LABORATORIO DIDATTICO DI FILOSOFIA

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30 novembre 2006

FILOSOFIA ANALITICA E DIDATTICA DELLA FILOSOFIA

LO STILE ANALITICO

Ciò che caratterizza la filosofia analitica non sarebbe una raccolta di tesi sostantive, né un metodo filosofico, e neppure un punto di vista identificabile con una tradizione storicamente effettiva, o con questo o con quell’autore; non sarebbe neppure l’interesse per certe specifiche procedure, come la giustificazione appunto, ma piuttosto uno stile di pensiero, di discorso, di argomentazione.
Le qualità distintive di tale stile sarebbero, principalmente: la scelta di argomenti molto limitati e circoscritti; un  programmatico sforzo di chiarezza e di rigore argomentativo; l’umile convincimento, da parte del teorizzante, di appartenere a un’impresa comune, entro la quale portare il proprio contributo [...].

La filosofia analitica è riconoscibile perché fa un uso sistematico di alcuni espedienti argomentativi caratteristici. Anzitutto procede in base a definizioni, tesi ed esempi; considera determinante la presentazione di controesempi [...].

Ma qui consiglierei di soffermarsi a riflettere, perché la ricerca di esempi è qualcosa di più e di diverso dall’argomentazione, e la visione dello stile analitico come “argomentazione rigorosa” secondo me risulta davvero riduttiva, rispetto alla pratica effettiva. Di fatto i filosofi analitici oltre all’argomentazione usano anche, in modo massiccio e direi quasi primario, l’immaginazione (per produrre esempi, d’altra parte, è necessario compiere operazioni di connessione che in buona parte sono immaginative). In contrasto con lo stile neopositivista, che considerava l’immaginazione una facoltà da metafisici o da poeti, la filosofia analitica nel corso degli anni ha sempre più frequentemente associato immaginazione e argomentazione, a molti livelli diversi. I casi più evidenti o macroscopici (lasciando da parte Wittgenstein, dai cui scritti si può trarre una vera e propria poetica dell’esemplificazione) sono l’uso degli esperimenti mentali o di pensiero (tra i più famosi, la “Terra gemella” di H. Putnam, o la “camera cinese” di John Searle), o dei condizionali controfattuali (se la luna fosse fatta di formaggio, che cosa ne conseguirebbe?), o l’elaborazione delle ipotesi scettiche (la più famosa è quella dei “cervelli in una vasca” di Putnam 1977, ma forse la più curiosa è quella di Russell: supponiamo che noi stessi siamo stati creati tre minuti fa, con tutti i nostri ricordi o pensieri: come sappiamo che non è così?) (FRANCA D’AGOSTINI, Che cos’è la filosofia analitica? in FRANCA D’AGOSTINI, NICLA VASSALLO, a cura di, Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino 2002, pp. 3-76).

 

FILOSOFIA E STORIA DELLA FILOSOFIA

La teoria delle virtù si basa in larga misura sull'Etica a Nicomaco di Aristotele e per questa ragione è talvolta conosciuta come neoaristotelismo. A differenza dei kantiani e degli utilitaristi, che in genere concentrano la loro attenzione sul carattere giusto o sbagliato delle singole azioni, i teorici delle virtù sono interessati al carattere e alla vita degli individui nella loro interezza. La domanda centrale per i teorici delle virtù è: «come devo vivere ?» La risposta che essi forniscono è: coltiva le virtù. E solo coltivando le virtù che si «fiorisce» come esseri umani.

 

12.1. «Fioritura».

Secondo Aristotele tutti vogliono «fiorire» come esseri umani. La parola greca che egli usa per indicare la «fioritura» è eudaimonia. Questa parola è talvolta tradotta come «felicità», ma si tratta di una traduzione potenzialmente fuorviante, in quanto Aristotele riteneva, per esempio, che si potesse provare un grande piacere fisico senza per questo raggiungere l'eudaimonia. Eudaimonia è un termine che si applica alla vita intera, non a stati particolari in cui ci si può trovare da un momento all' altro. Forse «vera felicità» sarebbe una traduzione migliore, ma potrebbe indurre nell'errore di credere che l' eudaimonia sia uno stato mentale gradevole che deve essere raggiunto, mentre si tratta di un modo di vivere la propria vita con successo e soddisfazione. Aristotele riteneva che determinati modi di vivere promuovessero la «fioritura» degli esseri umani, cosi come determinati modi di prendersi cura di un ciliegio lo faranno crescere, fiorire e fruttificare.

 

12.2. Le virtù.

Coltivare le virtù è dunque il modo per fiorire come esseri umani secondo Aristotele. Ma che cos'è una virtù?

Si tratta di uno schema in base a cui si regola il proprio comportamento e si provano sensazioni: una tendenza ad agire, desiderare, sentire in certi modi nelle situazioni appropriate. A differenza di Kant, Aristotele riteneva che provare le emozioni appropriate sia centrale nell'arte di condurre una vita buona. Una virtù non è un'abitudine inconsapevole, ma piuttosto comporta un giudizio consapevole sulla reazione appropriata alla situazione in cui ci si trova.

Chi possiede la virtù della generosità proverà sentimenti generosi e agirà in modo generoso nelle situazioni appropriate. Ciò implica il giudizio che la situazione e la reazione siano di tipo appropriato. Nella situazione del Buon Samaritano, una persona virtuosa proverà compassione per l'uomo abbandonato lungo il ciglio della strada, e al tempo stesso agirà in modo caritatevole nei suoi confronti. Un Samaritano che abbia aiutato la vittima solo perché ha calcolato che gliene deriverà qualche futuro vantaggio non starebbe agendo generosamente, perché la generosità comporta il dare senza pensare ai vantaggi per sé.

Se il Samaritano fosse giunto nel momento in cui i rapinatori stavano assalendo la loro sfortunata vittima, e avesse posseduto la virtù del coraggio, vinta ogni paura avrebbe affrontato i rapinatori. Parte del significato del coraggio consiste appunto nella capacità di vincere la paura.

Virtù come la generosità e il coraggio sono, secondo i teorici delle virtù, qualità che ogni essere umano deve possedere per poter vivere bene. Ciò potrebbe indurre a pensare che un individuo virtuoso possa scegliere da un elenco di virtù quelle che desidera sviluppare, o che qualcuno che possieda una singola virtù in un alto grado possa essere una persona virtuosa. Ma si tratterebbe di un malinteso. Per Aristotele la persona virtuosa è chi ha armonizzato tutte le virtù, e le ha intrecciate nella trama della propria vita.

 

13. Critiche alla teoria delle virtù .

3 .1. Quali virtù dobbiamo adottare?

Una grave difficoltà per la teoria delle virtù è quella di stabilire quali schemi di comportamento, desiderio o sentimento debbano essere considerati virtù. La risposta che viene normalmente formulata è: quelli di cui un essere umano ha bisogno per «fiorire» come tale. Ma ciò non è di molto aiuto. Alcuni filosofi forniscono elenchi di virtù come la benevolenza, l'onestà, il coraggio, la generosità, la lealtà, e cosi via, e le analizzano dettagliatamente. Ma poiché non c'è una completa coincidenza tra le loro liste, c'è spazio per la discussione su ciò che deve essere incluso. E non è sempre chiaro per quali ragioni qualcosa venga considerato come una virtù.

Il pericolo è che i teorici delle virtù si limitino a ridefinire come virtù i loro pregiudizi e i modi di vivere da loro preferiti, e come vizi le attività che disprezzano. Chi apprezzasse cibi e vini raffinati potrebbe sostenere che una sottile stimolazione delle papille gustative costituisca una parte essenziale del vivere bene per un essere umano, e dunque che essere amante di cibi e vini raffinati sia una virtù. Un sostenitore della monogamia potrebbe sostenere che la fedeltà a un solo partner sessuale sia una virtù; un teorico delle virtù sessualmente promiscuo potrebbe difendere la virtù della libertà sessuale. Dunque la teoria delle virtù può essere usata come una cortina fumogena intellettuale dietro la quale sono contrabbandati dei pregiudizi. Inoltre se il teorico delle virtù sceglie di accettare solo quei modi di comportarsi, desiderare e sentire che sono generalmente considerati virtuosi nella sua particolare società, la teoria stessa assume un carattere essenzialmente conservatore, e dotato di scarsa inclinazione a modificare quella società per ragioni morali.

 

13.2 Natura umana.

Un’altra critica rivolta alla teoria delle virtù è che essa presuppone l’esistenza di una natura umana, e perciò l’esistenza di schemi di comportamento e di sentimento appropriati per tutti gli uomini. Una simile concezione, però, è stata messa in dubbio da molti filosofi (NIGEL WARBURTON, Philosophy: The Basics, tr. it. Il primo libro di filosofia¸ Einaudi, Torino 1999, pp. 62-65).

 

ESERCIZI DI FILOSOFIA

1. "Che cosa importa se le teorie etiche usano la parola "bene" e altri termini etici così come vengono usati nella conversazione ordinaria? In ambito scientifico, quando troviamo un termine vago, gli assegniamo un significato specifico tecnico; in fisica facciamo questo con parole come "energia", "resistenza", "lavoro". Perché non farlo anche in etica, liberandoci della vaghezza e dei significati che si sovrappongono?". Commentate.

2. Quali delle seguenti asserzioni sono di tipo empirico? Perché?

a. I broccoli ti fanno bene
b. E' bene per te venire a trovarmi.
c. I mandarini sono buoni.
d. Trattenere il fiato è un buon metodo per far passare il singhiozzo.
e. Apprezzo la tua amicizia.
f. Puoi non apprezzare l'affidabilità, ma scoprirai che averla sarà per te prezioso.
g. Ho un cattivo sapore in bocca.

 

3. Valutate i seguenti ragionamenti.
a. La felicità è un bene, indipendentemente da chi lo possiede. Dovremmo impegnarci per ottenere il bene. Quindi, io dovrei impegnarmi per ottenere il tuo bene come il mio.
b. «Perché è immorale produrre un valore e tenerselo, ed è morale darlo via? E se non è morale per voi tenervelo, perché è morale per gli altri accettarlo? Se quando lo elargite siete altruisti e virtuosi, quelli che lo accettano non sono forse egoisti e colpevoli? La virtù consiste nel servire il vizio?»

4. Le seguenti regole hanno delle eccezioni? Se è così, nell'ambito di quali condizioni possibili? Perché?

 a. «Non si dovrebbe mai usare la forza nei confronti degli altri.» «Però è giusto usarla per legittima difesa, quando gli altri ti attaccano.» «Bene, allora la regola dovrebbe essere: Mai iniziare a usare la forza contro altri.»
b. Mai truffare un cliente, anche se il capo minaccia di licenziarvi se non lo fate.
c. Un imputato che si sa essere innocente non dovrebbe mai essere condannato.
d. Quando due candidati hanno gli stessi titoli, dovrebbe essere scelto quello appartenente alla minoranza etnica.
e. Dovrei sempre agire in modo tale da preservare (e se possibile incrementare) la libertà altrui.
f. A volte qualcuno dovrebbe essere giustiziato senza processo.
 

5. In etica, molto dipende da come un atto è classificato. I seguenti dovrebbero, essere classificati come omicidi o tentati omicidi?

 

a. Vostro padre è malato terminale e in preda a dolori insopportabili per lenire i quali non è più possibile far nulla; lo aiutate a morire senza dolore somministrandogli un veleno ad azione rapida.
b. A intende sparare a B ma, per sbaglio, spara a C e lo uccide.
c. Alcuni uomini hanno fatto saltare, con la dinamite, il muro di un carcere per far evadere un detenuto, ma nello scoppio sono stati uccisi altri detenuti.
d. Gli abitanti del villaggio hanno offerto ai pellegrini diretti a La Mecca di traghettarli a pagamento da una riva all' altra del mar Rosso, ma, dopo aver raccolto i soldi, li hanno
scaricati su un' isola deserta, dove non c'era né cibo né acqua,facendoli morire.
e. Il poliziotto sta per arrestare l'autista di un camion. Costui avvia il mezzo e accelera rapidamente, il poliziotto viene buttato a terra e rimane ucciso dalle macchine che sopraggiungono.
f. Un uomo si getta dal dodicesimo piano di un edificio in fiamme, sapendo che morirà per la caduta. È un suicidio? (Secondo la dottrina cattolica del" doppio effetto", non
si tratta di suicidio se l'intenzione era soltanto quella di salvarsi dalle fiamme e non di uccidersi.)
g. Le ha mentito dicendole, prima di fare l'amore, che non aveva l'AIDS. Lei ha contratto la malattia ed è morta.
h. Non è riuscito a dirgli che i freni dell' auto non funzionavano. Al primo tratto in discesa, è finito contro un muro ed è morto.

 

6. «Non è che desideriamo vedere soffrire la gente; desideriamo soltanto essere protetti contro pericolosi predatori. Se potessimo paracadutare tutti i serial killer su di una remota isola dei mari del Sud (assumendo che non fosse già abitata), ciò ci libererebbe di loro esattamente come se finissero per un periodo in prigione. Cosa importa se si tratterà di una specie di vacanza, dato che non danno più fastidio a nessuno?»
«Al quadro manca un elemento: essi meritano di soffrire per quello che hanno fatto. Hanno spento delle vite umane, e per questo devono pagare un prezzo. Ciò viene garantito dalla pena, non dall'esilio sull'isola dei mari del Sud.»
Continuate la conversazione o discutete l'esempio.


7. In Argentina viene trovato un nazista che è stato responsabile della morte di diverse centinaia di persone in un campo di sterminio. Ora è a capo di un 'industria, e ha condotto un'esistenza irreprensibile fin dal suo arrivo in questo paese. Dovrebbe essere estradato e punito per i suoi crimini di oltre cinquant'anni fa, o dovremmo dimenticarci di tutto, dicendo «Ora è passato troppo tempo» oppure «Condannarlo non servirebbe a nulla»? Quale teoria della punizione state difendendo nel dare la vostra risposta?
 

8. Quando un certo atto 1) è ingiusto verso qualcuno, o 2) è una violazione dei diritti di qualcuno, ciò definisce la questione? Ovvero, ne segue che non dovreste mai farlo? O, invece, qualche volta le violazioni dei diritti sono ammissibili? (E nel caso della guerra?)
 

9. Un individuo accusato di avere abusato sessualmente di suo figlio merita forse delle attenuanti perché lui stesso subì la medesima sorte quand'era bambino? Una persona merita delle attenuanti perché un amico l 'ha convinta a unirsi a lui in una rapina quando era sotto l'effetto di droghe e non pienamente consapevole di ciò che stava facendo (e certamente non delle conseguenze)?
 

10. È un'azione ingiusta (sleale) se un ufficiale seleziona un soldato per una missione pericolosa perché 1) non gli sta in simpatia e non vuole che ritorni sano e salvo o 2) è ritenuto il più idoneo a compiere quella missione?
 

11.
A: Cosa dovresti o non dovresti fare dipende dalle circostanze in cui ti trovi. In una società nel deserto, dove sprecare l'acqua può causare la perdita di vite umane, non dovresti sprecarla, ma in una società in cui c'è abbondanza d' acqua la cosa è possibile. Di solito non mangeremmo i nostri compagni di viaggio, ma quando non esiste altro modo per evitare di morire di fame dopo un
disastro aereo, è lecito farlo. Nelle tue circostanze, sembra desiderabile divorziare: non hai bambini e ti troveresti meglio da divorziato; nelle mie, invece, dato che ci sono dei figli, e potremmo essere in grado di sistemare le cose, non dovremmo ottenere il divorzio. In una situazione di estrema povertà sono ammissibili alcune cose inaccettabili in una società più ricca, ad esempio raccogliere dal piatto di qualcuno gli avanzi e mangiarli. Tutto dipende dalle circostanze: quanto è giusto in un dato contesto, può non esserlo in un altro; ciò che è desiderabile in un posto, spesso non lo è in un altro.
B: Esistono, però, atti che sono sbagliati in tutte le circostanze. Questi sono l'argomento specifico dell'etica.
Secondo voi esistono atti di questo tipo? Discutete la questione.
 

12. Le vostre norme per una società buona sarebbero le stesse o simili a quelle che prescrivereste per una persona (buona)?
 

13.
A: Puoi sostenere che le tue prestazioni valgono un tanto l'ora, ma se nessuno ti pagherà quella cifra, non c'è ragione per dirlo. Esse valgono solo tanto quanto ti pagherà il miglior offerente; quale altro criterio può esserci riguardo a quanto "davvero valgono"?
B: Oggigiorno paghiamo milioni per un solo quadro di Van Gogh. Nessuno lo avrebbe pagato anche solo cento dollari all'epoca in cui venne dipinto. Senza dubbio, però, le sue opere valevano molto di più anche allora, ma nessuno apprezzava il loro effettivo valore. La stessa considerazione si può applicare al lavoro che faccio da McDonald's.
Discutete le tesi esposte.
 

14. Dovremmo applicare anche agli animali quelle parti dell'etica che applichiamo (o sosteniamo) nei rapporti con gli altri esseri umani «Non uccidere», «Non causare un dolore ingiustificato», «Non usare gli altri come mezzi per i tuoi fini» ecc.)? (JOHN HOSPERS, An Introduction to Philosophical Analysis, Routledge and Kegan Paul, London 1956, 1997; tr. it. Introduzione all’analisi filosofica, Mondadori Università, Milano 2003).