Biografia

SOCRATE

Destinatari:

studenti del primo anno di corso.

Prerequisiti:

  1. conoscenza del pensiero filosofico dei fisici pluralisti e dei sofisti;
  2. conoscenza a grandi linee della storia greca;
  3. capacità di analizzare il testo filosofico.

Obiettivi:

  1. conoscenze: il contesto storico e culturale in cui opera Socrate;
  2. competenze: capacità di comprendere il senso del messaggio socratico, attraverso la lettura comparata dei testi.

Tempi: limitandoci strettamente alla lettura ed all’analisi dei testi (di Aristofane e di Platone), evidenziando semplicemente i caratteri innovativi del messaggio socratico, tre ore.

Strumenti: brani da "Nuvole" di Aristofane; "Eutifrone", "Apologia di Socrate", "Simposio", "Teeteto", "Critone", "Fedone" di Platone.

Metodi: lettura, commento e discussione guidata dei testi.

Contenuti: v. oltre

Verifiche: scritte ed orali

La rottura culturale che s’era verificata in Grecia con l’insegnamento dei sofisti, trova la sua massima espressione – per certi versi – nell’insegnamento filosofico di Socrate.

La novità dell’insegnamento socratico – che unisce elementi tradizionali, quali la gratuità dell’insegnamento, ad elementi tipicamente sofistici, quali l’uso della dialettica al fine di confutare l’interlocutore – venne percepita in maniera contrastante dagli stessi ateniesi. Testimone (ed al contempo, accusatore occulto, secondo le parole dell’Apologia) di questo è Aristofane.

Chiarire il contesto storico attraverso il quale si giunge alla condanna di Socrate, serve a far luce sulle ragioni stesse dell’accusa e della condanna. A chiarire il passaggio fra la fine della democrazia in Atene in seguito alla guerra peloponnesiaca – utile qui può essere anche un riferimento alla Pace di Aristofane, leggendo agli studenti il brano in cui Polemos prepara il suo pesto (a base di città greche) ed il brano in cui Ermes chiarisce le cause della guerra – la successiva instaurazione del regime dei trenta tiranni ed il ritorno definitivo della democrazia, può essere già un brano della Lettera VII (324 C – 325 C), che rimanda all’Apologia (32 A – 32 E).

Sempre lo stesso brano della Lettera VII chiarisce le cause della condanna a morte di Socrate, accusato da Anito, Meleto, Licone, di empietà, di corrompere i giovani.

Come gli ateniesi vedono Socrate

Fonti principali per la conoscenza del pensiero socratico sono Platone (suo allievo, che rende Socrate personaggio ed attore principale dei suoi dialoghi); Policrate (sofista di parte democratica che scrive circa un lustro dopo la condanna a morte di Socrate); Senofonte; Aristofane, che ridicolizza Socrate ne Le Nuvole.

Ed è bene partire proprio da questa commedia, dove il nostro viene visto come una sorta di sofista che si occupa di indagini peri fuseos come un qualsiasi naturalista.

STREPSIADE: Allora vieni qui e guarda: la vedi quella porticina e quella casetta?

FIDIPPIDE: Si; ma cosa c’è di preciso, papà?

STREPSIADE: Quello è un pensatoio di anime sapienti. Ci abitano uomini che parlando ti convincono che il cielo è una stufa che ci sta intorno e noi siamo il carbone. Se li paghi, questi ti insegnano a parlare e a vincere con la ragione o col torto.

FIDIPPIDE: E chi sarebbero?

STREPSIADE: Di preciso non so come si chiamano. Ma sono gente onesta, speculatori pieni di pensieri.

FIDIPPIDE: Si, quei mascalzoni! Li conosco bene: tu vuoi dire quegli imbroglioni con la faccia gialla che vanno in giro scalzi, tipo quel disgraziato di Socrate e Cherefonte. (Nuvole, pag. 119 e segg.; corsivi miei)

Va specificato che a muovere il desiderio di conoscenza di Strepsiade non è certo l’amore per la conoscenza, ma il desiderio di non pagare i creditori, con i quali aveva contratto debiti per la passione del figlio per i cavalli e le corse.

Già in questo passo si possono enucleare due accuse mosse a Socrate:

  1. Ci abitano uomini che parlando ti convincono che il cielo è una stufa che ci sta intorno e noi siamo il carbone.

    In questo passo vediamo che Aristofane sta presentando Socrate come un naturalista, il cui pensiero viene reso simile a quello di Anassagora, ma si adombra il sospetto che non creda alle divinità, perché questa è una visione dell’universo apertamente materialistica.

  2. Se li paghi, questi ti insegnano a parlare e a vincere con la ragione o col torto. (…) speculatori pieni di pensieri.

Qui invece Aristofane presenta il Nostro come un qualsiasi sofista, che si fa pagare per il suo insegnamento, tanto da giocare ironicamente sul doppio senso del termine "speculatori".

STREPSIADE: E poi la gente parla tanto di Talete! Su, su, aprimi il Pensatoio e fammi subito vedere Socrate: ho un tremendo bisogno… di imparare. Dai, apri la porta. [vede alcune figure in pose strane] Per Eracle… e queste che bestie sono?

DISCEPOLO: Di che ti meravigli? A cosa ti fanno pensare?

STREPSIADE: Agli Spartani, quelli presi prigionieri a Pilo. Ma questi qui perché guardano a terra?

DISCEPOLO: Fanno ricerche sulle cose sotto terra.

STREPSIADE: Capisco: cercano cipolle. Non vi date pensiero, so io dove ce n’è di belle grosse. E questi qui che fanno, tutti piegati in due?

DISCEPOLO: Indagano le tenebre del Tartaro.

STREPSIADE: E allora perché il culo volge lo sguardo al cielo?

DISCEPOLO: Quello impara l’astronomia per conto suo.

(Nuvole, pag. 129 e segg.; corsivi miei)

Qui Aristofane insiste nel presentare Socrate come un naturalista, che si occupa di indagare le cose del mondo sensibile e quelle del mondo ultraterreno.

STREPSIADE: (…) [si accorge di un uomo sospeso alla mechané] E quello chi è, quello che sta appeso per aria?

DISCEPOLO: É lui.

STREPSIADE: Lui chi?

DISCEPOLO: Socrate.

STREPSIADE: Socrate!? (…)

STREPSIADE: Voglio imparare a parlare. È una cosa incontrollabile: interessi, creditori – e mi spingono, mi tirano, mi sequestrano la roba.

SOCRATE: Come hai potuto fare tanti debiti senza rendertene conto?

STREPSIADE: Mi ha distrutto una febbre da cavalli, un male divorante. Ma tu insegnami uno dei tuoi discorsi, quello che non paga i debiti. Fammi il prezzo che ti pare ed io te lo do, lo giuro sugli dèi.

SOCRATE: Ma che dèi vai giurando? Tanto per cominciare, qui da noi gli dèi sono moneta fuori corso.

STREPSIADE: E chi è che vale, per i giuramenti? Magari le monete di ferro come a Bisanzio?

STREPSIADE: Per la Terra madre, che voce! Santa, solenne, prodigiosa!

SOCRATE: Lo credo bene: queste soltanto sono divinità, tutto il resto è una balla.

STREPSIADE: Per la Terra madre! Vuoi dire che per voi Zeus, Zeus Olimpio non è un dio?

SOCRATE: Quale Zeus? Non dire sciocchezze! Zeus nemmeno esiste.

SOCRATE: E non avrai altro dio all’infuori dei nostri, il Caos che si vede intorno, le Nuvole e la Lingua, questi tre soltanto?

(Nuvole, pag. 133 e segg.; corsivi miei)

Al di là dell’indubitabile effetto comico del presentare Socrate in un cesto, occupato come un qualsiasi naturalista ad indagare il sole ed i pianeti, qui si presenta – in più luoghi della commedia, della quale sono prese in esame solo poche pagine – un Socrate che è in grado di insegnare discorsi che possono "rendere forte il discorso debole", specialità tipica dei sofisti, oltre che non credente negli dèi.

L’immagine di un Socrate non credente negli dèi, contrasta con l’immagine che Platone offre del suo maestro in più passi delle sue opere.

Vediamo come Platone presenta Socrate nell’Apologia, e quali siano le parole che egli rivolge al tribunale.

In Apologia 18 C e segg., Socrate afferma di non preoccuparsi tanto di Anito e dei suoi amici, ma di gente che da anni andavano spargendo voci false sul suo conto:

"E io temo questi accusatori molto più di Anito e dei suoi amici, anche se pure questi sono terribili. Però quelli sono più terribili, o cittadini, ossia quei primi i quali, prendendo la maggior parte di voi fin da fanciulli, vi hanno persuaso e hanno rivolto contro di me accuse per niente vere: che c’è un certo Socrate uomo sapiente, che fa indagini sulle cose celesti e fa ricerche su tutte le cose che stanno sotto terra, e che rende più forte il ragionamento più debole. Questi che hanno diffuso tali voci, o cittadini ateniesi, sono gli accusatori terribili. Infatti, chi li ascolta ritiene che i ricercatori di tali cose non credano all’esistenza degli dèi. Inoltre, questi accusatori sono numerosi e mi hanno rivolto accuse già da molto tempo. (…) E la cosa più strana di tutte è che di costoro non si possono sapere né dire nomi, fatta eccezione di un commediografo. (…) Dobbiamo leggere il loro atto di accusa, come se fossero accusatori veri e propri: "Socrate commette ingiustizia e si dà molto fare, indagando le cose che stanno sotto terra e quelle celesti, facendo risultare più forte il ragionamento più debole ed insegnando queste medesime cose anche agli altri". Di questo tipo è l’accusa che mi fanno. E queste cose le avete viste pure nella commedia di Aristofane, un Socrate che là viene portato attorno, dicendo di camminare nell’aria e dicendo molte altre sciocchezze: tutte cose queste di cui io non mi intendo né molto né poco. E dico ciò in quanto ho disprezzo per una scienza come questa, posto che ci sia un sapiente di tali cose. (…) Dico, invece, che di queste cose, o cittadini ateniesi, io non faccio assolutamente ricerca".

(Apologia, 18 B – 19 C; corsivi miei)

Possiamo qui constatare che Socrate rigetta le accuse di Anito, Meleto, Licone (e di Aristofane), affermando di non occuparsi affatto delle cose di cui costoro lo accusano. In effetti, se l’insegnamento socratico non si fosse discostato da quello sofistico o da quello naturalistico, non ci sarebbe stata una svolta nella storia della filosofia.

Di cosa si occupa Socrate?

Socrate porta un elemento di novità: il campo di azione della sua indagine filosofica non riguarda "le cose che stanno sotto terra e quelle celesti", né si occupa "di rendere più forte il ragionamento debole", ma si occupa dell’uomo.

Cosa significa "occuparsi dell’uomo"? Socrate, abbiamo visto, non è un naturalista né è un sofista. Il campo d’azione di Socrate, l’oggetto della sua ricerca, della sua indagine, è l’uomo ed il suo sapere.

Come mai Socrate si occupa dell’uomo e del sapere dell’uomo? Come mai Socrate viene considerato "sapiente", e che questa sia un’accusa (Apologia, 18 B)? Di che tipo è la sapienza di Socrate?

Socrate riconosce che la sua "sapienza" è di genere differente da quella di chi è riconosciuto sapiente dalla popolazione, sia egli poeta, sia egli generale, sia egli politico od artista. La sua sapienza consiste nel paradossale "sapere di non sapere".

"Qual è questa sapienza? Quella che, forse, è una sapienza umana. Infatti, di questa può darsi veramente che io sia sapiente (…). Certamente, io non conosco questa sapienza. E chi dice, invece, che io la conosco, mente; e lo dice per calunniarmi. (…) Della mia sapienza, se pure è sapienza e quale sia, io vi porterò come testimone il dio di Delfi. Certamente voi conoscete Cherefonte. (…) Ebbene, un giorno, recatosi a Delfi, ebbe l’ardire di interrogare l’oracolo su questo. (…) Cherefonte domandò, infatti, se c’era qualcuno più sapente di me. La Pizia rispose che più sapiente di me non c’era nessuno. (…) Fate ora attenzione al motivo per cui vi dico queste cose. Infatti, io mi accingo a spiegare da dove è sorta la calunnia. Dopo che ebbi udito il vaticinio, feci le seguenti considerazioni: "Che cosa dice il dio e a che cosa allude per enigma? Infatti io ho chiara coscienza, per quanto mi riguarda, di non essere sapiente, né molto né poco. Allora che cosa intende dire il dio, affermando che io sono sapientissimo? Certamente non dice menzogna, perché questo per lui non è lecito". E per molto tempo rimasi in imbarazzo su quello che il dio intendesse dire. In seguito, con fatica intrapresi a fare una ricerca di questo nel modo seguente. Andai da uno di quelli che erano considerati sapienti, nella convinzione che solamente in questa cerchia, se mai da qualche parte, avrei confutato il vaticinio (…). Ora, mentre sottoponevo ad esame quest’uomo (…) mi sembrò che godesse di fama di sapiente presso molti altri uomini e soprattutto che egli stesso si considerasse tale, anche se in realtà, non lo era affatto. E quindi cercai di dimostrargli che credeva di essere sapiente, ma che invece non lo era. Di conseguenza, mi feci nemici sia lui sia molti di coloro che erano presenti. E mentre me ne andavo, trassi allora le conclusioni che, rispetto a quest’uomo, io ero più sapiente. Si dava il caso, infatti, che né l’uno né l’altro sapesse niente di buono né di bello; ma costui era convinto di sapere mentre non sapeva, e invece io, come non sapevo, così neppure credevo di sapere. In ogni modo, mi parve di essere più sapiente di quest’uomo, almeno in questa piccola cosa, ossia per il fatto che ciò che io non so, neppure ritengo di saperloQQ"

(Apologia, 20 D – 21 D; corsivi miei)

Notiamo in primo luogo che Socrate cerca addirittura di confutare il responso della Pizia, dimostrando invece che non possiede sapere. Per questo, come egli stesso afferma, si avvicina a gente che viene considerata "sapiente" dalla popolazione e la "sottopone ad esame". L’unica certezza che possiede Socrate a proposito del suo sapere è che ha "la chiara coscienza di non essere sapiente, né poco né molto".

Questa coscienza lo spinge a domandare ti esti, il "cos’è" delle cose: a domandare, attraverso un dialogare serrato con il suo interlocutore – e questa è una differenza rispetto ai sofisti, abituati ad un dialogare non serrato, ma lungo: i sofisti dialogano attraverso la macrologia cioè attraverso i discorsi lunghi; Socrate invece investe l’interlocutore con una serie di domande brevi e secche (brachilogie) che spezzano l’articolazione del discorso del suo interlocutore e che inchiodano lo stesso, costringendolo a dare delle risposte alle domande insistenti di Socrate. È attraverso questa serie di domande e risposte continue che Socrate si accorge se quello posseduto dal suo interlocutore sia vero sapere o invece sapere fittizio, falso.

Il sapere di cui Socrate parla non è semplicemente quello di scoprire se il suo interlocutore abbia una chiara cognizione di ciò di cui parla, ma anche e soprattutto consapevolezza – nel suo interlocutore – che la ricchezza non è quella data dai commerci, ma l’unica ricchezza vera – l’unico vero sapere, ch’è sapere stabile; l’unica vera ricchezza perché nessuno può toglierla quando la si possiede – è quella proveniente dal possesso della areJ h , cioè della virtù.

Secondo i greci, esistevano vari tipi di virtù – intese come capacità massime: virtù del leone (o del lottatore) doveva essere la forza; virtù del commerciante era di riuscire ad arricchirsi attraverso i traffici; virtù dello scultore creare delle belle statue, ecc.

È, in sostanza, una visione abbastanza materialistica e laica della realtà, non molto diversa dalla società odierna.

Socrate rivendica a sé il compito di porre sotto esame tutti, esortandoli ad occuparsi delle virtù, dello spirito:

"Pertanto, anche se voi ora mi faceste uscire dal carcere non dando retta ad Anito (…) e, contrariamente a quello che lui afferma, voi mi diceste: "O Socrate, noi non daremo retta ad Anito e ti permetteremo di uscire dal carcere, però a questa condizione, ossia che tu non dedichi più il tuo tempo a un tal tipo di indagini e non faccia più filosofia; ma se sarai preso a fare ancora queste cose, morirai"; e con ciò, come dicevo, mi lasciaste uscire dal carcere (…), allora io vi darei questa risposta: "O cittadini ateniesi, vi sono grato e vi voglio bene; però ubbidirò più al dio che non a voi; e finchè sia in grado di farlo, io non smetterò di filosofare, di esortarvi e di farvi capire, sempre, chiunque di voi incontri, dicendogli quel tipo di cose che sono solito dire, ossia questo: "Ottimo uomo, dal momento che sei ateniese, cittadino della Città più grande e più famosa per sapienza e potenza, non ti vergogni di occuparti delle ricchezze per guadagnarne il più possibile e della fama e dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità e della tua anima, in modo che diventi il più possibile buona?". E se qualcuno di voi dissentirà su questo e sosterrà di prendersene cura, io non lo lascerò andare immediatamente, né me ne andrò io, ma lo interrogherò, lo sottoporrò ad esame e lo confuterò. E se mi risulterà che non possegga virtù, se non a parole, io lo biasimerò, in quanto tiene in pochissimo conto le cose che hanno il maggior valore, e in maggior conto le cose che ne hanno molto poco. (…) Infatti, io vado intorno facendo nient’altro se non cercare di persuadere voi, e più giovani e più vecchi, che non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di alcun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, e in privato e in pubblico"

(Apologia, 29 B – 30 B; corsivi miei)

Poniamo in luce due cose:

  1. Socrate afferma che ubbidirà più al dio che agli ateniesi;
  2. Sostiene che il suo agire consiste nel persuadere che la virtù dell’individuo non dipenda dalle ricchezze o dalla cura dei corpi, ma dal possesso della virtù.

I greci erano convinti assertori dell’anima bella nel corpo bello; Socrate, pur avendo un’anima bella – che affascinava i suoi uditori – era tutt’altro che fisicamente bello. Nel Simposio (215 A – 215 B), tanto che Alcibiade descrive Socrate così:

"Dico, dunque, che egli assomiglia moltissimo a quei Sileni, messi in mostra nelle botteghe degli scultori, che gli artigiani costruiscono con zampogne e flauti in mano, e che, quando vengono aperti in due, rivelano contenere dentro l’immagine degli dèi. E inoltre dico che egli assomiglia al satiro Marsia. In effetti, o Socrate, neppure tu potresti mettere in dubbio che nella tua figura sei simile a questi. "

In accordo con i sofisti, Socrate è convinto della insegnabilità della virtù, ma tale virtù non consiste nel saper parlare bene (vedi: Nuvole; Apologia; Simposio), ma consiste evidentemente nella comunicabilità di un sapere che si possiede interamente.

Ecco perché si suol dire che per Socrate "il sapere è la virtù". Solo chi si preoccupa non dei beni esteriori ma di quelli interiori sta attento a comportarsi in maniera coerente con i propri principî, nel relazionarsi con il prossimo. Ecco perché da una persona buona non ci sarà da aspettarsi nulla di male; mentre da una persona non-buona, in quanto non in possesso della virtù (e quindi del sapere), non ci sarà da aspettarsi cosa alcuna di buono – è preda del "vizio", in quanto non a conoscenza della virtù. Chi fa del male, non lo fa perché vuole far del male, ma solo in quanto ignorante della virtù.

Chiaramente, questa concezione rappresenta una svolta epocale, perché da una centralità all’etica – che riguarda proprio l’uomo ed il suo agire. Ecco quindi emergere l’oggetto della ricerca di Socrate.

La missione di Socrate

Non è possibile non osservare che Socrate percepisse la sua come vera e propria missione assegnatagli. Assegnatagli non dagli uomini, ma dal dio. Socrate infatti afferma che

"E a me questo, come ancora vi dico, è stato comandato dal dio, con oracoli e con sogni e in tutti quei modi con cui, talora, anche in altri casi, il destino divino comanda all’uomo di compiere una certa cosa".

(Apologia, 33 C – D)

Socrate afferma di sentire la voce di un dio che lo spinge a non fare alcune cose, ma che non lo spinge mai a fare qualcosa in maniera attiva:

"(…) in me si manifesta qualcosa di divino e di demoniaco, quello che anche Meleto, facendo beffe, ha scritto nell’atto di accusa. Questo che si manifesta in me fin da fanciullo è come una voce che, allorché si manifesta, mi dissuade sempre dal fare quello che sono sul punto di fare, e invece non mi incita mai a fare qualcosa"

(Apologia, 31 C – D)

Platone altrove parlerà della filosofia come di quel "démone" che quando possiede l’individuo, ne cambia la vita. In Grecia, questa forma di "possessione" era considerata essere frutto di qualcosa di divino. Tant’è che il termine greco per "felicità" è eudaimonìa, cioè "essere guidati da un démone buono".

Non a torto si potrebbe dire che anche Socrate era stato "posseduto dal démone della filosofia", ma quello che lo spinge a non agire in una certa maniera è qualcosa che solo in maniera molto imprecisa può essere reso con "la voce della coscienza".

Quello che Socrate considera essere il segno del démone, gli si mostra in più occasioni, ed in più occasioni più che invogliarlo a fare, trattenendolo dall’agire:

"La voce profetica che mi è abituale, quella del démone, per tutto il tempo precedente era sempre assai frequente, e si opponeva molto anche in cose piccole, quando mi accingevo a fare cose in modo non giusto. (…) Invece, il segno del dio non si è opposto a me, né mentre uscivo di casa né mentre salivo qui in tribunale, e neppure durante il discorso, in nessuna occasione mentre io mi accingevo a dire qualcosa. Eppure, in altri discorsi mi ha fermato a metà, mentre parlavo. Ora, invece, in nessun punto, nel corso di questo processo si è opposto a me in nulla, né in alcun atto né in alcuna parola."

(Apologia, 40 A – B)

La missione di cui Socrate è investito, abbiamo visto, è sottoporre ad esame i suoi concittadini, per verificare se possedessero sapere (e fossero virtuosi) o no, e Socrate rivendica l’importanza di questa di fronte all’assemblea che lo giudica, anche se rischia la propria vita per mantenere fede al suo compito.

In uno dei momenti più alti dell’Apologia, Socrate rivendica la sua fedeltà al compito che il dio gli ha demandato:

"Forse qualcuno potrebbe dirmi: "Ma standotene in silenzio ed in tranquillità, o Socrate, non saresti capace di vivere, dopo che te sia andato di qui?". La cosa più difficile di tutte è persuadere alcuni di voi proprio di questo. Se io vi dicessi che questo significherebbe disobbedire al dio e che per questa ragione non sarebbe possibile che io vivessi in tranquillità, voi non mi credereste, come se io facessi la mia "ironia". Se, poi, vi dicessi che il bene più grande dell’uomo è fare ogni giorno dei ragionamenti sulla virtù e sugli altri argomenti intorno ai quali mi avete ascoltato discutere e sottoporre ad esame me stesso e gli altri, e che una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta; ebbene, se vi dicessi questo, mi credereste ancora di meno. Invece, le cose stanno proprio così come vi dico, o uomini. Ma il persuadervi non è cosa facile."

(Apologia, 37 E – 38 A)

Enucleiamo qui due tematiche: la prima è la fedeltà al compito che il dio ha dato a Socrate, l’abbiamo vista; la seconda non è meno importante.

Abbiamo visto che l’insegnamento socratico è etico, che riguarda l’attività umana. La seconda tematica che c’interessa porre in luce, all’interno dell’insegnamento socratico, è il senso della vita secondo Socrate: l’importanza del condurre ricerche sul ti esti delle cose. La vita dev’essere una ricerca continua, non ci si deve appagare della prima risposta ma continuare tutta la vita ad interrogarsi sul perché delle cose. Il sapere non è mai pago di se stesso, ma è continua stimolo in avanti, alla ricerca.

Come Socrate sottopone ad esame

Venire sottoposto ad esame e scoprire – spiacevolmente – che non si possiede sapere è quanto capita, ad esempio, ad Eutifrone, sacerdote e per sua dichiarazione conoscitore di ciò che sia santo.

L’Eutifrone presenta Socrate che si accinge ad entrare nel tribunale e sulle scale dello stesso incontra il sacerdote Eutifrone che ne esce, dopo aver accusato il padre di omicidio.

Era accaduto che uno dei servi d’Eutifrone, in stato d’ubriachezza, avesse ucciso un altro servo e che il padre di Eutifrone avesse messo in un carcere lo schiavo assassino, ma non si fosse più curato di lui. Lo schiavo era morto di fame, sete e freddo ed Eutifrone aveva accusato il padre di aver fatto un’azione empia.

EUTIFRONE: Ora, tanto mio padre quanto gli altri familiari sono indignati per questo: perché io, per quell’omicida, accuso di omicidio mio padre, il quale, come essi dicono, non ha ucciso, e, anche nel caso che avesse ucciso, siccome l’ucciso era un omicida, non bisognerebbe occuparsene affatto, trattandosi appunto di un omicida. E dicono che è cosa empia che un figlio accusi il padre di omicidio. Ma non sanno, o Socrate, quale sia la legge divina circa il santo o l’empio.

SOCRATE: Ma tu, per Zeus, o Eutifrone, sei convinto di conoscere con tanta precisione in che cosa consistano le cose divine e quali siano le cose sante ed empie, che, pur essendosi svolti i fatti così come tu dici, non hai timore di rischiare di commettere, a tua volta, un’azione empia, intentando un processo contro tuo padre?

EUTIFRONE: Ma sarei proprio un buono a nulla, o Socrate; e davvero Eutifrone non si distinguerebbe dagli altri uomini, se non conoscessi con precisione queste cose.

(Eutifrone, 4 D – 5 A; corsivo mio)

SOCRATE: Dimmi, dunque, che cosa affermi tu che siano il santo e l’empio?

EUTIFRONE: Dico che santo è ciò che sto facendo io ora: intentare accusa contro chi commette ingiustizia rendendosi colpevole o di omicidio o di furti sacrileghi o di altri misfatti di questo tipo, sua che su tratti del padre, sia che si tratti della madre, sia che si tratti di chiunque altro; non intentargli causa invece è empio.

(Eutifrone, 5 D – E; corsivo mio)

SOCRATE: (…) Non ti chiedevo di farmi conoscere una o due delle molte azioni sante, ma di farmi conoscere proprio quella forma per cui tutte le azioni sante sono sante. Dicevi, infatti, che per una Idea unica le azioni empie sono empie e le azioni sante sono sante. O non ricordi?

EUTIFRONE: Si, ricordo.

SOCRATE: Allora devi farmi conoscere che cosa sia, precisamente, questa Idea, affinché, guardando ad essa e di essa servendomi come di modello, io possa qualificare come santa quell’azione – tua o di altri – che ad essa sia somigliante, e non santa quella che non le sia somigliante.

EUTIFRONE: Se così vuoi, Socrate, ti risponderò anche in questo modo.

SOCRATE: È proprio questo che voglio.

EUTIFRONE: Santo, dunque, è ciò che è caro agli dèi; empio, invece, è ciò che non è caro agli dèi.

(Eutifrone, 6 D – 7 A; corsivo mio)

Eutifrone cercherà ancora di fornire una definizione di "santo" e di "empio" senza riuscirvi: alla fine del dialogo, pressato ancora da Socrate, anziché impegnarsi a trovare una definizione di "santo" e di "empio", andrà via, affermando di essere atteso altrove.

Possiamo notare – nel primo brano – che Eutifrone si propone come conoscitore di ciò che è santo ed empio. Nel brano successivo possiamo vedere che Socrate chiede che cosa siano le cose di cui sta parlando l’interlocutore – cioè gli chiede di definirlo chiaramente. Non a caso Aristotele affermerà in seguito che Socrate è "lo scopritore del concetto".

Di fronte alla domanda di Socrate, Eutifrone non riesce a far altro che dare una serie d’esempi, non soddisfa in alcun modo la richiesta di Socrate.

A Socrate, tuttavia, non interessano gli esempi: interessa il concetto della cosa di cui si sta parlando. L’esame cui Socrate sottopone il suo interlocutore consiste nello scoprire se egli [l’interlocutore di Socrate] possedesse un’idea chiara di ciò di cui si definiva esperto.

Se riprendiamo in esame il passo di Apologia, 20 D – 21 D, leggiamo che Socrate attraverso il sottoporre ad esame i suoi interlocutori, si era reso conto che costoro, che la popolazione riteneva sapienti, non avevano cognizione di ciò di cui erano ritenuti (e presumevano essi stessi) di essere esperti conoscitori. In questo modo, Socrate si era fatto, dichiara nello stesso passo, parecchi nemici.

Vediamo di comprendere in cosa consistesse il metodo d’indagine socratico.

Abbiamo visto, attraverso Eutifrone, che Socrate procede attraverso domande secche che costringono il suo interlocutore a dare una risposta alla sua domanda sul "che cos’è".

Socrate nell’interrogare il suo interlocutore mette in opera due momenti: una fase distruttiva (processo ironico), che comincia attraverso una finta adulazione del sapere del suo interlocutore, ed una seconda parte costruttiva, in cui aiuta il suo interlocutore a partorire da solo ciò che va cercando (processo maieutico).

Per illustrare il primo caso prendiamo l’Eutifrone.

"EUTIFRONE: Ma sarei proprio un buono a nulla, o Socrate; e davvero Eutifrone non si distinguerebbe dagli altri uomini, se non conoscessi con precisione queste cose.

SOCRATE: E allora, o mirabile Eutifrone, la cosa migliore è che io diventi tuo scolaro, e che, prima che si apra il mio processo con Meleto, io faccia a lui questa proposta, dicendogli che, anche in passato, io tenni sempre in considerazione la conoscenza delle cose divine, e che ora, poiché egli afferma che mi sono reso colpevole di introdurre novità e di trattare con leggerezza le cose divine, io mi sono fatto tuo discepolo. E gli direi, precisamente: "Se sei d’accordo anche tu, o Meleto, che Eutifrone conosce bene queste cose, allora devi convincerti che anch’io penso in modo giusto, e dunque non mi devi intentare il processo. Se invece non sei d’accordo, devi intentare causa, prima che a me, a lui che è mio maestro, in quanto corrompe i vecchi: me e suo padre: me, in quanto mi ammaestra, suo padre, invece, in quanto vuol correggerlo e farlo punire". E se Meleto non si lascerà persuadere da me e non ritirerà la causa, o non accuserà te invece di me, potrà dire in tribunale queste stesse cose che avevo detto a lui in precedenza.

EUTIFRONE: Certo, per Zeus, o Socrate. E se tenterà di accusarmi, saprò ben io, son certo, di trovare il suo punto debole, e in tribunale dovremo parlare molto prima di lui che di me.

SOCRATE: Ne sono convinto, amico caro; e proprio perché sono a conoscenza di queste cose voglio diventare tuo discepolo, ben sapendo come né questo Meleto né alcun altro sembrino accorgersi di te, mentre me Meleto ha conosciuto con tanta profondità e con tanta facilità, che mi ha intentato una accusa di empietà. Ora dimmi dunque, per Zeus, quello che, poco fa, affermavi di sapere così bene: che cosa tu affermavi che sia il santo e l’empio, sia in riferimento all’omicidio, sia in riferimento alle altre azioni? Non è forse vero che il santo è sempre identico a se medesimo in ogni azione? E l’empio non è forse il contrario di tutto ciò che è santo? E, a sua volta, non è sempre uguale a se medesimo e non ha forse un’unica Idea, relativamente alla sua empietà, tutto ciò che è empio?

EUTIFRONE: Certamente, Socrate.

SOCRATE: Dimmi, dunque, che cosa affermi tu che siano il santo e l’empio?"

(Eutifrone, 5 A – D)

Sappiamo già che Eutifrone per quattro volte non fornirà una risposta a Socrate, ma quello che ci preme mettere in luce è il procedimento ironico che usa con il suo interlocutore, adulandolo dapprima ("allora, o mirabile Eutifrone, la cosa migliore è che io diventi tuo scolaro"), successivamente procedendo ad interrogarlo con una serie continua e martellante di domande che pongono in crisi la certezza di sapere del suo interlocutore.

Queste stesse domande conducono l’interlocutore di Socrate a cercare ed a generare (con l’aiuto di Socrate) la definizione che stavano cercando insieme.

Il Teeteto può aiutarci ad illuminare la metodologia socratica.

"SOCRATE: Tu ben senti, Teeteto, ciò che dice Teodoro, al quale, come credo, non vorrai disubbidire; né sarebbe lecito, trattandosi di simili argomenti, che un uomo più giovane disobbedisca agli ordini di un sapiente. Ma parla in modo corretto e con serietà: che cosa ti sembra che sia scienza?

TEETETO: È proprio necessario rispondere, Socrate, dal momento che siete voi che me lo ordinate. Infatti, in ogni modo, anche se commetterò qualche errore, voi mi correggerete. A me, dunque, sembra che anche le discipline che si possono apprendere da Teodoro siano delle scienze – la geometria e quello che tu hai elencato poco fa –, e che, d’altro canto, l’arte del calzolaio e tutte le arti degli altri lavoratori, tutte nel loro complesso e ciascuna di esse, non siano altro che scienze.

SOCRATE: Amico, ti si chiede una cosa sola, e tu ce ne doni, con nobile generosità, molte e svariate, invece di una e semplice.

TEETETO: Che cosa vuoi dire con ciò, Socrate?

SOCRATE: Forse niente; tuttavia, ti spiegherò quello che penso. Quando tu dici "arte del calzolaio", dici forse altro che "scienza della fabbricazione delle scarpe"?

TEETETO: Nient’altro.

SOCRATE: E quando dici "arte del falegname"? Dici forse altro che "scienza della fabbricazione degli oggetti di legno"?

TEETETO: No; questo.

SOCRATE: Dunque, non definisci in entrambi i casi ciò di cui ciascuna delle due è scienza?

TEETETO: Si.

SOCRATE: Ma quello che ti è stato chiesto, Teeteto, non era questo, ossia di quali oggetti sia la scienza, né quante siano le scienze. Ponendo la domanda, infatti, non volevamo enumerare le scienze, bensì sapere che cosa è mai la scienza in sé. O dico una cosa priva di senso?

TEETETO: Tutt’altro; parli in maniera molto corretta.

SOCRATE: Allora, considera anche questo. Se uno ci domandasse, di una qualsiasi cosa di poco valore, per esempio dell’argilla, che cosa mai essa sia, e noi che argilla è quella dei vasai, argilla è quella di coloro che lavorano al forno, argilla è quella dei fabbricanti di mattoni, non saremmo ridicoli?

TEETETO: Certo.

SOCRATE: Innanzi tutto, perché crediamo che chi fa la domanda possa comprendere qualcosa della nostra risposta, se quando diciamo "argilla", aggiungiamo "quella dei fabbricanti di bambolette" o di altri artigiani qualsiasi. O credi che si possa comprendere il nome di una cosa senza sapere che cosa sia quella cosa?

TEETETO: In nessun modo.

SOCRATE: Dunque, chi non sa che cosa è scienza, non può comprendere neanche che cosa significa "scienza delle calzature".

TEETETO: No, infatti.

SOCRATE: Allora, chi ignora il significato di "scienza" non comprende neppure quello di "scienza del calzolaio", né di alcun’altra arte.

TEETETO: È così.

SOCRATE: Dunque, è ridicola la risposta di colui che, se gli è stato chiesto che cosa è scienza, risponda con il nome di un’arte. Risponde, infatti, "scienza di una certa cosa", mentre non era questo che gli era stato chiesto."

(Teeteto, 146 B – 147 C)

Osserviamo che il brano si apre con la richiesta di Socrate a Teeteto di definire il concetto di scienza – siamo ancora una volta davanti alla domanda che Socrate pone sempre al suo interlocutore: "dimmi cos’è (ti esti)..".

Teeteto, abbiamo visto, parte da una definizione molto generale, una di quelle definizioni che dice tutto e dice nulla. Ed è qui che Socrate, dapprima con una affermazione ironica ("Amico, ti si chiede una cosa sola, e tu ce ne doni, con nobile generosità, molte e svariate, invece di una e semplice."), poi con una serie di domande stringenti, costringe Teeteto a "rimangiarsi" la definizione data. In tal modo Socrate non solo ha confutato la definizione ricevuta (in questo caso, della scienza), ma anche insinuato il tarlo del dubbio nella mente del suo interlocutore. Socrate, che va alla ricerca della definizione "della tal cosa" (e che quindi non è in possesso di quella definizione, non è in possesso di sapere), risulta essere paradossalmente più sapiente di chi gli parla.

La definizione di Teeteto, pertanto, è confutata. E a Teeteto non resta che porsi alla ricerca della definizione. In questa ricerca, gli sarà d’aiuto Socrate.

In precedenza abbiamo detto che il dialogare socratico comporta due momenti: quello ironico (che abbiamo visto) e quello maieutico. È proprio grazie alla maieutica, alla "arte della levatrice" che Socrate aiuta i suoi interlocutori a partorire le definizioni che tanto interessano.

"SOCRATE: Procedi, dunque. Poco fa, infatti, hai indicato bene la strada. Imita la tua risposta sulle potenze: come hai compreso in un’unica Forma queste, che sono molte, così cerca di esprimere in un’unica definizione anche le molte scienze.

TEETETO: Ma sappi bene, Socrate, che ho cercato spesso di affrontare questo problema, porgendo orecchio alle tue domande, quando me le riferivano. Sennonché, non riesco a persuadere me stesso di poter rispondere qualcosa in maniera adeguata, né di poter sentire un altro rispondere qualcosa in maniera adeguata, né di poter sentire un altro rispondere, come tu inciti a fare; e, d’altra parte, non so neppure rinunciare ad occuparmene.

SOCRATE: È che tu hai le doglie, caro Teeteto, perché non sei vuoto, ma gravido.

TEETETO: Non so, Socrate. Però ti dico quello che provo.

SOCRATE: Ed allora, ridicolissimo ragazzo, non hai sentito dire che io sono figlio di una rinomata ed abile levatrice, Fenarete?

TEETETO: Questo, si, l’ho già sentito dire.

SOCRATE: E hai sentito dire che io pratico la stessa arte?

TEETETO: Nient’affatto.

SOCRATE: Allora sappi che è così. Però, non dirlo agli altri. In realtà, amico, che io possiedo quest’arte l’ho tenuto nascosto: essi, non sapendolo, non dicono di me questo, bensì che sono un uomo stranissimo e che metto in imbarazzo gli altri. Hai sentito dire anche questo?

TEETETO: Si.

SOCRATE: Te ne dico, dunque, il motivo?

TEETETO: Certo.

SOCRATE: Pensa bene a tutto ciò che riguarda la condizione delle levatrici, e apprenderai più facilmente quello che io voglio dire. Forse sai, infatti, che nessuna di loro, finché è lei stessa in grado di essere fecondata e di partorire, fa da levatrice ad altre donne, ma lo fanno quelle che non possono più partorire.

TEETETO: Certamente.

SOCRATE: Il motivo di ciò, almeno così si dice, è Artemide, perché, lei che è vergine, ebbe in sorte la protezione del parto. A donne sterili, dunque, non ha concesso di fare da levatrici, perché la natura umana è troppo debole per acquisire un’arte relativa a ciò di cui non si abbia esperienza. Ha affidato questo compito, invece, alle donne che, per età, non sono più in grado di partorire, per onorare la loro somiglianza con lei.

TEETETO: Verosimile."

(Teeteto, 148 D – 149 C)

Cominciamo a vedere come Socrate spiega la sua funzione di "ostetrico delle anime" a Teeteto. Socrate si occupa di far "partorire" i concetti ai suoi interlocutori.

Ma il presupposto perché Socrate possa fare da "levatrice" alle anime dei suoi interlocutori sarebbe quello che lui stesso abbia "partorito" idee in passato, ed invece scopriamo che non è così:

"SOCRATE: Questo, dunque, è il grande compito delle levatrici, benché inferiore all’opera mia. Infatti alle donne non capita di partorire una volta dei fantasmi ed un’altra dei figli veri: questo sarebbe troppo facile da distinguere. In effetti, se ciò accadesse, per le levatrici sarebbe un’opera molto grande e molto bella il saper giudicare quello che è un vero figlio e quello che non lo è. Non credi?

TEETETO: Io si.

SOCRATE: La mia arte di ostetrico possiede tutte le altre caratteristiche che competono alle levatrici, ma ne differisce per il fatto che fa da levatrice agli uomini e non alle donne, e che si applica alle loro anime partorienti, e non ai corpi. E questo c’è di assolutamente grande nella mia arte: l’essere capace di mettere alla prova in ogni modo se il pensiero del giovane partorisce un fantasma ed una falsità, oppure un che di vitale e di vero. Poiché questo, almeno, è comune a me ed alle levatrici: non posso generare sapienza; quello che già molti mi hanno rinfacciato, che io, sì, interrogo gli altri ma poi io stesso non manifesto nulla su nessun argomento, adducendo come causa il mio non essere sapiente in nulla, è un rimprovero che risponde a verità. La causa di ciò è questa: il dio mi costringe a far da levatrice, ma mi ha proibito di generare. Quanto a me, dunque, non sono affatto sapiente in qualche cosa, né ho alcuna sapiente scoperta che sia mia come un figlio generato dalla mia anima. Ma di quelli che mi frequentano, alcuni appaiono dapprima ignoranti, ed anche molto, ma poi tutti, continuando a frequentarmi, almeno quelli ai quali il dio lo conceda, fanno progressi così straordinari, che se ne rendono conto essi stessi ed anche gli altri. E questo è chiaro: da me non hanno mai imparato nulla, ma sono loro che, da se stessi, scoprono e generano molte belle cose. Tuttavia, siamo stati il dio ed io a fare loro da levatrici."

(Teeteto, 150 A – 150 E; corsivi miei)

Se Socrate avesse "partorito" idee, possederebbe un sapere (e quindi contraddirebbe ciò che invece lui stesso sempre afferma: cioè il fatto di non sapere).

Soprattutto qui scopriamo che il nostro viene impedito dal dio di poter generare (e quindi è sterile di sapere), ma è in grado di riconoscere se il suo interlocutore generi idee o meno.

Socrate non possiede sapere in prima persona, ma è in grado di aiutare – e questo è un dono del dio – coloro che lo frequentano a progredire, a diventare sempre più fecondi.

Nell’Apologia, Socrate compie una predizione – Socrate è appena stato condannato a morte, siamo nel 399 a. C. ed ha circa 70 anni, essendo nato nel 469 – al termine del suo processo. Predice, ai giudici che lo hanno condannato a morte, convinti che mettendo a morte Socrate nessun altro avrebbe mai continuato ad andare in giro interrogando, alla maniera di Socrate, i concittadini circa il loro modo di condurre la vita (Apologia, 39 C – D), che molti altri avrebbero proseguito il suo insegnamento e con molta più foga in quanto giovani, e che lui sino ad allora aveva trattenuto costoro dall’agire.

Insegnamento gratuito di Socrate e sua povertà

In effetti, le scuole socratiche non furono poche: segno che l’insegnamento del maestro venne proseguito in diverse direzioni da molti dei suoi seguaci. Oltre alla scuola platonica, ci sono quella cinica, quella cirenaica, quella di Megara – tutte scuole che enfatizzano un aspetto particolare dell’insegnamento del nostro. Da questo punto di vista, dunque, la predizione di Socrate si rivelò ben presto esatta.

Abbiamo visto, nelle Nuvole, che Aristofane dipinge Socrate come un qualsiasi sofista, che si fa pagare per il suo insegnamento.

Socrate, invece, ritorna alla vecchia tradizione filosofica: non si fa pagare. Il suo insegnamento è gratuito. Nel commentare l’atto di accusa di Anito, Licone e Meleto, Socrate afferma che essi hanno detto molte menzogne su di lui, ma su una non hanno avuto il coraggio di mentire:

"(…) non pare cosa umana che io abbia trascurato tutti i miei affari, sopportando ormai da tanti anni che vengano lasciati da parte i miei interessi, per occuparmi, invece, sempre dei vostri, frequentando in privato ciascuno di voi come un padre o un fratello maggiore, al fine di convincervi di prendervi cura della virtù. E se da queste cose traessi qualche giovamento e dessi consigli per ricevere qualche compenso in denaro, una qualche motivazione ci sarebbe. Ma ora lo vedete pure voi stessi che i miei accusatori, i quali mi hanno accusato delle altre cose in modo così spudorato, per questo non sono stati a tal punto spudorati da portare un solo testimone per provare che io anche una sola volta mi sia fatto pagare o che abbia preteso un qualche compenso. Il testimone atto a provare che io dico il vero, ve lo porto invece io: la mia povertà!"

(Apologia, 31 B – C; corsivi miei)

In tal modo è confutata la maniera in cui Aristofane ha presentato Socrate, che si differenziava dai sofisti anche per questo (non insignificante) particolare.

Sebbene Socrate fosse povero, gran parte del suo uditorio (i suoi "discepoli") era di famiglia molto agiata.

Fra costoro, nel momento in cui Socrate viene condannato nella prima votazione (venivano, infatti, compiute due votazioni; nella prima votazione Socrate viene semplicemente condannato, nella seconda si rifiuta la sua proposta di pena e lo si condanna a morte) vi sono Platone e suo fratello Adimanto.

È bene, a questo punto, ricordare che Platone era nipote di due (Crizia ed Ippia) dei trenta tiranni, e venne da loro invitato ad entrare nel governo della città. Rifiutò data la sua giovane età. I trenta tiranni erano saliti al potere in seguito alla sconfitta di Atene nel corso della guerra peloponnesiaca che l’aveva vista contrapposta a Sparta, che per sconfiggere Atene aveva accettato l’aiuto dei persiani, tradizionali nemici dei greci.

"Avvennero nel frattempo alcuni bruschi mutamenti nella situazione politica della città. Il governo di allora, attaccato da più parti, passò in altre mani, finendo in quelle di cinquantun uomini di cui undici erano in città e dieci al Pireo; ciascuno di questi aveva il compito di presiedere al mercato e aveva incarichi amministrativi. Al di sopra di tutti c’erano però trenta magistrati che erano dotati di pieni poteri.

Caso volle che fra questi si trovassero alcuni miei parenti e conoscenti che non esitarono a invitarmi nel governo, ritenendo questa un’esperienza adatta a me. Considerata la mia giovane età, non deve meravigliare il mio stato d’animo: ero convinto che avrebbero portato lo Stato da una condizione di illegalità ad una di giustizia. E così prestai la massima attenzione al loro operato.

Mi resi conto, allora, che in breve tempo questi individui riuscirono a far sembrare l’età dell’oro il periodo precedente, e fra le altre scelleratezze di cui furono responsabili, mandarono, insieme ad altri sicari, il vecchio amico Socrate – una persona che non ho dubbi a definire l’uomo più giusto di allora – a rapire con la forza un certo cittadino al fine di sopprimerlo. E fecero questo con l’intenzione di coinvolgerlo con le buone o con le cattive nelle loro losche imprese. Ma Socrate si guardò bene dall’obbedire, deciso ad esporsi a tutti i rischi, pur di non farsi complice delle loro malefatte.

(…)

Poco dopo avvenne che il potere dei Trenta crollasse e con loro tutto il loro sistema di governo. (…) Anche in quel momento di confusione si verificarono molti episodi vergognosi, ma non fa meraviglia che nelle rivoluzioni anche le vendette sui nemici siano molto più feroci. Tuttavia gli uomini che in quella circostanza tornarono al governo si comportarono con mitezza.

Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, fra l’altro, di quello che meno si addiceva ad uno come Socrate. Insomma, lo incriminarono per empietà, lo ritennero colpevole e lo uccisero; e pensare che proprio lui si era rifiutato di prendere parte all’arresto illegale di uno dei loro amici, quando erano banditi dalla Città e la malasorte li perseguitava."

(Lettera VII, 324 C – 325 C)

Socrate stesso ricorda ai suoi giudici questo tentativo dei Trenta di coinvolgerlo (Apologia 32 A – E).

Riprendiamo per un momento la Lettera VII: Platone riferisce che al potere c’erano suoi parenti e conoscenti. Il governo dei Trenta, modellato su quello spartano, era un governo oligarchico; il governo democratico della città cadde appunto in seguito alla sconfitta in guerra contro Sparta e viene imposto in Atene un governo oligarchico.

Non è un caso, comunque, che Socrate sia stato condannato a morte subito dopo il ristabilimento della democrazia in Atene. Già in precedenza, sempre ad Atene, alla morte (nel corso di una epidemia di peste) di Pericle – che era a capo di Atene – venne condannato a morte il filosofo Anassagora (riuscì a salvarsi soltanto fuggendo da Atene), vengono accusati Fidia (lo scultore) e tutto il circolo pericleo.

Altro motivo di accusa (sebbene mai esplicitata) al nostro, sta nel fatto che, appunto, la maggioranza dei suoi "discepoli" fosse in qualche modo legata ai vecchi circoli oligarchici che avevano governato la città nel periodo dei Trenta Tiranni: insomma, Socrate come il cattivo genio di molte persone.

Infine, va ricordato che il tentativo dei politici di parte democratica tornati al potere, è quello di cercare un ampio consenso sociale alla neonata democrazia ateniese sulla base della religione tradizionale – con questo voglio dire che si rifanno, per avere una forte coesione sociale, alle tradizioni (in questo senso il ritorno della democrazia in Atene è di segno conservatore), perché nella tradizione – religiosa – veniva ad essere identificato un potente fattore di identità sociale e politica. Né più, né meno quanto è accaduto in Afghanistan: la religione è stata utilizzata quale collante per dare una identità forte alla popolazione.

 

Socrate e gli dei

Come abbiamo già visto, Socrate viene accusato non solo da Aristofane – ma anche da Anito, Meleto, Licone – di non credere negli dèi. Nella sua autodifesa davanti al tribunale giudicante, Socrate afferma invece che coloro

"che hanno diffuso tali voci, o cittadini ateniesi, sono gli accusatori terribili. Infatti, chi li ascolta ritiene che i ricercatori di tali cose non credano all’esistenza degli dèi"

(Apologia, 18 C)

Cominciamo con il chiederci se Socrate credesse o meno agli dèi. Molto probabilmente Socrate credeva nella Divinità, non negli dèi del popolo. Il passo che abbiamo preso in considerazione non dice se Socrate credesse o meno; possiamo anche leggerlo, forzando un po’ il testo, come una sottolineatura della differenza fra la filosofia e la religione – non è necessario che chi fa ricerca delle cose intorno alla natura creda negli dèi; né è necessario che chi fa ricerca delle cose intorno alla natura non creda negli dèi.

Sempre nell’autodifesa compiuta davanti al tribunale che lo giudica, Socrate pone sotto interrogatorio il suo accusatore Meleto, e dimostra l’inconsistenza delle sue accuse:

"SOCRATE: Allora, o Meleto, in nome di questi dèi di cui stiamo ora discorrendo, parla in maniera ancor più chiara e a me e a questi uomini qui presenti. Io, infatti, non riesco a capire se tu sostieni che io insegno a credere che esistano dèi e non sono per nulla ateo e non sono colpevole di questo –, però non quelli in cui crede la città, ma differenti, e se quindi è questa l’accusa che mi fai, ossia che sono divinità differenti; oppure se sostieni in senso assoluto che io non credo che ci siano dèi e che insegno queste cose agli altri.

MELETO: Dico questo: che tu assolutamente non credi negli dèi.

SOCRATE: O meraviglioso Meleto, a quale scopo tu dici questo? Io non credo, dunque, che il Sole e la Luna siano dèi, come credono, invece, gli altri?

MELETO: Per Zeus, o giudici, non crede, perché afferma che il Sole è pietra e che la Luna è terra.

SOCRATE: Ritieni, caro Meleto, di accusare Anassagora? E hai tanto disprezzo di costoro, e li ritieni così privi di istruzione, da non sapere che i libri di Anassagora di Clazomene sono pieni di tali affermazioni? E i giovani apprendono tali affermazioni proprio da me queste cose, mentre possono, al prezzo di una dracma a dir tanto, comprarsele talvolta dall’orchestra e ridersi di Socrate, che fa credere sue siffatte dottrine, peraltro così stravaganti? Ma, per Zeus, hai proprio questa opinione di me? Non credo che esista alcun dio?

MELETO: No, per Zeus, proprio nessuno.

SOCRATE: Non sei attendibile, o Meleto."

(Apologia, 26 C – E)

Abbiamo visto come Socrate "smonta" le affermazioni di coloro che lo accusano di ateismo; ma non si ferma qui: con uno stringente interrogatorio costringe Meleto a contraddirsi, perché nel suo atto di accusa Meleto aveva affermato che Socrate non credeva negli dèi ma al contempo che era ispirato da un dèmone. In tal modo Meleto è condotto in contraddizione, e Socrate prosegue la sua analisi osservando che essendo i dèmoni comunque degli dèi, era vanificata l’accusa stessa.

Sempre nell’Apologia (31 C – 32 E) scopriamo che Socrate non si è mai occupato di politica attiva, perché il dio glielo impediva. Eppure aveva ricoperto un incarico pubblico nel corso del processo contro i dieci strateghi che, vincitori della battaglia navale delle Arginuse (406 a. C.) non avevano raccolto i morti ed i naufraghi e per questo erano stati accusati, e processati. Socrate, unico membro dei 50 che doveva giudicarli votò contro la pena di morte (gli altri 49 ebbero paura della folla che chiedeva la morte degli strateghi), perché riteneva che andasse rispettata la legge, che prevedeva questi venissero giudicati singolarmente.

Eppure, Socrate – in quanto cittadino libero – aveva possibilità di dedicarsi alla attività politica (politice tecne), in quanto in essa il cittadino libero (politeius) aveva modo di accrescere l’importanza ed il potere della propria città (polis). Invece il dio gli impedisce di farlo, e Socrate – che è ligio alla forma della legge (ed ogni questione di forma c’è sempre la sostanza: la legge va rispettata in quanto tale, vuole dirci Socrate, e non cercare i cavilli per sfuggirle) – avrebbe messo a repentaglio più volte la propria vita, cosa che non era intenzionato a fare, se non costrettovi.

Questo rispetto per la Legge della città lo porta a rifiutare la fuga quando Critone, uno dei suoi allievi, gliene prospetta la possibilità – perché in tal modo avrebbe vanificato il suo stesso insegnamento (seguire la virtù, cioè il sapere e quindi vivere rettamente): Socrate sente di dovere rispettare le leggi; fuggire avrebbe significato per lui vivere lontano dalla giustizia:

"Ma, Socrate, dà ascolto a noi che ti abbiamo allevato e non tenere i figli, né il vivere né altra cosa in più alta considerazione che non la giustizia, affinché, arrivato all’Ade, tu possa avere tutte queste cose da dire in tua difesa a coloro che laggiù governano.

Infatti, appare chiaro come il far ciò, qui sulla terra, non sia né meglio, né più giusto, né più santo per te, e neppure per alcuno dei tuoi; né una volta arrivato all’Ade, per te sarà meglio.

Invece, ora, tu morirai, se deciderai in questo senso, vittima di un trattamento ingiusto non già da parte di noi Leggi, ma da parte degli uomini. Se, invece, tu te ne andrai di qui in modo così vergognoso, rispondendo all’ingiustizia con ingiustizia, e ricambiando il male con male, trasgredendo gli accordi ed i patti che avevi contratto con noi, e facendo male a chi meno dovresti: a te stesso, ai tuoi amici, alla Patria ed a noi, ebbene, noi saremo ostili verso di te finché sarai vivo, e, laggiù, le nostre sorelle, le Leggi dell’Ade, non ti accoglieranno benevolmente, sapendo che, per quanto era in tuo potere, tu hai tentato di distruggere noi."

(Critone, 54 B – C)

La vita ultraterrena

Siamo così giunti ad un punto nodale dell’insegnamento di Socrate: quello riguardante la vita ultraterrena.

Socrate, diversamente da altri filosofi che lo hanno preceduto ha pensato che la morte non sia altro che una forma di liberazione dell’anima dalle catene del corpo. In greco, fra l’altro c’è un’assonanza fra "corpo" (soma) e "carcere" (soba). L’insegnamento di Socrate giunge qui al suo punto più alto, si esplica qui l’intero senso del suo insegnamento che è tutto volto in chiave etica.

Seguire le vie del bene, interrogarsi continuamente per ricercare la virtù e la giustizia (dike) significa per Socrate rinunciare consapevolmente a fare il male ed a ricambiare male con il male – questa è una morale assolutamente rivoluzionaria per i tempi: per i greci (e non solo per loro!) bisognava beneficare gli amici e fare tutto il male possibile ai nemici – è una morale corrente, in definitiva. Per certi versi, per il rifiuto di utilizzare la violenza può essere considerato un pacifista ante-litteram – eppure aveva preso parte ad alcune battaglie per difendere la sua Atene.

Come abbiamo visto, Socrate subisce due gradi di giudizio nella stessa giornata – anche se nell’Apologia si afferma che in altre città elleniche il giudizio era espresso in giornate differenti.

Ai giudici che avevano votato a suo favore, contro la condanna a morte, Socrate rivolge un discorso, in cui emerge nettamente la differenza con i filosofi che lo avevano preceduto.

Diversamente da chi – come Pitagora – riteneva che l’anima potesse reincarnarsi in altri corpi; diversamente da chi – come Democrito – lascia intendere che con la morte, l’anima si disgreghi (insegnamento che verrà ripreso in seguito da una delle "scuole della crisi" cioè dalla scuola epicurea), Socrate avanza l’ipotesi che dopo la morte l’anima vada nell’Ade.

L’anima secondo Socrate è immortale ed incorruttibile (a differenza del corpo non si decompone) ed affine al divino – per cui destinata a tornare presso gli dèi. Questa parte dell’insegnamento socratico risente ampiamente delle dottrine misteriche: infatti Socrate afferma che mentre le anime non purificate rimangono attaccate a qualcosa di corporeo (non liberata dalle passioni del corpo) e rimangono ancora sulla terra sotto forma di fantasmi; mentre ancora le anime di coloro che hanno soddisfatto i loro piaceri si reincarnano sotto forma di animali, mentre le anime che si sono rese colpevoli di colpe grandi ma sanabili, vagano a lungo nell’aldilà prima di poter entrare nell’aldilà, solo l’anima purificata – e la purificazione avviene attraverso la filosofia – può tornare presso gli dèi

"coloro che risultano aver vissuto una vita in grande santità, subito liberati da questi luoghi sotterranei, e liberati da essi come da carceri, salgono in alto, in una pura dimora, e là abitano sulla vera terra. E tra questi, coloro che si sono purificati quanto occorre con l’esercizio della filosofia, vivono completamente sciolti da ogni legame col corpo per tutto il tempo futuro e vanno in abitazioni ancora più belle di queste, che non è facile descrivere".

(Fedone, 114 B – C)

All’anima buona, all’anima purificata attraverso la pratica della filosofia, è concesso di vivere assieme alle anime dei grandi, degli eroi, e Socrate ritiene che sia una fortuna poter morire, per poter così interrogare quei grandi:

"Ora, se la morte è il non avere più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in sogno, allora la morte sarebbe un guadagno meraviglioso. (…) Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo? Infatti, se uno, giunto all’Ade, liberatosi di quelli che qui da noi si dicono giudici, ne troverà di veri, quelli che si dice che là pronunciano sentenza: Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti altri dei semidei sono stati giusti nella vita; ebbene, in tal caso, questo passare nell’aldilà sarebbe forse cosa da poco? E poi, quanto sarebbe disposto a pagare ciascuno di voi, per stare insieme con Orfeo e Museo, con Omero e con Esiodo? Per quanto mi riguarda sono pronto a morire molte volte, se questo è vero. Infatti, per me, sarebbe straordinario trascorrere il mio tempo, allorché mi incontrassi con Palamede, con Aiace figlio di Telamonio e con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un ingiusto giudizio, mettendo a confronto i miei casi con i loro! E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole. Ma la cosa per me più bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che stanno di là, interrogandoli come facevo con questi che stanno qui, per vedere chi è sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo è. (…) Ebbene, anche voi, o giudici, bisogna che abbiate buone speranze davanti alla morte, e dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte."

(Apologia, 40 C – 41 D)

 

Bibliografia:

Verifiche

  1. esempi di domande a risposta breve
    1. In quindici righe, parla del destino dell’anima secondo Socrate, ponendolo in relazione con la tradizione orfica e con il pitagorismo.
    2. In quindici righe, spiega in cosa consista il carattere di novità del pensiero di Socrate rispetto a quello dei sofisti e della tradizione filosofica precedente.
    3. In quindici righe, poni in luce qual è la differenza fra la maniera in cui Aristofane presenta Socrate e l’immagine dello stesso affidataci da Platone nell’Apologia.
    4. In quindici righe, spiega qual è il compito che il dio ha assegnato a Socrate, e quale sia la funzione del dèmone di Socrate.
  2. esempi di temi