Temi e problemi

LA SCHIAVITU’ IN ARISTOTELE

Destinatari: studenti del primo anno del triennio terminale

Presupposti: conoscenza delle linee fondamentali dell’etica e della discussione politica dai sofisti a Platone, conoscenza sia pur minima del contesto storico e del pensiero filosofico di Aristotele; capacità di analizzare testi filosofici distinguendo le tesi e i procedimenti dimostrativi, individuando argomentazioni logiche conseguenti e assunti assiomatici; competenza linguistica filosofica essenziale

Obiettivi: conoscenza della concezione della schiavitù in Aristotele e nel mondo antico; capacità di enucleare le idee centrali, ricostruire la strategia argomentativa e gli scopi di un testo, di creare interconnessioni fra filosofi sullo stesso argomento e fra ambiti di pensiero dello stesso autore, di contestualizzare storicamente le tesi del testo; sensibilità al rapporto padrone – schiavo e cittadino – straniero; concetto di anima – corpo e di natura

Tempi: due unità tempo

Strumenti: i paragrafi 2, 4, 5 e 6 della "Politica" di Aristotele, verosimilmente in fotocopie

Metodi: lezione frontale con lettura e discussione guidata dei testi proposti

Verifiche formative: domande durante la lettura del testo. Vedi sotto

Verifiche sommative: vedi sotto

Contenuti:

1. La schiavitù era diffusa nella Grecia antica in tutta naturalezza, inserita nel normale sistema di produzione che si basava proprio su di essa. È quello che Marx chiamerà "modo schiavistico di produzione": non esistendo ancora le macchine, lo strumento indispensabile della produzione erano i servi. L’economia si basava sulla schiavitù, la quale era considerata nella natura delle cose così come lo era il fatto che esistesse una originaria, proprio perché biologica, differenziazione gerarchica tra esseri umani, in particolare tra greci e barbari. Gli schiavi erano solitamente i prigionieri di guerra o le popolazioni sottomesse. Dai poemi omerici a Platone abbiamo prove di una simile struttura naturalmente accettata.

2. Prova della naturalezza della schiavitù è il fatto che nessun filosofo prima di Aristotele aveva trattato analiticamente la schiavitù. È il primo filosofo antico che fa della schiavitù oggetto di trattazione filosofica. Ne discute per la sua tendenza all’analiticità, all’indagine scientifica di tutta l’esperienza e soprattutto perché costituisce problema. Si rende conto della necessità economica del sistema ma anche che contraddice la sua concezione dell’uomo. Prima di Aristotele Platone aveva considerato la schiavitù come scontata all’interno della società, anche quella ideale. I sofisti – per esempio Ippia, Antifonte, Licofrone e il retore Alcidamante di Elide – avevano sostenuto viceversa la completa innaturalità della schiavitù, basata sulla convenzione o sulla violenza, così come la legge in generale.

2a. La riflessione filosofica intorno alla schiavitù condotta dai sofisti fu originata dalla particolare attenzione di questi verso la vita sociale ma anche dal progressivo aumento degli schiavi nel mondo greco. È perciò un tentativo di dominare razionalmente la trasformazione sociale allora in corso. Dalla contrapposizione natura-legge (φύσις-νόμος) i sofisti ricavano il ripudio della legge, della tradizione, a favore della natura che a sua volta porta a due opposte letture: la suprema legge di natura è da una parte il trionfo della forza individuale, dall’altra l’uguaglianza degli uomini, negata dalla legge positiva storica tramite la fissazione di differenze giuridiche, politiche e sociali. Alcidamante arrivò a condannare esplicitamente l’istituto della schiavitù dicendo: "Dio ha dato a tutti gli uomini la libertà e la natura non ha fatto nessuno schiavo".

2b. Platone si occupa di schiavitù solo in margine al suo progetto di rifondazione politica: all’interno della società tripartita in base a una gerarchia naturale e funzionale tra chi comanda, chi difende e chi lavora, egli non ammette esplicitamente l’esistenza di una classe di schiavi. Tuttavia, più volte nella "Repubblica" si fa riferimento agli schiavi e mai per condannare l’istituzione. In realtà gli schiavi non costituiscono la quarta classe della πόλις platonica non perché non debbano esistere ma semplicemente perché la loro esistenza è esterna allo stato ideale. Platone aderiva alla opinione comune del tempo secondo cui barbari e schiavi erano intrinsecamente inferiori a greci e liberi. Poiché gli schiavi erano necessari allo stato egli riservava tale funzione esclusivamente ai barbari, giacché i greci non potevano essere asserviti. Lo stato ideale è composto da greci e perciò gli schiavi, barbari, non vengono prospettati come ripartizione interna.

Per Platone la disuguaglianza insanabile consiste soprattutto in una deficienza di ragione nello schiavo: costui possiede la δόξα ma non il λόγος, può conoscere per esperienza, per suggestione o persuasione ma non è in grado di conoscere la verità delle sue conoscenze.

3. Il primo libro della “Politica” tratta dell’οίκος, casa-famiglia, e della οικονομία, œconomia, l’arte di gestire la vita domestica. L’oggetto dell’opera è la politica, ovvero il governo della πόλις. Scrive Aristotele: “come negli altri campi, è necessario analizzare il composto fino agli elementi semplici" (Procedimento analitico). Gli elementi primi sono gli esseri umani, uomo e donna, che si uniscono a formare la famiglia, poi le famiglie, che si uniscono in villaggio, e i villaggi che convergono nella πόλις. Incomincia perciò la trattazione dalla famiglia, che dal punto genetico precede la πόλις.

4. Poi passa al rapporto tra padrone e schiavo. La comunità domestica è formata dall’associazione della moglie con il marito, del padrone con il servo e dei genitori con i figli. I primi due rapporti all’interno della famiglia sono fondati sulla natura, la quale destina ogni cosa a una sola funzione: l’unione marito-moglie serve a generare, la collaborazione tra padrone e schiavo a provvedere ai bisogni materiali della famiglia e quindi di entrambi. La felicità per Aristotele è vita contemplativa, ma questa può avere luogo soltanto se i bisogni materiali sono soddisfatti. Lascia in sospeso il rapporto tra moglie e marito e comincia con quello tra padrone e servo. Lettura da Pol. I, 2, 1252a 25 – 1252b 5 passim.

Se si studiassero le cose svolgersi dall’origine, anche qui come altrove se ne avrebbe una visione quanto mai chiara. È necessario in primo luogo che si uniscano gli esseri che non sono in grado di esistere separati l’uno dall’altro, per esempio la femmina e il maschio in vista della riproduzione […] e chi per natura comanda e chi è comandato al fine della conservazione. In realtà, l’essere che può prevedere con l’intelligenza è capo per natura, è padrone per natura, mentre quello che può col corpo faticare, è soggetto e quindi per natura schiavo: perciò padrone e schiavo hanno gli stessi interessi. Per natura, dunque, femmina e schiavo sono distinti (infatti la natura nulla produce con economia, come i fabbri il coltello delfico, ma una sola cosa per un solo fine, perché in tal modo ogni strumento sarà davvero un prodotto perfetto, qualora non serva a molti usi, ma a uno solo): tra i barbari la donna e lo schiavo sono sullo stesso piano e il motivo è che ciò che per natura comanda essi non l’hanno, e quindi la loro comunità è formata di schiava e schiavo. Di conseguenza i poeti dicono

Dominare sopra i Barbari agli Elleni ben s’addice

come se per natura barbaro e schiavo fossero la stessa cosa. […]

Tre sono le premesse a tutto l’impianto dimostrativo: a) gli esseri umani che non sono autosufficienti devono unirsi con chi li completa; b) l’essere che può prevedere con l’intelligenza è capo e chi può faticare col corpo è schiavo, il che comporta che chi ha intelligenza non ha forza fisica e viceversa; c) di non minore importanza, anche se posto tra parentesi, il fatto che la natura produca una sola cosa per un solo fine.

La comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia, […] mentre la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di bisogni non quotidiani è il villaggio. […] La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa. Inoltre, ciò per cui una cosa esiste, il fine, è il meglio e l’autosufficienza è il fine e il meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo. […] Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: […] fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. […] Per natura dunque è in tutti la spinta verso siffatta comunità, e chi per primo la costituì fu causa di grandissimi beni. Perché, come, quand’è perfetto, l’uomo è la migliore delle creature, così pure, quando si stacca dalla legge e dalla giustizia, è la peggiore di tutte.

Verifica: a) la parola "natura" è ripetuta nel brano con una frequenza che deve far riflettere. La densità di significato del termine va oltre le accezioni che già conosciamo; rintraccia nel testo il passaggio che amplia il significato e rendine conto.

Nota: natura non è stato primigenio, la condizione del primitivo, del selvaggio, ma lo stadio finale del suo sviluppo. Ciò deriva dal fatto che la forma deriva dal fine. La famiglia storicamente data viene considerata la base naturale della vita sociale.

b) metti a confronto la concezione di giustizia e di legge in Aristotele e nei sofisti.

5. Aristotele cerca quindi di dimostrare la naturalità della schiavitù seguendo questi passaggi logici: l’economia è un’arte, una τέχνη, e ogni arte ha bisogno di strumenti; l’economo, il capofamiglia, ha bisogno di strumenti: gli schiavi sono gli strumenti precipui dell’amministrazione domestica. Divide gli strumenti in inanimati e animati, questi ultimi a loro volta in strumenti di produzione e di azione. Di questa categoria fanno parte gli schiavi, che sono strumenti d’azione perché la loro opera è aiuto al vivere e la vita è azione. Lo schiavo è un uomo ma è privo degli attributi essenziali specifici dell’essere uomo: l’ideale dell’autosufficienza. Egli infatti dipende da un altro in ogni momento della sua attività: dal padrone e dalla natura a cui come mezzo deve subordinarsi per poterla trasformare. Viene definito come "separato" perché, pur essendo parte del padrone, è όργανον, strumento che rimane altro dal padrone. Aristotele dimostra così la necessità economica e l’utilità sociale della schiavitù dandole però per scontate, non risolvendo il problema etico se sia giusta ed equa. Il rapporto superiore-inferiore pervade tutto l’universo. Lettura Pol. I, 4, 1253b 25 – 1254a 18

Poiché la proprietà è parte della casa e l’arte dell’acquisto è parte dell’amministrazione familiare (infatti senza il necessario è impossibile sia vivere sia vivere bene), come ogni arte specifica possiede necessariamente strumenti appropriati se vuole compiere la sua opera, così deve averli l’amministratore. Degli strumenti alcuni sono inanimati, altri animati (ad es. per il capitano della nave il timone è inanimato, l’ufficiale di prua è animato; in effetti nelle arti il subordinato è una specie di strumento): così pure ogni oggetto di proprietà è strumento per la vita e la proprietà è un insieme di strumenti: anche lo schiavo è un oggetto di proprietà animato e ogni servitore è come uno strumento che ha precedenza sugli altri strumenti. Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo e, come dicono facciano le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto i quali, a sentire il poeta, "entran di proprio impulso nel consesso divino", così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di schiavi. Quindi i cosiddetti strumenti sono strumenti di produzione, un oggetto di proprietà, invece, è strumento d’azione: così dalla spola si ricava qualcosa oltre l’uso che se ne fa, mentre dall’abito e dal letto l’uso soltanto. Inoltre, poiché produzione e azione differiscono specificamente e hanno entrambe bisogno di strumenti, è necessario che anche fra questi ci sia la stessa differenza. Ora la vita è azione, non produzione, perciò lo schiavo è un subordinato nell’ordine degli strumenti d’azione. Il termine "oggetto di proprietà" si usa allo stesso modo che il termine "parte": la parte non è solo parte di un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà. Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui. Dunque quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato.

Verifica: a) lo schiavo è uno strumento molto particolare: descrivine le peculiarità; b) Aristotele presenta un’unica possibilità di abolire la schiavitù ma la considera chiaramente come utopica: quale? Durante l’età moderna verrà smentito poiché proprio questo sogno si concretizzerà: ti sembra che tale innovazione abbia eliminato completamente il problema come ipotizzava lo Stagirita?

6. Poi tenta di giustificare la schiavitù come fondata sulla natura parte da altre due premesse: 1) in tutte le realtà composte da pluralità di parti che collaborano a un fine comune, qualcuno deve comandare e qualcuno essere comandato; 2) l’anima comanda e il corpo è comandato. Il concetto di natura costituisce l’asse portante di tutta la teorizzazione aristotelica che mira a fondare in maniera incontrovertibile l’istituzione della schiavitù come prodotto dello stesso ordine naturale. Secondo Aristotele la natura opera delle distinzioni all’interno della specie-uomo che determinano diversi gradi della forma-uomo nei singoli individui. L’uomo è capace di scelta deliberata (προαίρεσις) e quindi della deliberazione (βουλεύσις), ma proprio per questa capacità di deliberare, attivata dalla riflessione razionale, gli uomini si differenziano. Gli schiavi partecipano della ragione perché la intendono e perciò possono obbedire, ma non la possiedono e perciò non possono comandare. Ad essi manca il βουλεύτικον, la capacità deliberativa (Pol. I, 13, 1260a 10-15).

E invero il libero comanda allo schiavo in modo diverso che il maschio alla femmina, l’uomo al ragazzo, e tutti possiedono le parti dell’anima, ma le possiedono in maniera diversa: perché lo schiavo non possiede in tutta la sua pienezza la parte deliberativa, la donna la possiede ma senza autorità, il ragazzo infine la possiede, ma non sviluppata.

Questa è posseduta in gradi diversi determinando così una differenziazione biologica degli esseri umani che si converte immediatamente in gerarchia sociale e politica. Solo chi è capace di azione volontaria, deliberata razionalmente in vista del bene come fine, può aspirare al comando e porsi come guida nei confronti di chi ne è, geneticamente, escluso. Il potere all’interno della πόλις è distribuito da Aristotele secondo l’ordine biologico. Lettura da Pol. I, 5, 1254a 19 – 1255a 4.

Se esista per natura un essere siffatto o no, e se sia giusto per qualcuno essere schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. Non è difficile farsene un’idea col ragionamento e capirlo da quel che accade. Comandare e essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli e certi esseri, subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. […] In realtà, in tutte le cose che risultano di una pluralità di parti e formano un’unica entità comune, siano tali parti continue o separate, si vede comandante e comandato: questo viene nelle creature animate dalla natura nella sua totalità e, in effetti, anche negli esseri che non partecipano di vita, c’è un principio dominatore, ad es. nel modo musicale. Ma ciò probabilmente appartiene a una ricerca che esula dal nostro intento: il vivente, comunque, in primo luogo, è composto di anima e di corpo, e di questi per natura la prima comanda, l’altro è comandato. Bisogna esaminare quel che è naturale di preferenza negli esseri che stanno in condizione naturale e non nei degenerati, sicché, anche qui, si deve considerare l’uomo che sta nelle migliori condizioni e di corpo e di anima, e in lui il principio fissato apparirà chiaro, mentre negli esseri viziati e che stanno in una condizione viziata si potrebbe vedere che spesso il corpo comanda sull’anima, proprio per tale condizione abietta e contro natura.

Dunque, nell’essere vivente, in primo luogo, è possibile cogliere, come diciamo, l’autorità del padrone e dell’uomo di stato perché l’anima domina il corpo con l’autorità del padrone, l’intelligenza domina l’appetito con l’autorità dell’uomo di stato o del re, ed è chiaro in questi casi che è naturale e giovevole per il corpo esser soggetto all’anima, per la parte affettiva all’intelligenza e alla parte fornita di ragione, mentre una condizione di parità o inversa è nociva a tutti. Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli omini sia proprio in questo modo. Quindi quelli che differiscono tra di loro quanto l’anima dal corpo o l’uomo dalla bestia, (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre) costoro sono per natura schiavi, e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di autorità, proprio come nei casi citati. In effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro (per cui è di un altro) e chi in tanto partecipa di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla: gli altri animali non sono soggetti alla ragione, ma alle impressioni. Quanto all’utilità, la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per le necessità della vita, sia gli schiavi, sia gli animali domestici. Perciò la natura vuol segnalare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l’hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile a siffatte attività, ma adatto alla vita politica (e questa si trova distinta tra le occupazioni di guerra e pace): spesso però accade anche il contrario, taluni, cioè, hanno il corpo di liberi, altri l’anima, ché certo, se i liberi avessero un fisico tanto diverso quanto le statue degli dei, tutti, è evidente, ammetterebbero che gli altri meritano di essere loro schiavi: e se questo è vero nei riguardi del corpo, tanto più giusto sarebbe porlo nei riguardi dell’anima: invece non è ugualmente facile vedere la bellezza dell’anima e quella del corpo. Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri, schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi.

Verifica: a) ripercorri le argomentazioni e il metodo di dimostrazione del brano; b) spiega il paragone tra schiavi e animali.

Per discutere: gli schiavi hanno corpo robusto e adatto alle fatiche, i liberi hanno corpo eretto, ma non è sempre così: la natura ama nascondersi o la giustificazione naturale comincia a vacillare?

7. "Questa tesi è contraria alla concezione aristotelica dell’uomo, secondo cui tutti gli uomini possiedono la ragione e quindi non differiscono come l’anima dal corpo, ma appartengono tutti alla medesima specie. L’assumere la ragione, o l’anima, che è la differenza specifica, cioè elemento caratterizzante la specie, come differenza tra individui della stessa specie, è precisamente contrario all’unità della specie, quindi non solo all’antropologia, ma addirittura alla stessa logica di Aristotele. […] A questo punto, pertanto, è legittimo dire che la giustificazione aristotelica della schiavitù è "ideologica" nel senso marxiano del termine, cioè mirante a giustificare mediante una falsa teoria una realtà di fatto esistente indipendentemente da essa, ossia per altri motivi. Delle difficoltà cui tale giustificazione va incontro dal punto di vista della sua stessa filosofia, Aristotele è del resto consapevole: subito dopo, infatti, egli osserva che spesso certi liberi hanno un corpo da schiavi e certi schiavi un corpo da liberi, il che fa cadere la prova della loro differenza fondata sull’aspetto fisico […] Ciò dimostra che le differenze di natura non sempre coincidono con quelle stabilite dalla legge, cioè che la realtà di fatto non è sempre giusta".

Rintraccia nel testo i passaggi che asseverano questa interpretazione di Enrico Berti. La trovi condivisibile?

8. Esiste poi una schiavitù secondo la legge: chi è sconfitto in guerra è fatto prigioniero e schiavo. Alcuni sono schiavi in ogni luogo, altri in nessuno. Ma da buoni non sempre nascono buoni: la natura vorrebbe ma non sempre ci riesce. Quando la schiavitù è per natura l’interesse a cooperare è comune, quando è basata sulla legge o sulla violenza non c’è, né ci può essere, amicizia o interesse. Lettura Pol. I, 6, 1255a 5 – b 15.

Tuttavia non è difficile vedere che quanti ammettono il contrario in qualche modo dicono bene. "Schiavitù" e "schiavo" sono presi in due sensi: c’è in realtà uno schiavo e una schiavitù anche secondo la legge e questa legge è un accordo per cui ciò che si è vinto in guerra dicono appartenere al vincitore. Ora questo diritto molti giuristi accusano d’illegalità come si accusa un oratore: essi trovano strano che, se uno è in grado di esercitare violenza ed è superiore in forza, l’altro, la vittima, sia schiavo e soggetto. E anche tra i dotti c’è chi la pensa in questo modo, chi in quello. Il motivo di tale discussione e che produce l’alternanza degli argomenti è il seguente: in un certo senso la virtù, quando ha i mezzi, può più di ogni altro anche far violenza ed è sempre la parte che domina a possedere una certa superiorità in qualche bene, sicché pare che no ci sia forza senza virtù e che quindi la discussione verta soltanto intorno al giusto. Perciò gli uni credono che il giusto sia benevolenza, gli altri invece che sia proprio il dominio del più forte. Ma se queste tesi vengono prese separatamente, non è più valida né plausibile l’altra tesi, in quanto che non deve dominare ed essere padrone chi è migliore per virtù. Alcuni poi, rifacendosi del tutto, com’essi pensano, a una certa concezione del giusto (perché la legge esprime una certa forma di giusto) ammettono che la schiavitù di guerra sia giusta, ma nello stesso tempo la negano, perché è possibile che la causa della guerra non sia giusta e nessuno, in alcun modo, direbbe schiavo chi non merita di servire: se no, succederà che persone ritenute nobilissime siano schiavi e discendenti di schiavi, qualora capiti che siano presi prigionieri e venduti: per tale motivo essi non vogliono dire schiavi costoro, ma i barbari. Ora, quando dicono così, non cercano altro che la nozione di schiavo per natura, di cui abbiamo parlato all’inizio: infatti è necessario affermare che alcuni sono schiavi in ogni luogo, altri in nessuno. Lo stesso principio vale pure per la nobiltà: i Greci credono che sono nobili non soltanto in patria, nella supposizione che esista una nobiltà assoluta e un’altra non assoluta, come dice pure l’Elena di Teodette:

Me che discendo da divini genitori

chi mai presumerebbe di chiamarmi serva?

Quando dicono ciò, non distinguono altro che con buono e cattivo schiavitù e libertà, nobili e ignobili, perché ritengono che, come da uomo nasce uomo e da bestia bestia, così pure da buoni il buono. Ora la natura vuole spesso far ciò, ma non ci riesce. È chiaro dunque che la discussione ha un certo motivo e non sempre ci sono da una parte gli schiavi per natura, dall’altra i liberi e che in certi casi la distinzione esiste e che allora agli uni giova l’essere schiavi, agli altri l’essere padroni e gli uni devono obbedire, gli altri esercitare quella forma di autorità a cui da natura sono stati disposti e quindi essere effettivamente padroni: al contrario esercitare male l’autorità comporta un danno per tutt’e due ( la parte e il tutto, come il corpo e l’anima, hanno gli stessi interessi e lo schiavo è una parte del padrone, è come se fosse una parte del corpo viva ma separata: per ciò esiste un interesse, un’amicizia reciproca tra schiavo e padrone nel caso che hanno meritato di essere tali per natura: quando invece tali rapporti sono determinati non in questo modo, ma solo in forza della legge e della violenza, è tutto il contrario).

Verifica: cerca di svolgere il rapporto intrecciato tra liberi-greci e schiavi-barbari. Qual è la presa di posizione di Aristotele riguardo alla naturalità della schiavitù dei barbari?

 

Verifiche sommative:

  1. Ricostruisci mediante una mappa concettuale l’argomentazione di Aristotele in difesa/giustificazione della schiavitù.
  2. Individua e motiva eventuali incoerenze o aporie del testo: quali passaggi del testo ti sembrano meno convincenti?
  3. Fermo restando il contesto storico dell’Ellade del IV secolo a.C., formula ipotesi e argomentazioni in alternativa a quelle espresse da Aristotele.
  4. Evidenzia analogie e differenze nelle concezioni antropologiche di schiavo sostenute da Platone e Aristotele.