Problema

LE ORIGINI DELLA GUERRA FREDDA

 

 

PREMESSA

La presente unità può essere ipotizzata all’interno di un percorso modulare di approfondimento sul problema storiografico della guerra fredda, e può essere svolta dopo che gli studenti hanno già avuto modo di affrontare la storia del Novecento attraverso l’elaborazione di mappe concettuali. Alla questione delle origini della guerra fredda, potrebbe seguire un’unità che esamini la "questione tedesca" dalla divisione della Germania alla sua riunificazione, ed un’altra unità che affronti la fine della politica dei blocchi e la caduta dei comunismi, con uno sguardo agli scenari politici mondiali dopo il 1989-1990.

Per la scelta dell’ambito cronologico dell’unità si è fatto riferimento alla periodizzazione proposta nel recente volume di Bruno Bongiovanni, che distingue un periodo "classico" della guerra fredda, come guerra di posizione dal 1946 al 1953, da un periodo movimentisco conclusosi nel 1975-1976, e vede invece nel periodo 1989-1990 la fine della politica dei blocchi.

Si vuole motivare agli studenti la scelta del tema della guerra fredda sottolineando come il crollo dei comunismo abbia diffuso una lettura "ideologizzata a posteriori" di tutto il quarantacinquennio 1946-1991, interpretato come un’estenuante contrapposizione frontale tra le due superpotenze. Appare quindi utile riscoprire le ragioni della guerra fredda attraverso un’analisi delle sue tappe iniziali e delle ricostruzioni proposte dalla storiografia.

 

PRESENTAZIONE

Destinatari: studenti del quinto anno di corso di liceo scientifico;

Prerequisiti: a) conoscenza delle linee fondamentali della storia contemporanea tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli Anni Novanta; b) competenze: capacità di ricostruire le conneSsioni sincroniche di un evento storico e seguirne gli sviluppi diacronici; capacità di comprensione, ricostruzione ed esposizione del contenuto di un testo storiografico.

 

Obiettivi: a) conoscenze: saper definire i seguenti termini: cortina di ferro, bipolarismo, politica dei blocchi, politica del contenimento, democrazie popolari; saper illustrare le principali interpretazioni della guerra fredda; b) competenze: saper confrontare le diverse interpretazioni degli storici in riferimento alle fonti usate e ai presupposti ideologici; saper distinguere e valutare all’interno di un evento storico la diversa incidenza dei molteplici aspetti che lo compongono (economici, sociali, istituzionali, ideologici e culturali); c) atteggiamenti: sviluppo di una lettura critica dei testi e delle fonti a disposizione, come pratica costante d’indagine razionale dei problemi e degli interrogativi che si celano dietro ogni fatto storico; sviluppo di strumenti di comprensione e di partecipazione al contesto civile e sociale del nostro tempo, ed in particolare alle problematiche attuali del sistema delle relazioni internazionali a partire da una riflessione sul più recente passato; 

 

Tempi: sette ore in totale; b) quattro ore per la verifica dei prerequisiti, la presentazione della scelta del modulo sulla guerra fredda, l’analisi e la discussione dei testi storiografici e dei documenti, d) tre ore per un tema storico con valore di verifica sommativa;

 

Strumenti: testi storiografici e fonti su supporto informatico, da inviare per posta elettronica agli studenti per una prima lettura a casa prima della lezione; documenti e discorsi in fotocopia; atlanti storici per illustrare visivamente la situazione geo-politica mondiale negli anni della guerra fredda

 

Metodi: breve lezione frontale introduttiva per motivare la scelta di approfondire il "problema" della guerra fredda e per verificare e rafforzare le conoscenze e competenze acquisite nell’elaborazione di mappe concettuali sugli avvenimenti del mondo contemporaneo; lezioni euristico-dialogiche basate sulla lettura guidata dei saggi e dei documenti storici;

 

Contenuti: cfr. infra;

Verifiche formative: cfr. le tracce di analisi relative ai testi e alle fonti prese in esame;

Verifica sommativa: cfr. il tema.

 

 

 

 

VERIFICA DEI PREREQUISITI

  1. Proposta agli studenti di una mappa concettuale che illustri il consolidamento di una struttura bipolare delle relazioni internazionali, attorno a USA e URSS, dopo la seconda guerra mondiale, come contrapposizione di sistemi politici ed economici e di alleanze militari.

     





     

     

     

  2. Proposta di una cronologia essenziale per il periodo dal 1943 al 1953

1943 (novembre) : incontro di Teheran

1944 (luglio) : accordi di Bretton Woods, adozione del sistema monetario del gold dollar standard

1945 (febbraio) : conferenza di Jalta

1945 (aprile) : morte di Roosevelt, inizio della presidenza Truman

1945 (maggio) : fine della guerra in Europa

1945 (giugno) : conferenza di San Francisco e istituzione dell’ONU

1945 (luglio) : conferenza di Potsdam

1945 (agosto) : bombe atomiche su Hiroshima e nagasaki, resa del Giappone

1946(marzo) : discorso di Churchill sulla "cortina di ferro", pronunciato a Fulton nel Missouri

1947 (marzo) : dottrina Truman e intervento americano in Grecia

1947 (maggio) : esclusione delle sinistre dal governo in Italia

1947 (giugno) : avvio del Piano Marshall

1947 (settembre) : istituzione del Cominform, ufficio di informazione dei partiti comunisti

1948 (febbraio) : "colpo di Praga", eliminazione di ogni pluralismo politico, governo dei comunisti filosovietici

1948 (aprile) : sconfitta del Fronte Popolare socialcomunista nelle elezioni politiche italiane

1948 (giugno) : messa al bando dal Cominform della Jugoslavia di Tito

1948 (giugno) : blocco di Berlino

1949 (gennaio) : nasce il Comecon, organo per la pianificazione economica comunitaria dei paesi comunisti

1949 (aprile) : firma del Patto Atlantico

1949 (maggio) : fine del blocco di Berlino, nasce la Repubblica Federale Tedesca

1949 (ottobre) : nasce la Repubblica Democratica Tedesca

1949 (ottobre) : nasce la Repubblica Popolare Cinese

1949 :l’URSS realizza la bomba atomica

1950/53 : guerra di Corea

1951 : istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA)

1952 : inizio della presidenza Eisenhower negli USA

1953 : morte di Stalin

 

3. Proposta di una breve e schematica sintesi della situazione internazionale per il periodo esaminato

Dalla seconda guerra mondiale il mondo uscì diviso. L’Europa occidentale si ricostruì col sostegno economico degli aiuti americani, mentre nei paesi dell’Est si instauravano regimi comunisti controllati dall’Unione Sovietica. Per circa quarant’anni il sistema politico internazionale rimase bloccato dalla divisione tra le due sfere di influenza, americana e sovietica. Una cortina di ferro quasi invalicabile divise l’Europa e il muro di Berlino divenne il simbolo di un’epoca.

I blocchi contrapposti furono il prodotto dell’antagonismo ideologico che oppose gli Stati Uniti e l’URSS. Tanto gli Stati Uniti quanto l’Unione Sovietica auspicavano che la collaborazione bellica proseguisse e lo provarono con la conferenza di San Francisco del giugno 1945, dove costituirono l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma l’insorgere della guerra fredda portò gli Stati Uniti e l’URSS a sfidarsi anche attraverso il rafforzamento dei legami con i paesi soggetti al rispettivo controllo. Gli Stati Uniti mirarono ad arginare la diffusione del comunismo e dell’espansionismo sovietico e ad assicurarsi un’area di libero scambio sui cui mercati far valere la superiorità dei propri prodotti. L’URSS volle garantirsi le frontiere con un cordone di stati satellite e assicurarsi relazioni economiche privilegiate con questi ultimi. Furono istituite due alleanze militari antagoniste: la NATO per i paesi occidentali e il Patto di Varsavia per gli stati filo-sovietici (1955). Accordi economici consolidarono i blocchi. Gli Stati Uniti promossero l’integrazione economica dell’Europa occidentale attraverso il Piano Marshall. L’URSS rispose con l’istituzione del Comecon, per coordinare le politiche economiche, gli scambi commerciali e la ripartizione dei settori produttivi nei paesi satellite. Il confronto ideologico ed economico, oltre che militare, fu giocato direttamente anche sul territori tedesco e portò alla divisione della germani in due repubbliche integrate nei rispettivi blocchi. La coesione degli schieramenti non fu però monolitica, come ad esempio dimostrò sin da subito lo "scisma jugoslavo", con la rottura tra Stalin e Tito. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese estese il conflitto Est-Ovest, conferendogli una dimensione mondiale e favorendone una ulteriore radicalizzazione, non soltanto ideologica. L’anticomunismo degli Stati Uniti ne venne accentuato, mentre l’Unione Sovietica cominciò a pensarsi davvero come una superpotenza globale, riferimento e guida di un sistema non più limitato all’Europa. L’affermazione dei comunisti in Cina e la protezione che l’URSS concedeva agli stati "fratelli" furono i presupposti del conflitto che scoppiò in Corea, che può essere visto come il primo confronto indiretto tra le due superpotenze.

 

 

 

CONTENUTO:

INTRODUZIONE:

Il termine guerra fredda fu usato per la prima volta nel luglio 1947, con intenti critici, da uno dei più autorevoli giornalisti statunitensi, Walter Lippmann, per definire il nuovo conflitto non guerreggiato che stava profilandosi tra le due superpotenze uscite dalla guerra: USA e URSS. Obiettivo polemico era la dottrina Truman e la strategia del contenimento caldeggiata dal diplomatico George Kennan, al fine di fronteggiare e bloccare, mentre si allestiva anche il Piano Marshall, il temuto espansionismo sovietico.

Secondo Kennan, l’antagonismo tra Stati Uniti e URSS era indipendente dall’atteggiamento americano nei confronti dei sovietici, perché insito nello scontro ideologico tra comunismo e capitalismo. Sarebbe stato pertanto necessario abbandonare il progetto utopistico di collaborazione con l’URSS, concepito da Franklin D. Roosevelt, e contrastare sistematicamente i tentativi sovietici di estendere la propria influenza con una paziente opera di logoramento in attesa che il comunismo crollasse per il maturare della propria debolezza interna. La tesi di Kennan fornì un fondamento teorico a quanti, nell’amministrazione del presidente Harry Truman, auspicavano un irrigidimento nei confronti dell’URSS. Benché formulato in una prospettiva diplomatica ed economica, il contenimento ebbe così applicazioni anche nella sfera militare. In questo ambito rientrarono l’enunciazione della dottrina Truman, per giustificare le forniture di armamenti ai governi greco e turco che dovevano fronteggiare rispettivamente la guerriglia comunista e le rivendicazioni sovietiche sui Dardanelli.

Lippmann, ritenendo invece gli americani inadatti a una guerra di posizione, temeva che in questo modo si stesse giustificando di fatto l’occupazione dell’Europa orientale da parte dell’URSS e la divisione permanente del mondo in blocchi contrapposti, a tutto vantaggio dell’URSS totalitaria e a danno degli USA democratici.

 

 

ANALISI E DISCUSSIONE DI:

TESTI STORIOGRAFICI

  1. Realtà e leggenda di Yalta da Antonio Gambino, Le conseguenze della seconda guerra mondiale. L’Europa da Yalta a Praga, Laterza, Bari 1972, pp. 17-18; 55-59
  2. La nascita delle democrazie popolari da François Fejtö, Storia delle democrazie popolari, vol. I, L’era di Stalin 1945-1952, Bompiani, Milano 1977, pp. 89-95
  3. Il dibattito sulla guerra fredda da Elena Aga Rossi (a cura di), Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 15-29
  4. La Guerra fredda da Eric J. Hobsbawm, Il Secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, pp. 267-280

 

Per l’analisi del testo 1:

a)La conferenza di Yalta divenne l’emblema della spartizione del mondo tra le nuove superpotenze americana e sovietica. Condividi questa immagine? Perché si deve parlare di un equilibrio "di fatto e non di diritto" della divisione seguita alla guerra?

b)Delinea la strategia di Stalin in merito alle trattative sul futuro della Polonia?

Per l’analisi del testo 2:

a) Quali furono i fattori che consentirono a partiti comunisti di conquistare potere e consenso nei paesi dell’ Est?

b) Come interpreti la volontà iniziale di Mosca di non imporre nei territori sottoposti alla sfera d’occupazione dell’Armata Rossa stati sul modello dell’URSS?

Per l’analisi del testo 3:

a) Quali legami vedi tra la dottrina Truman e la politica del contenimento di Kennan con l’interpretazione cosiddetta "ortodossa" della guerra fredda?

b)Quali sono, a tuo avviso, gli aspetti più convincenti e quali quelli più deboli delle tesi "ortodosse" e "revisioniste" sulla guerra fredda?

Per l’analisi del testo 4:

a) Quali tesi della storiografia "revisionista" ritrovi nelle considerazioni espresse da Hobsbawm?

b) Quali sono le caratteristiche della politica americana che secondo l’autore conferirono un tono apocalittico alla guerra fredda? Quali sue analisi della politica americana ritieni ancora valide nell’attuale contesto internazionale?

DOCUMENTI

da "La Guerra fredda" in http://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/guerrafredda/guerra_fredda.html,:

 

Tema storico con valore di verifica sommativa:

Alla luce delle fonti e delle interpretazioni storiografiche esaminate, metti in evidenza quegli aspetti della politica americana e della politica sovietica che determinarono il configurarsi di uno scenario da guerra fredda dopo la "Grande Alleanza" intercorsa tra le due potenze nel secondo conflitto mondiale. Esponi quindi quelle che sono a tuo avviso le condizioni migliori per l’affermarsi di un sistema di relazioni internazionali stabile e pacifico, confrontando la situazione attuale e quella dei primi anni della guerra fredda.

MATERIALI

Bibliografia

Atlanti storici

Cd-rom

 

Siti internet

ALLEGATI

 

Testo 1

 

Realtà e leggenda di Yalta

da Antonio Gambino, Le conseguenze della seconda guerra mondiale. L’Europa da Yalta a Praga, Laterza, Bari 1972, pp. 17-18; 55-59

Nel febbraio 1945, Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano a Yalta: i prossimi vincitori della seconda guerra mondiale discutono sul futuro degli equilibri politici nel mondo. Nella memoria collettiva, questa conferenza è divenuta il simbolo del cinico calcolo politico con cui le potenze alleate delimitano le proprie aree d’influenza ignorando diritti e interessi dei popoli. In realtà, a Yalta, Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica non prendono nuove decisioni fondamentali, ma ratificano una situazione determinata in larga parte dall’andamento della guerra e dai rapporti di forza tra gli Stati. Nel brano che riportiamo, Antonio Gambino, autore di uno studio sul dopoguerra in Italia, illustra i caratteri principali della conferenza. Al centro delle discussioni è soprattutto il futuro della Polonia, che rimane vittima della spregiudicata strategia di Stalin.

 

Il singolare destino di questo incontro internazionale è stato di diventare, già all’indomani della sua conclusione, bersaglio di critiche di ogni genere e di ogni provenienza. Col passare degli anni queste critiche hanno talmente condizionato le reazioni dell’opinione pubblica mondiale (in particolare occidentale) che anche coloro che a stento ricordano quando e perché si tenne la riunione, parlano con riprovazione delle sue conseguenze, e con timore della possibilità di una sua ripetizione (una "nuova Yalta"). Questa pessima fama, però, non è minimamente meritata: se non altro per il fatto che l’importanza concreta della conferenza fu infinitamente minore della sua apparenza propagandistica e della sua risonanza. Stalin, Churchill e Roosevelt si incontrarono infatti a Yalta il 4 febbraio 1945, in un ambiente in cui apparivano ancora evidenti le tracce dell’occupazione e della ritirata tedesca, non tanto per esercitare "il diritto supremo di disporre degli altri" quanto per ratificare (o, da parte occidentale, per tentare di correggere) ciò che le loro precedenti decisioni e specialmente il concreto sviluppo della guerra e i complessi sentimenti collettivi suscitati da un conflitto senza precedenti, avevano, in larga misura, già irrevocabilmente fissato. [...]

Stalin, Roosevelt e Churchill raggiungono Yalta [...] con stati d’animo diversi. Stalin è consapevole di essere sopravvissuto ad una grande prova. Come confesserà lui stesso solo poche settimane più tardi, il giorno della sfilata della vittoria, quando sulla Piazza Rossa migliaia di bandiere con la croce uncinata verranno gettate nel fango ai suoi piedi, c’era stato un momento in cui, al culmine dell’offensiva tedesca, aveva temuto che i suoi concittadini potessero dire a lui e agli altri governanti: "Non siete riusciti a giustificare le nostre speranze, andatevene, metteremo al vostro posto un altro governo che concluderà la pace con la Germania". Ora, invece, lui ed il suo popolo non solo si sentono sicuri ma hanno raggiunto un livello di potenza mai prima conosciuto. Ancora più importante è che, con le armate di Zukov ormai penetrate in Germania, l’Urss ha nelle sue mani, controlla fisicamente, tutti i territori che in passato avevano costituito il "cordone sanitario" contro il diffondersi della rivoluzione bolscevica, e che adesso possono invece diventare la "cintura protettiva avanzata" contro i possibili ritorni di fiamma offensivi del capitalismo. Se quindi già a Teheran Stalin aveva parlato poco, e fatto parlare molto gli altri, ora diventa ancora più ironico, sibillino e perentorio.

I due leaders occidentali non hanno una posizione egualmente solida. Roosevelt ha da poco ottenuto una nuova importante vittoria elettorale, ma la sua salute sta chiaramente declinando, la sua capacità di concentrazione è ridotta, e in questo sfondo, tende a prevalere, forse per istinto di autodifesa, l’ottimistica convinzione di potere "handle Uncle Joe". Churchill, che con l’intervento delle truppe inglesi in Grecia ha ormai riscosso la sua parte del "mercato" di Mosca, è certamente molto più consapevole della debolezza della posizione occidentale. Partendo per la Crimea confida a Roosevelt il suo timore che "la conclusione di questa guerra si possa dimostrare perfino più deludente di quella della guerra scorsa". Ma anche lui si lascia alla fine trasportare da un clima di generico ottimismo e, quando viene deciso che gli anglo-americani tengano una loro prima riunione a Malta e di lì procedano insieme per la Crimea, arriva a comporre (e ad inviare a Roosevelt) una piccola poesia d’occasione: "No more let us alter, or falter or palter. From Malta to Yalta, from Yalta to Malta (Non cambiamo idea, non tentenniamo, non mentiamo più. Da Malta a Yalta, da Yalta a Malta)".

Le conversazioni che si svolgono dal 4 all’11 febbraio, nei vecchi edifici della città tante volte descritti da Cechov, sono esattamente quelli che, data la cornice, ci si può attendere. Si discute sull’organizzazione e sui sistemi di votazione alle Nazioni Unite, sulle riparazioni tedesche, sullo smembramento della Germania in vari Stati (un progetto al quale, tuttavia, tranne Roosevelt, nessuno sembra più credere veramente); americani e russi discutono separatamente sulla partecipazione sovietica alla guerra contro il Giappone. Ma il tema centrale, che viene affrontato in sette delle otto sedute plenarie, è di gran lunga la Polonia. Ed è nel corso di questi colloqui che Stalin aggiunge i pezzi essenziali allo straordinario gioco di pazienza che è andato accuratamente, e per anni, sviluppando.

Le mosse passate le possiamo brevemente riassumere. Trovatosi improvvisamente, nel giugno del 1941, alleato di fatto anche con la Polonia che aveva contribuito a smembrare, Stalin non aveva potuto fare a meno di riconoscere il governo polacco in esilio, pur sottolineando fin dall’inizio che non intendeva, in nessun caso, restituire i territori che gli erano venuti dall’intesa con Hitler. Quando la situazione militare si era capovolta a suo favore aveva approfittato della prima occasione per rompere le relazioni con gli esiliati di Londra e per dar vita, con la collaborazione di comunisti e di compagni di strada, ad una "Unione dei patrioti polacchi", che quattrordici mesi più tardi, quando le truppe russe avevano varcato la linea Curzon, si era trasformata in Comitato di liberazione nazionale. In quel momento, tuttavia, i russi non hanno ancora interrotto del tutto i rapporti con il governo di Londra e specie con il suo capo Mikolajczik. E questo per un buon motivo. A Stalin è necessario che tutti gli esponenti polacchi (specie quelli che egli sa essere in fondo i più rappresentativi) accettino la nuova frontiera che toglie alla Polonia anteguerra quasi la metà del suo territorio. A raggiungere quest’obiettivo viene aiutato da Churchill, che durante e dopo la visita a Mosca esercita, per sua stessa confessione, le minacce più aperte su Mikolajczik. Questi si convince, ma non il resto del gabinetto. Ne consegue una crisi il cui risultato è di lasciare nelle mani degli occidentali un organismo meno compatto e privo di prestigio. A Yalta la situazione è quindi matura perché Stalin possa compiere il passo avanti decisivo, chiedendo a Londra e a Washington di riconoscere ufficialmente il "suo" governo (eventualmente ritoccato), come l’unico vero governo polacco.

Le lunghissime discussioni che la conferenza dedica a questo tema e le disquisizioni sottilissime sui termini "allargamento", "riorganizzazione", "creazione", ricordano quelle della scolastica medievale. Ma, al pari di quelle, sono astratte solo in apparenza; in realtà simboliche di esigenze e di aspirazioni concrete e vitali. La tesi sovietica dell’allargamento significa che il Comitato di Lublino, cioè il governo comunista, formerà la base di quello cosiddetto di unità nazionale, che invece Churchill e Roosevelt vorrebbero costituito ex novo, attraverso consultazioni ed intese dei leaders polacchi di tutte le tendenze. Alla fine ci si mette d’accordo sul principio di una riorganizzazione, che solo in teoria è una soluzione a mezza strada: tanto più che i leaders occidentali, stanchi d’una discussione che sanno in fondo essere senza senso, si dimenticano di chiedere quanti posti, in una simile operazione, finiranno per toccare agli esponenti dei partiti non comunisti e quanti agli uomini di Mosca. Stalin fa questa concessione, sia pure verbale (insieme a quella di elezioni "assolutamente libere", da tenersi "possibilmente entro un mese") in base ad una cauta tattica gradualistica. Infatti, sebbene egli faccia dire a Molotov che il Comitato di Lublino gode presso la popolazione di un "prestigio immenso" e che "con l’avanzare dell’Armata Rossa i vecchi risentimenti polacchi verso la Russia stanno scomparendo ed uno stato di amicizia si sta sviluppando", non si fa troppe illusioni sulla difficoltà del compito che attende l’Urss in Polonia. Quindi, pur senza rinunciare ai suoi scopi essenziali o modificarli, desidera procedere il più possibile con la copertura dell’appoggio occidentale.

È con una serie di compromessi verbali che, per quanto riguarda l’Europa, si conclude quindi, l’11 febbraio, la conferenza di Yalta. La sostanza delle cose è rimasta esattamente quella di otto giorni prima. Né poteva essere altrimenti. Perché, come dice l’ultimo segretario di stato di Roosevelt, Edward Stettinius: "Data la situazione, il problema non era quello che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti avrebbero permesso alla Russia di fare in Polonia (ed il discorso vale per tutta l’Europa orientale) ma ciò che questi due paesi potevano convincere l’Unione Sovietica ad accettare". Il tentativo occidentale di obbligare Stalin (non avendo a disposizione altro che le parole) a restituire quanto lui e la Russia di sempre si erano conquistati in sei anni drammatici, impastati di abilità e di eroismo, di cinismo e di sangue, era insomma fallito.

 

Testo 2

La nascita delle democrazie popolari

da François Fejtö, Storia delle democrazie popolari, vol. I, L’era di Stalin 1945-1952, Bompiani, Milano 1977, pp. 89-95

Dopo la conclusione della guerra, i partiti comunisti non godono inizialmente di un largo consenso popolare nei paesi dell’Europa orientale. A eccezione della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, dove le vicende della liberazione assicurano un ruolo di primo piano alle forze marxiste, i comunisti riescono a partecipare ai governi nazionali soltanto grazie all’aiuto dell’esercito sovietico, che colloca esponenti fedeli a Mosca a capo della polizia e del ministero della Difesa. In un saggio pubblicato nel 1952 e più volte aggiornato e ristampato, François Fejtö ricostruisce le modalità con cui i partiti comunisti riescono a conquistare potere e consenso nei paesi dell’Est. Di fronte alle iniziative dei seguaci di Mosca, le forze democratiche e socialiste si dimostrano fragili e divise.

 

Lo sviluppo dei paesi dell’Est, a cominciare dal 1945, [...] ci appare come la graduale realizzazione d’un piano strategico concepito dal Cremlino ed eseguito dai comunisti dei diversi paesi. Questo piano [...] avrebbe previsto, sin dalla fine della guerra, l’integrazione progressiva di tutti i paesi dell’Est nel sistema economico, politico, sociale e culturale dell’Urss. I comunisti, la cui partecipazione ai primi governi – tranne in Jugoslavia e in Cecoslovacchia – era determinata dalla sola presenza e dalla pressione dell’Armata Rossa, avrebbero dunque cercato di eliminare metodicamente i loro avversari politici, gli uni dopo gli altri, a cominciare dai fascisti e dai collaboratori, passando poi ai partiti borghesi e contadini fino ai socialdemocratici. Rimasti finalmente soli nell’arena, come era stato previsto, essi ponevano fine ai regimi parlamentari, proclamavano la dittatura del proletariato, cioè del Partito comunista che, per parte sua, non era che una luogotenenza dell’Urss – e l’operazione "Europa orientale" era terminata.

Tutto sommato le cose si sono veramente svolte in questo modo. Ma benché i comunisti stessi [...] affermino di aver tutto previsto e che gli avvenimenti si sono svolti secondo piani prestabiliti, possiamo dubitare del carattere preconcepito, pianificato della loro azione.

Se fin dall’inizio possiamo constatare una tendenza russa ad acquistare ed a consolidare alcune posizioni in tutti i paesi da essa occupati, è certo [...] che una parte di queste posizioni non era destinata a costituire delle basi di partenza per un’ulteriore integrazione, ma semplicemente a servire come pegno. [...]

Ma se fin dal 1945 non esisteva un "piano" del Cremlino, esistevano certamente delle "consegne": i Partiti comunisti dovevano partecipare ai Fronti nazionali, acquistare la maggiore influenza possibile sugli affari, pur rispettando nella misura del possibile – nell’interesse d’una cooperazione coll’Ovest – le forme parlamentari e democratiche.

Nell’insieme queste consegne furono rispettate. Se il principio democratico fu leso, questo avvenne in partenza quando grazie all’appoggio delle forze d’occupazione, i comunisti ebbero in mano le posizioni essenziali, specialmente nella polizia e nel ministero della Difesa, donde non si lasciarono sloggiare.

Dunque il giuoco delle istituzioni democratiche era falsato in partenza. L’atmosfera politica in tutti i paesi dell’Est ebbe a soffrire per le ripetute intrusioni arbitrarie e fu segnata da una profonda ambiguità. Da una parte i partiti si organizzavano, le passioni si scatenavano, si discuteva, ci si ingiuriava, ci si combatteva – liberamente – in Parlamento, nelle sale di riunione e nei caffè, dall’altra parte la popolazione aveva l’impressione di essere dominata da un governo ombra le cui decisioni facevano legge, a prescindere dai risultati delle elezioni generali e dalla volontà manifestata dall’opinione pubblica.

Il regime politico degli anni 1945-1947 può dunque essere caratterizzato con un dualismo tra il potere occulto esercitato dalle camarille comuniste e un parlamentarismo democratico più o meno somigliante a quello dell’Occidente.

Tuttavia, il controllo comunista dell’apparato poliziesco e la pressione diretta o indiretta delle autorità d’occupazione, non bastano a spiegare i successi comunisti nelle future democrazie popolari. Certamente la mediocrità, il dilettantismo politico, la povertà di idee e di prospettive della maggior parte dei loro avversari facilitarono quei successi. [...]

Non bisogna dimenticare che, durante la guerra, i partiti democratici erano stati duramente provati, addirittura decapitati dai tedeschi e dai loro ausiliari, e che potevano opporre ai comunisti solo capi improvvisati. Di fronte a avversari insignificanti, demoralizzati, estenuati, i comunisti, che tornavano da Mosca o che uscivano dalla resistenza clandestina, rappresentavano degli stati maggiori coerenti, disciplinati, con un programma ben definito, elaborato scientificamente. È certo che essi si servivano largamente della polizia, dei mezzi d’intimidazione e di ricatto; ma la loro attività procedeva oltre tutto questo. Per loro, la cosa più importante stava nel prendere contatto, con le masse operaie e contadine, nell’installarsi nell’amministrazione, nel reclutare aderenti e simpatizzanti in tutti gli ambienti, nel presentarsi davanti al pubblico come un Partito d’unione e di rinascita nazionale, il Partito dell’iniziativa.

Nella decisa volontà comunista di prendere l’iniziativa senza lasciarla più, si deve certamente riconoscere una chiave di volontà dell’ulteriore sviluppo dell’Est. Con una grande abilità, attribuibile al carattere ragionato, pianificato della loro azione politica, essi hanno espropriato i programmi e le idee politiche e economiche dei principali partiti democratici. Hanno fatto una sintesi di quei programmi e di quelle idee, aspirando alla loro realizzazione immediata con un’infaticabile energia. Nella loro azione non c’era niente che potesse far pensare che si fossero proposti, nel campo politico ed economico, di andare oltre la realizzazione di riforme indispensabili e necessarie. [...]

Il riformismo dei comunisti metteva lo scompiglio tra coloro che con essi dividevano il potere, e turbava l’opinione pubblica. Non ci si fidava di loro, ma non si potevano disapprovare i loro suggerimenti... Infatti, disapprovando le misure immediate proposte dai comunisti, per il solo fatto che erano loro a proporle, i dirigenti degli altri partiti avrebbero rischiato di sconfessare il loro proprio programma e di ricongiungersi con la reazione.

I partiti, e le masse dietro di loro, dato che non avevano la forza né un’abilità di manovra sufficienti per riprendere l’iniziativa ai comunisti, si fecero rimorchiare da questi. Molti vecchi militanti socialdemocratici passarono così al Partito comunista (salvo ad abbandonarlo un po’ più tardi) pensando che questo non era meno democratico e riformista del loro ex partito, mentre era più giovane, più dinamico.

Fatti tutti i conti, la riforma compiuta nei paesi dell’Est, durante gli anni 1945-1947, può essere considerata come un’opera nazionale, realizzata col sostegno più o meno attivo, più o meno sincero, di tutti i partiti democratici. L’esistenza del potere occulto, di cui abbiamo parlato, la presenza di truppe straniere, la lotta dei partiti per il potere, l’incertezza dell’avvenire, offuscarono questa impresa di risorgimento: tuttavia essa veniva effettuata in una direzione che era quella della vita e del progresso. Che i comunisti abbiano cercato di trarre il massimo profitto dalla parte da essi avuta in questo sforzo nazionale, non cambia per niente questa constatazione.

Agli occhi dell’opinione pubblica, i comunisti erano svantaggiati da una pesante ipoteca: la loro connivenza con i sovietici. A più forte ragione essi mettevano in risalto il patriottismo, facevano appello ai sentimenti nazionali. E questa "tattica" non era fatta solo di affettazione e di demagogia. Per i russi, la guerra contro l’invasore aveva preso un carattere nazionale: il saldo dei conti tra lo slavismo e il germanesismo. [...] L’idea della solidarietà slava aveva incontrato, fin da quel tempo, dei ferventi adepti tra i cechi e gli jugoslavi. I comunisti di questi paesi, per convinzione o per calcolo, fecero vibrare, con questa corda, l’anima popolare. Ma l’idea della comunità slava era troppo vaga, troppo generale, per potere rappresentare un comune denominatore. Anche facendo astrazione dai polacchi che, nella loro maggioranza, erano tanto antirussi e anticechi quanto antigermanici, la rivalità tra i serbi e i bulgari sopravviveva alla disfatta della Germania; e gli slovacchi affermavano, rispetto a Praga, la loro volontà d’autonomia.

I comunisti si sforzavano di mettersi all’unisono con tutte queste correnti nazionaliste, multiple e contraddittorie. Questo atteggiamento corrispondeva al loro principio di non separarsi mai dalle masse, di condividere le loro passioni, anche gli errori, per dirigere meglio nella direzione voluta, le energie popolari. [...]

La punizione dei criminali di guerra fu un altro punto su cui si concentrò, subito dopo la liberazione, l’iniziativa comunista. Certamente un’epurazione energica si imponeva nei paesi dell’Est dove i tedeschi avevano trovato numerosi complici nell’amministrazione come pure negli ambienti affaristici. Prendendo l’iniziativa dell’epurazione, i comunisti poterono orientarla nel senso migliore per sé, distribuendo punizioni e perdoni secondo i loro partigiani interessi. Così molti innocenti furono colpiti, mentre numerosi colpevoli sfuggirono alla giustizia. Ma anche questo era il prezzo pagato dall’incertezza e dalla mancanza d’energia degli altri gruppi politici.

L’epurazione più spietata si ebbe in Bulgaria, conformemente, forse, al temperamento nazionale. Nel 1945, centotrentuno tribunali popolari improvvisati vi avevano pronunciato diciottomilacentonovantasette condanne, di cui più di duemila a morte e millenovecentoquaranta a vent’anni di prigione. Il numero delle persone "eliminate" senza procedura deve essere stato molto più alto. In Cecoslovacchia, fino all’ottobre 1946, ventimila persone, di cui solo un terzo erano cechi, comparvero davanti alle corti popolari. Trecentosettantadue persone, di cui duecentocinque tedeschi furono giustiziate. In Ungheria, dalla primavera del 1945 all’autunno 1948, i tribunali popolari avevano giudicato diciannovemilaseicentodieci accusati di cui quattrocentoventi furono condannati a morte. Le sedute dei tribunali del popolo e le esecuzioni avevano preso un carattere teatrale; i comunisti, come disse Imre Kovács, "volevano che il popolo prendesse, nelle condanne, la sua parte di responsabilità".

Nel campo economico l’iniziativa era dei comunisti. Stava loro a cuore di cancellare i cattivi ricordi lasciati nella popolazione dalle esazioni dell’esercito d’occupazione di cui, per amore o per forza, dovevano condividere le responsabilità. I comunisti, più di tutti gli altri, avevano interesse a far finire i saccheggi e gli eccessi dei soldati rossi, la cui disciplina si era molto allentata dopo i duri combattimenti della liberazione. I comunisti lanciarono dappertutto la parola d’ordine per lo sterramento delle macerie, per la riapertura delle officine, per la spartizione delle terre e la ripresa dei lavori agricoli. Essi tenevano la popolazione costantemente in sospeso, facendosi un dovere di non allentare mai la pressione, di dar prova d’un dinamismo sostenuto, capace di trascinare con loro in ogni momento i fiancheggiatori esitanti, imbarazzati o sordamente ostili. Quando l’interesse lo dettava, essi sapevano essere tolleranti e magnanimi; dando prova d’una straordinaria elasticità, sapevano utilizzare tutte le competenze, lusingare l’amor proprio, frustare le energie nazionali, rivendicare la paternità delle idee intelligenti formulate da altri. È un peccato che gli uomini delle altre tendenze, spesso più competenti, abbiano avuto solo una parte secondaria e subordinata nello sforzo nazionale orchestrato dai comunisti; tuttavia bisogna constatare il fatto.

 

Testo 3

Il dibattito sulla guerra fredda

da Elena Aga Rossi (a cura di), Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 15-29

Sull’origine della "guerra fredda" sono state sostenute opposte interpretazioni da parte di storici e politologi. Negli Stati Uniti gli studiosi si sono divisi tra chi condivide la tesi "ortodossa", che insiste sulle responsabilità di Mosca nell’avvio della rigida contrapposizione, e chi propone un’interpretazione "revisionista", che individua invece nella politica della Casa Bianca la ragione principale del dissolvimento dell’alleanza militare. Sulla natura di questo dibattito ha svolto un’analisi Elena Aga Rossi, che nell’introduzione a un volume antologico pubblicato nel 1984, illustra le opposte tesi evidenziandone i diversi condizionamenti ideologici. Se negli anni ’50 la tesi "ortodossa" raccoglie i consensi della maggioranza degli studiosi, all’inizio degli anni ’60, con l’avvio della distensione tra le due superpotenze, cresce il gruppo dei "revisionisti", che tuttavia continua a utilizzare gli stessi strumenti d’analisi.

 

Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, segnati dall’improvvisa rottura dell’alleanza tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica e dalla creazione di due blocchi contrapposti, storici e politologi americani cercarono di dare una giustificazione teorica alla politica del loro governo, fornendo un’ideologia alla guerra fredda allora in atto. I numerosi saggi e volumi pubblicati in quegli anni hanno costituito un’organica interpretazione, che è stata definita "ortodossa" o "tradizionalista" e che ha dominato la storiografia americana fino alla metà degli anni Sessanta. Fondamento comune di tale interpretazione, pur con diverse sfumature, era l’attribuzione all’Unione Sovietica della totale responsabilità del profondo conflitto che aveva diviso le due grandi potenze negli anni immediatamente seguenti alla fine della guerra.

Secondo la concisa definizione data dal noto storico Arthur Schlesinger in un saggio divenuto classico, la guerra fredda fu "la risposta coerente e coraggiosa di uomini liberi all’aggressione comunista". Implicito in questa definizione è il giudizio di valore che contrappone il sistema politico delle democrazie occidentali, costituito appunto da "uomini liberi", al sistema politico e al tipo di organizzazione della società imposto dall’Urss all’Europa orientale, fondato su un controllo totale dell’individuo e quindi, come ha scritto Charles Bohlen, responsabile di primo piano della politica estera americana, "non naturale". L’affermazione di Schlesinger chiarisce anche un altro elemento caratterizzante delle tesi tradizionaliste: la politica seguita dagli Stati Uniti viene considerata come una risposta a iniziative del governo sovietico, senza riferimenti alla dinamica interna e agli obiettivi propri della politica estera americana. Gli Stati Uniti quindi non soltanto non ebbero alcuna responsabilità nel sorgere della guerra fredda, ma non furono neanche in grado di impedirla: "la guerra fredda avrebbe potuto essere evitata soltanto se l’Unione Sovietica non fosse stata ossessionata dalla convinzione sia dell’infallibilità del credo comunista che dall’inevitabilità di un futuro mondo comunista". Fu l’inevitabile conseguenza della politica di espansione dell’Unione Sovietica prima in Europa e poi in Asia e della necessaria risposta americana.

Politici e storici "ortodossi", sia durante gli anni della guerra fredda che nel periodo successivo, nella ricerca delle responsabilità, si trovarono ad affrontare due problemi fondamentali: l’analisi delle origini e delle motivazioni dell’espansionismo sovietico da una parte, e dall’altra degli errori dell’amministrazione di Roosevelt che non aveva saputo controllarlo.

Nel tentare di spiegare le origini dell’espansionismo sovietico la storiografia americana ha usato due interpretazioni diverse, servendosi però come strumento d’analisi delle stesse categorie metodologiche di continuità e rottura.

Alcuni storici hanno sottolineato il ruolo dell’ideologia marxista come punto di svolta fondamentale nella storia sovietica, che ne avrebbe condizionato anche la politica estera. La rivoluzione bolscevica avrebbe costituito un momento di rottura nella storia russa: le origini dell’espansionismo sovietico erano da rintracciare quindi nell’affermazione dell’ideologia marxista. Durante gli anni della guerra fredda fu pubblicato un vasto numero di saggi, articoli e volumi il cui tema centrale era la natura aggressiva del comunismo da cui derivava la politica estera espansionistica dell’Urss. Queste analisi a fondamento "ideologico" prendevano come punto di riferimento le teorie della rivoluzione mondiale e della rivoluzione permanente negli scritti di Lenin, Trotzky e di altri leader bolscevichi nei primi anni dopo la rivoluzione. Anche il famoso teorico della strategia del contenimento, George Kennan, sottolineava il peso dell’ideologia marxista come elemento fondamentale delle scelte del governo sovietico in politica estera e strumento del suo espansionismo.

La categoria della continuità è dominante invece nelle altre due teorie interpretative sostenute da storici e politologi americani negli anni della guerra fredda: la teoria che potrebbe essere definita "geo-politica" e quella "cultural-psicologica", fondata cioè su interpretazioni del carattere nazionale e delle tradizioni culturali del popolo russo.

L’interpretazione geopolitica spiegava le origini dell’espansione e dell’aggressività sovietica a partire dalla collocazione geografica dominante della Russia e dalle conseguenti ambizioni imperiali. [...]

Anche la teoria della continuità tra la politica estera aggressiva dell’impero zarista e quella bolscevica fu diffusa a livello della letteratura di massa, seppur non così ampiamente come le tesi sul pericolo dell’ideologia rivoluzionaria comunista. Nel 1950-1951 la rivista "Life" ripubblicò i diari del marchese De Custine sul suo viaggio in Russia nel 1839, usciti in volume con un’introduzione dell’ex ambasciatore in Unione Sovietica, generale Walter Bedell Smith, in cui si sottolineavano in un modo molto superficiale le analogie tra i due regimi.

Di minor importanza rispetto alle teorie appena sottolineate, ma ugualmente presente nella letteratura storiografica del tempo sulle origini della guerra fredda è la teoria "cultural-psicologica". Sotto questa definizione possono essere raggruppati libri e saggi che cercavano di spiegare l’espansionismo sovietico come conseguenza del carattere nazionale e della psicologica del popolo russo. [...] Nell’ambito di questa immagine di psicologia collettiva si colloca anche il mito della paura secolare del popolo russo verso possibili invasioni straniere; da ciò sarebbe derivato un atteggiamento di diffidenza e, come reazione, di aggressività. [...]

Molte delle opere della storiografia tradizionalista furono scritte durante gli anni del maccartismo e rappresentarono non soltanto una analisi sulle origini della guerra fredda ma anche una giustificazione ideologica delle iniziative del governo americano di quel periodo, e furono per questo respinte in blocco negli anni della distensione. Tuttavia, alcune teorie e analisi presenti in quella storiografia non solo continuano a rimanere parte integrante della cultura politica e dell’opinione pubblica degli Stati Uniti di oggi, ma possono fornire anche alcuni punti fermi per una riconsiderazione storica delle origini della guerra fredda. D’altra parte la debolezza teorica fondamentale di tutta quella letteratura è costituita dall’assenza di attenzione verso i fattori interni e gli interessi economici della società americana in quel periodo. Questo aspetto della letteratura tradizionalista l’ha resa molto vulnerabile nei confronti della storiografia sviluppatasi nel periodo seguente determinando critiche devastanti e facilitando una sua fondamentale revisione.

L’evoluzione dei rapporti internazionali avviata agli inizi degli anni Sessanta, con l’esordio dell’amministrazione Kennedy negli Stati Uniti e con la segreteria Kruscëv in Unione Sovietica, mutò i rapporti tra mondo comunista e mondo non comunista. La guerra fredda perse la nettezza di contorni che l’aveva caratterizzata fino ad allora, e nello stesso tempo divenne sempre più evidente l’inadeguatezza dei vecchi modelli interpretativi. Venne a quel punto delineandosi e prendendo consistenza una corrente storiografica "revisionista" – secondo la terminologia adoperata dalla storiografia americana – che sottopose ad analisi critica e spesso capovolse completamente l’interpretazione "ortodossa" degli eventi che avevano dato origini alla guerra fredda. Un crescente numero di autori ha rifiutato le premesse fino a quel momento indiscusse su cui si fondava la letteratura sull’argomento, quali l’attribuzione alla sola Unione Sovietica e alla sua politica aggressiva della "colpa" della rottura dell’alleanza di guerra, e ha messo in discussione la legittimità degli obiettivi americani in politica estera fino ad attribuire in definitiva agli Stati Uniti la responsabilità delle origini della guerra fredda. [...]

Il punto fondamentale di dissenso tra i revisionisti e la maggioranza degli altri storici americani è costituito dal peso assai diverso che i revisionisti americani attribuiscono ai fattori ideologici, cultural-psicologici e geopolitici del comportamento sovietico. Come si è visto nelle pagine precedenti, la storiografia tradizionalista, pur prendendo in considerazione anche elementi culturali e psicologici, cercava di spiegare la politica estera sovietica soprattutto sulla base di una interpretazione di tipo ideologico o geopolitico. Per i revisionisti invece, che a priori accettavano il carattere essenzialmente difensivo della politica sovietica, diveniva dominante la spiegazione cultural-psicologica della paura e insicurezza tradizionale russa.

La profondità del divario esistente tra le analisi dei revisionisti e quelle degli ortodossi è evidente nella valutazione delle intenzioni sovietiche e americane nel periodo 1944-1946 e delle possibilità aperte alle forze in gioco in quel periodo. I revisionisti sostengono che l’Unione Sovietica era giunta alla fine del conflitto estremamente debole, con il territorio sconvolto dalla guerra, una produzione insufficiente ai bisogni della popolazione ed enormi perdite di uomini e di risorse. Lungi da costituire una minaccia per la pace, essa poteva, al contrario, considerare l’atteggiamento intransigente assunto dagli Stati Uniti sulle questioni territoriali una riprova dell’ostilità occidentale. Fin dal 1941, nel momento quindi più critico della guerra, l’Unione Sovietica aveva posto come condizione dell’alleanza la duplice richiesta di aumenti territoriali e della costituzione di governi amici confinanti, richiesta che era divenuta ancor più irrinunciabile nel 1945, dopo che l’Unione Sovietica aveva sostenuto da sola, in Europa orientale, l’attacco tedesco, e il suo esercito controllava ormai quel territorio. La sua intransigenza era giustificata dalla passata esperienza: la storia russa – e qui i revisionisti ripetono acriticamente la tesi della "paura" come elemento innato del carattere russo – era stata punteggiata da continue invasioni, e la Polonia, l’area al centro del contendere, era stata, come notò Stalin a Yalta, il corridoio da cui si erano mossi tutti gli attacchi alla Russia. In realtà, nel considerare il problema della sicurezza come preminente nelle decisioni politiche dell’Unione Sovietica, i revisionisti accettano e fanno propria la posizione più volte affermata da Stalin negli ultimi mesi del conflitto per giustificare il sostanziale controllo sovietico sull’Europa orientale.

Nello stesso tempo i revisionisti accentuano il ruolo degli interessi nazionali della politica estera sovietica, svalutandone le motivazioni ideologiche, e sottolineano il carattere "conservatore" della politica seguita da Stalin; secondo uno dei più noti autori revisionisti, Gabriel Kolko:

Più coscienti di chiunque altro della loro debolezza in caso di conflitto con gli Stati Uniti, i sovietici perseguirono una linea conservatrice e cauta dovunque potessero trovare gruppi locali non comunisti disposti a ripudiare la diplomazia tradizionale del cordone sanitario e dell’antibolscevismo.

Per quanto riguarda la politica seguita dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica i revisionisti sostengono che nell’imminenza della fine del secondo conflitto mondiale il governo americano, con l’appoggio di quello inglese, cercò di creare intorno all’Unione Sovietica un cordone sanitario, simile a quello tentato nel 1918, sostenendo prima – nel caso ad esempio della Polonia – governi in esilio fortemente anticomunisti e ricorrendo poi alla minaccia delle armi atomiche. L’imposizione di regimi comunisti da parte dei sovietici nell’Europa orientale e l’irrigidimento sulla questione tedesca dopo l’iniziale atteggiamento di disponibilità sono quindi visti come la risposta difensiva al tentativo americano di imporre un proprio ordine e di contrastare l’influenza sovietica sull’Europa orientale. La maggioranza dei revisionisti sottolinea le motivazioni economiche di questa politica americana, attuata nell’intento di creare un sistema mondiale favorevole alla penetrazione capitalistica e agli interessi economici degli Stati Uniti. [...]

Per alcuni revisionisti una parte essenziale della politica di negotiation from strength perseguita dagli Stati Uniti fu costituita dall’acquisizione da parte americana del monopolio atomico. Il predominio nucleare avrebbe contributo in modo determinante a spingere gli Stati Uniti verso posizioni di intransigenza di fronte alle richieste dell’Unione Sovietica e a far respingere possibili soluzioni di compromesso. [...]

Come abbiamo visto sia i tradizionalisti che i revisionisti usano come criterio fondamentale nella loro analisi le categorie di continuità e rottura, i primi applicandole alla politica estera sovietica e i secondi a quella americana; l’uso di tali categorie introduce delle differenziazioni anche all’interno delle due correnti storiografiche che riuniscono opere molto diverse tra loro. Ponendosi sostanzialmente come una reazione alla storiografia tradizionalista, l’approccio revisionista, nonostante molti elementi nuovi, dovuti anche all’uso di fonti archivistiche prima inaccessibili, ne condivide il maggior difetto metodologico: l’interpretazione del grande confronto a livello mondiale come il risultato delle iniziative di uno solo dei suoi protagonisti, cui viene attribuita la maggiore, se non l’intera responsabilità. I revisionisti, in particolare, attribuiscono tutte le colpe per le origini e gli avvenimenti della guerra fredda all’amministrazione americana, fino ad affermare, secondo uno degli esempi più recenti della storiografia revisionista, che la percezione estremamente negativa dell’Unione Sovietica diffusa negli Stati Uniti fu dovuta non "alla minaccia di un massiccio riarmo sovietico", ma ai "caratteri peculiari del sistema politico americano".

Questo approccio tende ad ignorare completamente la politica e gli interessi sovietici, concentrandosi esclusivamente sulle iniziative e gli interessi americani, analogamente a quanto avviene nella storiografia ufficiale sovietica, di cui spesso finisce per ripetere gli stereotipi. Ad esempio in un autorevole volume pubblicato di recente in Unione Sovietica, la guerra fredda viene definita come "una politica globale, perseguita non alla coesistenza pacifica, ma alla inevitabile lotta armata dei due sistemi". Una tale definizione, comune a tutta la storiografia, non è che la ripetizione dell’interpretazione data di quel periodo durante l’era staliniana, che è rimasta immutata fino ad oggi. La consonanza tra le tesi revisioniste e quelle sovietiche spiega l’atteggiamento favorevole della storiografia sovietica nei confronti dei revisionisti, i cui libri sono stati spesso citati e tradotti.

L’assenza di una valutazione critica della politica estera sovietica e l’incomprensione dei meccanismi di funzionamento dello stato staliniano hanno sottoposto le tesi revisioniste a critiche crescenti da parte di studiosi del sistema sovietico e della storia dell’Europa oriente. In particolare la visione alquanto semplicistica di una Russia continuamente sottoposta al pericolo di invasioni e sempre sulla difensiva è sembrata sempre più lontana dalla realtà: dopo i noti avvenimenti in Etiopia, Angola, Afghanistan e Polonia trova sempre maggior diffusione l’ovvia considerazione che "un paese non diventa il più esteso stato mondiale, come la Russia è divenuta a partire dal diciassettesimo secolo, semplicemente assorbendo o respingendo invasioni straniere".

L’infondatezza della tesi che tenta di spiegare il comportamento sovietico come il risultato di un secolare senso di insicurezza e di paura è stata sottolineata di recente dallo storico Mark Raeff: "Dal regno di Pietro il Grande... nessuna fonte prerivoluzionaria di cui sia a conoscenza rivela alcuna paura di una invasione o di una minaccia militare dal mondo esterno".

Le critiche metodologiche e fattuali alla tesi revisionista hanno indebolito e a mano a mano annullato quella possibilità di rinnovamento che al suo apparire tale corrente sembrava avere: gli studi revisionisti si sono esauriti senza lasciare opere che possano essere considerate definitive, anche se alcune delle tesi da loro avanzate e dei problemi sollevati sono divenuti necessari punti di discussione.

Dagli inizi degli anni Settanta in poi sempre minori sono stati gli studi di impostazione revisionista usciti negli Stati Uniti. Nei volumi e articoli pubblicati in questi ultimi anni è apparso invece evidente il tentativo di mediare le tesi revisioniste e quelle della storiografia tradizionale, superando l’infruttuosa ricerca della responsabilità che aveva caratterizzato le due correnti. A questo approccio più equilibrato è finito però spesso per corrispondere la rinuncia a formulazioni teoriche generali. La maggioranza degli autori che si sono occupati in questi anni delle origini della guerra fredda ha preferito studiare specifici aspetti della diplomazia di guerra e dell’immediato dopoguerra riguardanti singoli paesi o particolari problemi, da quello dell’Europa orientale alla questione polacca, alla divisione della Germania, al ruolo della bomba atomica, senza più tentare di affrontare il problema delle origini della guerra fredda nel suo complesso.

 

Testo 4

La guerra fredda

da Eric J. Hobsbawm, Il Secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, pp. 267-280

Nel "Secolo breve" Hobsbawm individua il fattore caratterizzante dal quale far discendere la visione unitaria dell’epoca Novecento nell’ascesa e caduta del comunismo. La guerra fredda viene quindi vista come un grande duello tra modelli alternativi, uno scontro irriducibile tra comunismo e capitalismo, tra democrazia popolare – come si definivano i regimi comunisti – e liberaldemocrazia occidentale, che si conclude con la resa dell’URSS e la sconfitta del comunismo. Qui lo storico anglosassone attribuisce alla democrazia americana la responsabilità di aver introdotto nel confronto di potenza proprio della politica internazionale quel "tono da crociata" che caratterizzò la guerra fredda.

La seconda guerra mondiale era appena terminata quando l’umanità precipitò in quella che può essere considerata a ragione come una terza guerra mondiale, sia pure di carattere assai particolare. Perché, come osserva il grande filosofo Thomas Hobbes, "la guerra non consiste soltanto nella battaglia o nel combattimento, ma in un lasso di tempo in cui la volontà di scendere in battaglia è sufficientemente manifesta". La Guerra fredda fra gli USA e l’URSS e i loro rispettivi alleati, che dominò completamente la scena internazionale nella seconda metà del Secolo breve, fu senza dubbio un lasso di tempo di tal fatta. Intere generazioni crebbero sotto l’ombra funesta di conflitti nucleari mondiali che, come si riteneva comunemente, potevano scoppiare a ogni istante e devastare l’umanità.[…]

La peculiarità della Guerra fredda fu che, a voler essere obiettivi, non esisteva alcun pericolo imminente di guerra mondiale. Ancor meno: a dispetto della retorica apocalittica fomentata da ambo le parti, ma specialmente da parte americana, i governi di entrambe le superpotenze accettarono la divisione mondiale stabilita alla fine della guerra, la quale consisteva in un equilibrio di forze altamente ineguale, ma mai messo in pericolo nella sua essenza.[…]

Come spiegarsi dunque quarant’anni di permanente conflitto militare fondato sul presupposto sempre poco plausibile, e ancor più infondato in quell’epoca, che il mondo fosse talmente instabile che una guerra poteva esplodere a ogni momento e che solo un’incessante mutua deterrenza poteva scongiurare il pericolo? In primo luogo la guerra fredda si basava sulla convinzione occidentale, assurda se giudicata col senno di poi, ma abbastanza naturale subito dopo la seconda guerra mondiale, che l’Età della catastrofe non era affatto conclusa e che il futuro del capitalismo mondiale e della società liberale era tutt’altro che sicuro. La maggioranza degli osservatori si aspettava una grave crisi economica postbellica, perfino negli USA, in analogia con quanto era successo dopo la prima guerra mondiale. Washington si aspettava "grandi sconvolgimenti postbellici" che avrebbero minato "la stabilità sociale, politica ed economica del mondo", perché alla fine della guerra i paesi belligeranti, con l’eccezione degli USA, erano un cumulo di macerie ed erano abitati da popoli che, agli occhi degli americani, apparivano affamati, disperati e radicalizzati, pronti soltanto ad ascoltare l’appello alla rivoluzione sociale e a politiche economiche incompatibili con il sistema internazionale di libera impresa e di libero mercato grazie al quale soltanto gli USA e il mondo potevano essere salvati. Inoltre, il sistema internazionale precedente alla guerra era crollato e gli USA erano rimasti da soli a fronteggiare in gran parte d’Europa e in ancor più vaste regioni degli altri continenti un paese comunista enormemente rafforzato come l’URSS. Il futuro politico di molti paesi appariva incerto, ma si poteva prevedere che ogni avvenimento nelle zone instabili del pianeta avrebbe probabilmente indebolito gli USA e il fronte capitalista, rafforzando la potenza che era sorta con la rivoluzione e per la rivoluzione.[…] Date le circostanze, non è sorprendente che l’alleanza del tempo di guerra tra la grande potenza capitalistica e quella socialista, ora a capo delle rispettive sfere di influenza, dovesse rompersi, come capita spesso alla fine delle guerre persino a coalizioni meno eterogenee. Comunque, questo non basta a spiegare perché la politica americana – gli alleati e i clienti di Washington, con la possibile eccezione della Gran Bretagna, si mostravano meno accesi – dovesse evocare, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, uno scenario da incubo nel quale la potenza moscovita era pronta alla conquista immediata del pianeta e dirigeva una "cospirazione del comunismo ateo", sempre pronto a rovesciare i regni della libertà.[…] Appare ora evidente, e lo si poteva ragionevolmente prevedere perfino nel 1945-47, che l’URSS non era espansionista e ancor meno aveva intenzioni aggressive, e che non metteva in alcun conto alcun ulteriore progresso dell’avanzata comunista al di là di ciò che era stato concordato nei vertici del 1943-45.[…] Qualunque valutazione razionale avrebbe dovuto concludere che l’URSS non costituiva un pericolo immediato per alcuno al di fuori della sfera d’occupazione delle forze dell’Armata rossa. Il paese usciva in rovine dalla guerra, stremato ed esausto, con l’economia del tempo di pace a pezzi[...]. Il paese necessitava di tutto l’aiuto economico che avrebbe potuto ottenere e, perciò, non aveva interesse nel breve periodo a contrastare l’unica potenza che poteva concederglielo, gli USA. Senza dubbio Stalin, in quanto comunista, credeva che il capitalismo sarebbe stato inevitabilmente sostituito dal comunismo e, sotto questo profilo, nessuna coesistenza dei due sistemi sarebbe stata permanente. I dirigenti sovietici non consideravano però in crisi il capitalismo alla fine della seconda guerra mondiale. Essi non dubitavano che il capitalismo sarebbe vissuto ancora a lungo sotto l’egemonia degli USA, la cui ricchezza e potenza enormemente accresciute erano sin troppo palesi. Questo era dunque ciò che l’URSS sospettava e temeva. Il suo atteggiamento fondamentale dopo la guerra non era aggressivo, ma difensivo. Tuttavia una politica di scontro tra le due parti scaturì dalla loro situazione reciproca. L’URSS, consapevole della precarietà e insicurezza della sua posizione, si trovava di fronte alla potenza mondiale degli USA consapevoli a loro volta della precarietà e insicurezza dell’Europa centrale e occidentale e dell’incerto futuro della maggior parte dell’Asia. Lo scontro si sarebbe probabilmente sviluppato anche senza l’ideologia. George Kennan, il diplomatico americano che all’inizio del 1946 formulò l’idea di una politica di "contenimento", adottata con entusiasmo da Washington, non credeva che la Russia conducesse una crociata a favore del comunismo. [...] Kennan era semplicemente un abile esperto di questioni russe, cresciuto alla vecchia scuola diplomatica della politica di potenza che vedeva nella Russia, zarista o bolscevica che fosse, una società arretrata e barbarica, governata da uomini mossi dal "tradizionale e istintivo senso di insicurezza che è proprio dei russi", sempre pronti a isolarsi dal mondo esterno, sempre assoggettati agli autocrati, sempre alla ricerca della "sicurezza" con il solo metodo di una lotta tenace e mortale condotta per la distruzione totale della potenza rivale, senza mai venire a patti o a compromesso con essa; di conseguenza come uno stato che risponde sempre solo alla "logica della forza", mai a quella della ragione. Il comunismo, ovviamente, secondo il suo giudizio, rendeva la vecchia Russia più pericolosa, rafforzando la più brutale delle grandi potenze con la più spietata delle ideologie utopiste, cioè di quelle ideologie che si prefissano di conquistare il mondo. Ma la conseguenza di questa tesi era che la sola "potenza rivale" della Russia, cioè gli USA, avrebbe dovuto "contenere" la pressione espansiva sovietica con una resistenza senza compromesso, anche nel caso che la Russia non fosse stata comunista. D’altro canto, dal punto di vista di Mosca, la sola strategia razionale per difendere e sfruttare una nuova posizione di potenza internazionale, di vasto raggio ma fragile, era esattamente la stessa: niente compromessi. Nessuno sapeva meglio di Stalin quanto deboli fossero le carte che lui aveva in mano. Non si poteva fare alcuna concessione sulle posizioni offerte da Roosevelt e da Churchill all’epoca in cui lo sforzo bellico sovietico risultava essenziale per sconfiggere Hitler e si riteneva che lo sarebbe stato anche per sconfiggere il Giappone.[...]

In breve, mentre gli USA erano preoccupati del pericolo di una possibile futura supremazia mondiale dell’Unione Sovietica, Mosca era preoccupata per la già presente egemonia americana su tutte le regioni del pianeta non occupate dall’Armata rossa.[...] Comunque due fattori nella situazione del dopoguerra contribuirono a spostare lo scontro dal terreno della ragione a quello dell’emozione. Come l’URSS, gli USA erano una potenza che rappresentava un’ideologia, che molti americani in tutta sincerità ritenevano fosse il modello che il mondo doveva seguire. Diversamente dall’URSS, gli USA erano una democrazia. Purtroppo bisogna dire che tra i due contendenti era proprio la democrazia americana la più pericolosa. Infatti i dirigenti sovietici, benché anche loro demonizzassero l’antagonista mondiale del proprio regime, non dovevano preoccuparsi di ottenere il voto favorevole del Congresso né di vincere le elezioni presidenziali o parlamentari. Il governo statunitense invece sì. Per entrambi gli scopi un anticomunismo apocalittico si rivelava utile e perciò attirava perfino quei politici che non erano convinti in cuor loro della retorica di cui facevano uso.[...] Un nemico esterno che minacciava gli USA era utile per i governi americani i quali, giudicando correttamente che gli Stati Uniti erano diventati una potenza mondiale – di fatto, la più grande potenza mondiale -, vedevano nell’"isolazionismo" o in un protezionismo difensivo un grave ostacolo interno alla loro politica. Se la stessa America non era al sicuro, allora non ci si poteva tirare indietro dalle responsabilità e dalle ricompense della leadership mondiale, com’era invece accaduto dopo la Grande Guerra. Più concretamente, l’isteria collettiva anticomunista rendeva più facile reperire le grandi somme di denaro richieste dalla politica americana, ricavandole da una cittadinanza come quella americana notoriamente refrattaria a pagare le tasse. L’anticomunismo era un’ideologia autenticamente e visceralmente popolare in paese costruito sull’individualismo e sull’impresa privata, dove la nazione stessa era definita esclusivamente nei termini di un’ideologia (l’"americanismo") che poteva essere considerata l’opposto del comunismo.[...]

Dunque chi fu responsabile della Guerra fredda? Poiché il dibattito su questo punto è stato a lungo un rimpallo ideologico tra coloro che accusavano esclusivamente l’URSS e quei dissidenti (prevalentemente americani, va detto) che affermavano che la responsabilità primaria ricadeva sugli USA, si è tentati di assumere la posizione mediana di quegli storici che chiamano in causa la paura reciproca cresciuta nei due blocchi contrapposti finché i due "schieramenti armati cominciarono a mobilitarsi sotto le loro opposte bandiere". Questo giudizio è senz’altro vero, ma non contiene tutta la verità. Si può spiegare così ciò che è stato definito il "congelamento" dei fronti dello scontro nel 1947-49; la spartizione graduale della Germania, dal 1947 alla costruzione del muro di Berlino nel 1961; il fallimento di quegli anticomunisti occidentali che volevano evitare un totale coinvolgimento nell’alleanza militare dominata dagli USA (con l’eccezione della Francia del generale De Gaulle); il fallimento di quanti sul versante orientale volevano sottrarsi al completo dominio moscovita (con l’eccezione del maresciallo Tito in Jugoslavia). Ma non si può spiegare il tono apocalittico della Guerra fredda. Questo proveniva dall’America. Tutti gli stati occidentali europei, con o senza al loro interno grandi partiti comunisti, erano senza eccezione anticomunisti ed erano determinati a proteggersi da un possibile attacco militare sovietico. Nessuno avrebbe esitato, se gli fosse stato chiesto di scegliere fra gli USA e l’URSS, neppure coloro che per storia, politica o interesse erano legati a una condizione di neutralità. Tuttavia la "cospirazione comunista mondiale" non era una realtà seriamente presente nella politica interna di nessuno di quei paesi che avevano diritto a essere considerati delle democrazie, almeno negli immediati anni postbellici. Fra i paesi democratici soltanto negli USA i presidenti venivano eletti (come John F. Kennedy nel 1960) per il loro impegno contro il comunismo, che in termini di politica interna in quel paese era insignificante quanto il buddismo in Irlanda. Se qualcuno inserì il tono da crociata nella realpolitik del confronto di potenza internazionale e ve lo mantenne, fu Washington. Infatti, come dimostra con la chiarezza tipica dell’oratoria politica di buon livello la retorica dei discorsi elettorali di J.F. Kennedy, in gioco non era la minaccia ipotetica di un dominio comunista, ma il mantenimento della supremazia statunitense. Si deve però aggiungere che i paesi aderenti alla NATO, benché fossero tutt’altro che soddisfatti della politica americana, erano pronti ad accettare la supremazia americana come il prezzo da pagare per la protezione contro la potenza militare di n sistema politico ripugnante, finché quel sistema si manteneva in vita. Essi come Washington non erano disposti a fidarsi dell’URSS. In breve, il "contenimento" era la politica di tutti; ma non tutti volevano la distruzione del comunismo.

 

 

 

 

Documenti

La "cortina di ferro"

da Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. VI, Trionfo e tragedia, Mondadori, Milano 1963, pp. 763-764 [discorso di Fulton (Missouri) del 5 marzo 1946]

Un’ombra è caduta sulla scena così recentemente illuminata dalla vittoria degli Alleati. Nessuno sa che cosa intendano fare nell’immediato futuro la Russia e la sua organizzazione comunista internazionale, né quali siano i limiti, ammesso che esistano, delle loro tendenze espansionistiche e del loro proselitismo. Nutro l’ammirazione e la considerazione più vive per il valoroso popolo russo e per il mio camerata del tempo di guerra, il maresciallo Stalin. Esistono una simpatia ed una benevolenza profonde in Gran Bretagna –e, non ne dubito, anche qui – nei riguardi dei popoli di tutte le Russie, nonché la determinazione di perseverare, ad onta di numerose divergenze e ripulse nel conseguimento di un’amicizia durevole. Ci rendiamo conto dell’esigenza della Russia di sentirsi sicura sulle proprie frontiere occidentali mediante l’eliminazione di ogni possibilità di un’aggressione tedesca. Diamo il benvenuto alla Russia nel suo giusto posto tra le più grandi nazioni del mondo. Siamo lieti di vederne la bandiera sui mari. Soprattutto, siamo lieti che abbiano luogo frequenti e sempre più intensi contatti tra il popolo russo ei nostri popoli a entrambi i lati dell’Atlantico. È tuttavia mio dovere, poiché, ne sono certo, voi desiderate che io vi esponga i fatti quali li vedo, prospettar determinate realtà dell’attuale situazione in Europa.

Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, è scesa sul continente europeo una cortina di ferro. Dietro quella linea ci sono tutte le capitali degli antichi Stati dell’Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città le popolazioni che le circondano si trovano nella sfera sovietica e sono soggette, in una forma o nell’altra, non soltanto all’influenza sovietica, ma a un’altissima e crescente misura di controllo di Mosca. La sola Atene – la Grecia con le sue glorie immortali – è libera di decidere il proprio avvenire mediante elezioni, con osservatori britannici, americani francesi. Il governo polacco dominato dai russi è stato incoraggiato ad avanzare enormi e ingiuste pretese sulla Germania, e sta avendo luogo in questo momento un’espulsione in massa di milioni di tedeschi, su una scala atroce e mai sognata prima d’oggi. I partiti comunisti, ch’erano assai piccoli in tutti quegli stati orientale d’Europa, sono stati innalzati ad un predominio e ad un potere di gran lunga sproporzionati al numero dei loro aderenti e stanno ora tentando ovunque di conquistare il dominio totalitario. Governi polizieschi prevalgono quasi in ogni caso e fino a questo momento, tranne che in Cecoslovacchia, non esiste una democrazia autentica.

La teoria del "contenimento" anticomunista

da George F. Kennan, Diplomazia americana 1900-1950, Garzanti, Milano, 1952, pp. 123-147

Il principale teorico di una politica di confronto globale con l’URSS fu George F. Kennan: già addetto all’ambasciata americana a Mosca e poi stretto collaboratore del segretario di stato Dean Acheson, egli fornì una prima coerente sistemazione teorica della strategia del containment (il "contenimento" della pressione politica e militare dell’URSS) destinata a caratterizzare la politica estera americana da allora in avanti.

A Mosca si ritiene invariabilmente che gli obiettivi del mondo capitalistico siano antagonisti al regime sovietico e, perciò, agli interessi dei popoli ad esso sottomessi. Quand’anche il governo sovietico apponesse la propria firma a documenti che indicassero il contrario, ciò va considerato una manovra tattica ammissibile per trattare col nemico (che è privo di onore) […]. Fondamentalmente l’antagonismo rimane, anzi è presupposto. E da esso scaturiscono molti di quegli aspetti della politica estera del Cremino che noi consideriamo allarmanti: la segretezza, la mancanza di sincerità, la doppiezza, la sospettosità e la inimicizia di fondo degli scopi. […] Ciò significa che noi troveremo ancora a lungo difficoltà nel rapporto con i Russi. […] Come la Chiesa, [l’URSS] è dedita ad un’ideologia la cui validità è a lungo termine e dunque può permettersi di essere paziente. Essa non ha diritto di mettere a rischio le attuali conquiste della rivoluzione in nome di fatue mire future. […] Per questo cautela, circospezione, flessibilità, e inganno sono qualità preziose, naturalmente apprezzate dalla mentalità sovietica e orientale. […] La regola principale è che ci sia sempre pressione, una pressione crescente e costante, verso l’obiettivo desiderato. […]

Date le circostanze, è chiaro che l’elemento fondamentale di qualsiasi politica degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un contenimento di lungo termine, paziente ma saldo e vigile, delle tendenze espansive sovietiche.

Tuttavia è importante sottolineare che tale politica debba restare aliena da manifestazioni eclatanti, quali minacce o gesti spavaldi o superflui. […] I leaders sovietici sono acuti giudici della psicologia umana, e dunque lucidamente consci che la perdita di misura e autocontrollo non è mai fonte di forza in politica. Essi sfruttano rapidamente questi sintomi di debolezza.

Per queste ragioni è essenziale un confronto vittorioso con l’URSS che i governi stranieri restino in ogni caso freddi e lucidi e che le loro richieste al governo sovietico vengono avanzate in maniera tale da lasciare aperta una soluzione di compromesso non toppo penalizzante per il prestigio russo.[…]

Alla luce di quanto detto, si capirà chiaramente che la pressione sovietica contro le libere istituzioni de mondo occidentale può essere contenuta da un’applicazione abile e vigile di contro-forze in una serie di punti geografici e politici costantemente in movimento, corrispondenti alle mosse e alle manovre della politica sovietica. È chiaro che gli Stati Uniti non possono sperare in un futuro prevedibile di entrare in rapporti amichevoli col regime sovietico; occorre continuare a guardare all’URSS come ad una rivale, non un partner nell’arena politica. Occorre aspettarsi che anche in futuro la politica sovietica non esprimerà un sincero desiderio di pace e stabilità, né un’autentica fiducia nella possibilità di una coesistenza amichevole tra mondo socialista e mondo capitalista, ma piuttosto un a pressione cauta e continua verso la disgregazione e l’indebolimento di ogni influenza e potere rivale.

 

La Dottrina Truman

dal discorso al Congresso degli Usa (11 marzo 1947), in G. Galasso, Critica e documenti storici, vol. 3, Martano, Napoli-Firenze, 1972, pp. 596-599

In questa fase della storia del mondo ogni nazione deve scegliere fra due diversi sistemi di vita. La scelta, troppo spesso non è libera affatto.

Un sistema di vita è fondato sulla volontà della maggioranza, ed è caratterizzato da libere istituzioni, governo rappresentativo, elezioni libere, garanzie di libertà individuale, libertà di parola e di religione, libertà dall’oppressione politica.

L’altro sistema si fonda sulla volontà di una minoranza imposta con la forza della maggioranza. Poggia sul terrore e l’oppressione, sul controllo della stampa e della radio, su elezioni prefabbricate, e sulla soppressione delle libertà personali.

Io credo che debba essere politica degli Stati Uniti sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di soggiogamento effettuati da minoranze armate o mediante pressioni esterne.

Credo che noi dobbiamo aiutare i popoli liberi a costruire il loro destino alla propria maniera.

Credo che il nostro aiuto debba essere in primo luogo di natura economica e finanziaria, il che è essenziale alla stabilità economica e ad un ordinato sviluppo politico.

Il mondo non è statico e lo status quo non è consacrato. Ma noi non possiamo permettere cambiamenti nello status quo in violazione della Carta delle Nazioni Unite con metodi come quello della coercizione, o per mezzo di sotterfugi come quello dell’infiltrazione politica. Aiutando le nazioni libere e indipendenti a conservare la loro libertà, gli Stati Uniti daranno pratica efficacia ai principi della Carta delle Nazioni Unite. […]

I semi dei regimi totalitari si nutrono di bisogno e miseria; si diffondono e crescono nel cattivo terreno della povertà e della lotta; e raggiungono il loro pieno sviluppo quando la speranza di un popolo per una vita migliore è completamente scomparsa.

Noi dobbiamo tenere viva quella speranza.

I popoli del mondo guardano a noi per un appoggio che li aiuti a conservare le loro libertà.

 

 

 

Andrei Zdanov,

Discorso del settembre 1947, in http://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/guerrafredda/guerra_fredda.html,

Più ci allontaniamo dalla fine della guerra e più nettamente appaiono le due direzioni principali della politica internazionale del dopoguerra corrispondenti alla disposizione in due campi principali delle forze politiche che operano sull’area mondiale: il campo antimperialista e democratico e il campo imperialista. Gli Stati Uniti sono la principale forza dirigente del campo imperialista. L’Inghilterra e la Francia sono unite agli Stati Uniti (...). Le forze antimperialiste e antifasciste formano l’altro campo. l’URSS e i paesi di nuova democrazia ne sono il fondamento. Il campo antimperialista si appoggia in tutti i paesi sul movimento operaio e democratico, sui partiti comunisti fratelli, sui combattenti dei movimenti di liberazione nazionale e nei paesi coloniali. Un compito particolare incombe sui partiti comunisti fratelli di Francia, d’Inghilterra, d’Italia e degli altri paesi. Essi devono prendere in mano la bandiera della difesa nazionale e della sovranità dei loro stessi paesi.