Opera

I. Kant, Per la pace perpetua. Un progetto filosofico, 1795

 

 

Destinatari

Studenti del terzo anno di corso.

Finalità

Promuovere l’attenzione ai temi della relazione tra politica e morale e tra aspirazione alla pace e idea federale.

Tempi

1 o 2 unità-tempo.

Requisiti

Conoscenza del sistema concettuale dei giusnaturalisti e della filosofia Kantiana, in particolare della Critica della Ragion Pratica. Capacità di analisi e ricostruzione delle tesi e delle argomentazioni di un testo filosofico. Conoscenza critica di significativi eventi storici dell’Europa (del XVIII secolo e inizio XIX secolo) e dell’attualità.

Obiettivi di conoscenza

Il modello politico della Confederazione di popoli proposta da Kant a garanzia della pace perpetua.

Obiettivi di competenza

Capacità di comprensione e interpretazione del testo filosofico

Utilizzo della terminologia specifica.

Obiettivi di capacità

Consapevolezza dell’attualità dell’opera kantiana.

Analisi delle interrelazioni tra l’opera kantiana ed eventi tratti dall’attualità.

Attitudine a problematizzare, a formulare domande e a dilatare il campo delle prospettive.

Strumenti

Il testo filosofico di Kant.

Metodo

Lezione frontale e dialogata.

Verifiche formative

Da attuare durante lo svolgimento dell’unità didattica, permettendo anche di attivare recuperi in itinere (unità troppo breve).

Verifiche sommative

Interrogazione-colloquio (di ripasso e preparazione)

Verifica scritta a domande (con risposta aperta o breve) o un saggio breve.

 

 

CONTENUTI.

Per la pace perpetua. Progetto filosofico.

I testi

Nell’opera kantiana, questo problema rientra nella filosofia del diritto, poiché dà a questo problema una soluzione eminentemente giuridica; inoltre occupa un posto centrale nella sua filosofia della storia, perché la pace perpetua ha il valore di fine ultimo cui tende il corso storico dell’umanità; infine rappresenta il luogo in cui appare il nesso indissolubile tra morale e politica.

Oltre a questo scritto , Kant tratta questa questione in altre opere:

~ Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784);

~ Sul detto comune: "ciò può esser giusto in teoria, ma non vale per la prassi" (1793);

~ Principi metafisici della dottrina del diritto (1797).

 

Il sistema concettuale

Il sistema concettuale entro cui Kant costruisce la sua teoria della pace perpetua è quello dei giusnaturalisti, i cui concetti fondamentali sono:

~ lo stato di natura

che è uno stato non giuridico o di diritto provvisorio – come lo chiama K. – e in quanto tale è uno stato di guerra permanente potenziale o effettiva, da cui l’uomo deve uscire.

~ il contratto sociale e/o di unione

con cui gli uomini di comune accordo decidono di uscire dallo stato di natura per creare uno stato giuridico o di diritto perentorio.

~ la società civile

che è uno stato giuridico o di diritto perentorio capace di garantire la pace ed eventualmente altri beni (libertà, proprietà, uguaglianza).

Dunque la prospettiva è quella dei giusnaturalisti; e il capostipite di questa concezione, di cui K. è uno degli ultimi rappresentanti, è Hobbes, di cui K. condivide:

~ il fatto che lo stato di natura è uno stato di guerra di tutti contro tutti; e come tale è uno stato da cui l’uomo deve uscire;

~ e l’idea che il passaggio alla società civile - che è una società giuridica regolata dal diritto, in grado di garantire all’uomo il diritto di libertà - avviene attraverso un contratto originario.

"Lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura (status naturalis), il quale è piuttosto uno stato di guerra nel senso che, se anche non si ha sempre uno scoppio delle ostilità, è però continua la minaccia ch’esse abbiano a prodursi. Lo stato di pace deve dunque essere istituito, poiché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza, e se questa non è garantita da un vicino ad un altro (il che può aver luogo unicamente in uno stato legale), questi può trattare come nemico quello a cui tale garanzia abbia richiesto invano" (pag.2, rigo 50).

 

Tuttavia, è possibile anche individuare alcune differenze tra K. e Hobbes:

~ H. è fautore di un’etica teleologica ; inoltre il dovere per cui l’uomo deve uscire dallo stato di natura deriva da una regola di prudenza - un imperativo ipotetico -;

~ H. non accenna a un patto di unione fra Stati, ma accetta la permanenza dello stato di natura nei rapporti internazionali; forse perché pensava che in essi ogni Stato ha i mezzi sufficienti per provvedere alla propria difesa, di cui gli uomini nello stato di natura sono privi: mentre per gli uomini il timore reciproco è distruttivo, gli Stati hanno fatto del timore reciproco la base stessa della loro convivenza;

~ K. è assertore di un’etica del dovere o deontologica; il dovere per cui l’uomo deve uscire dallo stato di natura deriva da una norma morale - un imperativo categorico -.

~ K., come anche l’Abbè Saint-Pierre e Rousseau, dopo un secolo di guerre, ritiene che il semplice equilibrio di potenze, fondato su un rapporto precario e mutevole, era ormai una chimera.

 

Il progetto

Storicamente, l’uscita dallo stato di natura è avvenuta da parte di gruppi parziali di individui, indipendentemente gli uni dagli altri. Se il fine primario della costituzione della società civile è la pace interna, ovvero la cessazione dello stato permanente di guerra tra i componenti del gruppo, solo l’uscita simultanea di tutti gli uomini dallo stato di natura avrebbe potuto stabilire la pace universale. Questo non solo non è avvenuto, ma nulla lascia credere che possa avvenire. Ciò che è avvenuto finora è la formazione di comunità giuridiche o Stati sempre più grandi e perfetti che hanno cercato di mantenere la pace interna. Ma non è stata ancora creata una comunità giuridica universale, per cui i rapporti esterni fra le comunità giuridiche non hanno superato lo stadio dello stato di natura o di diritto provvisorio.

In tale situazione, l’unica soluzione possibile per superare lo stato di guerra è l’unione degli Stati - e primamente degli Stati più civili, che saranno d’esempio agli altri – in una lega o federazione permanente, la quale ha la funzione analoga a quella che ha avuto la costituzione degli Stati particolari nei riguardi dei singoli individui. Il progetto di K. di pace perpetua deriva da un’estensione del modello giusnaturalistico dei rapporti fra individui ai rapporti fra Stati.

"Secondo articolo definitivo per la pace perpetua: "Il diritto internazionale deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati"

I popoli, in quanto Stati, possono essere considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si ledono a vicenda già per il solo fatto della loro vicinanza e ognuno dei quali, per la propria sicurezza, può esigere dall’altro di entrare con lui in una costituzione analoga alla civile, nella quale può venire garantito ad ognuno il proprio diritto. Questa sarebbe una federazione di popoli, che non dovrebbe essere però uno Stato di popoli. In ciò vi sarebbe infatti una contraddizione, poiché ogni Stato implica il rapporto di un superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il popolo), mentre molti popoli in uno Stato costituirebbero un solo popolo: il che contraddice al presupposto (poiché qui noi dobbiamo considerare il diritto dei popoli tra loro in quanto essi costituiscono altrettanti Stati diversi e non devono confondersi in un solo ed unico Stato)" (pag.3, rigo 52).

 

Quest’idea non era nuova:

~ L’anelito alla pace era stato vivo in tutto il Medioevo; ovviamente c’era un’aspirazione mistica, pervasa di pura religiosità, che astraeva dalla natura umana, e profetizzava un’età d’amore e di pace. Rilevante era la concezione che faceva tutt’uno con l’idea della respublica christiana, la quale riponeva nel rapporto universale di Chiesa e Impero la premessa d’una vera pace. Con il pensiero del Rinascimento il motivo della pace e della guerra viene umanizzato, quasi laicizzato: la guerra è vista come brutalità e violenza, come qualcosa che minaccia la dolcezza e la bellezza del vivere; la pace è ordine, razionalità, clima proficuo per il lavoro umano. Ma si faceva anche strada la persuasione che la pace dovesse avere le sue radici nel buon ordinamento interno dei singoli Stati, nelle leggi savie e ben fondate (Marsilio da Padova).

~ Sul terreno della cultura, la prima grande battaglia a favore della pace e di un’unità spirituale dell’Europa, sostanziata di umanesimo cristiano, fu impegnata da Erasmo che, dal 1504 al 1517, dedicò al problema della pace cinque saggi. Questi sosteneva che la guerra non ha mai un reale fondamento di diritto; se reca qualche vantaggio agli uni nuoce agli altri e semina danni e rovine dappertutto; occorre dunque porre fine alle guerre. Ma il pacifismo di Erasmo è più spirituale che politico, e la sua idea supernazionale è quella di un dotto che si rivolge ad altri dotti affratellati da uno spirito umanistico di tolleranza e di comprensione, da un metodo di persuasione .

~ Ai primi del Seicento, il ministro Duca di Sully espone, nei suoi Memoires des sages et Royales Oeconomies (1638), il nucleo di un disegno che prevedeva una confederazione esclusivamente cristiana, composta di quindici Stati europei, rimaneggiati nei loro confini così da risultarne un equilibrato rapporto di forze, con un consiglio di sessanta rappresentanti. O ancora Emerico Cruce, che apre la serie degli autori di progetti pacifisti, con il suo Le nuovel Cynèe ou discours des moyens d’établir une paix génerale et la liberté de commerei par tout le monde (1632). In esso suggerisce una corte permanente tesa a dirimere le controversie tra i Sovrani; consiglia di ammettervi anche il turco, proprio perché è dovere dei cristiani promuovere una pace più larga possibile. È evidente che si tratta di piani aventi un carattere empirico-politico in cui la pace, l’equilibrio, il sistema generale d’alleanze, sono tutti elementi considerati l’uno in rapporto diretto con l’altro.

~ Occorre anche ricordare il famoso Projet de traité pour rendre la paix perpetuelle en Europe (1713) dell’abate Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre, nel quale suggerisce "un’alleanza perpetua" di tutti sovrani cristiani, di carattere conservatore-pacifista, con un tributo proporzionale alle entrate e alle uscite di ciascuno Stato per sopperire alle spese comuni, con un Senato di rappresentanti, che dovevano deliberare nei casi controversi a maggioranza di voti, con sanzioni politico-militari contro i violatori della pace. Questa pace coincide con lo statu quo, cioè tende a cristallizzare un determinata situazione politico-territoriale; e qui sta il punto debole della costruzione dell’abate di Saint-Pierre.

~ Nel 1753 Rousseau compilò un Estratto del Progetto di Saint-Pierre, facendolo seguire da un Giudizio. Pure a Rousseau la guerra si presentava come una tragica follia; il rimedio poteva nascere solo da una forma di governo federativo che, unendo i popoli con legami simili a quelli che associano gl’individui, sottomettesse ugualmente gli uni e gli altri all’autorità delle leggi . A differenza dell’abate Saint-Pierre che si rivolge ai re ed ai governi per ordinare pacificamente i rapporti tra Stato e Stato, Rousseau crede che tutto ciò sia vano se prima la giustizia e le leggi non intervengono a regolare i rapporti interni tra sudditi e Sovrani. Secondo Rousseau, una federazione europea poteva essere imposta dall’alto solo in determinate ed eccezionali circostanze storiche, o mediante rivoluzioni, cioè partendo dai popoli; ma in ogni caso predilige un processo più lento di graduale trasformazione ed associazione degli Stati, sul piano interno e su quello internazionale.

Sia lo scritto di Rousseau che il progetto di Saint-Pierre si muovono su un piano continentale, vale a dire nei limiti dell’Europa. Il Voltaire rimproverò quell’aver voluto restringere l’idea di una "pace perpetua" e della relativa organizzazione in così angusti confini invece di estenderla all’Universo.

~ Con il saggio di Kant, Per la pace perpetua. Progetto filosofico (1795), siamo su un piano diverso da quello dei disegni secenteschi e del primo Settecento. Astrae volutamente dalla realtà politica effettuale e sposta il problema sul terreno del dovere morale. Non fa appello all’interesse dei governi o all’utile immediato dei popoli, ma attinge ad una più profonda e universale istanza etica. E per quanto il suo discorso abbia presente l’Europa, tuttavia muove da premesse cosmopolitiche e riveste un carattere assoluto.

"Per gli Stati che stanno tra loro in rapporto reciproco non può esservi altra maniera razionale per uscire dallo stato naturale senza leggi, che è soltanto stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui, alla loro libertà selvaggia (senza leggi), consentire a leggi pubbliche coattive e formare così uno Stato di popoli (civitas gentium) che si estenderebbe sempre più ed abbraccerebbe infine tutti i popoli della terra. Ma poiché essi, secondo la loro idea del diritto internazionale, non vogliono ciò affatto e rigettano quindi in ipotesi ciò che in tesi è giusto, così, in luogo dell’ idea positiva di una repubblica universale (e perché non tutto debba andare perduto) rimane soltanto il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa, come unico strumento possibile che ponga al riparo dalla guerra e arresti il torrente delle tendenze ostili contrarie al diritto, sempre però con il continuo pericolo che erompano nuovamente ("Furor impius intus […] fremit horridus ore cruento": Virgilio, Eneide)" (pag. 4, rigo 62).

 

La tradizione del pensiero pacifista dal XVI al XVIII secolo rientra senza dubbio nella storia dell’utopia, ed ha evidenti legami con la fioritura delle altre opere "utopistiche" (da Moro a Campanella, da Bacone a Fénelon) su lo Stato ideale o perfetto. Tuttavia è ricca di significato, e non è stata inoperante nella formazione di un ideale europeo di pace e di solidarietà.

Secondo la dottrina giusnaturalistica, la costituzione di uno Stato richiede:

K. ha in mente un patto di società - delineato nel secondo articolo definitivo del progetto di trattato internazionale -: non è un patto di unione alla maniera hobbesiana, ma è un patto cui non segue alcun patto di soggezione; in esso gli Stati, pur accordandosi nel porre termine non a una sola guerra (pactum pacis) ma a tutte le guerre (foedus pacificum), non sottopongono la garanzia dell’efficacia del patto a un potere coattivo al di sopra di ognuno di essi, e quindi non danno vita a un nuovo Stato: oggi si direbbe che la lega degli Stati prevista da Kant è una confederazione e non uno Stato federale, di cui il primo esempio nella storia era stato dato dalla costituzione degli Stati Uniti d’America, approvata pochi anni prima dello scritto kantiano, che K. naturalmente non ignorava.

"[…] la ragione, dal suo trono di suprema potenza mora1e legislatrice, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico ed eleva invece a dovere immediato lo stato di pace, che tuttavia non può essere creato o assicurato senza una convenzione dei popoli. Da ciò deriva la necessità di un’associazione di natura speciale, che si può chiamare 1ega della pace (foedus pacificum), distinta dal patto di pace (pactum pacis) in ciò, che quest’ultimo si propone di porre termine semplicemente ad una guerra, quello invece a tutte le guerre e per sempre. Questa lega non mira a procacciare potenza ad uno Stato, ma solo alla conservazione ed alla sicurezza della libertà di uno Stato per sé e ad un tempo per gli altri Stati confederati, senza che a questi con ciò sia lecito sottomettersi (come gli individui nello stato di natura) a leggi pubbliche e ad una coazione reciproca" (pag. 4, rigo 37).

Per quale ragione K. si arresti al primo patto sollevando la facile obiezione (che gli muoverà Hegel ) secondo cui, non sottoposta a un potere coattivo al di sopra delle parti capace di far osservare il patto mediante il ricorso in ultima istanza alla forza, la lega degli Stati è tale che ognuno dei membri può uscirne a suo piacimento, e quindi resta nell’ambito del diritto provvisorio, dallo stesso K. ritenuto insufficiente nei rapporti fra individui, K. spiega in più luoghi se pure con argomenti non troppo convincenti. Di questi, il primo è una pura e semplice petizione di principio: se la lega dei popoli si trasformasse in uno Stato di popoli, ne deriverebbe una contraddizione, poiché ogni Stato è fondato su un rapporto di superiore a inferiore che il super-Stato negherebbe. Non si vede infatti quale sia il nesso tra il rapporto superiore-inferiore all’interno dello Stato e il rapporto esterno di uno Stato con gli altri Stati che è un rapporto di eguaglianza, quello stesso rapporto di eguaglianza che vigeva fra gl’individui nello stato di natura e che gl’individui hanno abbandonato sostituendolo con un rapporto superiore-inferiore. Nel rapporto con gli altri Stati ciò che viene in questione non è la superiorità interna ma l’eguaglianza esterna, e pertanto la eventuale rinuncia a questa eguaglianza non fa venir meno quella superiorità.

"I popoli, in quanto Stati, possono essere considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si ledono a vicenda già per il solo fatto della loro vicinanza e ognuno dei quali, per la propria sicurezza, può esigere dall’altro di entrare con lui in una costituzione analoga alla civile, nella quale può venire garantito ad ognuno il proprio diritto. Questa sarebbe una federazione di popoli, che non dovrebbe essere però uno Stato di popoli. In ciò vi sarebbe infatti una contraddizione, poiché ogni Stato implica il rapporto di un superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il popolo), mentre molti popoli in uno Stato costituirebbero un solo popolo: il che contraddice al presupposto (poiché qui noi dobbiamo considerare il diritto dei popoli tra loro in quanto essi costituiscono altrettanti Stati diversi e non devono confondersi in un solo ed unico Stato)" (pag. 3, rigo 55).

Un secondo argomento è fondato sulla preoccupazione che uno Stato universale possa rivelarsi pericoloso per la libertà potendo dare origine al più orribile dispotismo, dal quale non ci sarebbe via d’uscita: secondo K. uno stato di guerra vale sempre meglio che la fusione degli Stati "per opera di una potenza che soverchi le altre e si trasformi in una monarchia universale". Tra il pericolo dell’anarchia e la certezza del dispotismo meglio la prima, tanto più che un "dispotismo senz’anima" rischia di cadere da ultimo nella stessa anarchia che ha preteso di evitare. Per evitare che si formi una monarchia universale dispotica che come tale aspira a stabilire la pace attraverso la sopraffazione degli altri Stati, Kant propone non una pace di conquista, ma una pace fondata su un accordo, una pace non attraverso la forza ma attraverso il diritto.

 

Quale pacifismo?

Lo Stato dispotico è un bersaglio costante della critica di Kant, poiché rappresenta il contrario del suo Stato ideale di K., ovvero lo Stato secondo il diritto o sub lege. Allo Stato dispotico, come forma cattiva di Stato, Kant contrappone come forma buona la repubblica, intesa non come l’antitesi della monarchia, ma come la forma di governo che, applicando il principio della separazione dei poteri, in modo particolare il potere esecutivo da quello legislativo, evita il vizio più grave dello Stato dispotico in cui la volontà pubblica (espressa dalla legge) è sostituita dalla volontà privata del sovrano.

" Ogni forma di governo che non sia rappresentativa [in cui il potere del governo non si confronti e non trovi il proprio limite nel potere legislativo, costituito dai rappresentanti dei cittadini, ndr] è infatti propriamente informe [nel senso che non "prende forma" la distinzione tra i due poteri, legislativo ed esecutivo, ndr], poiché il legislatore può essere in una sola e medesima persona anche esecutore del proprio volere (il che è inammissibile […]" (pag. 3, rigo 30).

Da questa critica deriva la tesi più originale, cui viene attribuito il rango di "primo articolo definitivo" del trattato, che suona così: "La costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana", dove per costituzione repubblicana K. intende in questo contesto una costituzione fondata sui tre principi della: libertà dei cittadini (della libertà esterna e negativa); della dipendenza di essi da un’unica legislazione ispirata all’idea del contratto originario; e dell’uguaglianza di tutti (beninteso soltanto formale o giuridica).

"Primo articolo definitivo per la pace perpetua: "La costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana"

La costituzione fondata: 1) sui principi della libertà dei membri di una società (in quanto uomini); 2) sui princìpi della dipendenza di tutti da un’unica comune legislazione (in quanto sudditi); 3) sulla legge dell’uguaglianza di tutti (in quanto cittadini), è la costituzione repubblicana, unica costituzione che derivi dall’idea del contratto originario su cui ogni legislazione giuridicamente valida di un popolo deve fondarsi. Questa costituzione è quindi in se stessa, per ciò che riguarda il diritto, quella che sta originariamente a fondamento di tutte le specie di costituzioni civili, e v’è solo da domandarsi se essa sia anche l’unica che può condurre alla pace perpetua" (pag. 2, rigo 56).

"Ora, la costituzione repubblicana è la sola perfettamente conforme al diritto degli uomini, ma anche la più difficile a costituirsi e ancor più a conservarsi, tanto che molti affermano che dovrebbe essere uno Stato di angeli poiché gli uomini, con le loro tendenze egoistiche, non sarebbero capaci di una costituzione di forma così sublime. Ma la natura, servendosi di quelle stesse tendenze egoistiche, viene in soccorso alla volontà generale fondata sulla ragione, tanto onorata ma praticamente impotente, cosicché solo da una buona organizzazione dello Stato (e di questa gli uomini sono capaci) dipende che le forze umane vengano reciprocamente ordinate in modo che l’una arresti 1’altra nei suoi effetti disastrosi oppure la elimini. In tal modo il risultato per la ragione è come se l’una e l’altra forza non esistessero e l’uomo pertanto è costretto ad essere, se non proprio moralmente buono, almeno un buon cittadino" (pag. 7, rigo 6).

Questa tesi rappresenta, per un verso, un’ulteriore limitazione all’estensione del modello giusnaturalistico dai rapporti fra individui ai rapporti fra gli Stati, in quanto pone come condizione preliminare, una condizione che riguarda lo status giuridico degli stessi soggetti dell’accordo, per cui non ogni accordo fra Stati sovrani può condurre al risultato proposto ma soltanto l’accordo fra Stati sovrani aventi una costituzione tale che già di per se stessa li rende più disponibili al ripudio della guerra. Per un altro verso, proprio questa correzione ne costituisce una tacita risposta alla critica fondata sulla non esatta riproduzione del modello, in quanto, se è vero che il patto di pace è soltanto un pactum societatis tra eguali cui non segue un ulteriore patto di soggezione di tutti a un potere superiore, è anche vero che l’accordo avviene fra Stati che per la loro stessa costituzione sono al loro interno meno proclivi ad avventurarsi in imprese belliche.

"La costituzione repubblicana ora, oltre alla schiettezza della sua origine derivantele dall’essere scaturita dalla pura fonte dell’idea del diritto, presenta anche la prospettiva del fine desiderato, ossia della pace perpetua. La ragione ne è la seguente: se (come in questa costituzione non può essere altrimenti) è richiesto l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba venir fatta, nulla è più naturale del fatto che, dovendo decidere di far ricadere su se stessi tutte le calamità della guerra (cioè combattere personalmente, pagarne del proprio le spese, riparare a forza di stenti le rovine che la guerra lascia dietro di sé e da ultimo, per colmo dei mali, assumersi ancora un carico di debiti che renderà dura la pace stessa e a causa di successive sempre nuove guerre non potrà mai estinguersi), essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco: mentre in una costituzione in cui il suddito non è cittadino e che pertanto non è repubblicana, la guerra è la cosa più facile del mondo perché il sovrano non è membro dello Stato, ma ne è il proprietario, nulla ha da rimettere, a causa della guerra, dei suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue case di diporto, delle sue feste di corte, ecc., può quindi decidere la guerra alla stregua di una specie di partita di piacere, per cause insignificanti, e per salvare le apparenze tranquillamente lasciare al corpo diplomatico, pronto a ciò in ogni tempo, il compito di giustificarla" (pag. 3, rigo 1).

Varie sono le forme di pacifismo, che si distinguono fra loro in base al modo di spiegare l’origine della guerra. Quello di K. è un pacifismo giuridico, poiché vede la principale causa delle guerre nello stato di anarchia internazionale e di conseguenza affida la loro eliminazione alla istituzione di una comunità giuridica fra gli Stati . Ma attraverso la richiesta che condizione preliminare per un accordo efficace sia la forma repubblicana degli Stati contraenti, la dottrina kantiana apre la strada alla corrente del pacifismo politico, che avrà vasta eco per tutto l’Ottocento, secondo cui, in virtù dello stesso argomento – la guerra prodotto esclusivo dell’arbitrio e talora del capriccio e degl’interessi privati dei principi che ne fanno ricadere sui loro sudditi i tristi effetti -, l’avvento dell’età della pace perpetua dovrebbe coincidere con la trasformazione degli Stati assoluti in Stati fondati sul rispetto della volontà popolare.

 

 

Il diritto cosmopolitico

Significativo è il terzo ed ultimo articolo definitivo che corrisponde alla terza parte del diritto pubblico, diviso in diritto pubblico interno (cui corrisponde il primo articolo), diritto pubblico esterno o diritto delle genti (cui corrisponde il secondo - "Il diritto internazionale dev’essere fondato su un federalismo di liberi Stati" -) e diritto cosmopolitico, che riguarda non più i rapporti dello Stato e i suoi sudditi, e neppure i rapporti dello Stato con gli altri Stati, ma i rapporti di uno Stato coi sudditi degli altri Stati. La massima fondamentale del diritto cosmopolitico è per Kant quella della "universale ospitalità", che comprende:

- il diritto di ogni straniero che si trova nel territorio di un altro Stato a non essere trattato ostilmente;

- l’obbligo dello stesso di non approfittare della ospitalità che gli è dovuta, per trasformare la visita in conquista, come spesso è accaduto per opera di Stati civili che hanno commesso ingiustizie nei riguardi di popoli meno progrediti;

- lo Stato ospitante deve impedire che col pretesto di stabilire stazioni commerciali gli stranieri accolti in base al dovere di ospitalità introducano truppe di occupazione.

Diritto di ospitalità, si tratta "di un diritto di visita spettante a tutti gli uomini, quello cioè di offrirsi alla socievolezza in virtù del diritto di possesso comune della superficie della Terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro ad una porzione determinata della Terra" (pag. 5, rigo 16).

Scopo di questi diritti e doveri è quello di contribuire alla instaurazione della pace universale: infatti, il dovere di uno Stato di lasciare libero accesso ai sudditi degli altri Stati favorisce il commercio – un’alternativa alla conquista nei rapporti internazionali; così come il dovere dello straniero ospitato di non impossessarsi di alcun territorio dello Stato ospitante elimina una delle forme di uso smodato della violenza.

"È lo spirito commerciale che non può coesistere con la guerra e che prima o poi si impadronisce d’ogni popolo. Poiché, di tutte le forze subordinate (come mezzi) al potere dello Stato, la forza del denaro sembra la più sicura, avviene che gli Stati si vedono costretti (non certo da motivi morali) a promuovere la nobile pace e, ovunque la guerra minacci di scoppiare nel mondo, a impedirla mediante compromessi, come se gli Stati fossero a tale scopo uniti in alleanze permanenti" (pag. 7, rigo 49).

Tenendo conto anche del secondo articolo, appare evidente che la formazione della lega dei popoli per raggiungere il suo scopo deve rispettare due limiti giuridici:

  1. quello derivante dal diritto pubblico interno che prescrive la costituzione repubblicana;
  2. e quello derivante dal diritto cosmopolitico che disconosce il diritto di conquista.

Tutto ciò spiega la straordinaria forza suggestiva che la teoria kantiana della pace perpetua ha esercitato in tutti i tempi e ancora esercita nel nostro per la complessità dell’articolazione interna che procede di pari passo con la semplicità essenziale della intera costruzione.

 

 

La pace e la storia

Il progetto per la pace perpetua non è concepito da K. come un’utopia . L’avvento di una comunità giuridica universale è iscritto nello sviluppo meccanico della Natura e insieme nel disegno generale della Provvidenza: in quanto tale è il prodotto di una causa efficiente e di una causa finale.

"Primo supplemento. Garanzia della pace perpetua

Ciò che fornisce tale garanzia non è altro che la grande artefice Natura (natura daedala rerum), dal cui corso meccanico scaturisce evidente la finalità di trarre dalle discordie degli uomini, anche contro la loro volontà, la concordia. Essa viene chiamata destino in quanto appare come necessità di una causa efficiente le cui 1eggi operative noi ignoriamo; ma considerata nella sua finalità nel corso del mondo le diamo il nome di provvidenza, in quanto si manifesta come profonda sapienza di una causa superiore rivolta al fine ultimo oggettivo del genere umano e predeterminante questo corso del mondo" (pag. 5, rigo 55).

"In quanto dunque la natura ha provveduto a che gli uomini potessero vivere dappertutto sulla Terra, essa ha pure dispoticamente voluto ch’essi dovessero vivere ovunque, anche contro la loro inclinazione e anche senza che questa costrizione presupponesse al tempo stesso alcun concetto del dovere il quale a ciò li obbligasse in nome di una legge morale: come mezzo a questo scopo essa ha scelto invece la guerra" (pag. 6, rigo 36).

" Il meccanismo della natura, mediante le tendenze egoistiche che naturalmente contendono tra loro anche nei rapporti esterni, può quindi essere utilizzato dalla ragione come un mezzo per giungere al proprio scopo, che è il precetto giuridico, e così favorire ed assicurare, per ciò che dipende dallo Stato, tanto la pace interna quanto quella esterna. Qui vale dunque l’assioma che la natura vuole irresistibilmente che il diritto finisca per trionfare. Ciò che in questo campo si trascura di fare finisce per prodursi da sé in modo assai fastidioso: "A piegare troppo il giunco esso si spezza, e chi vuole troppo non vuole nulla" (Bouterwek)" (pag. 7, rigo 28).

Dal punto di vista dell’uomo, tanto la pace interna da cui sono nati gli Stati quanto la pace esterna verso cui tende il diritto delle genti sono un puro dovere morale, cui non si può essere costretti. Ma la Natura (o la Provvidenza) ve lo predispongono e insieme trascinano.

"Data la malvagità della natura umana, che si rivela apertamente nei liberi rapporti dei popoli (mentre nello stato civile legale essa risulta in gran parte velata per effetto della coazione esercitata dai governi), è comunque da stupire che la parola diritto non abbia ancora potuto essere interamente bandita come pedantesca dalla politica di guerra, e che nessuno Stato abbia ancora osato dichiararsi pubblicamente in favore di quest’ultima" (pag. 4, rigo 13).

" Quest’omaggio che (almeno a parole) ogni Stato rende all’idea del diritto, dimostra però che nell’uomo si riscontra una disposizione morale più forte, anche se presentemente assopita, destinata a prendere un giorno il sopravvento sul principio del male che è in lui (e che egli non può negare) e a fargli sperare che ciò avvenga anche negli altri: altrimenti infatti la parola diritto non verrebbe mai sulla bocca degli Stati che vogliono aggredirsi, se non per prendersi gioco di essa, come quel principe gallo che affermava: "È privilegio concesso dalla natura al più forte sul più debole, che questo debba obbedire a quello" [probabilmente Kant si riferisce all’affermazione "guai ai vinti" di Brenno, ndr]" (pag. 4, rigo 22).

In quanto meta del corso storico dell’umanità, la pace perpetua costituisce un tema fondamentale non soltanto della teoria del diritto ma anche della filosofia della storia: K. vi dedica il primo supplemento del trattatello, intitolato Garanzia della pace perpetua.

Nella sua filosofia della storia K. affronta 4 problemi:

  1. se la storia sia progressiva;
  2. in che cosa consista il progresso o quale sia il criterio in base a cui si possa giudicare se vi sia stato progresso;
  3. quale ne sia il mezzo;
  4. quale la meta.

Rispetto alla prima domanda, per K. "il genere umano ha sempre progredito verso il meglio e continuerà a progredire" : il progresso consiste nel pieno sviluppo della ragione, il cui progresso procede di pari passo con quello della libertà. Del quale sviluppo, il mezzo principale è l’antagonismo, ovvero la "insocievole socievolezza", che spinge l’uomo sia ad associarsi sia a dissociarsi, e con ciò a rimettere continuamente in discussione l’assetto sociale che egli si è dato. Infine lo scopo della storia sociale è la costituzione di una società giuridica che abbracci tutta l’umanità, e che in quanto tale garantisca insieme con la pace universale, la libertà di tutti gli individui viventi sulla terra.

"Il meccanismo della natura, mediante le tendenze egoistiche che naturalmente contendono tra loro anche nei rapporti esterni, può quindi essere utilizzato dalla ragione come un mezzo per giungere al proprio scopo, che è il precetto giuridico, e così favorire ed assicurare, per ciò che dipende dallo Stato, tanto la pace interna quanto quella esterna. Qui vale dunque l’assioma che la natura vuole irresistibilmente che il diritto finisca per trionfare. Ciò che in questo campo si trascura di fare finisce per prodursi da sé in modo assai fastidioso: "A piegare troppo il giunco esso si spezza, e chi vuole troppo non vuole nulla" (Bouterwek)" (pag. 7, rigo 28).

Dunque l’istituzione di una comunità giuridica universale è un dovere morale, specie dei sovrani. Ma può un sovrano perseguire un fine così alto senza venir meno alle regole della prudenza politica che gl’impongono di non tener conto in certe circostanze dei precetti morali? Per rispondere a questa domanda K. è indotto a porsi il problema tradizionale del rapporto tra morale e politica. Vi dedica le due appendici, rispettivamente intitolate, Sulla discordanza fra morale e politica in ordine alla pace perpetua e Dell’accordo della politica con la morale secondo il concetto trascendentale del diritto pubblico

 

Il politico morale

K. sostiene la subordinazione della politica alla morale, ovvero l’impossibilità di introdurre una qualsiasi distinzione fra morale e politica. La morale è l’insieme delle leggi incondizionatamente imperative, e di conseguenza non si può non attuarla. Sulla base di ciò, K. distingue tra:

- il politico morale che interpreta i principi della prudenza politica in modo che essi possano coesistere con la morale: è l’ideale del buon politico che gradualmente si avvicina alla costituzione di comunità giuridica; e Kant lo approva perché rappresenta l’ideale del buon politico che, gradualmente, si avvicina allo scopo dell’unione universale degli Stati attraverso la costituzione di una comunità giuridica.

- il moralista politico che si foggia una morale secondo gli interessi dell’uomo di Stato, ovvero facendosi guidare dai principi della Ragion di Stato; e Kant lo condanna, sebbene abbia sempre trovato il terreno più propizio per la sua estrinsecazione nella sfera dei rapporti internazionali.

"Secondo supplemento. Articolo segreto per la pace perpetua

Un articolo segreto in trattative di diritto pubblico è oggettivamente, cioè considerato nel suo contenuto, una contraddizione; ma, giudicato soggettivamente, cioè in base alla qualità della persona che lo detta, può benissimo contenere un elemento di segretezza nel senso che questa persona crede nocivo alla sua dignità il dichiararsi pubblicamente autore di esso.

L’unico articolo di questo genere è contenuto nel principio: "Le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pace pubblica devono essere prese in considerazione dagli Stati armati per la guerra"" (pagg. 7-8, rigo 60).

"Che i re filosofeggino o i filosofi diventino re, non ce lo dobbiamo attendere e anzi neppure desiderare, poiché il possesso della forza corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione. Ma che re o popoli sovrani (cioè popoli che si reggono secondo leggi di uguaglianza) non lascino perdere o ammutolire la classe dei filosofi, ma la lascino parlare pubblicamente, questo è indispensabile agli uni e agli altri per avere luce sui loro propri affari; ed è anche cosa che, essendo questa classe per sua natura immune da spirito fazioso ed incapace di cospirare, non può essere tacciata di propaganda" (pag. 8, rigo 22).

Nei 6 articoli coi quali il trattatelo ha inizio, K. rivela quale fiducia riponga nella condotta morale dei sovrani per un deciso mutamento di rotta nei riguardi della guerra come mezzo per la soluzione delle controversie fra Stati. I 6 articoli contengono divieti rivolti ai sovrani (comportamenti che facilitano lo scoppio di nuove guerre o che ostacolano lo stabilimento della pace), in conformità con la suprema massima secondo cui la persona umana non va mai considerata come mezzo.

"3. "Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo scomparire interamente"

Essi infatti minacciano incessantemente gli altri Stati con la guerra, dovendo sempre mostrarsi armati a tale scopo, ed eccitano gli altri Stati a gareggiare vicendevolmente in qualità di armamenti in una corsa senza fine: e siccome per le spese a ciò occorrenti 1a pace diventa da ultimo ancor più oppressiva che non una breve guerra, così tali eserciti permanenti diventano essi stessi la causa di guerre aggressive condotte per liberarsi da quel peso. A ciò si aggiunga che assoldare uomini per uccidere o farli uccidere appare un far uso di uomini come di semplici macchine e strumenti nelle mani di un altro (dello Stato), il che non può affatto conciliarsi con il diritto dell’umanità insito nella nostra persona" (pag. 1, rigo 42).

"2. "Nessuno Stato indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione".

Uno Stato infatti non è (come il territorio su cui ha la sua sede) un bene (patrimonium): è una società di uomini, sulla quale nessun altro se non lei stessa può comandare e disporre. Incorporare ora lo Stato, che come tronco ha le sue proprie radici, in un altro Stato a mo’ di innesto, significa sopprimerne l’esistenza come persona morale, fare di questa una cosa: e ciò contraddice all’idea del patto originario senza il quale non può concepirsi diritto sopra un popolo" (pag. 1, rigo 30).

"6. "Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi atti di ostilità che renderebbero impossibile la reciproca fiducia nella pace futura: come, ad es., l’assoldare sicari (percussores) ed avvelenatori (venefici), la rottura della capitolazione, l’istigazione al tradimento (perduellio) nello Stato al quale si fa guerra, ecc.".

Questi sono stratagemmi disonesti. Infatti una qualche fiducia nella disposizione d’animo del nemico deve ancora sussistere anche nella guerra, poiché altrimenti non potrebbe neppure concludersi alcuna pace e l’ostilità degenererebbe in una guerra di sterminio (bellum internecinum). La guerra è infatti solo il triste mezzo necessario nello stato di natura (dove non esiste tribunale che possa giudicare secondo il diritto) per affermare con la forza il proprio diritto, non potendo in tale stato esser considerata nemico ingiusto nessuna delle due parti (perché ciò presuppone già una sentenza giudiziaria) e decidendo solo l’esito del combattimento (come nel cosiddetto giudizio di Dio) da quale parte stia il diritto: ma tra due Stati non è concepibile una guerra punitiva (bellum punitivum) poiché tra essi non sussiste rapporto di superiore ad inferiore" (pag. 2, rigo 17).

Tutte queste massime valgono solo se non si dà più ascolto agli "illuminati principi della ragion di Stato", per i quali "si fa consistere il vero onore dello Stato nell’accrescimento continuo di potenza": per cui l’etica della virtù e l’etica della potenza sono incompatibili.

 

PROVE DI VERIFICA: varie tipologie

Testo filosofico: I. KANT, Per la pace perpetua. Un progetto filosofico

 

∞ DEFINIZIONI

Definisci i seguenti termini:

stato di natura; società civile; Stato; Costituzione repubblicana; federazione di popoli; diritto di ospitalità; politico morale; ragione; lega di pace; morale.

∞ DOMANDE A RISPOSTA ARGOMENTATA (rispondi con un breve testo di circa 10 righe)

  1. Come s’inserisce il problema della pace perpetua nel quadro della riflessione morale kantiana?
  2. Qual è il sistema concettuale nel quale costruisce la sua teoria della pace perpetua? E quali sono i concetti fondamentali?


  3. Individua e mostra analogie e differenze tra il contrattualismo di Hobbes e quello di Kant – anche se sono due campi diversi: Hobbes sicurezza interna; Kant pace internazionale -.

  4. Perché Kant, rispetto alla costituzione della Federazione di popoli, si limita al pactum societatis e non prevede anche un pactum subiectionis?
  5. Illustra il fondamento che sta alla base degli articoli definitivi per la pace perpetua tra gli Stati.
  6. Individua i motivi per cui, secondo Kant, "la costituzione d’ogni Stato dev’essere repubblicana".

∞ DOMANDE A RISPOSTA BREVE

  1. Il secondo articolo definitivo per la pace perpetua afferma che "il diritto internazionale dev’essere fondato su un federalismo di liberi Stati". Quali sono i limiti giuridici perché la lega dei popoli raggiunga il suo scopo?
  2. Pur constatando e affermando "la malvagità della natura umana", come mai l’atteggiamento di Kant è tuttavia improntato all’insegna dell’ottimismo?
  3. Dopo aver riconosciuto le condizioni della pace nella costituzione repubblicana dei singoli Stati, nella federazione degli Stati e nel diritto cosmopolitico, perché nell’Appendice Kant afferma che "l’onestà è migliore di ogni politica"?

∞ SAGGIO BREVE (breve testo argomentato)

Nella sua ricerca dei mezzi per realizzare la pace perpetua tra gli Stati, Kant rivela una fede illuministica nelle possibilità umane di intervenire efficacemente nel corso della storia. Qual è la concezione della natura umana che emerge da queste pagine? Per quali motivi il suo pacifismo non si può definire né utopistico, né visionario? Conosci altre teorie politiche simili a questa? Contestualizza…Attualizza…