viene definito nella sua essenza come antimarxismo. Questo aspetto viene rilevato anche da Enzo Collotti che, nel 1964, nel recensire il libro, critica il metodo di ricerca dell’autore, definendolo estraneo alla storiografia per linguaggio e problematica. Collotti intuisce gli sviluppi futuri dell’impostazione noltiana: il fascismo – avverte – diventa una filiazione del marxismo, quindi anche i suoi esiti estremi si potranno imputare al comunismo.

Se alcuni studiosi come Collotti e Rambaldi vedono una sostanziale continuità all’interno del pensiero di Nolte, altri come Gian Enrico Rusconi e Domenico Losurdo rilevano che in Nazionalsocialismo e bolscevismo c’è molto di più che lo sviluppo coerente della tesi del nazionalsocialismo tedesco come antibolscevismo. Tuttavia il motivo principale del libro è che “[Il] punto centrale del passato nazionalsocialista non deve essere ricercato né nelle tendenze criminali né nelle ossessioni antisemite. Ciò che è più essenziale nel nazionalsocialismo è il suo rapporto con il marxismo e in particolare con il comunismo nella forma che ha assunto con il trionfo dei bolscevichi nella rivoluzione russa”. In altre parole il nazionalsocialismo viene inquadrato in un contesto più ampio, che sarebbe quello – questa la tesi di Nolte – di una “guerra civile europea”. Inoltre in questo libro viene utilizzato – ma solo nelle ultime pagine in maniera esplicita – il concetto di “nesso causale”. Tale nesso assume in Nolte un’accezione particole, ciò che è cronologicamente precedente, diventa di per sé, in quanto evento “più originario”, causa di quanto avvenuto successivamente. Ciò permette a Nolte di stabilire una connessione esplicita tra i genocidi nazionalsocialisti e gli stermini di classe dei bolscevichi. La questione circa la comparabilità di questi eventi pone, come si vedrà, una serie di problemi.

In Nazionalsocialimo e Bolscevismo, è stato notato da più parti, c’è un gran numero di informazioni, dati e aneddoti, tutti già noti agli studiosi. Nolte non mette in discussioni i dati e le informazione e non ne cerca di nuovi. Nolte – a differenza di quanto fatto prima di lui dalla storiografia negazionista – riorganizza fatti già noti secondo due idee portanti a) la storia d’Europa tra il 1917 e il 1945 è determinata dallaguerra civile europea” condotta tra comunismo e nazionalsocialismo e quindi tra Terzo Reich e Unione Sovietica; b) questa dinamica è dovuta a processi di condizionamento ideologico dei nazionalsocialisti che imitano sul piano pratico-politico i bolscevichi. Questo breve brano tratto da Nazionalsocialismo e bolscevismo rende evidente il modo di ragionare di Nolte e i concetti attorno ai quali egli organizza la propria interpretazione: “Nella misura in cui Hitler e Himmler addossavano agli ebrei la responsabilità di un processo che li aveva gettati nel panico, portavano l’originario concetto di annientamento dei bolscevichi entro una nuova dimensione [¼], sostituendo l’iniziale punto di vista sociale con quello biologico” (NB, p. 439).

È impossibile, nel discorso portato avanti da Nolte separare la griglia speculativa dai risultati di merito che ne discendono. È opportuno quindi confrontarsi con il metodo di Nolte: di fatto egli ricostruisce la vicenda storica, ponendo l’accento su processi di tipo psicologico, su quanto cioè Hitler e i suoi seguaci avrebbero sentito e immaginato, sulle emozioni da loro provate a fronte, in particolare, di quanto stava avvenendo in Russia. Particolare è all’interno di questo approccio il modo in cui Nolte intende il termine “ideologia”. Esso non significa per lui tanto un insieme di idee, più o meno sistematizzate, oppure l’insieme di determinati interessi di una parte politica, quanto il modo in cui i soggetti studiati (nella fattispecie nazionalsocialisti e bolscevichi) reciprocamente si percepiscono, la loro psicologia e patologia. Nolte pone poi particolare con particolare enfasi sugli effetti imitativi.

In concreto in Nazionalsocialismo e bolscevismo Nolte riduce l’interazione tra nazionalsocialisti e comunisti a due paradigmi “modello (Vorbild) e spauracchio (Schreckbild). In altre parole, lo spauracchio incute timore a una parte politica, parte politica che coincide con l’organizzazione statale di una nazione. La violenza temuta da questa nazione viene anticipata per autodifesa. L’“eccesso” più gravido di conseguenza da parte nazionalsocialista rispetto alla “sfida” comunista, è rappresentato dallo sterminio degli ebrei, ovvero dall’“interpretazione antisemita dell’esperienza anticomunista”. In altre parole l’ideologia nazionalsocialista è ideologia reagente rispetto all’ideologia originaria, quella bolscevica. Lo sterminio degli ebrei da parte dei nazionalsocialisti è una forma di “eccesso”, di “sovrappiù” nella loro reazione nei confronti dell’ideologia bolscevica, della quale il nazionalsocialismo è allo stesso tempo imitazione.

Per poter contrapporre, nella maniera appena descritta, nazionalocialismo e bolscevismo Nolte descrive il quadro politico europeo tra le due Guerre nei termini di “guerra civile europea”. Da questo assunto, presentato da Nolte come acquisizione di senso comune, dipendono tutti gli altri successivi ragionamenti contenuti nel libro. È infatti possibile suddividere il ragionamento di Nolte in tre passaggi: a) la “guerra civile” è definita dalle parti sociali e politiche; b) il concetto di “guerra civile” viene trasposto dalle parti o partiti allo Stato come tale; c) approfondirsi del rapporto bolscevismo, stalinismo, nazionalsocialismo secondo il processo di modello e spauracchio di cui si è parlato.

Dal punto di vista storiografico occorre notare che, per sostenere tale tesi, Nolte semplifica e deforma il quadro politico dell’Europa di quegli anni e in particolare quello della Germania di Weimer. Il periodo della Repubblica di Weimar viene descritto da Nolte come “guerra civile limitata”. Nolte a questo proposito fa propria soprattutto la prospettiva dei due partiti “anti-sistema”, cioè quella del partito comunista tedesco e della NSDAP. Le posizioni dei veri artefici poilitici e dei veri sconfitti del 1933 – socialdemocratici, cattolici, liberali – fanno da mero contorno alla vicenda. Inoltre Nolte tende a dipingere la borghesia come un tutto omogeneo, terrorizzato dal marxismo e disposto a darsi in braccio a Hitler come “difensore della borghesia”. Rischia di sottovalutare le differenze interne alla borghesia stessa. L’antibolscevismo non è solo un punto in favore della presa di potere da parte del nazionalsocialismo, ma anche un ingrediente della tenuta del sistema weimeriano.

È stato notato (Rusconi) che a Nolte preme meno una valutazione negativa del comunismo sovietico, quanto una rivisitazione del nazionalsocialismo. In questa prospettiva egli è disposto persino ad ammettere, al culmine dello scontro bellico, una straordinaria inversione o scambio di caratteristiche. Il nazionalsocialismo diventa “bolscio-nazionalsocialismo”, cioè un nazionalismo fondato esclusivamente sul biologismo razziale e conduce alla distruzione della stessa nazione germanica. Il comunismo staliniano, invece, diventa la personificazione della volontà di sopravvivenza e autoaffermazione di tutti i popoli dell’Unione sovietica. La logica di fondo di questo rovesciamento di prospettiva – viene sottolineato dal punto di vista storiografico – non è limpida in Nolte. A ben vedere esso equivale a dichiarare che nel radicalismo “originario” della rivoluzione bolscevica è contenuto, nonostante tutto, un nucleo di razionalità storica. Ostacolo insormontabile a questa rivisitazione e relativizzazione del nazionalsocialismo, cercata da Nolte, rimane lo sterminio degli ebrei.

Originarietà” del antibolscevismo rispetto all’antisemitismo, il “nesso causale”: Come si è detto Nolte descrive la repubblica di Weimar come “guerra civile” limitata; tale cornice gli permette di descrivere il nazionalsocialismo come nella sua essenza antimarxista e anticomunista. Anziché accettare antibolscevismo e antisemitismo come inestricabile fusione della visione del mondo di Hitler, Nolte giunge così a stabilire una gerarchia tra i due motivi. Il vero nemico da combattere non sarebbe per Hitler l’ebreo, ma il comunista. Sebbene Nolte ammetta la profondità storica delle radici dell’antisemitismo, egli continua a insiste sul fatto che lo choc della rivoluzione bolscevica avrebbe portato l’antisemitismo tradizionale a fare un salto di qualità.

La rivoluzione russa instaura e pratica prima del nazionalsocialimo il principio dell’annientamento di interi gruppi sociali. La rivoluzione russa è quindi l’evento “originario” e sebbene di natura differente, ossia razziale, l’antisemitismo nazionalsocialista sarebbe una “risposta in eccesso” rispetto allo sterminio di classe compiuto dal bolscevismo/stalinismo. Inoltre, la precedenza cronologica o “originarietà” del bolscevismo è sufficiente, per Nolte, a creare un rapporto di causa-effetto.

È stato notato che lo sforzo di Nolte, nel paragrafo di Nazionalsocialismo e bolscevismo dedicato alla “soluzione finale della questione ebraica”, è volto a venira a capo della peculiarità (Eigenart) dell’olocausto ebraico senza ammettere che sia “singolare” o “incomparabile”. Nolte si nota compie delle vere e proprie acrobazie retoriche per trasmettere l’idea che in una classe sociale, quella della borghesia russa o di quei contadini russi benestanti (kulaki), si annienti un popolo. L’angolatura data Nolte, (così Rusconi), è valida dal punto di vista della borghesia russa, non in generale. Spostandosi in Germania si ha uno scivolamento di prospettiva inverso, dalla classe alla razza, dal momento che responsabili del genocidio politico compiuto in Russia sono dichiarati gli ebrei, Nolte, ricorrendo ancora una volta a interpretazioni di tipo psicologistico.

Inoltre i bolscevichi proclamavano espressamente l’intenzione di continuare a realizzare l’annientamento della borghesia russa fino a giungere all’annientamento della “borghesia mondiale”. Come avrebbe potuto non diffondersi un clima generale di angoscia, anche se la solidarietà della borghesia europea con quella russa rimaneva molto scarsa? Non si poteva forse uccidere un popolo anche eliminando la sua classe dominante [qui l’artificio retorico segnalato da Rusconi, passaggio da popolo a classe][…] ? Ben presto in alcuni circoli si cominciò a pensare che gli avvenimenti in Russia fossero stati un genocidio nel senso letterale del termine, poiché gli ebrei [qui il passaggio da classe a popolo] avrebbero ucciso la classe dirigente russa e tedesca del Baltico e si sarebbero messi al suo posto [Stalin anticipa così anche la politica hitleriana del Lebensraum].

Così prosegue Nolte psicologizzando, riducendo a meccanismi d’imitazione e quindi relativizzando i crimini commessi dal nazionalsocialismo.

La conseguenza immediata di questa concezione fu chiaramente il postulato dell’annientamento degli ebrei come punizione e misura preventiva; giacché gli ebrei di per sé – e proprio nell’Unione Sovietica – si consideravano sempre più un popolo o una nazionalità e non più o non ancora una confessione. Dovremmo indicare la cosiddetta ‘soluzione finale della questione ebraica’ come il genocidio di tipo ideale che sarebbe fondato nel collettivismo dell’attribuzione di colpa a una entità sopraindividuale (NB, p. 403).

Il ragionamento di Nolte prosegue sinoa ridurre la Sho’ah a copia biologica del genocidio sociale avvenuto in Unione Sovietica. “In quanto annientamento tendenzialmente totale di un popolo mondiale, [la soluzione finale] si distingue in modo sostanziale da tutti i genocidi ed è l’esatta immagine rovesciata dell’annientamento tendenzialmente totale di una classe mondiale ad opera del bolscevismo e in questo senso è pertanto la copia biologicamente coniata dall’originale sociale” (NB p. 409).

Ed è proprio nelle ultime pagine del libro che Nolte formula esplicitamente, a partire dalla tesi della non originarietà del nazionalsocialismo rispetto al bolscevismo, l’idea che tra bolscevismo e nazionalsocialismo vi sia un “nesso causale”. Tale concetto come ben si vede anche dai due piccoli brani qui citati è tuttavia ampiamente utilizzato in tutto il libro. Il concetto viene ora illustrato a mo’di esempio di cronaca criminal-giudiziaria. “Se in una cittadina un uomo spara ad un’altro rifiutandosi di dire alcunché, la popolazione parlerà dapprima di un’azione enigmatica e inspiegabile. Se il proseguimento delle indagini rivela che l’uomo ucciso aveva ucciso l’amico dell’assassino e aveva minacciato di fare fuori anche lui, è venuto alla luce un nesso causale che rende intelligibile quell’azione” (NB, p. 440). Il comportamento del (secondo) assassino è moralmente condannabile, poiché sarebbe più giusto rivolgersi alla giustizia – commenta Nolte. Tuttavia, sempre secondo Nolte, non può essere negato un “nesso causale” tra il primo e il secondo delitto (Cfr. NB p. 440-441).

È stato messo in evidenza (Rusconi) che vi è in questo ragionamento un vizio molto sottile: esso definisce “causa” di un comportamento l’autopercezione e la motivazione del soggetto, senza tenere conto che una spiegazione del tipo post hoc ergo propter hoc può essere fallace. È improprio stabilire un nesso di natura causale tra i due eventi emblematicamente chiamati Ausschwitz e Gulag. Nolte è stato sottolineato (Rusconi) non sembra consapevole della debolezza epistemologica del suo assunto perché la sua preoccupazione non è analitica ma morale.

Fin qui l’analisi di Gian Enrico Rusconi, Pier Paolo Poggio, nota tuttavia che questi segnala una notevole contraddizione tra il primo e il secondo Nolte senza però svilupparne le implicazioni. Sia Poggio che Domenico Losurdo sottolineano infatti che all’interno di un impianto unitario è proprio l’analisi genealogica di fascismo e nazismo quella che subisce una contraddittoria dislocazione interpretativa, come risulta dal confronto tra Der Fascismus in seiner Epoche (1963) e Der europäische Bürgerkrieg (1987). Per il Nolte di I tre volti del fascismo, il nazismo è l’erede di un radicalismo reazionario che si sviluppa per decenni, ben prima dell’ottobre bolscevico. Il tema della minaccia costituita dalla presenza di socialisti ed ebrei è già evocata, ma viene risolto da Nolte in termini antitetici rispetto all’interpretazione che proporrà in Nazionalsocialismo e bolscevismo. Rambaldi non “concorda troppo” con la netta cesura ravvisata da Losurdo tra I tre volti del fascismo e le posteriori opere di Nolte. Rambaldi nota tuttavia che in I tre volti del fascismo Nolte ancora riconosceva alle vittime della Sho’ah di avere subito una folle aggressione, contraria alla natura dell’uomo.

Se si considera la sostanza intellettuale dell’opera di Nolte, il suo isolamento non è stato in Italia minore che in altri paesi. Ciò rende tanto più notevole, sconcertante e significativo il suo successo presso i nostri organi d’informazione e, si presume, presso ampie fasce di pubblico. Contrapponendo nazionalsocialismo e bolscevismo, Nolte fa sparire la derivazione del primo dal fascismo, derivazione rivendicata invece ininterrottamente e a piene lettere da Mussolini e da Hitler (oltre che oggetto di ricerche come quelle del primo Nolte). Nolte è stato recepito in Italia da chi, per una ragione o per l’altra voleva considerare fascismo e nazionalsocialismo come fenomeni molto differenti tra loro. Ma l’impianto noltiano, incontra consenso anche su un altro e più vasto fronte: Il punto di attacco di Nolte è il comunismo storico, ma il suo vero obiettivo è la tentazione antichissima di realizzare sulla terra una società di liberi ed eguali. Il bersaglio dichiarato e costante è quello che lui chiama sinistra eterna. “Il successo italiano di Nolte” conclude Poggio, “ha motivazioni politiche e culturali extrastoriografiche. […] Con Nolte si può risolvere, o meglio liquidare, la questione e l’eredità del nazismo e del bolscevismo, del fascismo e del comunismo, senza la necessità di studiarli e conoscerli sulla base della ricerca storica empirica. La costruzione di un quadro filosofico-ideologico di dimensioni epocali si rivela perfettamente funzionale alle semplificazioni della polemica politica e all’uso pubblico della storia da parte dei media”.

 

Parte II

Nolte da un punto di vista etico: Un taglio differente viene dato, nei suoi rilievi a Nolte, da Rambaldi. Questo sebbene anche lui muova a partire da obiezioni di ordine storiografico, riprese in alcuni casi da quelle di Rusconi. Rambaldi nota come il revisionismo negazionista possa ormai considerarsi concluso. Esso cioè non cosituisce più un problema scientifico della ricerca e una massa documentaria enorme e sempre crescenteriguardante la Sho’ah ne mette al riparo. Altrettanto non può dirsi tuttavia dei revisionismi filosofici e morali, di posizioni come quella di Nolte volte ad annebbiar i contorni, i tratti specifici della Sho’ah. La preoccupazione di Rambaldi è che si realizzi il presentimento di un sopravvissuto ai campi di annientamento, Jean Améry, che nel Intelettuale ad Auschwitz scrive: “Infine [anche il Terzo Reich] sarà semplicemente storia, non migliore e non peggiore di quanto non lo siano in genere tutte le epoche storiche drammatiche: macchiato di sangue forse, ma pur sempre un Reich con una sua quotidianità familiare […] Hitler, Himmler, Kaltenbrunner saranno nomi come Napoleone, Fouché, Robespierre e Saint Just”. In altre parole il timore è che pur avendo presente i crimini del Tero Reich, questi eventi vengano considerati freddamente, senza partecipazione, resi uguali a tanti altri dallo scorrere del tempo.

Rambaldi nomina le barriere che si oppongono al “fluire menzognero del tempo”: la ricerca storica, gli archivi, la riflessione filosofica e teologica, le testimonianze, la produzione letteraria e artistica, la tradizione orale, familiare e religiosa che trasmettono la memoria della Sho’ah. Queste maniere così diverse fra loro, a volte opposte di ricordare le vittime, sono unite dal sentimento di pietas. Sino a quando c’è questo sentimento la riflessione – che sia laica, religiosa, sionista, volta a documentare fatti storici – rispetta la specificità della Sho’ah. “Il punto di vista che faccio mio è che la Sho’ah costituisca un universo d’infinita complessità, una totalità di fenomeni che, considerati sia isolatamente, sia secondo grandi categorizzazioni, restano tuttavia non esauribili da singoli discorsi interpretativi e sistematici, per ampi e profondi che riescano”. Nessuna prospettiva, nessuna ricostruzione, nota Rambaldi, può, da sola, dar voce alla tragedia. Ricerca e riflessione intorno alla Sho’ah devono muoversi nella pietas, “per l’oceano di dolore dei milioni di singoli individui che la soffersero”. La pietas è l’unica discriminante tra i discorsi legittimi e no intorno a questo evento. La Sho’ah è un evento che ha colpito milioni di persone, molto differenti tra loro ed ha mille sfaccettature; l’importante e che non si strumentalizzi la complessità per annebbiarne i contorni e sfumare le responsabilità. Come si può notare non interessa qui solo l’aspetto storico della Sho’ah.

A partire da questo punto di vista la riflessione di Nolte, nota Rambaldi, costituisce una forma di revisionismo estremamente pericolosa. Questo perché Nolte perverte la complessità della Sho’ah in un’interpretazione assolutamente estranea alla pietas. L’analisi di Rambaldi segnala dunque alcune argomentazioni particolarmente subdole, portate avanti da Nolte, proprio perché si appoggiano su delle caratteristiche reali della Sho’ah – sulla sua complessità, sull’impossibiltà di definirla univocamente – stravolgendole. È proprio in virtù del fatto che, seppur mistificandoli, ha toccato problemi reali, che può essere spiegata l’udienza trovata da Nolte.

Nolte collega strettamente nazionalsocialismo e bolscevismo, facendo di Hitler non solo un avversario, ma soprattutto l’allievo e l’imitatore di Stalin. Nolte ossessionato da una posizione giustificazionista nei riguardi della Germania, rivendica un fondo d’autenticità al modo in cui Hitler, pur con tremendi “errori”, avrebbe ripreso la concezione germanica di Kultur (opposizione non solo al bolscevismo, ma anche all’americanismo e a tutta la modernità). “Nolte ritiene che la Germania debba non impitosamente criticare, ma relativizzare il suo passato, ed in Nazionalsocialismo e bolscevismo ogni appiglio è buono per sminuire le responsabilità del nazismo, in un’affannosa ricerca di “precedenti”, dai quali […] trae questa brillante tesi storiografica: post hoc, ergo propter hoc. [Qui Rambaldi si riallaccia a Rusconi] Lager e stermini nazisti sono posteriori a Gulag e stermini bolscevichi, e dunque meri effetti, fenomeni secondari, la responsabilità dei quali va ascritta alla causa prima, al bolscevismo ed a Stalin, il vero fondatore di Auschwitz!”. In Nazionalsocialsmo e bolscevismo, Nolte dilata a dismisura gli ante hoc e con sussiego ci ricorda che già nei “poemi omerici” la guerra includeva il genocidio (cfr. NB, p. 401). In vari passi del libro, Nolte elenca compiaciuto le efferatezze antigermaniche, come a voler dire che la brutalità sanguinaria di Hitler fu una sorta di wie du mir, so ich dir (cfr. NB, p. 404).

A partire da affermazioni in sé giuste, come quella che “i genocidi tedeschi non erano né gli unici né si limitavano agli ebrei” (NB, p. 403), Nolte trae elementi per oscurare le responsabilità del nazismo, anziché procedere a un’analisi autentica. Nolte subdolamente instilla l’idea che in fondo in fondo l’antisemitismo nazista fu un contrappeso non del tutto innaturale al bolscevismo. La banalizzazione comparativa di Nolte sfocia in un modo di decantare del loro orrore le esperienze reali. Quello di Nolte, nota Rambaldi al pari di Poggio e Rusconi, è un revisionismo più filosofico che storico. Questo perché Nolte, come già detto, lavora esclusivamente su fonti secondarie. Nolte, nelle poche pagine dedicate allo sterminio degli ebrei, conclude che “Auschwitz era un sovrappiù”. Rambaldi: “L’antisemitismo di Hitler fu solo un dato aggiuntivo, patologico, non profondamente costitutivo della ‘risposta’ nazionalsocialista” al bolscevismo, al trattato di Versailles, era in ultima analisi un errore senza il quale Hitler avrebbe anche potuto non alienarsi le potenze occidentali e vincere la partita contro Stalin!.

La volontà di giustificare in qualche modo la Germania, porta Nolte a strumentalizzare con proterva impietas le complessità della Sho’ah, la difficoltà a definirne il carattere specifico rispetto agli altri, anch’essi spaventosi stermini del secolo. Questo per confonderne i contorni e oscurare le responsabilità degli artefici. Quando, molto succintamente, parla della Sho’ah, è per relegarla a fenomeno marginale della “guerra civile europea” e per avvolgerla in un labirinto di distinguo. Anche Rambaldi, così come Rusconi, sottolinea la capziosità, di quanto afferma Nolte a proposito della “dichiarazione di guerra” del sionista Chaim Weizmann, formulata il 1° settembre 1939. Sebbene non esistesse uno stato ebraico, questa presa di posizione avrebbe esposto gli ebrei alla legittima rappresaglia dei nazisti. Risulta non implausibile, per Nolte, che “gli ebrei potessero venir caratterizzati come un gruppo belligerante, cioè immutabilmente ostile”, sicché “non è […] possibile negare la legittimità di misure prudenziali” d’internamento e di controllo” (NB, P; 409).

Nolte arriva così ad assimilare le deportazione verso Est e le ghettizzazioni agli internamenti di cittadini tedeschi cui procedettero gli Alleati. Questa assimilazione ha un precedente illustre: Eichmann portò a proprio discarico, nel processo a Gerusalemme, che “Weizmann aveva dichiarato guerra alla Germania nel 1939”. Hannah Arendt seguiva il processo in aula, in La banalità del male osserva: “Questa tesi di Eichmann era veramente assurda. Al termine dell’ultimo congresso sionista del anteguerra, Chaim Weizmann aveva detto soltanto: ‘La guerra delle democrazie occidentali è la nostra guerra, la loro lotta è la nostra lotta’. Avessero i nazisti riconosciuto gli ebrei come belligeranti! Si sarebbero salvati in campi per prigionieri di guerra o in campi d’internamento per civili”.

 

 

 

 

Bibliografia

 

Scritti di Ernst Nolte:

Il fascismo nella sua epoca. I tre volti del fascismo (1963), Sugar, Milano 1993.

Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile eurpea1917-1945 (1987), con un saggio di G. E. Rusconi, trad. it. di F. Coppellotti, V. Bertolino e G. Russo, Sansoni, Firenze 1988, p. 442, per indicare questo testo si è utilizzata la sigla NB.

Intervista sulla questione tedesca (1993), a c. di A. Krali, postfazione di A. Krali, Laterza, Roma-Bari 1993.

Biliografia secondaria:

H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), trad. it. di Piero Bernardini, Feltrinell, Milano 1993 (quinta edizione).

G.E. Rusconi, “Introduzione” a Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e Bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, cit., pp. V-XXII.

E.I. Rambaldi, “Percorsi interpretativi della Sho’ah”, in AA.VV., La Sho’ah tra interpretazione e memoria, a c. di P. Amodio, R. De Maio e G. Lissa, Vivarium, Napoli 1999, pp. 273-312.

P.P. Poggio, “La ricezione di Nolte in Italia”, in AA.VV., Fascismi e antifascismi. Rimozioni, revisioni, negazioni, a c. di E. Collotti, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 377-411.

N. Werth, “Le logiche della violenza nell’URSS staliniana”, in AA.VV., Stalinismo e nazismo. Storia e memoria comparate (1999), a c. di H. Rousso, trad. it. di S. Vacca, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pp. 89-115.