LOGICA, SEMIOTICA E FANEROSCOPIA
IN CHARLES SANDERS PEIRCE

 

PRESENTAZIONE:

Destinatari: studenti del terzo anno di corso di liceo classico e del quinto anno di corso del liceo scientifico

Presupposti: a) conoscenza delle linee principali della storia della filosofia dal XVII al XVIII secolo, in particolare, Descartes, Locke, Leibniz, Kant; b) capacità di lettura e analisi di un manuale, di un saggio filosofico, di un testo filosofico.

Obiettivi: a) conoscenza della logica, della semiotica e della faneroscopia peirceane, in particolare nei loro rapporti e per quanto riguarda la fondazione semiotica della logica e della faneroscopia; la dottrina delle categorie peirceana; b) competenze: capacità di analisi e ricostruzione della dottrina di Peirce a partire dal manuale, da un saggio filosofico, da un brano di un’opera filosofica; capacità di comprensione di un testo filosofico e della sua struttura espositiva e argomentativa, con attenzione alla sua genesi teorica, al suo contesto storico e al ruolo che esso occupa nello sviluppo della riflessione di Peirce; capacità di individuazione e ricostruzione delle argomentazioni elaborate da Peirce; capacità di comprensione del linguaggio tecnico e specialistico di Peirce; c) atteggiamenti: sviluppo di una lettura attenta, critica e aperta all’accoglimento di prospettive e linguaggi filosofici nuovi e differenti.

Tempi: quattro ore, inclusa un’ora da dedicare allo svolgimento della verifica sommativa.

Strumenti: manuale, saggi, testi.

Metodi: lezioni introduttive, lettura guidata degli strumenti indicati.

Contenuti: cfr. più avanti.

Verifiche sommative: cfr. le guide alla comprensione dei testi proposti.

Verifiche formative: cfr. la guida alla comprensione dell’unità di apprendimento

CONTENUTO:

L’avvio di una riflessione: il rapporto con Kant e la tradizione

A partire da una riflessione critica sulla dottrina kantiana delle categorie, Charles Sanders Peirce sviluppa una concezione della rappresentazione come forma della mediazione, tramite la quale il correlato del pensiero si offre al soggetto della conoscenza. Tale offerenza, lungi dall’essere immediata (di carattere intuitivo per quanto concerne i fenomeni esterni, e di natura introspettiva per quanto riguarda i fenomeni interni), è anzi mediata dalla rappresentazione, che assume così il ruolo di medio tra il soggetto e l’oggetto nella relazione conoscitiva.

Ogni oggetto è conosciuto solo in relazione ad un soggetto conoscente, cioè in una relazione nel contesto della quale non appare se non in forma mediata, ed ha così il carattere della rappresentazione: per questo Peirce può sostenere che "qualsiasi cosa è, è una rappresentazione" (Ch. S. Peirce, Writings, 1: 324, citato da R. Fabbrichesi leo, Introduzione a Peirce, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 4). Una simile affermazione è già orientata nel senso di una concezione del mondo come insieme di rappresentazioni, come trama di mediazioni ognuna delle quali rinvia ad altro, ma è solo con lo studio della logica ed in particolare con lo sviluppo di una teoria dell’inferenza che tale concezione porta a maturazione tutti i suoi frutti.

Particolarmente interessante si rivela la critica peirceana all’intuizione e all’introspezione, ovvero alle forme classiche dell’immediatezza dell’esperienza: Peirce ritiene che non vi sia nulla di immediato e che anzi il pensiero proceda tramite la mediazione di segni. Conseguenza di una simile affermazione è il rivolgimento di una concezione del mondo come insieme di cose e fatti, propria del senso comune, in una concezione del mondo di matrice semiotica, come intreccio di segni.

Le linee guida della riflessione peirceana: la logica

La riflessione di Peirce si muove sostanzialmente lungo tre linee guida: la prima è quella del riesame critico della dottrina kantiana delle categorie, funzionale all’elaborazione di una nuova tavola delle categorie stesse. La seconda è quella della semiotica, ovvero dello studio dei segni e delle principali modalità di significazione, fondata sulle tripartizione della rappresentazione in "Somiglianze", "Indici" e "Simboli". La terza è invece quella della logica e dello sviluppo di una teoria dell’inferenza basata sull’ipotesi come unica forma di inferenza valida. Accanto a queste linee-guida è possibile individuare importanti sviluppi come l’adozione di un atteggiamento fenomenologico nella "faneroscopia" e la dottrina dei "Grafi Esistenziali", intesi quali "immagine mobile del pensiero", ovvero come tentativo di rappresentazione grafica dello sviluppo del pensiero nelle sue articolazioni logiche.

Lungo la prima delle tre linee-guida citate Peirce lavoro in modo assai fruttuoso alla rielaborazione di una tavola delle categorie, giungendo ad individuare, in un lavoro di riscrittura durato dal 1857 al 1866, tre categorie principali: "Qualità", "Relazione", "Rappresentazione". Assolutamente necessario è mettere in evidenza il fatto che le tre categorie non siano da intendere quali termini assoluti, ma anzi vadano colte nel senso di un riferimento, ovvero di un rinvio ad un elemento del processo conoscitivo. Così la "Qualità" consiste in un riferimento ad un "ground", la "Relazione" ad un "Correlato", e la "Rappresentazione" ad un "Interpretante": questi elementi costituiscono i gradi del processo conoscitivo, identificato da Peirce con il passaggio predicativo dall’"Essere" alla "Sostanza". Mentre con l’espressione "Correlato" Peirce indica il concetto, più complessa è la spiegazione dei termini "ground" e "Interpretante": se il primo indica l’ambiente che fa da sfondo a determinati motivi e rispetti dell’interpretazione, il secondo definisce una rappresentazione che "svolge la funzione di un interprete il quale afferma che uno straniero dice le medesime cose che egli stesso sta dicendo" (Ivi, 2 : 253, p. 10).

La comparsa della nozione di "Interpretante" introduce nella relazione segnica l’idea di un terzo che funga da medio e insieme da supporto, necessario per la riuscita del processo del pensiero e di quello della conoscenza: di quella che si potrebbe chiamare la terzità dell’"Interpretante" rispetto alla "Qualità" e alla "Relazione", Peirce si ricorderà in occasione di una ulteriore revisione della sua tavola della categorie, fondata sulla scansione dell’esperienza conoscitiva in "Primità", "Secondità" e "Terzità".

Il segno, l’oggetto e l’interpretante: la fondazione semiotica della logica

In ambito semiotico Peirce perviene ad una distinzione tra "esistenza" e "realtà", intendendo con la prima il semplice accadere bruto di qualcosa, ed esprimendo con la seconda il fatto che qualcosa, per una comunità di interpretanti e a lungo andare, acquisisca un determinato "significato" e faccia emergere una determinata "verità". Il "significato" è inteso da Peirce come ciò che si è pronti a fare di fronte in un certo contesto ad una determinata situazione, ed è perciò un concetto di carattere funzionale e metodologico. La nozione di "verità" è invece definita da Peirce come l’oggetto pubblico delle interpretazioni accettate a lungo andare nel contesto di una determinata comunità, ed ha a che fare con una concezione pragmatica dell’idea di "tradizione".

Proprio quest’ultima linea guida del pensiero peirceano è quella che conduce l’autore a concepire la mente come "segno che si sviluppa secondo leggi inferenziali" (Ch. S. Peirce, Writings, 2 : 240, citato da R. Fabbrichesi leo, Introduzione a Peirce, cit., p. 27): l’idea peirceana della mente come segno e del procedere segnico del pensiero si basa su di una concezione di segno come di "qualsiasi cosa che determini qualcos’altro (il suo interpretante) a riferirsi ad un oggetto al qual esso stesso si riferisce (il suo oggetto) nello stesso modo" cosicché l’interpretante stesso diventa un segno. "Interpretante" è qui per Peirce chiunque eserciti un’interpretazione: per chiarire, dall’animale allo Sturm und Drang. Il divenire segno dell’interpretante implica l’aprirsi della relazione segnica ad un processo infinito di significazione e interpretazione, nel contesto di un processo che si può caratterizzare come semiosi infinita. Anime di questo processo di semiosi infinita sono gli interpretanti che al suo interno sorgono, mentre corpi ne sono i segni, i quali rinviano ad un determinato oggetto solo in virtù di certi caratteri propri del segno ("Icone"), in virtù di un legame di determinazione reale ("Indici), in virtù di una legge ("Simbolo").

"Primo", "Secondo" e "Terzo": la concezione semiotica dell’esperienza e della realtà

La concezione semiotica dell’esperienza sviluppata da Peirce, in particolare per quanto concerne l’idea della significazione dell’"Indice" in base ad una determinazione reale, permette di intravedere operante in Peirce una concezione del mondo di carattere realista. Il realismo di Peirce però, lungi dall’essere un realismo ingenuo, non ammette senz’altro l’esistenza reale di cose e fatti in uno spazio esterno alla coscienza e al corpo, ma afferma la validità di significati e verità in relazione alla operatività effettuale di credenze e abiti di risposta: è un tipo di realismo che si potrebbe definire semiotico e pragmatista. "Semiotico" perché ad essere affermata è l’effettualità delle strutture segniche; "pragmatista" perché verità e credenze, che emergono nel contesto di una "semiosi infinita", sono determinate in termini di abiti mentali.

Nel contesto di un tale atteggiamento di realismo semiotico e pragmatista, la nuova scansione dell’apparato categoriale in "Primità", "Secondità", "Terzità" ricopre una valenza che si potrebbe definire "metafisica", in quanto esse si riferiscono non solo alla dimensione gnoseologica e semiologica, ma anche a quella ontologica. "Primità" indica infatti per Peirce la delicatezza della presenza originaria della vita, mentre l’idea di "Secondità" si riferisce alla brutalità dell’accadere di qualcosa in relazione a qualcos’altro. "Terzità" si riferisce poi alla legge di condotta per cui qualcosa, per qualcuno e sotto un certo riguardo, ha un determinato significato. A proposito del rapporto tra le tre categorie, Peirce mette in evidenza che, nonostante "Primo" e "Secondo" siano sufficienti per una descrizione rozza dell’esperienza, esse risultano inadeguate per una comprensione profonda della stessa, per la quale è anzi necessaria la categoria del "Terzo", che fa da "ponte tra l’assoluto primo e l’ultimo".

Peirce precisa però che ad essere "reale" in senso stretto è solamente la categoria della "Terzità", quella cioè degli abiti mentali, delle regole di condotta, delle leggi: essa è reale in quanto media tra la purezza incontaminata del "Primo" e la fatticità bruta del "Secondo". Sostiene anzi Peirce che gli elementi dell’esperienza che cadono sotto le categorie di "Primità" e di "Secondità" possono essere rintracciati solo tramite i "Terzi", i quali peraltro sono tali solo nel contesto della mediazione tra i "Primi" e i "Secondi" che essi stessi, i "Terzi", operano. "Primi", "Secondi" e "Terzi" sono da intendere non come ordini del reale separati fra loro, ma come dimensioni costitutive sia dell’esperienza nel suo complesso sia del singolo fenomeno d’esperienza nella sua individualità.

Va sottolineato che talvolta, nel contesto della mediazione tra "Primo" e "Secondo" operata dal "Terzo", il "Primo" viene da Peirce considerato come "l’assoluto primo", come se fosse inizio assoluto e non anello di una catena infinita; la stessa nozione di "Primità" tra l’altro, connotata nei termini della immediatezza della sensazione, lascia pensare a qualcosa di originario e non (ancora) mediato dalla relazione segnica. Sembra qui di poter cogliere un contrasto tra il concetto di "semiosi infinita" e la nozione di "Primità", dato che quella esclude l’idea della originarietà inclusa da quest’ultima. In realtà tale contrasto è appianato dallo stesso Peirce il quale, nel contesto di una riflessione sul concetto di "esperienza pura", afferma che ciò che si chiama esperienza pura non è assolutamente esperienza: lo stesso pensarla infatti fa sì che essa perda quella presunta innocenza che erroneamente le si attribuisce. Lungi dal darsi in una immediatezza originaria, essa è colta, a partire da quella dimensione dell’esperienza costituita dalle leggi dell’azione e dagli abiti del pensiero, come sfondo di possibilità proprio di questi livelli dell’esperienza.

Uno sviluppo problematico: la faneroscopia

Parte delle riflessioni relative al rapporto tra sensazione, azione e pensiero, vengono elaborate da Peirce in un ambito diverso da quello della metafisica tradizionalmente intesa, nel contesto di una disciplina che egli chiama "faneroscopia", intesa come l’indagine di tutto ciò che si presenta alla coscienza in un determinato momento e secondo un determinato senso: una tale indagine mette in atto un atteggiamento di carattere fenomenologico.

In senso faneroscopico la categoria del "Primo" sembra poter essere intesa come un dato dell’esperienza: una simile concezione pone il problema del rapporto tra l’originarietà immediata del "Primo" e la natura mediata proprie dell’esperienza e dell’esistenza. In ambito logico "Primo", "Secondo" e "Terzo" vengono da Peirce posti in rapporto rispettivamente al caso, alla legge e al risultato: in particolare in occasione dell’elaborazione di una teoria dell’inferenza Peirce afferma che "il caso è Primo, la legge è Seconda, la tendenza ad assumere abitudini è Terza". "Primo" è qui il caso nella sua irriducibile singolarità, il fatto nella sua ineludibile attualità: il caso, trattato nel contesto di una teoria dell’inferenza e colto nel suo rapporto con la regola ed il risultato, dà adito a giudizio di Peirce a tre differenti tipi di ragionamenti, codificati come "deduzione", "induzione" e "ipotesi". Di questi solo l’"ipotesi" è un tipo di ragionamento utile dal punto di vista inferenziale, perché non si limita a classificare, ma "spiega".

Uno sviluppo coerente: la cosmologia

Se in ambito logico la nozione di "Primo" è legata alla singolarità del caso, in ambito cosmologico è da Peirce inserita nel contesto di una continuità cosmica che coinvolge individuo e ambiente: la cosmologia di Peirce dimostra di tenere conto degli assunti della semiotica più di quanto non faccia la faneroscopia, che presuppone invece la sussistenza di una dimensione dell’esperienza, quella della "Primità", caratterizzata dalla purezza dell’immediato, "senza riferimento a null’altro". L’assenza di riferimento ad altro sembra escludere del tutto l’esistenza, a questo livello dell’esperienza, di una qualsiasi relazionalità, che subentra a giudizio di Peirce peraltro solo con la "Secondità" e che nella "Terzità" trova una sua formalizzazione a livello del comportamento sociale.

La cosmologia di Peirce, declinata come la faneroscopia sulla triadicità della dottrina delle categorie, afferma l’esistenza di tre leggi fondamentali dell’universo, basate la prima ("tichismo") sulla concezione del caso come elemento dominante, la seconda sulla percezione di una continuità nel tessuto del mondo ("sinechismo"), la terza sull’affinità conoscitiva tra uomo e mondo ("agapismo"). La seconda e la terza legge affermano l’esistenza di un rapporto assai stretto tra uomo e mondo, rapporto secondo il quale la tendenza dell’uomo a conoscere troverebbe soddisfazione, prima ancora che in un generico orientamento dell’uomo verso la verità, in una specifica continuità, ontologica e gnoseologica, tra la mente dell’uomo e il mondo. Che tale continuità sia declinata, e debba essere interpretata, per via semiotica, è la chiave di volta della riflessione filosofica di Peirce.

TESTI E TRACCE DI ANALISI CON VALORE DI VERIFICHE FORMATIVE:

Nel seguente brano Peirce afferma la necessità di riformulare una dottrina delle categorie che possa superare le mancanze della formulazione kantiana. Peirce individua un errore in quella che egli considera la mancata fondazione della tavola preliminare delle categorie di Kant:

"… Kant individua alcune relazioni tra le categorie. Io ne ho scoperte delle altre; ma queste altre, se si considerassero in relazione ordinata ad un insieme di concetti, dovrebbero far parte di un sistema più ampio di quello offerto dalla lista kantiana. […] Il suo errore consiste nel non dare alcuna garanzia della correttezza della tavola preliminare, oltre a non esibire quel diretto riferimento all’unità della consistenza che sola dà validità alle categorie" (Charles S. Peirce, Writings of Charles Sanders Peirce, Indiana University Press, Bloomington, 1: 351)

Per la comprensione:

  1. Qual è la scoperta di cui parla Peirce rispetto alla dottrina kantiana delle categorie?

2) Qual è a giudizio di Peirce l’errore compiuto da Kant nella sua dottrina?

Nel seguente passo dei Collected Papers Peirce sviluppa una concezione pragmatista del significato, che sarà il fulcro delle riflessioni di tutti i pensatori che saranno influenzati dal clima di pensiero del pragmatismo:

"Per sviluppare il significato di una cosa, dobbiamo semplicemente determinare quali abiti essa produce perché quel che una cosa significa consiste semplicemente negli abiti che essa implica. Ora l’identità di un abito dipende dal come esso può condurci ad agire, non solo nelle circostanze che possono probabilmente accadere, ma anche in quelle che, per improbabili che siano, sono tuttavia possibili. […] Così noi arriviamo a quello che è tangibile e concepibilmente pratico come alla radice di ogni reale distinzione di pensiero, anche della più sottile; e non c’è distinzione di pensiero consista in una possibile differenza pratica". (Charles S. Peirce, Collected Papers of Charles Sanders Peirce, Harvard University Press, Cambridge 5, 400)

Per la comprensione:

  1. In cosa consiste a giudizio di Peirce il significato di una cosa?
  2. Da cosa è definita l’identità di un abito?
  3. A quali esiti è consentito giungere tramite una concezione del significato come abito?

La filosofia di Peirce si fonda su di una concezione del segno basata sulla distinzione di tre aspetti, detti riferimenti. Ecco a confronto due delle molteplici definizioni del concetto di segno sviluppate da Peirce nel corso della sua rifflessione:

"Ora, un segno, in quanto tale, ha tre riferimenti: primo, è un segno rivolto a (to) qualche pensiero che lo interpreta; seconda, è un segno per (for) qualche oggetto al quale in quel pensiero è equivalente; terzo, è un segno in qualche rispetto o qualità, che lo pone in connessione con il suo oggetto" (Charles S. Peirce, Writings, cit., 2: 223)

Per la comprensione:

  1. A cosa è rivolto il segno e quale ruolo ha l’entità cui il segno è rivolto?
  2. Di cosa è segno un segno e quale relazione sussiste tra segno e cosa per il pensiero che interpreta il segno?
  3. Che rapporto sussiste tra segno e oggetto e su cosa si fonda tale rapporto?

"Segno. Qualsiasi cosa che determini qualcos’altro (il suo interpretante) a riferirsi ad un oggetto al quale esso stesso si riferisce (il suo oggetto) nello stesso modo, divenendo l’interpretante a sua volta un segno, e così via ad infinitum". (Charles S. Peirce, Collected Papers, cit., 2. 303)

Per la comprensione:

  1. Quali aspetti di novità si possono riscontrare dal punto di vista terminologico rispetto alla definizione precedente?
  2. Che cosa è un interpretante?
  3. Quale importante novità rispetto al passo dei Writings si può cogliere dal punti di vista dei rapporti tra segno e interpretante?

In questa riflessione Peirce sviluppa una fondazione semiotica della logica, connettendo tra loro teoria del segno, teoria della predicazione e teoria dell’inferenza:

"Non vi è alcuna differenza a livello logico tra proposizioni ipotetiche e proposizione categoriche. Il soggetto è segno del predicato, l’antecedente è segno del conseguente, e questo è l’unico punto che riguardi la logica". (Charles S. Peirce, Writings, cit., 1: 337)

Per la comprensione:

  1. Quale rapporto sussiste a giudizio di Peirce tra logica proposizionale e logica predicativa?
  2. Su cosa si fonda questo tipo di rapporto?

Nel seguente passo Peirce sviluppa una radicale critica, articolata in quattro punti, di alcuni concetti fondamentali della gnoseologia classica del XVII secolo e propone una nuova concezione del pensiero, del ragionamento e della conoscenza:

"1. Noi non abbiamo alcuna capacità di introspezione, ma tutta la conoscenza del mondo interno è derivata per ragionamento ipotetico dalla nostra conoscenza dei fatti esterni.

2. Noi non abbiamo alcuna capacità di intuizione, ma ogni cognizione è determinata logicamente da cognizioni precedenti.

3. Noi non abbiamo alcuna capacità di pensare senza segni.

4. Noi non abbiamo alcuna nozione dell’assolutamente inconoscibile". (Charles S. Peirce, Writings, cit., 2: 213)

Per la comprensione:

  1. Cosa riguarda la prima critica di Peirce e da dove deriva la conoscenza del mondo interno?
  2. Qual è l’oggetto della seconda critica di Peirce e come si genera la conoscenza del mondo esterno?
  3. Quale è la funzione dei segni nel pensiero?

Nella riflessione che segue Peirce propone una concezione di esperienza connessa all’idea di fenomeno, cui viene connessa una nuova disciplina filosofica:

"Nell’interesse di quella esattezza terminologica senza la quale nessuno studio può divenire scientifico, propongo il termine faneron (phaneròn) per denotare qualsiasi cosa possa presentarsi dinanzi alla mente in qualunque senso […]. Risulterà chiaro da quanto si è detto che la faneroscopia non si pone il problema di chiedersi fino a che punto i faneron da essa studiati corrispondano a qualcosa di reale. Essa si astiene religiosamente da ogni speculazione sulla relazione tra le sue categorie ed eventi di ordine fisiologico, cerebrale o altro […], semplicemente scruta con attenzione le apparenze immediate, cercando di unire ad un’estrema precisione la più ampia generalizzazione possibile". (Charles S. Peirce, Annotated Catalogue of the Papers of Charles S. Peirce, a cura di R. Robin, University of Massachusetts Press, Amherst 1967)

Per la comprensione:

  1. Cosa intende Peirce con l’espressione faneron?

2) Cos’è la faneroscopia e qual è il suo compito?

3) Che rapporto c’è nella faneroscopia tra apparenza e generalità?

La seguente riflessione di Peirce riguarda da una parte il rapporto logico tra categorie, dall’altro quello gnoseologico tra categorie ed esperienza: Peirce mette in evidenza come non si possa stabilire un rapporto di primità assoluta.

"Primo e Secondo […] sono categorie che ci mettono in grado di descrivere rozzamente i fatti dell’esperienza, e soddisfano la mente per lungo tempo. Ma alla fine si scopre che sono inadeguate, ed il Terzo è il concetto di cui allora c’è bisogno. Il Terzo è ciò che funge da ponte sull’abisso tra l’assoluto primo e l’ultimo, e che li mette in relazione". (Charles S. Peirce, Collected Papers, cit., 1. 359)

Per la comprensione:

  1. Che ruolo hanno Primo e Secondo?
  2. Qual è invece la funzione del Terzo?

La riflessione sulle categorie logiche e sulla natura semiotica sia del pensiero che della realtà conduce Peirce a ritenere possibile l’applicazione delle categorie anche alla realtà stessa in un ambito che il pensatore americano non esita a definire senz’altro cosmologico:

"Il caso è Primo, le legge è Seconda, la tendenza ad assumere abitudini è Terza. Lo spirito è Primo, la materia è Seconda, l’evoluzione è Terza. Tali sono i principi materiali con i quali una teoria filosofica dovrebbe essere costruita, per rappresentare lo stato di conoscenze al quale il XIX secolo ci ha condotti. Senza entrare in altre importanti questioni di architettonica filosofica, possiamo facilmente prevedere quale specie di metafisica verrebbe costruita in base a questi concetti. […] Questa metafisica supporrebbe che nel principio – infinitamente remoto – ci fosse un caos di sensazione o impressione spersonalizzata, il quale non avendo né connessione né regolarità non avrebbe avuto neppure propriamente esistenza. Questa sensazione, generando a caso rampolli puramente arbitrari, avrebbe dato inizio al germe di una tendenza generalizzante. Gli altri rampolli sarebbero stati evanescenti, ma questo avrebbe avuto la virtù di crescere. Così si sarebbe dato inizio alla tendenza all’abitudine; e da questa, con gli altri principi di evoluzione, tutte le regolarità dell’universo si sarebbero evolute". (Charles S. Peirce, Collected Papers, cit., 6. 33)

Per la comprensione:

  1. Come viene scandito il rapporto tra caso, legge e tendenza ad assumere abitudini? Come viene scandito il rapporto tra spirito, materia, evoluzione?
  2. A quale tipo di filosofia mette capo la riflessione di Peirce su caso, legge e tendenza ad assumere abitudini?
  3. Da dove derivano, a giudizio di Peirce, tutte le regolarità presenti nell’universo?

 

SCHEDA DI LAVORO CON VALORE DI VERIFICA SOMMATIVA:

La logica

  1. Che ruolo ha la rappresentazione nell’esperienza di conoscenza dell’oggetto da parte del soggetto?
  2. Qual è l’esito di una concezione della conoscenza come mediata dalla rappresentazione?
  3. Prova a riscrivere una delle possibili tavole delle categorie elaborate da Peirce

La semiotica

 

  1. Cos’è il segno per Peirce?
  2. Che rapporto c’è a giudizio di Peirce tra segno e interpretante?
  3. Che rapporto c’è tra logica e semiotica?
  4. Che rapporto c’è tra semiotica e cosmologia?

La faneroscopia

  1. Cos’è il faneron per Peirce?
  2. Qual è il compito della faneroscopia?
  3. Che rapporto c’è tra dottrina delle categorie e faneroscopia?