Intersezioni

POSTMODERNO

Prerequisiti:

Linee generali dell’Illuminismo e del Positivismo, la "morte di Dio" e il Nichilismo in Nietzsche, la "concezione epocale" dell’essere in Heidegger. La "teoria dei giochi" di Wiitgenstein.

 

Obiettivi

Conoscenze:

1. Conoscenza delle nozioni generali che caratterizzano il Post-moderno come espressione del "clima" o "atmosfera" del nostro tempo, con particolare riguardo al pensiero di Lyotard e Vattimo.

Competenze:

1. Comprendere come il modernismo e il postmodernismo interessino tutti gli aspetti della realtà e della vita dell'uomo e non siano semplicemente dei termini per definire specifiche correnti culturali.

2. Saper distinguere all’interno di una riflessione o di una argomentazione (un articolo giornalistico, un testo narrativo, un testo filosofico ecc..) gli elementi, qualora ve ne siano, inscrivibili nell’ambito "moderno" da quelli inscrivibili nell’ambito "postmoderno".

3. Individuare possibili connessioni tra l’ambito sociale e culturale in cui si vive e il pensiero filosofico postmoderno.

Strumenti:

1.Elena Maggio, Moderno/Postmoderno, da http://www.ilgiardinodeipensieri.com/temi/indice-temi-ft.htm

2. Giuseppe Petronio, Il Postmoderno, intervento d'apertura tenuto dal professor Giuseppe Petronio, Presidente dell'Istituto Gramsci F.-V.G., per il convegno: Postmoderno?, tenuto a Trieste il 28 e 29 dicembre 1998 e organizzato dall'Istituto Gramsci F.-V.G. e da La Cappella Underground (http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=redir.php?articleid=67).

3. Remo Ceserani, Raccontare il Postmoderno, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.

4. Giovanni Fornero, Protagonisti e Testi della Filosofia, Torino, Paravia, 2001.

5. Gianni Vattimo, Scienza e Tecnica. Una mappa filosofica del 900, Torino, Paravia scriptorium, 1997

Metodi:

Lezione frontale e dialogica.

 

 

Collocazione nella programmazione:

Vista l’attualità dell’argomento il modulo relativo al postmoderno sarà l’ultimo o uno degli ultimissimi affrontati nel corso dell’anno scolastico.

Collocazione temporale:

Il modulo essendo costituito dalla sola lezione frontale e dialogica (non sono state previste verifiche, né lettura e analisi di brani) verrà affrontato nel corso di due ore di lezione.

 

Contenuti:

Alla base del pensiero post-moderno vi è la percezione di trovarsi ad una svolta epocale profonda, che, in fondo, si annuncia, nella cultura, fin dagli anni immediatamente seguenti la seconda guerra mondiale e che impone alla filosofia dei compiti nuovi.

La filosofia postmoderna risulta strettamente connessa ad una serie di trasformazioni storiche e sociali che hanno minato alla base, secondo i postmoderni, i principali miti dell’epoca moderna, a cominciare da quello del "progresso" come necessario e senza fine. Questo modo di rappresentarsi il futuro sarebbe incarnato da quelli che Lyotard chiama i grandi racconti o le metanarrazioni della modernità.

La funzione dei metaracconti era di legittimare la storia umana configurandola come svolgimento verso un certo fine (la libertà, l’uguaglianza, il benessere ecc.), alla cui luce divenivano comprensibili i vari passaggi e che forniva anche criteri di comportamento. I due principali metaracconti della modernità sono, nel libro di Lyotard, quello illuministico (che vede la storia dell’umanità come un processo di rischiaramento nella conoscenza, da cui dipende anche un crescente dominio dell’uomo sulla natura e dunque una vita più facile e felice); e quello idealistico, che pensa piuttosto a una progressiva intensificazione dell’autocoscienza dello spirito umano (non diretta alla conquista del mondo esterno, come l’illuminismo, ma all’appropriazione di sé, in un processo di liberazione lungo il quale l’uomo diventa quasi identico a Dio…).

Un misto di questi due metaracconti è, secondo Lyotard, il marxismo: per il quale si tratta certo di conquistare il mondo materiale ma allo scopo di far sì che l’uomo torni presso di sé, si riappropri assumendo una autocoscienza piena e non più ostacolata dalla soggezione a condizioni esterne alienanti. La credenza nei metaracconti si è dissolta, secondo Lyotard, per ragioni molteplici, che hanno da fare sia con eventi storici determinati (le guerre mondiali, gli orrori dei campi di sterminio, i fallimenti del socialismo reale, gli inconvenienti del capitalismo, ma anche i pericoli di un conflitto nucleare, la minaccia di una catastrofe ecologica ecc.), sia con tratti generali della nostra epoca tardo industriale, sia con la debolezza interna dei metaracconti stessi.

Infatti questi mirano a legittimare istituzioni e pratiche sociali e politiche, legislazioni, etiche e modi di pensare, ma non cercano questa legittimità in un atto originale fondatore ma in un futuro di cui si vuole l’avvento, in un’idea da realizzare.

Ma, più in generale, i metaracconti illuministico e idealistico si infrangono in relazione agli sviluppi della scienza e della tecnica: che non si lasciano più pensare come un modo di emancipare l’umanità (in seguito agli effetti negativi della scienza sulla vita) o di intensificare la libertà dello spirito (anche perché le scienze non si lasciano più unificare in una autocoscienza spirituale…). La fine delle metanarrazioni ha fatto cadere la possibilità di connettere, tramite un unico dispositivo legittimante i vari settori della conoscenza e dell’azione, con la conseguente frantumazione di questi in una molteplicità di giochi linguistici. Proprio perché parte dal riconoscimento della eteromorfia dei giochi linguistici, il sapere postmoderno si concretizza in una razionalità plurale a raggio corto, mirante a legittimazioni fluide, parziali e reversibili. Legittimazioni che presuppongono un consenso locale e temporaneo. Lyotard, come Wittgensein, ritiene che ognuno si trova immerso in una pluralità di giochi linguistici, di stili, di codici a seconda della situazione in cui si viene a trovare: al lavoro, a casa, a scuola ecc.

Per spiegare meglio quello che Lyotard definisce come "incredulità nei confronti delle metanarrazioni" potremmo citare come esempio l’analisi del potere condotta da Foucault. Il potere non viene analizzato come interno allo Stato, ossia riportato ad un fulcro quale centro di sovranità; viene, invece, letto a partire dall’intreccio e dalle dinamiche dei rapporti di forza, come produttori di situazioni e relazioni di potere sempre instabili e mobili. Il potere viene cioè letto nei suoi meccanismi infinitesimali, ciascuno dei quali ha la sua storia, il suo percorso, le proprie tecniche e tattiche.

Gianni Vattimo, protagonista di una rielaborazione italiana della tematica postmoderna, obietta a Lyotard (La fine della modernità, 1985) che non si può dare per finiti del tutto i metaracconti. Anche Lyotard, per spiegare che non hanno più valore, deve raccontare una storia. Egli usa ancora una legittimazione narrativa. Vattimo sostiene, dunque, che il postmoderno si legittima solo in base al racconto della fine dei racconti. Il che significa: prendere atto che sono finiti i metaracconti non vuol dire semplicemente aprirsi a una pluralità di cui non possiamo dire altro se non che deve essere plurale; ma cercare di capire perchè e come i metaracconti sono finiti e usare questo "perché" come filo conduttore per giudizi, scelte etiche ecc.

Bisogna affermare che il passaggio al postmoderno indica una direzione: dalle unità forti alle molteplicità deboli, dal dominio alla libertà, dall’autoritarismo alla democrazia. E’ questo il senso, anche e non solo, del pensiero debole, che utilizza eredità di Nietzsche e Heidegger per dire che il passaggio da moderno a postmoderno è passaggio da strutture forti a strutture deboli. Niente più sistemi, ideologie globali, ragione centrale. Ma tutto ciò non come semplice presa d’atto di uno stato di fatto, di una struttura più vera, plurale della realtà. Si tratta invece di una proposta di interpretazione della storia che cerca anche di individuare un principio di lettura, un filo conduttore. Lyotard dunque è per la dissoluzione dei grandi racconti, mentre il pensiero debole pensa che sia importante continuare a raccontare la storia di questa dissoluzione.

Inoltre, contrariamente a Lyotard, l’ultimo Vattimo ha continuato a difendere la validità del concetto di postmoderno, mettendolo in stretto rapporto con la società dei mass-media e della comunicazione generalizzata. A questo proposito, la concezione di Vattimo è diametralmente opposta a quella sostenuta a suo tempo da Adorno e dai francofortesi. Non soltanto i media non producono una generale "omologazione", ma, al contrario, radio, televisione, giornali sono diventati elementi di una generale esplosione e moltiplicazione di Weltanschauungeen, di visioni del mondo (la società trasparente, p.12). Ne segue che proprio l’apparente caos della società postmoderna -la quale, lungi dall’essere una società "trasparente", cioè monoliticamente consapevole di sé stessa, è piuttosto un "mondo di culture plurali", ovvero una società "babelica" e "spaesata" in cui si incrociano linguaggi, razze, modi di vita diversi –costituisce la miglior premessa a una forma di emancipazione basata sugli ideali del pluralismo e della tolleranza, ossia a un modello di umanità più aperto al dialogo e alla differenza.

In Vattimo e Lyotard restano comunque sempre centrali, sia la nozione di racconto, sia il concetto di postmoderno come spazio in cui coesistono e si sovrappongono un gran numero di mondi possibili e diversi, che fanno scaturire un’interrogazione riguardante il tipo di mondo in cui stiamo provvisoriamente vivendo; un mondo che si caratterizza per la sua caducità, frammentazione, discontinuità, caos, tutti aspetta che il postmodernismo accetta in toto. A differenza del modernismo esso non vuole in nessun modo contrastare o risolvere questa visione della vita e del mondo e neppure tenta di rinvenire qualche elemento "eterno ed immutabile"che potrebbe essere nascosto dietro questo divenire incessante di tutte le cose. Anzi, il postmodernismo non solo rifiuta una concezione del tempo lineare, ma nelle correnti frammentarie e caotiche del cambiamento si trova a proprio agio, galleggia, come se oltre a queste non vi fosse nient’altro.

Ma alla luce di questo radicale rifiuto, come si spiega il termine post?

Il post non allude ad un’idea di superamento (che il postmoderno rigetta) né ad una contrapposizione radicale della modernità. Il postmoderno è piuttosto qualcosa che, pur avendo "digerito" il moderno e pur perseguendo obiettivi diversi da esso, risente comunque dei suoi condizionamenti. Il postmoderno, più che ad individuare un’epoca, serve ad identificare una categoria dello spirito, è la condizione dominante dell’uomo del XX secolo, ma nello stesso tempo è anche un modo possibile del sentire e del pensare, che accompagna il moderno come un’ombra, a guisa di una sua permanente o possibile confutazione interna.

Ma se non possiamo aspirare ad alcuna rappresentazione unitaria del mondo, in che modo possiamo pensare ad un qualche tipo di azione coerente nei confronti del mondo?

I postmoderni rispondono che non dovremmo cercare di impegnarci in alcun progetto globale, ma solamente agire all’interno dei confini e degli spazi dei vari determinismi locali e delle varie comunità interpretative: fuori da questi spazi, infatti, le coordinate assunte, seppur nella loro transitorietà, sono destinate a svanire.

Una delle critiche rivolte a questo filone di pensiero è che il postmodernismo, con la sua insistenza posta sull’effimero, sul transitorio, sull’impenetrabilità dell’altro, con la sua tendenza a decostruire, si spinge molto più in là rispetto ad una pura affermazione del continuo divenire a cui sono sottoposte tutte le cose. Mentre da un lato si apre la possibilità che altre voci ed altri mondi possano esprimersi e imporsi nella loro autenticità, dall’altro lato la negazione di stabilità e validità di qualsiasi affermazione sembra sortire l’effetto di ghettizzare ancora di più queste diversità, nella specificità e transitorietà di questa o quella apparizione momentanea.

L’esaperazione della prospettiva postmodernista e del suo rifiuto di qualsiasi realtà o interpretazione che valga un po’ più a lungo del semplice attimo in cui viene pronunciata, parrebbe essere la perfetta traduzione della logica del capitalismo contemporaneo. Questo significa che la produzione di cultura ricalcherebbe la produzioni delle merci: continuo cambiamento nella proposta di beni che sembrano nuovi e diversi, con ritmi di rotazione sempre più accelerati. La grande varietà di merci a disposizione ha perso, dunque, qualsiasi traccia riguardante la sua origine, i processi di lavorazione o le relazioni sociali che l’hanno prodotta.

Il coabitare di culture diverse negli spazi frammentati della città sottolinea l’aspetto contingente e accidentale di questo coabitare, dove un forte senso della diversità, dell’altro, è sostituito da un vago e debole senso degli altri . E’ così quasi impossibile mantenere un’identità culturale in una società in cui gli spazi e le tradizioni di mondi molto diversi sono solamente ammassati gli uni sugli altri. Ancora una volta la logica del postmodernismo sembrerebbe essere la traduzione logica della società capitalistica e della sua riduzione di ogni aspetto della realtà alla fisionomia propria delle merci.

Come interpretare alla fine di questo percorso il postmodernismo?

Probabilmente è necessario considerare il postmodernismo sotto due diverse angolature.

La prima, ed è quella che permette di sottolinearne la forza positiva, evidenzia l'importanza del postmodernismo in quanto teso a far emergere e dare spazio alla complessità, alla diversità, alla coesistenza di culture, tradizioni, luoghi, persone, abitudini differenti. È la sua volontà di riconoscere quelli che abbiamo chiamato "altri mondi" e "altre voci". L'opposizione alle metanarrazioni, alle metateorie, infatti, mira a considerare le molteplici forme della diversità che emergono dalle differenze di soggettività, sesso, classe, situazione geografica, ecc.

Ma questa insistenza sull'aspetto caotico, frammentato, addirittura effimero della realtà pare allontanare qualsiasi possibilità di azione e di pensiero; finisce per condannare qualsiasi pretesa di validità e di autenticità, esautorando quelle "altri voci" a cui lo stesso postmodernismo voleva dare facoltà di parola.

È questa la debolezza del postmodernismo, che sembra addirittura risolversi in retorica quando con Lyotard afferma che "non può esservi alcuna differenza fra verità, autorità e seduzione retorica; chi ha la lingua più sciolta o la storia più interessante ha il potere".

In quest'altra prospettiva, allora, il postmodernismo è lo specchio della società capitalistica contemporanea, in quanto ne ricalca l'apparato illusorio, spettacolare e profondamente vacuo. Le uniche possibilità all'interno di questa situazione sembrano ridursi ad un silenzio indifferente, alla decostruzione definitiva di ogni possibilità di accordo o almeno di discussione su qualsiasi aspetto della vita -sulla verità, la giustizia, l'etica-, giungendo a risolvere la complessità della realtà ad un ammasso di significanti, di slogan, di immagini intercambiabili. E se per alcuni la via d'uscita è quella di un'azione limitata e locale, il rischio è quello di cadere nel provincialismo, nell'autoreferenzialità: in un tipo di azione settaria ed esclusivamente puntuale.

Se tanto la modernità come la postmodernità si sono confrontate con gli aspetti eterni da un lato, e frammentari e caotici dall'altro, della realtà e dell'uomo, è forse importante lasciare aperta la possibilità di un nuovo confronto tra questi due momenti, di un loro nuovo e significativo intreccio.

 

Schema modernità - postmodernismo
(ispirato allo schema di I. Hassan in The culture of postmodernism, 1985)

MODERNO

POSTMODERNO

Finalità

Progetto

Trascendenza

Universalità

Eternità

Continuità

Determinatezza

Creazione / Totalizzazione

Concentrazione

Opera

Opera d'arte

Significato

Codice principale

Radice / Profondità

Narrazione / Grande Histoire

Tipo

Identità forte

Alienazione

Origine

Causa

Gioco / Caos

Caso

Immanenza

Particolarità

Caducità

Discontinuità

Indeterminatezza

Decreazione / Decostruzione

Dispersione

Testo

Montaggio, collage

Significante

Giochi linguistici

Rizoma / Superficie

Anti-narrazione / Petit Histoire

Mutante

Gioco di ruoli

Schizofrenia

Differenza

Traccia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un esempio di critica ai postmoderni

Passi scelti da Giuseppe Petronio, Il Postmoderno, intervento d'apertura tenuto dal professor Giuseppe Petronio, Presidente dell'Istituto Gramsci F.-V.G., per il convegno: Postmoderno?, tenuto a Trieste il 28 e 29 dicembre 1998 e organizzato dall'Istituto Gramsci F.-V.G. e da La Cappella Underground.

Il termine postmoderno è ambiguo, terribilmente ambiguo. Dirsi e dire postmoderno avrebbe senso solo se si chiarisse contemporaneamente, che cosa significa "moderno": chi sono i padri di cui si è figli, quale è stato, nel bene e nel male, quel mondo "moderno" che ci siamo appena lasciati alle spalle. Altrimenti che cosa diciamo che non sia vago, ombra e non cosa salda, qualcosa che si possa toccare, abbracciare, definire?
Ma moderno è, come i suoi vari sinonimi, una parola terribilmente ambigua, perché è stata adoperata, nel corso dei secoli, infinite volte, e, naturalmente, ogni volta ha avuto un valore differente, in quanto ogni volta è stata usata polemicamente a dire l'insofferenza dei figli per i mondo dei padri e degli avi, e la loro volontà di essere diversi, altri.

Si urla che il postmoderno è una innovazione radicale, tanto che lo si oppone a una fase di storia, la modernità, e poi si finisce con il considerarlo una semplice poetica, al massimo un modesto episodio culturale: una "traccia" (termine utilizzato dal postmoderno I. Hassan,ndr)!
Potrei continuare; ma non ne vale la pena. E' questo il vizio di fondo, la tara di ogni discorso sul postmoderno: lo si presenta come una rottura radicale: una coupure dice in francese, Jameson, ma non si fa il minimo sforzo per istituire un rapporto organico fra la propria particolare disciplina e le altre, fra la cultura e il moto complesso della storia.
E' questo il punto essenziale, quello che siamo chiamati a chiarire. Prendere atto, ripeto, delle innovazioni che caratterizzano il mondo di oggi, e lo fanno "moderno", diverso dai precedenti: l'espansione inarrestabile dell'economia di mercato; il continuo irruente sviluppo tecnologico, che investe ogni settore di attività e modifica radicalmente il nostro modo di vivere e di pensare; il viluppo di reazioni contrastanti che questi fatti producono, soprattutto l'insorgere contemporaneo di due gruppi di spinte: la spinta, o le spinte, alla unificazione e alla omogeneizzazione, e per reazione, a difendersi dalla possibile perdita dell'identità, la spinta o le spinte alla separazione, o al rimpianto, sospiroso o pugnace, contro il "villaggio globale.
Questo, questo enorme intrecciarsi di vecchio e di nuovo, di spinte e controspinte, di azioni e reazioni, di Comunità supernazionali e di minoranze in lotta per il riconoscimento della loro autonomia; queste città che si somigliano tutte, in tutti i continenti, queste folle che empiono le strade e vestono tutte alla stessa foggia, si nutrono tutte degli stessi cibi, si divertono tutte alla stessa maniera... E' questo il mondo nel quale viviamo, e importa poco come lo si chiami; sono le cose che dobbiamo capire, non le parole con cui le chiamiamo. Continuiamo a chiamate atomi (vale a dire "indivisibili") particelle che, senza alcun dubbio, sono, ognuna, un universo in miniatura, perché non potremmo chiamare postmoderno ciò che è, invece, la nostra bruciante modernità? Chiamatela pure come volete, ma a patto, però, di sapermi dire, con la più assoluta chiarezza, di che state parlando.

Il contrasto, dunque, non è sulle parole, è sulle cose, e il nodo da sciogliere è quello che già ho indicato: la vaghezza indeterminata del nome, e, d'altra parte, la pretesa che esso designi una rottura epocale e globale col passato, una di quelle rare rotture che già nel corso dei secoli, anzi dei millenni, hanno spaccato il cammino degli uomini: una coupure simile a quella che segnò il passaggio del mondo pagano a quello della "buona novella", quell'altra che alla fine del Settecento, dopo tante rivoluzioni (quella inglese, quella americana, quella francese, quella culturale dell'Illuminismo, quella industriale) segnò la fine delle società e civiltà aristocratiche e assegnò alla borghesia occidentale, che aveva già conquistato l'egemonia, il dominio: il potere economico e politico, e gli strumenti necessari a esercitarlo.

All'interno di ogni fase di storia - di storia globale, di civiltà - hanno sempre luogo mutazioni che paiono ma non sono epocali; sono solo sviluppi naturali di una situazione, e le naturali contraddittorie reazioni. In una fase di civiltà quale questa, di estensione planetaria e di innovazioni sconvolgenti, è naturale che le reazioni siano più pregnanti e più varie.

A me pare evidente che il postmoderno, cioè l'insieme dei mutamenti che nel corso degli ultimi decenni hanno avuto luogo sia nell'economia sia negli altri elementi strutturali e sovrastrutturali del mondo, non è che uno stadio successivo dei processi iniziatisi alla fine del Settecento, la borghesizzazione dell'economia e della civiltà tutta del mondo. E', lo dirò con un nostro studioso di filosofia del linguaggio, "non altro che il moderno nella sua più vera realizzazione". (R. Finelli, Soggetto e differenza, il marxismo e la filosofia del postmoderno, in "Critica marxista", n. 3, 1980)

E le ultime innovazioni nelle poetiche non sono che epifenomeni: reazioni al grande processo globale vissuto da intellettuali dal pensare e sentire "deboli", angosciati da un mondo, con le parole di Gramsci, sempre più "grande, e terribile, e complesso".
Sono epifenomeni, reazioni, spie che vanno studiate con rispettosa attenzione, spie quali sono spesso, di sofferti drammi interiori e di sforzi intellettuali mancati, ma di cui pure vanno respinte con forza le fatue e sofisticate elucubrazioni, il semplicismo e la banalità delle conclusioni avventate, di cui, soprattutto, vanno smascherate, senza pietà, le possibili conseguenze nella prassi della vita individuale e sociale.