LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Dalle origini alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789

DESTINATARI: II Liceo Classico

PREREQUISITI


 

OBIETTIVI

 

CONTENUTI


TEMPI

2 ore per l’esposizione del contenuto

1 ora per brevi interrogazioni/ discussioni per vagliare il livello di apprendimento

1 ora per il commento, in classe, di alcuni passi di letture storiografiche e documenti proposti agli studenti in lettura a casa

 

METODI E STRUMENTI

Lezione frontale-interattiva attraverso l’esposizione ed il commento dei lucidi prodotti dall’insegnante.

 

VERIFICHE

La prova orale, predisposta per questa prima fase, sarà volta a verificare la conoscenza dei contenuti del percorso tematico ed in particolare:

 

Ad esempio si potrebbe proporre alla classe il seguente esercizio da svolgere oralmente sotto forma di discussione:

- sintetizzare lo svolgimento del processo rivoluzionario in Francia (del percorso fin qui svolto) facendo notare i momenti e gli avvenimenti decisivi, e mostrando il concatenarsi degli eventi.

L’insegnante interviene con domande guida chiedendo di:

  1. Indicare su quali elementi si fondavano le situazioni di disuguaglianza tipiche della società di antico regime e com’era strutturata quest’ultima.

  2. Illustrare come erano articolati al loro interno i tre ordini alla vigilia della Rivoluzione.

  3. Spiegare perché gli scritti di Sieyès del 1788-89 esemplificano la presa di coscienza dei propri diritti da parte del Terzo stato.

  4. Illustrare attraverso quali sviluppi gli Stati Generali si trasformarono in Assemblea Nazionale costituente.

  5. Mostrare come le divergenze sul numero dei deputati e sulle modalità del voto riguardassero questioni non procedurali ma sostanziali, relative alla funzione stessa che avrebbero svolto gli Stati Generali.

  6. Spiegare quali fatti condussero alla presa della Bastiglia e perché ciò rappresentò una svolta nelle vicende rivoluzionarie.

  7. Illustrare il significato della trasformazione da sudditi in cittadini.


LETTURE STORIOGRAFICHE

DOCUMENTI

1G. Salvemini, Le intollerabili condizioni dei contadini nella Francia di Luigi XVI, da G. Salvemini, La Rivoluzione francese, 1788-1792, Rizzoli, Milano-Roma, 1947.

2 Haim Burstin, I Sanculotti, in Haim Burstin, La rivoluzione e i sanculotti parigini, in AA.VV., Europa 1790-1992. Storia di un’identità. L’età delle rivoluzioni, Electa, Milano 1991, pp. 119-127.

3Un « cahier de doléances » : il quaderno delle rimostranze, lagnanze e suppliche degli abitanti componenti il Terzo stato nella città di Civray, in Cahiers de doléances, in Gaeta-Villani DT.

 

3. La Rivoluzione francese

Dalle origini alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789

3.1 Interpretazioni storiografiche della rivoluzione francese

Il dibattito storiografico sulle cause, gli effetti ed il significato stesso della rivoluzione, ancora oggi non si è concluso. Diverse sono state le scuole di pensiero che tra Ottocento e Novecento hanno interpretato gli eventi dell’intero decennio 1789-1799, cercando di isolarne i fattori decisivi.

Nel corso della Restaurazione fu pubblicata un’opera, dal titolo “Storia della Rivoluzione francese”, in cui l’autore, Adolphe Thiers, esaltava la funzione svolta dalla borghesia moderata.

Tra il 1847 e il 1852 fu pubblicata, in sette volumi, un’opera che portava lo stesso titolo di quella di Thiers, del 1823. Nella sua “Storia della Rivoluzione francese” Jules Michelet, narrando gli avvenimenti succedutisi in Francia dalla convocazione degli Stati Generali alla caduta di Robespierre, sosteneva che a provocare la rivoluzione fu “la miseria del popolo”.

A differenza di Michelet, che vide la rivoluzione figlia della miseria, lo storico e uomo politico socialista Jean Jaurès, rintracciò le causa della rivoluzione nella “prosperità delle classi medie insufficientemente rappresentate sul piano politico”1.

Jaurès diede un importante contributo agli studi e alle conoscenze delle dinamiche rivoluzionarie, sostenendo l’istituzione di una Commissione di ricerca e pubblicazione dei testi e dei documenti relativi alla storia economica e sociale della rivoluzione. In questo modo l’attenzione si focalizzò anche sul ruolo che le masse rurali ed urbane avevano avuto nella rivoluzione.

Gli studi della storia sociale della rivoluzione furono avviati da Albert Mathiez2 e sviluppati, in particolare, da Georges Lefebvre. Questi, attento studioso delle masse, diede gran rilievo ai sentimenti collettivi, come quello della “paura” che si diffuse tra i contadini, timorosi che i signori stessero armando gruppi di briganti contro di loro, dopo il 14 luglio. In particolare Lefebvre, nella sua opera “la Grande paura del 1789”, pubblicata nel 1932, mostra come i sentimenti e le passioni possano influire sugli avvenimenti storici.

L’impostazione sviluppata da Lefebvre, che definì la rivoluzione francese una “rivoluzione borghese”, insieme al contributo apportato dagli studi di storia economica di Ernest Labrousse, ha alimentato le successive interpretazioni d’ispirazione marxista.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, la ripresa e il trionfo del modello storiografico della scuola delle “Annales” furono alla base delle nuove interpretazioni, ed in particolare di quella che è definita “revisionista”. Storici come Alfred Cobban, François Furet e Denis Richet, cosiddetti “revisionisti”, hanno privilegiato l’elemento ideologico attaccando la concezione capitalistica della storia ed in particolare il presupposto che fa riferimento ad una “classe borghese”, in senso moderno, già alla vigilia della rivoluzione. Il termine “classe”, infatti, si differenzia da quello di “ceto” che caratterizza la società di Antico regime: la società divisa in classi è costituita da un gruppo sociale omogeneo, definito per capacità economiche ed è una società mobile in quanto è possibile il passaggio da una classe sociale all’altra; al contrario in una società per ceti, la quale non è così rigida come la società antica, ma neppure mobile, l’appartenenza ad un ceto è definita giuridicamente.

Il modello storiografico affermatosi dalla fine degli anni cinquanta del Novecento, ritiene l’aspetto politico indipendente da quello sociale: è, semmai, la politica a modellare la realtà sociale e non viceversa.

Oggi la storiografia rinuncia ai grandi sistemi interpretativi, incentrati su un modello unitario, e predilige una comprensione globale.


 

3.2 La crisi finanziaria e i tentativi di riforma fiscale

La “crisi finanziaria” può essere annoverata tra le cause occasionali della Rivoluzione francese. Alla vigilia della rivoluzione i bilanci dello stato francese erano in una condizione disastrosa. Questa situazione venne a determinarsi non solo per il deficit, ossia per l’eccedenza di valori passivi su quelli attivi, ma a causa di un debito ormai consolidato, poiché il solo pagamento degli interessi del debito pubblico copriva più della metà delle entrate.

La crisi della monarchia d’Antico Regime, e la conseguente perdita della sua autorità, fu messa in moto dalla stessa organizzazione dell’edificio statale. Infatti, i Parlamenti, corti supreme del regno, oltre ad essere tribunali che giudicavano cause civili e penali, avevano anche altre funzioni in virtù delle quali potevano emettere ordinanze in vari settori amministrativi, o esercitare la censura sui libri. In particolare, però, ai Parlamenti era affidato anche il compito di registrare gli editti regi che, solo in questo modo, acquisivano vigore di legge.

Verso la fine dell’Antico regime, i magistrati, membri di questi tribunali, assunsero una maggiore consapevolezza del proprio potere sulle decisioni del re e non si lasciarono intimidire da quegli atti di potere che egli poteva impiegare per imporre la propria volontà. In altri termini, se da una parte i Parlamenti potevano opporsi alle leggi che non gradivano, sospendendone la registrazione e presentando rimostranza al re, d’altra parte il re poteva opporre una forza contraria in virtù del lit de justice3, seduta con la quale imponeva la sua autorità su quella dei Parlamenti, costringendoli alla registrazione di quegli editti in precedenza respinti.

La contesa tra monarchia e Parlamenti poteva essere risolta dall’atteggiamento assunto dal re. Nella storia della Francia assolutistica, ricordiamo, in tal senso, il “colpo di stato” del cancelliere Maupeou che nel 1771, durante il regno di Luigi XV, smantellò il sistema dei parlamenti. Diverso fu, in questa contesa, l’atteggiamento assunto da Luigi XVI che, preoccupato di riconquistare prestigio, cercò la solidarietà con i ceti privilegiati autorizzandoli, in tal modo, ad impedire qualsiasi tentativo di riforma che minasse alla base gli interessi dei ceti privilegiati; acuendo, d’altro canto, quella instabilità nella gestione del ministero delle finanze che tra il 1754 e il 1789 portò ad una successione di ben 19 controllori o direttori delle finanze che cercarono di rivedere il sistema di tassazione e di introdurre nuove riforme, nel tentativo di ridurre lo sperpero della corte reale.

Nel 1774, appena salito al trono, Luigi XVI aveva nominato controllore delle finanze Jacques Turgot, che cadde dopo due anni. Nel 1781 il banchiere ginevrino Jacques Necker, in carica da soli due anni, primo a rendere pubblico, nel suo “Rendiconto 4 il bilancio della monarchia, fu sostituito alla direzione delle finanze da Charles-Alexandre de Calonne.

Fino a quel momento era stata adottata, per far fronte alla spesa, la strategia del credito, ma in questo modo anche i bilanci futuri erano stati caricati del pagamento degli interessi; inoltre la guerra d’America era costata due miliardi di livres, e la metà delle entrate, che ammontavano a seicentomilioni l’anno, doveva servire per pagare il servizio del debito pubblico (interessi e rimborsi). Da un quadro così delineato non è difficile dedurre come la crisi finanziaria stesse evolvendo in bancarotta: nessuno si impegnava a prestare al re fondi per far fronte alle spese del governo e della corte. Inoltre, a causa della contesa tra monarchia e parlamento, era difficile escogitare una soluzione.

Dopo tanti ripensamenti, Calonne, nell’estate del 1786, ruppe gli indugi e propose una riforma radicale. In sostanza, essendo l’apparato fiscale francese molto rigido, si pose con chiarezza il problema di far contribuire al bilancio statale i ceti che non vi contribuivano: il clero e la nobiltà.

Nel 1786 Calonne propose di introdurre una sovvenzione territoriale, vale a dire una tassa sulla terra, calcolata in proporzione alla qualità e quantità della terra posseduta e quindi al prodotto agricolo, la quale doveva essere pagata, indistintamente, da tutti i proprietari terrieri, nobili ed ecclesiastici.

I Parlamenti, che sicuramente si sarebbero opposti a questa proposta, dovevano essere aggirati ricorrendo alla convocazione sostitutiva dell’assemblea dei notabili5i cui membri (grandi nobili, consiglieri di stato, prelati…), secondo le previsioni di Calonne, avrebbero dato con maggiore facilità il consenso. In realtà la valutazione fatta dal ministro delle finanze si rivelò fallace, infatti, l’assemblea dei notabili, convocata a Versailles nel febbraio del 1787, respinse fermamente la proposta di Calonne e manifestò la volontà di controllo della monarchia e della gestione delle finanze.


 

3.3 La società francese di Antico Regime

La soluzione di far contribuire al bilancio statale i ceti che non vi contribuivano, ossia il clero e la nobiltà, perché ha portato ad una crisi politica?

La società francese era divisa in ceti con caratteristiche proprie.

Il primo ordine era rappresentato dal clero, eletto dagli ecclesiastici, e comprendeva circa 350.000 persone (La Francia aveva 28 milioni di abitanti). La rappresentanza del clero, però, era molto spaccata al suo interno e ciò rifletteva la situazione della società francese. Alla guida dell’ordine c’era un numero abbastanza elevato di alti prelati6 (vescovi, abati, esponenti dell’alto clero, tutti nobili), mentre 200 rappresentanti circa, appartenevano al basso clero (composto di persone che venivano dal terzo stato) molto ostile all’alto clero.

La Chiesa, infatti, era una gran proprietaria terriera, aveva un forte potere finanziario, ma tutto concentrato nelle mani dell’alto clero; il basso clero, quindi, era animato da una gran rivendicazione nei confronti dell’alto clero.

Più interessante è il secondo ordine, quello dell’aristocrazia. I nobili7erano circa 150-200 mila: come il clero, non pagavano le tasse e mantenevano una serie di privilegi (da quelli giuridici, al diritto di caccia e pesca, ai diritti di portare la spada), di origine feudale, che gravavano sulle campagne. I contadini dovevano al signore, titolare del diritto signorile, una parte del raccolto, e, oltre ciò, una serie di servizi gratuiti. Gli onerosi diritti che gravavano sulla proprietà contadina8 consentivano un grande potere economico e sociale all’aristocrazia.

La monarchia assoluta aveva cominciato ad eliminare, dalle strutture del feudalesimo, tutti quei diritti sui quali si fondavano l’autonomia e la sovranità del signore nel feudo, richiamandoli nelle sue mani. Il signore non aveva più il diritto di battere moneta e nessun giudice signorile poteva emanare condanne a morte; però c’era ancora un peso della giustizia signorile e dei diritti signorili che gravavano sulla piccola proprietà contadina.

L’ordine che raccoglieva tutti gli esclusi dal primo e dal secondo (dal finanziere, al mercante, all’artigiano, al notaio, agli scrittori, ai pezzenti, ai mendicanti) era il Terzo stato, rappresentante del 98% della popolazione francese, di circa 20 milioni di persone.

All’interno del Terzo stato, l’élite che manderà i propri rappresentanti a Versailles sarà la borghesia (i ceti produttivi ed intellettuali); nessun contadino o artigiano arriverà come rappresentante del Terzo Stato, a Versailles.

Nel Terzo Stato era forte la consapevolezza della necessità di una riforma che si pose con forza contro la resistenza dell’aristocrazia.

La questione diviene più chiara se si leggono le parole di Emmanuel Joseph Sieyès, scritte nel celebre opuscolo dell’’89, Che cos’è il Terzo stato?, che mettono efficacemente in luce l’importanza del Terzo Stato alla fine dell’Antico Regime. Alla domanda “ Che cosa è il Terzo stato?”, Sieyès rispondeva:


 

Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Divenirvi qualche cosa.


 

Da questo testo si evince la moderazione del programma del Terzo stato, nel gennaio dell’’89: riconosceva di essere tutto, lamentava di non essere nulla nella realtà sociale francese dell’antico regime e chiedeva di diventare qualcosa; avanzava un compromesso con la classe aristocratica.


 

3.4 Dalla crisi finanziaria alla crisi politica: la rivoluzione

aristocratica

Siamo arrivati ad un dato centrale: la crisi finanziaria ci permette di introdurre una seconda questione che si pone come paradossale. In altri termini, la Rivoluzione francese segna il crollo dei privilegi, il crollo dell’Antico Regime, la caduta dell’aristocrazia dal posto di primato che manteneva nell’Antico Regime, e determina un regime diverso in cui c’è l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e il riconoscimento dei diritti dei ceti medi; ma paradossalmente la rivoluzione non l’ha iniziata il Terzo stato, bensì l’aristocrazia. La rivolta e la crisi politica della monarchia, infatti, sono state innescate dall’aristocrazia che rifiutò la proposta di Calonne e quindi di contribuire al bilancio dello Stato; inoltre trovò occasione nella debolezza della monarchia per rialzare la testa e per avanzare. In effetti, in tutti i momenti di crisi (come è avvenuto ad esempio durante la guerra di religione nella seconda metà del Cinquecento, durante la Fronda, e ancora nel corso del Settecento…) c’è sempre stata la ripresa dell’aristocrazia che ha cercato di riappropriarsi di quegli spazi di potere che la monarchia assoluta, nella sua evoluzione, le aveva sottratto. E’ quanto accadde tra il 1787-1788, allorché l’aristocrazia rifiutò di contribuire a risanare il debito dello stato e chiese, attraverso i Parlamenti, la convocazione, da parte del re, degli Stati Generali; cioè dell’assemblea rappresentativa dei tre ceti che doveva approvare questa riforma finanziaria in base al principio secondo cui il re non poteva imporre tasse senza il consenso dei tre ordini.

La monarchia francese, proprio perché si era data un’impronta molto assolutistica, aveva sempre fatto a meno degli Stati Generali, ormai da decenni, tant’è che non si convocavano ormai dal 1614, e tutte le imposte erano state introdotte senza il consenso degli Stati Generali.

La monarchia, in questo momento di crisi, si vide costretta a convocare gli Stati Generali; nonostante questa decisione, le cose non miglioreranno, anzi cambieranno drasticamente: si aprirà un conflitto tra l’aristocrazia e l’alto clero da un lato e, dall’altro, il Terzo stato.9

Naturalmente il Terzo stato vede nella monarchia assoluta una garanzia di giustizia contro le pretese dell’aristocrazia.

Le elezioni degli Stati Generali si svolsero tra il gennaio e la primavera del 1789, e ogni ordine, in cui era divisa la società francese di Antico regime, provvide a stendere nei cahiers de doléances le richieste che i deputati, nominati tramite le assemblee elettorali locali, avrebbero presentato a Versailles.


 

3.5 Gli Stati Generali

Nel 1789 i tre ordini elessero i loro rappresentanti. Che tipo di rappresentanza era?

Qui siamo alla presenza della vecchia rappresentanza di tipo privatistico, di ascendenza medievale e tipica dell’età moderna. In altre parole i gruppi, gli Stati, gli ordini eleggevano dei procuratori, i quali dovevano trattare i loro interessi presso il re, separatamente (è chiaro che ogni ordine avesse i propri interessi da difendere); questi rappresentanti erano, quindi, dei procuratori (abbiamo un concetto privatistico: si dà la procura a qualcuno per compiere un atto).

Contestualmente all’elezione degli Stati Generali, tutti gli ordini avanzarono delle richieste al re attraverso la redazione di cahiers de doléances, ossia dei quaderni di lamentele su cui enumeravano tutte le richieste che i loro rappresentanti avrebbero dovuto porre a Versailles: ad esempio i rappresentanti del Terzo stato portarono a Versailles i cahiers in cui erano elencati i soprusi ai quali i contadini e i borghesi erano ancora sottoposti.

Nel 1789 negli Stati Generali, si aprì una disputa sulle modalità di voto. In realtà, nonostante un decreto regio avesse garantito al Terzo Stato la rappresentanza doppia, modificando il modello del 1614 secondo cui gli Stati Generali avrebbero avuto lo stesso numero di rappresentanti per ogni ordine, non modificò, invece, l’antica modalità del voto “per ordini”.

Questa procedura avrebbe favorito i due ordini privilegiati, clero e nobiltà. Il voto dei rappresentanti del Terzo stato, poiché “collettivo”, avrebbe avuto lo stesso peso di uno degli altri due ordini. Il Terzo stato avrebbe ottenuto la maggioranza solo se si fosse votato “per testa”, cioè se avesse avuto peso il voto di ogni singolo rappresentante. Ciò determinò una situazione di stallo degli Stati Generali.

Perché questa questione non si era regolata prima? Perché Luigi XVI non aveva pensato prima, quando aveva convocato gli Stati Generali, che ci volesse un regolamento?

Il motivo è molto semplice e ci aiuta ad individuare un altro fattore della società francese: la debolezza e l’insipienza del re.

Luigi XVI, da un lato spinto da necessità, diede il proprio consenso alla riforma proposta da Calonne, però in realtà non era per niente convinto della necessità di questa riforma. D’altro canto anche i ministri che si susseguirono alla guida della Francia erano tutti condizionati, in qualche modo, dal fatto di avere alle spalle un re che non era troppo sicuro del fatto suo. In altre parole i ministri si trovavano in questa situazione: mentre proponevano le riforme e sottoponevano agli Stati Generali la necessità della riforma finanziaria che risanasse il deficit, dovevano guardarsi alle spalle perché non erano sicuri di essere coperti dal re, temevano che il re li potesse sacrificare in nome dei privilegi e dei diritti dell’aristocrazia.

Probabilmente se ci fosse stato un re sicuro e capace di andare fino in fondo ad imporre all’aristocrazia la necessità di una riforma finanziaria, le cose sarebbero andate diversamente.

Fattore non secondario della rivoluzione fu la debolezza e l’insipienza del re, perciò si arrivò agli Stati Generali senza aver deciso tutto e in sostanza si aprì una crisi che la monarchia non fu più in grado di contenere.


 

3.6 La rivoluzione istituzionale-costituzionale: dagli Stati

Generali all’Assemblea Nazionale

C’è un momento in cui possiamo affermare che la Rivoluzione francese inizia, ed è il 17 giugno del 1789; ossia è il momento in cui il Terzo stato, nella sala dei Menus-Plaisirs, decise di superare la fase di stallo. In sostanza, gli Stati Generali non riuscivano a funzionare perché non si arrivava a stabilire la modalità di voto, gli ordini erano separati; questa situazione di paralisi istituzionale fu rotta dal Terzo stato allorché dichiarò ufficialmente di non chiamarsi più Terzo stato, ma Assemblea Nazionale. Non era cambiato solo il nome, ma, con questa trasformazione, assistiamo alla nascita del moderno concetto di rappresentanza politica; abbiamo il concetto di rappresentanza nazionale: i rappresentanti rappresentano anche le entità locali. In altre parole la Nazione è intesa come corpo collettivo, come depositaria non solo di interessi, ma di principi ideali, di aspirazioni; una nazione che esprime dei rappresentanti che collettivamente la rappresentano. Dunque il rappresentante era in sé un mandatario dell’intera nazione e poteva decidere e discutere tutte le questioni di interesse nazionale.

Questa è la conseguenza diretta di ciò che è stato detto in precedenza: il Terzo stato è tutto, è la Nazione francese. A questo punto non ci sono più gli Stati Generali, ma c’è l’Assemblea Nazionale che poi si chiamerà Costituente (perché nel luglio si darà come compito quello di dare una costituzione alla Francia). Naturalmente questo gesto riesce a superare l’ostilità perché al Terzo Stato si unì, il 19 giugno, la maggior parte del clero (il basso clero, i curati, i parroci) ostile all’alto clero.

Il 20 giugno il re fece chiudere le porte della sala dei Menus-Plaisirs. L’Assemblea si riunì nella Sala della Pallacorda e giurò di non separarsi prima di aver stabilito una costituzione.

Il re fu costretto a prendere atto di questa situazione e a sancire lo stato di fatto, ma manterrà una sua ferma coerenza: sarà sempre ostile alla Rivoluzione; fu costretto, in questa prima fase, ad accettare la situazione delle cose perché non aveva ancora la forza per potersi imporre, però cominciò subito a lavorare per riportare la realtà della Francia all’antico regime. Sul finire di giugno iniziò ad ammassare una serie di truppe intorno a Parigi con l’idea chiarissima di sciogliere, con la forza, l’Assemblea Nazionale e di riprendere il controllo della situazione sulla base del suo principio di potere assoluto.

Abbiamo individuato, nella crisi finanziaria, la causa occasionale della rivoluzione cui fa seguito l’ostilità dell’aristocrazia e il desiderio del Terzo Stato di vedere riconosciuti i suoi diritti; dobbiamo però aggiungere un ulteriore elemento: la crisi economica e sociale senza la quale la rivoluzione non avrebbe assunto le forme che ha assunto.


 

3.7 La rivoluzione popolare urbana e la rivoluzione contadina

L’inverno tra il 1788-1789 fu uno degli inverni più rigidi nella storia del Settecento e ci fu una carestia di proporzioni enormi (altra causa occasionale).

Quando c’è un cattivo raccolto, una situazione climatica sfavorevole, facilmente l’equilibrio molto precario si rompe e scoppia una vera e propria crisi alimentare e agricola che assume proporzioni molto grandi. In altre parole, i settori marginali della realtà sociale sono spinti ad andare in città alla ricerca di cibo. Ebbene questa crisi sociale si innestò su quella politica determinata dall’intervento del re ed esplose con la sollevazione parigina del 14 luglio 1789, a cui seguì la presa della Bastiglia e la vittoriosa entrata, sulla scena politica, del popolo parigino che costrinse il re a tornare indietro. In realtà la tensione, già intensa per le difficoltà economiche e il rincaro del prezzo del pane, divenne estrema per la presenza delle truppe e per la paura del “complotto aristocratico”10

Il popolo si diresse alla Bastiglia pensando che ci fossero le armi; certamente la presa della Bastiglia fu il simbolo della crisi dell’antico regime e della forza popolare. Le masse popolari urbane (la sanculotteria, i ceti artigiani…) rappresentarono un’altra componente sociale fondamentale della rivoluzione: senza l’intervento del popolo di Parigi nell’’89, il re avrebbe, con le sue truppe, sciolto l’Assemblea Nazionale e avrebbe riportato la situazione allo stato precedente. Invece il popolo in armi glielo impedì ed il re fu costretto a riconoscere l’Assemblea Nazionale.

A questo quadro, in cui abbiamo visto svilupparsi le varie rivoluzioni (1. la rivoluzione aristocratica prima dell’ ’89; 2. la rivoluzione istituzionale- costituzionale, ossia quella degli Stati Generali e della proclamazione dell’Assemblea Nazionale; 3. la rivoluzione popolare urbana del luglio dell’’89), bisogna aggiungere un ulteriore elemento: la sollevazione di massa che avvenne nelle campagne francesi, dal 20 luglio del 1789. I contadini, sull’onda degli avvenimenti parigini, e oppressi anche dalla crisi alimentare che si faceva sentire con forza, presero l’iniziativa per colpire l’obiettivo che avevano individuato da tempo e cioè il regime signorile, l’aristocrazia.

E’ indicativo che ovunque i contadini presero le armi, bruciarono i registri del signore e spesso trucidarono i membri delle famiglie signorili.

Queste rivoluzioni, che abbiamo delineato, sono in larga misura indipendenti fra loro. La rivoluzione borghese, quella popolare urbana e quella contadina sono come tre fiumi che scorrono paralleli, alle volte si incontrano, alle volte si allontanano: ognuno è mosso da obiettivi suoi propri, ha dei programmi e delle prerogative sue proprie che non sono coincidenti con le altre, se non occasionalmente. Per esempio nella rivoluzione del 14 luglio, ci fu una convergenza d’interessi tra la borghesia costituente e il popolo di Parigi, ma quest’ultimo aveva come obiettivo fondamentale (il pane) la garanzia dei consumi essenziali. Allo stesso modo il contadino attaccherà il castello del signore con l’obiettivo fisso di liberare le campagne dai pesi che vi gravavano.


 

3.8 Dall’Assemblea Costituente alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789

Abbiamo rilevato come il primo momento della Rivoluzione sia caratterizzato, nell’’89, dalla trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale. In questa prima fase l’obiettivo era di elaborare una monarchia moderata e il modello fu quello sancito nella prima Costituzione del 1791. Si trattava di una Costituzione monarchico-moderata: il potere del re era ancora efficace però era vincolato dalla presenza di un’assemblea elettiva, con potere legislativo; il re aveva il potere esecutivo.

La Costituzione del ‘91 era preceduta dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, approvata dall’Assemblea Costituente il 26 agosto del 1789. In questo testo si coglie la continuità con il pensiero illuministico: l’art. 16 si richiama a Montesquieu, così come negli art. 1 e 2 è chiaro il richiamo a Rousseau.

La rottura con L’Antico regime era irreversibile: l’Assemblea abolì tutti i privilegi che si opponevano all’uguaglianza dei diritti (esenzioni fiscali, corvée, servitù personali, giustizia signorile, decima, diritti di caccia e pesca…).

La legge, uguale per tutti, riconosce limiti alla libertà e all’uguaglianza naturali solo per motivi di “utilità generale”11,infatti il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali dell’uomo: la libertà, la proprietà, la sicurezza, la resistenza all’oppressione.12

Nel momento in cui questa Costituzione entrò in vigore, le cose furono molto più problematiche; ciò spiega perché la rivoluzione sia durata così a lungo e sia stata così drammatica. Si trattava di un compromesso in base al quale una èlites, formata dall’aristocrazia e dalla borghesia, eleggeva una camera unica che, in qualche modo, aveva il potere legislativo.

Chi eleggeva l’assemblea legislativa?

“La legge è l’espressione della volontà generale”13, ma la legge è fortemente censitaria, sono i più ricchi a votare.

Qui c’è un paradosso: nell’’89, per l’elezione degli Stati Generali, la monarchia francese aveva chiamato a votare tutti i francesi maschi; paradossalmente la Rivoluzione francese, che rompe l’antico regime, toglie il diritto di suffragio a circa quattro milioni di francesi che, invece, nell’’89 avevano avuto la possibilità di partecipare all’Assemblea e di votare.

A differenza del modello inglese, che era bicamerale (c’era una camera dei comuni e una dei lords), in Francia abbiamo un modello monocamerale, mancava la camera dei lords, e mancava perché l’aristocrazia francese era contraria alla rivoluzione e aveva favorito la controrivoluzione.

Ciò che mancava maggiormente era la presenza del re, ossia del sostegno del re alla Costituzione del ’91: con la fuga di Varennes, nel giugno del 1791, Luigi XVI aveva dimostrato di non voler essere un re costituzionale. Questa costituzione nacque “morta”.


 


 

1 Cfr. Jean Jaurès, Storia socialista della rivoluzione francese, pubblicata tra il 1901 e il 1908.

2 Autore dell’opera, “Carovita e lotte sociali sotto il Terrore”, pubblicata nel 1927.

3 Il re, già dal 1527, presiedeva dall’alto di un trono montato su un’elevata pedana (lit de justice) le sedute solenni dei Parlamenti; durante i lits de justice era sospeso il diritto di rimostranza riconosciuto ai parlamenti.

4 Necker era riuscito, con abili manovre, a presentare il bilancio in attivo. L’importanza del Rendiconto risiede nella consapevolezza, presente in Necker, del peso che stava acquisendo l’opinione pubblica cui, tra l’altro, gli stessi ceti aristocratici più volte avevano fatto appello, nelle dispute regie, facendo apparire il re come un sovrano dispotico.

5 Dal 1614 i sovrani preferirono, anziché convocare gli Stati Generali, ricorrere ad assemblee di notabili, anch’esse formate da membri dei tre ordini, ma che il re designava personalmente.

6 All’inizio della Rivoluzione francese in Francia ci sono circa novanta diocesi e nessuna è retta da un vescovo plebeo, tutti i vescovi sono nobili.

7 Va però detto che tra i nobili, alcuni erano favorevoli alla riforma.

8 Oltre a pagare la decima, a dare una parte del raccolto, il contadino non poteva andare né a caccia né a pesca perché questi erano diritti riservati solo ai nobili. Inoltre se un contadino commetteva reato, spesso andava davanti al tribunale del signore e non al giudice del re.

9 Si tratta del classico schema dell’assolutismo monarchico: la monarchia assoluta si appoggia sulla città, sui ceti produttivi, sul Terzo stato, sulla borghesia per schiacciare le pretese dell’aristocrazia.

10 Lefevbre ha definito la paura del “complotto aristocratico” una delle chiavi della storia rivoluzionaria. Tale paura caratterizzò tutti gli strati di cui si componeva il Terzo stato tanto che il termine “aristocrazia” assunse un significato negativo, vale a dire di “nemico del nuovo ordine”, divenendo il contrario di “patriota”.

11 “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune” cfr. art. 1 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789.

12 Cfr. ivi art. 2

13 Cfr. Ivi art. 6