Temi e problemi

LINGUAGGIO E VERITA’ NEI SOFISTI E IN SOCRATE

 

 

Destinatari: studenti del terzo anno di liceo scientifico

Presupposti: a) conoscenza della società arcaica greca, della funzione del mito, della nascita del logos e della filosofia dei presocratici, del contesto storico-sociale ateniese nel V sec. a.C., della nascita del sapere delle technài, ; b) capacità di ricostruire le tesi e le argomentazioni di un testo, filosofico o meno. I presupposti saranno verificati dialogando con gli studenti nella prima mezz’ora del percorso.

Obiettivi: a) conoscenze: la funzione del linguaggio nella filosofia dei Sofisti e il loro relativismo gnoseologico ed etico, l’ironia e la maieutica socratica, la virtù; b) competenze: capacità di individuare la concezione etica dell’autore attraverso la lettura di testi, capacità di problematizzare ed esemplificare la posizione individuata, capacità di argomentare le differenti concezioni etiche attraverso la partecipazione a dibattiti e l’espressione di opinioni personali; c) atteggiamenti: capacità di problematizzare e contestualizzare le differenti concezioni etiche emerse.

Tempi: per l’intera unità, compresa la lettura dei testi, cinque ore.

Strumenti: testi antologici dei Sofisti, di Senofonte e di Platone

Metodi: lezioni frontali, lettura e discussione guidata dei testi proposti.

Contenuti: cfr. più avanti

Verifiche formative: esercizi relativi a ciascun testo

Verifiche sommative: vd. la scheda di lavoro finale.

 

Nel 460 ad Atene diviene stratega Pericle che governa per 30 anni, portando la città verso la democrazia radicale, favorendo la piena parità dei diritti politici dei cittadini. Per ottenere la maggior partecipazione del popolo, introduce un compenso in denaro per tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche, permettendo così l’accesso al potere anche ai più poveri. Nel clima culturale dell’età periclea viene affermata e valorizzata l’autonomia del soggetto umano. Questa autonomia è accompagnata e sostenuta da una nuova idea della razionalità che si manifesta ed è il risultato di vari fattori. Si afferma il sapere delle technài, il sapere specializzato capace di conseguire dei risultati utili all’ uomo

( medicina ippocratica, storiografia di Erodoto e Tucidide).

Questo sviluppo del tecnicismo specializzato fa passare in primo piano i problemi di metodo e l’aspetto formale del sapere: appena le competenze cessano di essere considerate come doni nativi o tradizioni privilegiate, si comincia a riflettere sulla tecnica della tecnica. Questo prepara a riflettere sullo stesso metodo del pensiero e della filosofia. All’individuo mirante a emanciparsi dalla tutela dello Stato e della religione, questa tecnica speciale del sapere appare destinata a fornire i principi per organizzare, in vista della felicità, la propria esistenza e quella dello Stato.

Una conseguenza di questo stesso movimento è la tendenza del pensiero ad interrogare se stesso intorno ai propri poteri e alla parte che può rivendicare nella rappresentazione del reale o nella determinazione della condotta. Si ha una fioritura del pensiero critico e raziocinativo, l’uomo subentra alla natura come centro della speculazione: un umanismo subentra al naturalismo della filosofia anteriore.

I massimi artefici della rivoluzione che si compì nell’orientamento del pensiero verso la metà del secolo V furono ad un tempo i Sofisti e Socrate. Nonostante la tradizione del loto antagonismo reciproco non c’è nulla di paradossale nel considerarli come i collaboratori di una medesima opera.

A detta di Platone, il primo che abbia avuto l’idea di chiamarsi sofista fu Protagora di Abdera. Più vecchio di Socrate di una ventina d’anni, era certamente morto al momento del processo di quest’ultimo. Gorgia è invece originario di Lentini, in Sicilia, giunge ad Atene nel 427 per svolgervi un incarico diplomatico a favore della sua città e vi tornerà più volte, accrescendo ulteriormente la propria fama. Entrambe queste figure cercano di soddisfare i bisogni di un’epoca o di un paese dove ogni cittadino può partecipare all’amministrazione o alla direzione degli affari della città.

Oltre che oratore, il sofista è maestro di retorica: dopo aver dato esempi dell’arte di scrivere o di parlare con ordine, eleganza e correttezza su tutti i temi possibili, insegna quest’arte. E poiché il suo esercizio presuppone una straordinaria varietà di conoscenze, si industria di ricondurle a temi generali. Per riuscirci dovrà dunque possedere egli stesso un sapere enciclopedico, che tenga conto dei gusti del pubblico e dei problemi di moda. Per dominare questo sapere elabora un metodo formale. Il suo scopo è infatti quello di armare l’alunno per tutti i conflitti di pensiero o di azione di cui la vita sociale può essere l’occasione: si tratta di insegnare a criticare e a discutere, a organizzare un torneo di ragioni contro ragioni.

Per i sofisti il metodo delle antilogie insegna a inventare meccanicamente, su qualsiasi problema, le idee destinate a nutrire il discorso parlato e scritto. Una volta conosciuta la struttura dell’antilogia, il discepolo potrà anche improvvisare, senza conoscere approfonditamente l’argomento: i sofisti misero ogni impegno nel perfezionare questo formalismo verbale, rimanendo invece indifferenti alle idee. Lo spirito del loro insegnamento esige infatti che non abbiano una dottrina personale da sostenere, ma che mostrino invece come tutte possano essere difese (dalle più accolte alle più paradossali). Il loro scopo è di mettere il discepolo in condizione di recitare la parte della competenza, sia per contestarla, sia per prestarle aiuto, e di fare davanti ai tecnici la figura del competente.

"se mi frequenterai, avrai il vantaggio, sin dal primo giorno (…) di ritornartene a casa migliore di prima, e lo stesso il secondo giorno" (Platone, Protagora, 318 a).

Il sofista si presenta quindi come sapiente in quanto ritiene di saper insegnare qualcosa e non in quanto si crede un eletto depositario della verità. Per i sofisti infatti la verità è un insieme di nozioni che esistono indipendentemente dalla vita di colui che si dedica a conoscerle. La verità diventa oggetto: può essere raggiunta da tutti indifferentemente. Non per nulla si legge nel Protagora:

"allora il sofista non è una specie di commerciante all’ingrosso o di rivenditore al minuto degli alimenti (le conoscenze) di cui l’anima si nutre?" (313c).

C’è l’idea della vendita: l’insegnamento della verità si configura come una trasmissione di nozioni. Chi la possiede cerca di renderla utile proponendone ad altri l’acquisto in cambio di denaro. Questa constatazione porta a due importanti conseguenze: la verità può essere "acquistata" da tutti e quindi la virtù non è patrimonio esclusivo di pochi ma è possibilità data a tutti gli uomini.

Non esistono più dei criteri di valore validi oggettivamente e universalmente, il criterio di verità è sostituito dal criterio di utilità sociale, legato agli interessi e al costume di una determinata comunità. Secondo Protagora l’uomo è misura di tutte le cose: a ciascuno la stessa cosa può apparire una volta bene, un’altra male. In un’ottica cittadina è vero solo quel che ogni città considera tale, ciò che nella dialettica delle opinioni è affermato come tale. Il valore degli atti, delle credenze, è sancito dalle loro conseguenze pratiche.

Compito del sofista è di educare i cittadini a sostituire all’idea di un "vero" e di un "giusto" in assoluto ciò che per essi è utile. Attraverso l’educazione è possibile formare un sentire comune, un’immagine del mondo e un orizzonte di valori coerenti. Si accompagna a questa concezione, l’affermazione di un vero e proprio relativismo culturale, tale cioè da escludere qualsiasi possibilità di definire, in modo assoluto, ciò che è bene e ciò che è male.

Con i sofisti si scopre la straordinaria varietà delle tradizioni culturali esistenti nel mondo allora conosciuto, si riconosce la diversità dei codici morali esistenti fra i vari popoli, insieme a quelli dei codici linguistici e culturali. Ad esempio, nei Discorsi duplici si legge:

"per i Greci è brutto e riprovevole ciò che appare bello ai Macedoni, Sciiti o Traci: che le ragazze si congiungano con un uomo prima di sposarsi, che si porti in giro, appesa al proprio cavallo, la testa scuoiata di un nemico ucciso, o che si divorino i genitori per "seppellirli" nel proprio corpo"

Da questo punto di vista anche la legge che regola la polis è convenzionale, espressione della volontà umana e non del volere divino. La tecnica politica si traduce invece in decisioni legislative, in norme e direttive continuamente modificabili, ma sempre necessarie alla convivenza tra gli uomini e alla loro stessa sopravvivenza.

 

L’attività di Socrate si esercita nello stesso ambiente sociale dei Sofisti, come risposta agli stessi bisogni intellettuali e morali. Un parente di Socrate chiede all’oracolo di Delfi se esista qualcuno più sapiente di lui: la risposta è negativa. Da quel momento, Socrate si considera come al servizio di Apollo, investito da lui come di una "missione", quella cioè di cercare una ragione a tale risposta. In sé egli non scorge nessuna specie di sapienza: "esaminerà" quindi coloro che si reputano sapienti in qualsiasi campo. Egli non tarda ad avvedersi di possedere nei loro confronti una superiorità : egli non è vittima della propria ignoranza, ne è consapevole. Lavora perciò a sviluppare negli altri quella stessa riflessione critica, la quale libera la mente dalle opinioni accolte senza esame. "Conoscere se stessi", allo scopo di riformarsi, ecco quel che si chiama "aver cura della propria anima". Questa educazione non comporta nessun dogmatismo: riposa su un metodo di "ricerca comune" per mezzo del dialogo.

L’antilogia dei Sofisti e l’esame socratico sono forme diverse del metodo di confutazione: far sì che l’avversario si impigli in contraddizioni, spingendolo così dalla sua prima tesi all’antitesi, per condurlo a conoscere, attraverso nuove contraddizioni, che anche quest’ultima è insostenibile, e per lasciarlo infine completamente smarrito.

Ma per quanto simili possano essere i loro procedimenti, la somiglianza è soltanto esteriore. Socrate concepisce quel metodo formale ben diversamente dai Sofisti. Il metodo di questi ultimi è erudito: è enciclopedico, verbale e mai riflessivo. Per Socrate l’erudizione è presunta sapienza e la coscienza va analizzata sciolta da qualsiasi riferimento all’autorità tradizionale. Se poi il formalismo sofistico ha un contenuto variabile, il metodo di Socrate ha un contenuto permanente: la coscienza, il "conosci te stesso".

Nel "Gorgia" vediamo Socrate che interroga il retore sofista per valutare la reale consistenza del suo sapere: tenta di superare il contenuto di ciò che Gorgia dice, per mettere alla prova Gorgia stesso. Il contenuto non esprime Gorgia in persona, ma rende ragione di ciò che Gorgia sa. Socrate introduce per primo il problema dell’"uso" in riferimento alla verità e alla conoscenza, qualunque cosa si possegga, finché non la si usa, è come se non ci appartenesse neppure: bellezza, denaro, potere…, rimandano sempre al di là di se stessi, verso la scienza che di loro faccia uso. Per aver diritto al titolo di sapienti, non basta impartire lezioni ex cathedra né basta udirle per accostarsi alla verità poiché di queste lezioni bisogna saper fare uso. Verità e conoscenza non esistono di per sé, ma stanno nell’uomo sapiente e veritiero. Vera conoscenza non è il possesso delle nozioni, ma la disposizione a farne un uso retto. Il vero maestro non si ferma al momento della "trasmissione " ma assiste i suoi allievi per aiutarli ad usare ciò che hanno imparato da lui. Gorgia distingue l’arte che egli insegna dall’uso che i suoi allievi possono farne, Socrate ritiene invece che il maestro dovrà astenersi dalla pura trasmissione ed educare l’allievo a far proprio ciò che ascolta, a renderlo a sé utile, ad usarlo bene.

Socrate non può trasmettere nulla, non ha contenuti, dottrine da proporre ma assiste i giovani o i presunti sapienti nel difficile parto del "far proprio", del ricondurre a sé nozioni, cose, persone.

" la mia arte di ostetrico possiede tutte le caratteristiche che competono alle levatrici, ma ne differisce perché fa da levatrice agli uomini e non alle donne e che si applica alle loro anime partorienti e non ai corpi. E questo c’è di assolutamente grande nella mia arte: l’essere capace di mettere alla prova in ogni modo se il pensiero del giovane partorisce un fantasma ed una falsità, oppure un che di vitale e di vero (…). La causa di ciò è questa: il dio mi costringe a fare da ostetrico, ma mi ha proibito di generare"(Platone, Teeteto, 150 b-c).

Socrate promuove la conoscenza e la verità: necessità di dare alla luce qualcosa che ci appartenga davvero. Per parlare della conoscenza di sé, nel "Menone" Socrate introduce la metafora dell’anamnesis:

"poiché l’anima è immortale ed è più volte rinata (…) non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi della virtù e delle altre cose che in precedenza sapeva (…) effettivamente il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare" (Platone, Menone; 81c-d).

Ogni cosa ci riconduce a noi stessi, ci spinge a ricordare: conoscere equivale a recuperare ciò che giace latente nella nostra anima. Il conoscere non è il procedere alla ricerca di qualcosa fuori, ma il rimanere presso di sé, ossia l’usare rettamente le cose, l’agire in vista del proprio bene. Socrate ha una concezione ottimistica della natura umana: se uno riesce a trovare il suo bene, a conoscere davvero se stesso, contemporaneamente conoscerà anche tutte le altre cose nella loro verità.

Per Socrate la virtù è sapere: sapere ciò che dobbiamo fare, ogni qual volta ci troviamo di fronte ad un bivio, a scelte impegnative per la nostra esistenza. Di conseguenza la virtù è una sola: sapere ciò che è bene e ciò che è male, un atteggiamento critico da adottare in ogni circostanza e per ogni tipo di scelta. Chi commette il male lo fa per difetto di scienza, quindi involontariamente: non sa, scambia il male per il bene, preferisce il piacere del momento, ignaro delle conseguenze negative che possono derivarne. Il bene si identifica quindi con la felicità, il male con l’infelicità. Chi fa il bene è anche felice infatti nessuno può volere il male conoscendolo.

La capacità di "vedere" il bene è nell’anima: Socrate dice a tal proposito di avere un demone che gli dice quello che non deve fare (si afferma un nuovo senso di responsabilità morale nell’individuo).

Socrate nega la validità del relativismo etico dei Sofisti perché i criteri di valutazione della condotta umana devono ispirarsi a principi stabili e certi, a valori oggettivi per poter riconoscere con sicurezza il bene e il male.

 

VERIFICHE FORMATIVE

 

I RAGIONAMENTI DUPLICI: RELATIVISMO MORALE E ANTROPOLOGICO

Un duplice ordine di ragionamenti si fa in Grecia da parte dei cultori di filosofia intorno al bene e al male. Gli uni sostengono che altro è il bene, altro è il male; altri, invece, che sono la stessa cosa; la quale, per alcuni sarebbe bene, per altri male; e per lo stesso individuo, sarebbe ora bene, ora male. Quanto a me, io mi metto dal punto di vista di questi ultimi; e ne ricercherò la prove nella vita umana, la cui preoccupazioni sono il mangiare, il bere e i piaceri sessuali, poiché questi soddisfacimenti per l’ammalato sono un male, ma per chi è sano e ne ha bisogno, un bene. Pertanto, l’abuso di essi è male per gli incontinenti, ma per chi li vende e ci guadagna, è un bene. E ancora, la morte per chi muore è un male, ma per gli impresari di pompe funebri e per i becchini è un bene. E che l’agricoltura dia abbondante raccolto, è un bene per gli agricoltori, ma per i commercianti è male. Così pure, che le navi onerarie si scontrino e si fracassino, per l’armatore è male, ma per i costruttori è bene.

(…) Si fa poi un altro ragionamento, come cioè altro sarebbe il bene, altro il male; E come differiscono di nome, così differirebbero anche di fatto. Ed io, quanto a me, mi spiego questo modo di vedere: poiché mi pare che neppure apparirebbe chiaro in che cosa consista il bene e in che cosa consista il male, qualora fossero ambedue la stessa cosa, e non due diverse; e ci sarebbe poi da stupire. Perché credo che uno che sostenesse tal cosa, non saprebbe neppur come replicare se gli si chiedesse: "Dimmi, fin qui i tuoi genitori t’han fatto delle cose buone?" E lui: "Si, molte e grandi". "Tu dunque sei loro debitore di grandi e molti mali, se è vero che il bene è la stessa cosa del male". "E senti, fin qui hai tu fatto alcun bene ai tuoi congiunti?" "Si, molti e grandi". "Dunque facevi loro del male". (…).

E secondo questo esempio, così è anche per gli altri di cui s’è discorso più sopra. E in questo modo non definisco che cosa è il bene, ma questo m’ingegno di insegnare, che il bene e il male non sono la stessa cosa, ma ciascuno dei due può essere anche l’altro.

Da anonimo (V sec. a.C.), Ragionamenti duplici

Rispondi alle seguenti domande:

  1. Definisci come vengono intesi "bene " e "male", illustrando quali argomentazioni adduce l’autore a sostegno della sua tesi.
  2. Per quali motivi si può parlare di "relativismo etico"?
  3. In che senso "l’uomo è misura di tutte le cose"?
  4. In che modo il criterio di verità è sostituito dal criterio di utilità?

SENOFONTE: SOCRATE E IL PRINCIPIO "CONOSCI TE STESSO"

Socrate Dimmi, Eutidemo, sei mai andato a Delfi?

Eutidemo Due volte almeno per Zeus – rispose.

Socrate Ti sei accorto che sul tempio in qualche parte è scritto "conosci te stesso"?

Eutidemo Si.

Socrate E non ti sei curato di questa frase o vi hai prestato attenzione e hai cercato di esaminare chi sei?

Eutidemo No, per Zeus, perché credevo di saperlo: difficilmente avrei conosciuto qualche altra cosa, se non avessi conosciuto neppure me stesso.

Socrate E ti pare che conosca se stesso chi conosce soltanto il proprio nome o chi fa come i compratori di cavalli? Questi credono di non conoscere ciò che vogliono conoscere prima di aver esaminato se il cavallo è docile o indocile, forte o debole, veloce o lento o altre prestazioni positive o negative negli usi in cui può essere impiegato. Chi fa come costoro e si esamina rispetto agli usi nei quali può essere impiegato un uomo, conosce le proprie possibilità?

Eutidemo Mi pare – rispose – che chi non conosce le proprie possibilità non conosce se stesso.

Socrate Ma non è chiaro che attraverso la conoscenza di se stessi gli uomini ottengono moltissimi beni, mentre, se si ingannano su se stessi, subiscono moltissimi mali? Infatti, quelli che conoscono se stessi sanno ciò che è loro utile e riconoscono le cose che sono in loro potere e quelle che non lo sono; e facendo quello che sanno, si procurano ciò di cui hanno bisogno e ottengono il successo, mentre, astenendosi da quello che non sanno, non sbagliano ed evitano l’insuccesso (…)

 

Da Senofonte, Memorabili, IV, 2, 11-29

Sulla base delle tue conoscenze e della lettura proposta, rispondi alle seguenti domande

  1. Con quali argomenti Socrate cerca di convincere Eutidemo del fatto che il "conoscere se stessi" è condizione imprescindibile per essere felici?
  2. Qual è il ruolo rivestito da Socrate nell’aiutare i suoi interlocutori a "far partorire" le conoscenze?
  3. In che modo e con quali finalità, Socrate fa uso delle sue capacità retoriche ed argomentative?

 

PLATONE: LA CONOSCENZA COME SCIENZA D’USO

(…) "Pertanto – continuai – anche per l’uso dei beni di cui abbiamo trattato prima, ossia le ricchezze, la salute e la bellezza, servirsi rettamente di tutti è una scienza che guida e dirige in modo corretto l’azione, oppure qualcos’altro?". – "E’ una scienza", ammise.

(…) "Perciò, in nome di Zeus, si ottiene qualcosa di vantaggioso dal possesso degli altri beni senza saggezza e senza sapienza? (…) In sintesi, o Clinia, probabilmente tutte le realtà di cui prima abbiamo detto che sono un bene, non devono essere considerate un bene in se e per se per natura, ma, a quanto pare, la questione è così: se sono dirette dall’ignoranza, si tratta di mali; se invece vengono condotte da saggezza e sapienza, si tratta di beni maggiori, ma in se e per se nessuna di esse è di nessun valore. (…) Che cosa ne deriva allora per noi da quello che si è detto? Che nessuna, forse, delle altre realtà è buona o cattiva, mentre, tra queste due, la sapienza è un bene e l’ignoranza è un male?". – Lo riconobbe.

(…) "Abbiamo dimostrato proprio che non vi sarebbe nessun vantaggio neppure se, senza fatica e senza scavare la terra, tutto diventasse per noi oro; e così, neppure se sapessimo trasformare le pietre in oro, tale scienza non avrebbe assolutamente nessun valore. E’ risultato, infatti che, se non sapessimo anche usare l’oro, non ne trarremmo alcun vantaggio. (…) Ci occorre, dunque, mio bel ragazzo, una scienza tale che in essa vengano a coincidere il fare e il saper usare quello che si produce".

Rispondi alle seguenti domande

  1. Per quale motivo l’uomo non può avere vantaggi dal semplice possesso di certi beni?
  2. In che modo la conoscenza coincide con la "scienza d’uso"?
  3. Quale differenza si può ravvisare tra l’insegnamento sofistico e quello socratico-platonico?

 

VERIFICA SOMMATIVA

  1. Costruisci una mappa concettuale che metta in evidenza la funzione del linguaggio nei Sofisti e in Socrate e le differenti concezioni etiche che ne derivano.
  2. Spiega per quali motivi e con che strategie l’insegnamento dei Sofisti e di Socrate cerca di rispondere ai bisogni intellettuali e morali degli Ateniesi del V sec. a.C.
  3. I Sofisti e Socrate, pur partendo da una differente concezione dell’idea di virtù, arrivano alla conclusione che essa non sia possesso esclusivo di pochi, ma possa essere insegnata a tutti. Spiega questa differenza, argomentandola con una breve trattazione, cercando di mettere in evidenza quali benefici porta all’uomo il possesso della virtù all’interno della polis.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Gli studi critici di argomento relativo a questa unità che possono essere utilmente consultati sono:

L.Robin, La formazione del pensiero greco, ed.Mondadori.

W.Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco, ed. La Nuova Italia.