DA ERACLITO E PARMENIDE ALL’AFFERMAZIONE DEL SOPRASENSIBILE IN PLATONE

Destinatari:

studenti del primo anno di corso.

Prerequisiti:

conoscenza, a grandi linee, della cultura e della vita spirituale greca che precedono la nascita del pensiero filosofico (per "a grandi linee" si intende che non è necessaria, per esempio, una conoscenza perfetta dell’opera di Omero ed Esiodo, dell’orfismo e dei tragici, ma è necessario sapere che questi erano alcune delle fonti che nutrivano e sostanziavano le convinzioni spirituali e religiose dell’uomo greco); conoscenza, pure a grandi linee, delle condizioni sociali, politiche ed economiche tra il VII e il V sec. A.C.; conoscenza dei fisiologi da Talete ad Anassagora e di Eraclito, Parmenide, Socrate; e chiara percezione della novità portata all’interno della tradizione greca dalla filosofia, in particolare l’utilizzo del metodo razionale; conoscenza dei concetti di physis, cosmo, archè, sensibile/soprasensibile, anima, virtù;

capacità di analizzare il testo filosofico.

Obiettivi:

conoscenze: L’ontologia platonica come ricomprensione e superamento della prospettiva eraclitea e parmenidea attraverso l’affermazione dell’esistenza di un ordine di realtà soprasensibile.

competenze: capacità di comprendere la novità del pensiero platonico ed insieme il suo radicarsi nella tradizione filosofica greca.

Tempi: data la nostra inesperienza sul piano didattico, siamo in difficoltà definire questo aspetto, pensiamo 3/4 ore compresa le verifiche.

Strumenti: frammenti di Eraclito e Parmenide e brani dell’opera platonica dal Fedone e dal Cratilo

Metodo: lettura e commento dei testi.

Verifiche: orali durante le spiegazioni per quanto riguarda i prerequisiti, attraverso domande che non implichino una valutazione formale; scritte alla conclusione della spiegazione.

UNITA’ DIDATTICA

IL PROBLEMA: L’ONTOLOGIA PLATONICA E LA TRADIZIONE FILOSOFICA PRECEDENTE

Fedone 97B-99A

Nella ricerca del principio Platone considera la posizione di Anassagora aartire dalla sua affermazione che:

E’ l’Intelligenza che ordina e che causa tutte le cose (Fed. 97C)

Ma, afferma Platone, in realtà Anassagora altro non fa che riproporre cause materiali alla realtà:

…Vedevo che (Anassagora) non si serviva affatto dell’Intelligenza e non le attribuiva alcun ruolo di causa nella spiegazione dell’ordinamento delle cose e attribuiva invece il ruolo di causa all’aria, all’etere, all’acqua e a molte altre cose estranee all’Intelligenza. (Fed. 98B/C)

Nella critica ad Anassagora (che è critica ai filosofi della natura nell’esponenente più raffinato) Platone affina il concetto di causa:

…io credevo che (Anassagora) assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e a tutte in comune, avrebbe spiegato ciò che è meglio per ciascuna di esse e ciò che che è comune a tutte. (Fed. 97B)

Platone riprende dunque per intero l’istanza propria dei filosofi della natura nel momento in cui afferma l’insufficienza del loro pensiero.

LA GNOSEOLOGIA PLATONICA

Nel proseguire la propria indagine Platone fa un’affermazione gnoseologica fondamentale

A questo punto pensai, ed ebbi paura che anche l’anima mia si accecasse completamente, guardando le cose con gli occhi e cercando di coglierle con ciascuno degli altri sensi. Perciò ritenni di dovermi rifugiare in certi logoi e considerare in questi la verità delle cose che sono. (Fed. 99E)

Il pervenire alla verità è dunque questione che riguarda la pura ragione.

PLATONE PARMENIDE ED ERACLITO

Quali sono i riferimenti che Platone ha presente nel ripercorrere in modo originale il pensiero filosofico precedente?

Sicuramente Socrate, basti considerare Fed. 97C-99A.

Ma più potentemente agisce il pensiero di Parmenide ed Eraclito:

  1. L’interesse di Platone si rivolge all’intero ambito della realtà e non solo all’ambito strettamente etico-politico: se nell’esempio sopra citato Socrate va riferimento in particolare alla giustizia (e questa potrebbe essere un’affermazione del Socrate storico), si veda il passo sopra citato Fed. 97B ove si fa riferimento alla causa di ciascuna cosa e comune a tutte; nonché la citazione relativa ad Anassagora ove il problema filosofico essenziale è quello della ricerca della causa.
  2. Parmenidea è l’affermazione di carattere gnoseologico: si veda il frammento 7 di Parmenide:

    Non imparare mai a dire che le cose che non sono siano: allontana il pensiero da questa via di ricerca e non lasciare che l’abitudine nata dalla lunga esperienza ti spinga per questa via a far penetrare in essa uno sguardo che non vede, ad ascoltare e parlare un linguaggio i cui suoni ritornano indietro; giudica invece con la ragione la questione che io ti pongo.

    E ancora frammento 6

    (I mortali) non sanno nulla… sordi e ciechi insieme…

  3. Ma non meno eraclitea; consideriamo il frammento 1:

Sebbene questa ragione (universale) sia sempre presente negli uomini, essi non se ne rendono conto, né prima di averla ascoltata, né dopo. Tutto accade secondo questa ragione: eppure essi ogni volta che si provano… a distinguere nella natura una cosa dall’altra e a dire come ciascuna è, si comportano da inesperti

E il principio gnoseologico è anche principio ontologico, lo vediamo in Eraclito nello stesso frammento 1 sopra citato, la ragione universale è negli uomini e tutto accade secondo questa ragione.

E Parmenide frammento 6

Questo bisogna dire e pensare, ciò che è è. Essere infatti è reale. Non c’è nulla invece che non sia.

Lo stesso è affermato e, diremmo, presupposto da Platone:

Ma non è neppure ragionevole, Cratilo, parlare di conoscenza, se tutti gli esseri mutano e nulla permane. Se infatti questa cosa stessa, la conoscenza non cambia rispetto al suo essere conoscenza, la conoscenza rimarrà sempre stabile, e vi sarà conoscenza… Se… continuasse a mutare, non vi sarebbe mai conoscenza, e, in conseguenza di questo ragionamento, non vi sarebbe né soggetto conoscente, né oggetto conosciuto. (Crat. 440A-B)

IL SUPERAMENTO DELLA PROSPETTIVA ERACLITEA E PARMENIDEA

Parmenide risolve interamente il contrasto ragione-verità/sensazione-opinione sul primo versante, affermando che sola verità/realtà è il discorso che dice che è e non può non essere/l’essere e dunque che e

1) Ingenerato:

Frammento 8

…da dove potrebbe essere nato e cresciuto? Non certo da ciò che non è… chè il "non è" non è possibile dirlo né pensarlo.

2) Immobile, immutabile, eterno

Frammento 8

Come potrebbe, ciò che è, essere in un futuro? In che modo potrebbe essere stato? Se infatti era, o se ancora deve essere, non è.

E ancora:

Frammento 8

Immobile nei limiti di solidi legami

3)Intero e compatto:

Frammento 8

E neppure è divisibile, perché è tutto omogeneo, né in qualche parte è di più che in un’altra … né in qualche parte è di meno … ciò che è confina con ciò che è.

Perciò senza fine:

Frammento 8

Non conosce né principio né fine, perché nascita e morte sono state cacciate lontano ad opera della giusta convinzione. Rimanendo in se stesso, giace nello stesso luogo e vi resta saldamente per sempre.

Ma non infinito

Frammento 8

La potente necessità lo tiene chiuso nei confini che da ogni parte lo rinserrano

Che cosa è la potente necessità? Legge destino logos, il principio stesso della ragione e della realtà

Frammento 8

La potente necessità lo tiene chiuso nei confini che da ogni parte lo rinserrano. E’ legge che ciò che è non sia infinito…Pensare una cosa è lo stesso che pensare che è… e nulla è o sarà, al di fuori di ciò che è, dato che il destino lo ha costretto ad essere compatto e immobile.

Laddove per Eraclito sembra l’esperienza sensibile inganna in quanto fermarsi ad essa significa non intendere la legge universale che così esprime:

Frammento 8

L’opposto concorda con l’opposto, e bellissima è l’armonia dei discordi.

E frammento 10

In stretto rapporto sono l’intero e il parziale, il concorde e il discorde, l’armonico e il disarmonico: da tutte le cose viene l’unità e dall’unità tutte le cose.

Platone non segue Parmenide nelle sue conseguenze, d’altro canto con Parmenide ed Eraclito riconosce la problematicità del dato immediato.

Rispetto a tale problematicità la posizione platonica non è quella di negare la realtà del sensibile ma di affermarne la non originarietà: è la ricerca della causa della realtà che abbiamo visto sopra.

Mi accingo … a mostrarti quale sia quella forma di causa su cui mi sono a fondo impegnato… partendo dal postulato che esista un bello in sé e per sé, un buono in sé e per sé, un grande in sé e per sé e così via. (Fed. 100B)

E la realtà sensibile sussiste per un rapporto con questo in sé e per sé che nel Fedone viene definito di partecipazione (il tema relativo a questo rapporto verrà approfondito e definito da Platone in altri luoghi, non è importante comunque ai fini della tematica di cui ci stiamo occupando):

A me sembra che, se c’è qualcos’altro che sia bello oltre al bello in se , per nessun’altra ragione sia bello, se non perché partecipa di questo bello in sé (Fed. 100C)

E il passo prosegue:

E così dico di tutte le altre cose. (Fed. 100C)

Ciò che mostra come Platone non limiti il suo discorso all’ambito estetico ed etico/politico.

Più importante per la tematica di questa unità didattica è rilevare come Platone affermi la ragione secondo cui accadono tutte le cose di cui parla Eraclito nel frammento 1 sopra citato.

Occorre rilevare come Platone definisca questa ragione/causa/in sé e per sé come un piano di realtà sussistente diverso da quello sensibile:

Poniamo…due forme di esseri: una visibile, l’altra invisibile. (Fed. 79A)

E la realtà invisibile

…(permane) sempre nella medesima condizione. (Fed. 79B)

E la visione cui si fa riferimento è quella sensibile infatti:

… mentre queste cose tu le puoi vedere o toccare o percepire con gli altri sensi corporei, quelle, invece, che permangono non c’è altro mezzo di coglierle se non col puro ragionamento della mente… (Fed. 79A).

Platone dunque attribuisce al piano di realtà soprasensibile le caratteristiche proprie dell’essere parmenideo :

L’uguale in sé, il bello in sé e ciascuna cosa che è in sé, insomma l’essere può mai subire mutazione alcuna, di qualsiasi genere? Oppure ognuna di queste cose in sé essendo e uniforme e in sé e per sé, si trova sempre nella medesima condizione e non può subire mai, per nessuna ragione e in nessun modo, alcun mutamento? (Fed. 78D)

ALCUNE QUESTIONI

Evidentemente non si pretende di avere esaurito l’argomento. Da un lato tale non può essere la pretesa di un’unità didattica liceale, dall’altro sarebbe in ogni caso presunzione una tale pretesa da parte nostra.

Tuttavia vorremmo solo indicare almeno due linee di apprendimento tra le tantissime:

  1. Parmenide afferma la necessità per il filosofo di:

    Frammento 1

    Imparare a conoscere ogni cosa, sia l’animo imperturbabile della rotonda verità, sia tutto ciò che appare ai mortali, privo com’è di legittima credibilità

    Ci limitiamo a rilevare che se il pensiero platonico restituisce credibilità e legittimità a "ciò che appare ai mortali" l’affermazione parmenidea sembra alludere alla necessità da parte del filosofo di dominare e possedere il mondo delle apparenze, sembra cioè portare al piano pratico e rinviare dunque all’impegno etico/politico e dunque ad un’importante prospettiva di lettura del pensiero platonico.

  2. La questione interamente platonica delle dottrine non scritte che potrebbe essere vista come una rigorizzazione in senso parmenideo del pensiero platonico superando le contraddizioni insite nella teoria delle idee.

BIBLIOGRAFIA

Platone, Tutti gli scritti. A cura di Giovanni Reale. Rusconi, Milano 1991

A cura di Antonio Capizzi, I presocratici. La nuova Italia 1975

Giovanni Reale, Storia della filosofia antica. Vol. II. Vita e Pensiero, Milano 1979