Unità didattica di filosofia medievale

Le virtù della conoscenza in Tommaso D'Aquino

 

 

 

 

Daniele Ravasi

Gedeone Martini

Mariagrazia Girolimetto

 


 

 

Finalità:

L'unità didattica è parte di un modulo sulla Filosofia Medievale. Si propone di avvicinare gli studenti al tema dell’etica e della conoscenza secondo la prospettiva tomista per offrire loro l'opportunità di discutere problematiche morali del mondo contemporaneo da più punti di vista.

 

Destinatari:

Studenti del terzo anno di corso del Liceo Classico

 

Prerequisiti:

u      Conoscenza delle linee fondamentali dello sviluppo del pensiero greco, in particolare della gnoseologia e dell'etica aristotelica

u      Competenza nella lettura e analisi di un testo filosofico

 

Obiettivi:

u      conoscenze

- conoscere la gnoseologia tomista, in particolare i principi che regolano l’agire virtuoso dell'uomo

- conoscere il rapporto etica/conoscenza in San Tommaso

 

u      competenze

- utilizzare correttamente il lessico specifico: abito, virtù intellettuale, virtù morale, prudenza

- saper ricostruire argomentazioni

- riassumere le tesi centrali di un filosofo

 

u      capacità

- confrontare la posizione tomista nell'approccio alla conoscenza con il proprio punto di vista sul problema del rapporto tra  verità e etica

 

Contenuti:

u      Prima lezione: Introduzione alla gnoseologia e all'etica tomista

u      Seconda lezione: Per fare del bene è più importante l’intelligenza o la volontà?

u      Terza lezione: Che importanza ha la prudenza nella vita?

u      Quarta lezione:  Indagine sulla realtà morale contemporanea attraverso il pensiero tomista

 

Metodi:

Lezione frontale; lettura e analisi di testi; discussione riassuntiva tesa al coinvolgimento degli alunni con la produzione di interventi personali.

 

Strumenti:

Testo preparato dall'insegnante, Manuale in adozione; Somma Teologica, I-II, qq. 55-58.

 

Tempi:

Tempo complessivo di svolgimento: 4 ore, durante il regolare svolgimento del programma disciplinare

1 ora per l’inquadramento dell'argomento, 2 ore per la lettura e la discussione dei testi, 1 ora per la verifica.

 

Verifiche:

Quesiti a risposta aperta (max 5 righe).

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Prima lezione

Introduzione alla gnoseologia e all’etica tomista

 

Tommaso D’Aquino: le virtù della conoscenza

 

Iniziamo il discorso su Tommaso con una domanda: si può amare senza conoscere?

Per rispondere procediamo a piccoli passi spiegando che cosa significa conoscere e amare nella filosofia tomista.

Va detto che l’amore sarà considerato come virtù, ossia un’attività volta a fare il bene, quindi si andrà oltre al concetto d’amore sentimentale-sessuale diffuso nella cultura contemporanea.

 

La conoscenza

Per Tommaso la conoscenza parte dai sensi e dall’esperienza che questi fanno della realtà, il suo pensiero non ammette l’innatismo di origine platonica e  pertanto lo possiamo definire aristotelico.

Dalla conoscenza sensibile di un oggetto, ad es. questo foglio, si passa alla conoscenza intellettuale dell’oggetto che ci da l’idea (l’universale) di foglio, ossia dopo aver fatto l’esperienza di un foglio, quel foglio, in me, soggetto conoscente, è presente l’idea di foglio valida universalmente, per cui quando incontrerò un altro foglio lo riconoscerò come tale pur non essendo quel foglio che ho esperito la prima volta.

Tale passaggio gnoseologico avviene attraverso l’astrazione dell’intelletto che dall’immagine (fantasma) dell’oggetto produce l’universale:

 

 

 

 SCHEMA 1 (PDF)

 

 

A questo punto sorge un problema, se la conoscenza intellettiva avviene mediante concetti universali, come sarà possibile conoscere gli oggetti particolari? Ovvero quali sono i presupposti dello schema 1 ?

La risposta si trova nell’ontologia tomista che riprende quella aristotelica. Ogni ente è composto da due elementi: forma e materia. Per il discorso sulla conoscenza tale distinzione vale sia per il soggetto conoscente sia per l’oggetto da conoscere. Ogni ente sarà composto da un elemento che costituisce la sua essenza e da un elemento che costituisce la sua esistenza. L’essenza è l’elemento rappresentante l’universalità, l’esistenza è l’elemento rappresentante la particolarità, pertanto ogni ente è ontologicamente vero e razionale in quanto è capace, per tutto se stesso, di entrare con l'intelletto in quel rapporto d'identità che è la verità logica: ogni ente è adeguato all'intelletto, razionale, conoscibile, mentre dall'altra parte la conoscenza è l'adeguazione effettiva dell'intelletto all'ente: ens et verum convertuntur; idem est intellectus in actu ac intellectum in actu.

Nel soggetto conoscente la particolarità (questo foglio) sarà conosciuta dai sensi (prima tappa) e l’universalità (la foglieità – l’idea di foglio - ) dall’intelletto (2° tappa).    Ved. SCHEMA 1

La gnoseologia di Tommaso è perfettamente coerente con tutta la sua antropologia: l’uomo, unità di anima e corpo, esercita la sua attività conoscitiva con il simultaneo concorso dei sensi e dell’intelletto.

Questa gnoseologia si collega all’etica dell’agere sequitur esse (l’agire segue l’essere), detto altrimenti la deontologia nasce dalla ontologia, quindi nella misura in cui si conosce l'essere si scopre anche quello che si deve fare, ma le cose non sono così semplici, infatti la conoscenza può essere errata o dubbiosa e qualora fossero eliminati gli errori e i dubbi bisognerebbe comunque fare i conti con il libero arbitrio dell’uomo che potrebbe scegliere qualcosa di diverso dal bene che gli ha presentato l’intelletto.

Per vedere quali sono i meccanismi delle facoltà intellettuali che regolano l’agire etico introduciamo il discorso sulle virtù.

 

Le virtù come abito a operare

La virtù è innanzitutto un “abito”,ovvero una qualità che caratterizza l’essere del soggetto: si può definire anche come un tratto del carattere, un modo di vivere, che contraddistingue una persona. La virtù nasce dall’esercizio continuo e consapevole del soggetto, che compie una serie di atti da cui nasce l’habitus.

Anche i vizi nascono allo stesso modo: sono un abito cattivo dato dalla ripetizione di atti moralmente scorretti.

Le virtù (e i vizi) non nascono con il soggetto, ma sono il risultato del suo agire, della sua libera volontà che si trasforma in azioni buone o cattive. Non esiste dunque per Tommaso la virtù senza libertà.

Essa è una qualità stabile dell’uomo ma anche un abito operativo: con ciò Tommaso vuole specificare che le virtù e i vizi sono tipici dell’essere umano in quanto essere libero, diverso dall’animale dove prevale la fisicità.

La virtù è il realizzarsi delle potenzialità che abbiamo, è un “perfezionamento della potenza”, per usare il linguaggio tomista. Esistono due tipi di potenze, quindi due tipi di virtù: la potenza dell’essere e la potenza a operare.

La prima riguarda la materia e indica il compiersi delle finalità, come per esempio la salute del corpo, e ciò accomuna uomini e animali.

La seconda è specifica dell’uomo che agisce in quanto uomo e riguarda la forma. La forma dell’uomo (notate l’uso di una terminologia prettamente aristotelica) è l’anima razionale: le virtù realizzano la potenza al libero agire, sono gli abiti operativi buoni che caratterizzano ognuno di noi.

Bisogna precisare, però, che Tommaso non vuole squalificare la nostra parte fisica, anzi, afferma che l’esercizio delle virtù coinvolge l’uomo nella sua interezza.

 

 

 

Seconda Lezione

 

Per fare del bene è più importante l’intelligenza o la volontà?

 

 

Introduzione

 

La Somma Teologica è l'opera principale di San Tommaso. Si divide in tre Parti che trattano rispettivamente di:

 

Ogni Parte si divide in Trattati, ogni trattato in Questioni e ogni questione in Articoli.

 

Analizzeremo alcuni Articoli delle Questioni 55, 56, 57, 58 della Seconda Parte della Somma Teologica, Articoli che riguardano l'uomo creato a immagine di Dio, come un essere dotato d'intelligenza.

 

In ogni questione è  posto un problema. Per esempio: Questione 55: Cosa sono le virtù?

Il problema è definito e specificato in una serie di articoli. Per esempio: Questione 55, Articolo 1: Le virtù sono abiti?

Ogni articolo è costituito di 4 parti:

A)      Risposte negative: “Sembra che” ... sono poste una serie di risposte negative alla domanda (obiezione)

B)      Risposte positive: “Al contrario” ... Tommaso propone una risposta positiva alla domanda (tesi)

C)      Risposta di Tommaso: “Rispondo che”...  Tommaso giustifica la propria tesi

D)      Confutazione delle risposte negative: “Rispondo alla obiezione nr..” ... Tommaso risolve le obiezioni

 

 

 

 

 

 

Lettura guidata di testi scelti

 

 

 Somma teologica, Parte I-II,

Questione 55: La virtù nella sua essenza

Articolo 2: Se le virtù umane siano abiti operativi

Rispondo che Virtù, come dice il nome stesso, importa una certa perfezione della potenza, secondo le spiegazioni date[1]. Ora, essendoci due generi di potenze, e cioè all’essere e all’operazione, si può denominare virtù la perfezione di entrambe le potenze (1). Mentre però la potenza all’essere ha attinenza con la materia, che è appunto un ente in potenza: la potenza ad operare ha attinenza con la forma, che è principio di operazione, poiché ogni essere opera in quanto è in atto.

Ora nella compagine dell’uomo il corpo dà materia, e l’anima dà forma. Inoltre rispettivamente al corpo l’uomo non si distingue dagli altri animali; così pure per rispetto a quelle virtù che appartengono insieme all’anima e al corpo; invece le sole virtù che sono proprie dell’anima, cioè quelle razionali, appartengono all’uomo soltanto. Per questo le virtù umane non dicono ordine all’essere, ma piuttosto all’operazione. E quindi codeste virtù sono essenzialmente abiti operativi. (2)

 

Commento guidato dall’insegnante

1) Tommaso nell’articolo 1 di questa questione ha differenziato le potenze naturali, che sono determinate ai loro atti dalla loro natura, dalle potenze razionali, proprie dell’uomo, che sono indirizzate a molte cose e vengono determinate ai loro atti dagli abiti, ossia dalle qualità di una persona acquisite attraverso l’uso dell’intelletto e della volontà. Ad esempio la salute e la bellezza non sono virtù specifiche dell’essere umano infatti potrebbero appartenergli per natura, mentre le virtù proprie della persona sono quelle che scaturiscono dal buon operare della ragione.

2) Per Tommaso l’anima è la forma del corpo, quindi è la potenza ad operare come detto sopra. L’essere umano si distingue da tutti gli altri viventi per la sua anima razionale pertanto se vuol agire da uomo virtuoso dovrà farlo attraverso il buon uso della ragione. Ma l’analisi dell’Aquinate non si ferma qui, infatti nell’articolo quattro della questione in oggetto afferma: “Fine poi della virtù, che è un abito operativo, è l’operazione stessa. Si osservi, però, che tra gli abiti operativi alcuni sono sempre volti al male, cioè gli abiti viziosi; e altri sono indifferenti al bene e al male, come l’opinione, che può essere sia vera che falsa; la virtù invece è sempre ordinata al bene. Perciò per distinguere la virtù dagli abiti che sono sempre cattivi, si dice che ‘con essa si vive rettamente’:e per distinguerla da quelli che possono essere sia buoni che cattivi, si dice che ‘ di essa nessuno malamente usa ‘.

Per Tommaso la virtù non può essere semplicemente un abito perché questo può essere sia buono che cattivo e la virtù sarà quello buono, mentre il vizio quello cattivo. Questa distinzione è molto importante per capire che un abito non è né un’abitudine né un meccanismo ripetitivo, bensì l’esercizio della volontà umana che determina liberamente il carattere e le qualità di una persona.  

 

 

 Somma teologica, Parte I-II,

Questione 56: La sede delle virtù

Articolo 3: Se l'intelletto possa essere sede di Virtù

Rispondo che la virtù, come abbiamo detto, è un abito che serve a ben operare. Ora, un abito può essere ordinato a ben operare in due maniere. Primo, in quanto codesto abito conferisce a un uomo la sola capacità di compiere bene degli atti:: l’abito della grammatica, p. es., dà a un uomo la capacità di parlare correttamente. Ma la grammatica non fa si che egli parli sempre correttamente: infatti un grammatico può anche permettersi dei barbarismi o dei solecismi. Lo stesso si dica delle altre scienze o arti.

Secondo, in quanto un abito non solo dà la capacità di agire, ma anche quella di usare bene di codesta capacità: la giustizia, p. es., non soltanto fa si che un uomo sia di pronta volontà nel compiere cose giuste, ma fa si che agisca secondo giustizia.

Ora, è in forza di codesti abiti che uno opera il bene e che è buono in senso assoluto, ossia giusto, temperante, ecc., poiché una cosa si denomina ente o buona in senso assoluto non quanto è in potenza, ma quando è in atto. E poiché “la virtù è quella che rende buono chi la possiede, e buone le azioni che egli compie”, a codesti abiti si applica perfettamente il termine di virtù: poiché rendono attualmente buona un’azione, e rendono buono in senso assoluto chi la possiede. Invece gli abiti della prima serie non sono virtù in senso assoluto; poiché rendono buona l’azione solo rispetto a una data capacità; e neppure rendono buono in senso assoluto chi li possiede…

Perciò l’intelletto, non solo quello pratico, ma anche quello speculativo, può essere sede di quegli abiti che sono virtù in senso relativo senza nessuna subordinazione alla volontà….(1)

Invece per gli abiti che sono virtù in senso assoluto l’unica sede è la volontà; oppure qualche altra potenza sotto la mozione della volontà. Questo perché la volontà muove ai loro atti tutte le altre potenze che in qualche modo sono razionali….: perciò il retto agire di un uomo dipende dal fatto che egli ha buona volontà…(2)

 

Commento guidato dall’insegnante

(1) In questo articolo Tommaso presenta le relazioni tra i principi da cui scaturirà la distinzione tra virtù intellettuali e virtù morali. I protagonisti della questione sono l’intelletto e la volontà e le loro relazioni in merito all’agire umano. Il problema può essere visto in chiave intellettualistica e in chiave volontaristica, seguendo la prima sarebbe l’intelletto a prevalere sulla volontà, seguendo la seconda sarebbe la volontà a prevalere sull’intelletto. L’attività dell’intelletto ci fa conoscere la verità, ma questo basta per agire bene? Secondo gli intellettualisti si: una volta eliminata l’ignoranza si eliminerebbe anche il male, come riteneva per es. Socrate. Ma per agire bene non basta la conoscenza, come avverte Tommaso, è necessario l’intervento della volontà.

(2)Tra le due facoltà in oggetto, intelletto e volontà, per l’agire virtuoso il ruolo principale è quello della volontà che assume il ruolo da protagonista per il retto agire dell’essere umano.

Ma il ruolo dell’intelletto non scompare, poiché la volontà, intesa come appetito razionale, non scatterebbe se prima non ci fosse la conoscenza intellettuale. Si potrebbe riassumere il tutto dicendo che il ruolo dell’intelletto è primario dal punto di vista logico-metafisico, mentre la volontà ha un primato dal punto di vista etico.

A tal proposito l’Aquinate scrive nell’articolo 6, (Se la volontà possa essere sede di virtù), di codesta questione: “Ora, la natura propria di ciascuna potenza si desume dall’oggetto. Perciò, avendo noi già dimostrato che oggetto della volontà è il bene di ordine razionale ad essa proporzionato, rispetto a codesto bene non ha bisogno di essere predisposta da una virtù. Ma se un uomo è tenuto a volere un bene che supera le proporzioni del volente; o rispetto a tutta la specie umana, come il bene divino, che trascende i limiti dell’umana natura; o rispetto a un determinato individuo, come il bene del prossimo; allora la volontà ha bisogno di virtù. Perciò le virtù, che ordinano l’affetto dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, come la carità, la giustizia, e simili, hanno la loro sede nella volontà”.

L’intelletto può accedere alla conoscenza universale fino al bene in sé che è Dio, pertanto anche la volontà potrà desiderare un bene di portata universale da cui scaturiranno le virtù nominate da Tommaso.

Da questo concetto - la volontà che desidera l’universale - si può ricavare un’importante osservazione sulla libertà umana: niente e nessuno potrà soddisfare la volontà tranne che un oggetto con valore universale, assoluto. Quindi nel momento in cui l’intelletto presenta gli aspetti positivi e negativi di una determinata realtà, la volontà dell’uomo potrà scegliere di agire liberamente, pro o contro a quello che l’intelletto ha presentato. Se invece l’intelletto presentasse una realtà con valore assoluto, la volontà non potrebbe più scegliere.

Detto altrimenti: finché la volontà dell’uomo non incontra Dio potrà scegliere di agire più o meno bene, più o meno virtuosamente.

 

Domande per la riflessione

u      Per la Questione 55. Quante e quali sono le virtù presentati nel brano?

u      Per la Questione 56. Tommaso si può schierare con i volontaristi o con gli intellettualisti?

 

 

 

Terza Lezione

 

Che importanza ha la prudenza nella vita?

 

 

Lettura guidata di testi scelti

 

 

 Somma teologica, Parte I-II,

Questione 57: Le virtù intellettuali

Articolo 1: Se gli abiti intellettivi di ordine speculativo siano virtù

Rispondo che come abbiamo già spiegato, la virtù si definisce in rapporto al bene, e quindi un abito può dirsi virtù in due maniere: primo, perché conferisce una capacità di ben operare; secondo, perché con la capacità dà anche il buon uso di essa. Ma questo, come abbiamo detto, appartiene solo agli abiti della parte appetitivi: perché spetta alla parte appetitivi dell’anima l’uso di tutte le potenze e degli abiti. Perciò siccome gli abiti intellettivi di ordine speculativo non affinano, e in nessun modo riguardano la parte appetitivi, ma la sola parte intellettiva; possono denominarsi virtù in quanto conferiscono la capacità di quella buona operazione, che è la considerazione [attuale] del vero (questo infatti è il ben operare dell’intelletto): tuttavia non sono virtù in quell’altro senso, cioè non conferiscono il buon uso delle facoltà e dell’abito. Infatti chi ha l’abito di una scienza speculativa non ha per questo un’inclinazione ad usarne, bensì la sola capacità di scorgere la verità nelle cose di cui ha scienza: ma che faccia uso della sua scienza dipende dalla mozione della volontà. Perciò le virtù che ornano la volontà come la carità e la giustizia, rendono moralmente buono l’uso di codeste scienze speculative.

 

Commento guidato dall’insegnante

Nella questione 57, Tommaso esamina le virtù intellettuali: sapienza, intelletto, scienza, prudenza e arte. Ma prima di affrontare l’analisi di ciascuna, nel primo articolo, si domanda se le attività dell’intelletto speculativo sono virtù. Come abbiamo letto, la sua risposta è duplice, per un verso positiva poiché l’intelletto speculativo conferisce la capacità di ben operare grazie alla conoscenza di una determinata realtà, per un verso negativa, poiché non basta conoscere il vero e il bene per agire di conseguenza, ci vuole l’intervento della volontà intesa come capacità d’amare. A tal proposito sarà la virtù intellettuale della prudenza ad assumere un ruolo fondamentale per fare da collante tra le virtù intellettuali e quelle morali.

 

 

 

 

 Somma teologica, Parte I-II,

Questione 57: Le virtù intellettuali

Articolo 5: Se la prudenza sia una virtù necessaria per l’uomo.

Rispondo che la prudenza è una virtù sommamente necessaria per la vita umana. Infatti il ben vivere consiste nel ben operare. Ma perché uno operi bene non si deve considerare solo quello che compie, ma in che modo lo compie; e cioè si richiede che agisca non per un impeto di passione, ma seguendo un’opzione retta. E poiché l’opzione, o elezione, ha per oggetto i mezzi indirizzati a un fine, la rettitudine, la rettitudine dell’opzione richiede due cose: il debito fine, e i mezzi ad esso proporzionati. Ora un uomo viene ben orientato al debito fine da quelle virtù che ornano la parte appetitivi dell’anima, la quale ha per oggetto il bene e il fine. Invece la buona predisposizione di un uomo rispetto ai mezzi richiede il diretto intervento di un abito della ragione: poiché deliberare e scegliere, atti aventi per oggetto i mezzi, appartengono alla ragione. Perciò è necessario che nella ragione vi sia una virtù intellettuale, che le conferisca una predisposizione retta nei riguardi dei mezzi ordinati al fine. E codesta virtù è la prudenza. Dunque la prudenza è una virtù necessaria a ben vivere.

 

Commento guidato dall’insegnante

Tommaso ha una concezione unitaria dell’essere umano (l’anima è la forma del corpo), ma in costui agiscono due componenti, una appetitivi e una razionale, per ben vivere è necessario trovare il giusto equilibrio tra queste componenti. La prudenza è la virtù che attraverso la scelta dei mezzi adeguati fa conseguire un fine in modo giusto, ossia è la guida razionale delle virtù morali come scrive il Nostro: “La prudenza è essenzialmente una virtù intellettuale. Ma per la materia di cui tratta è affine alle virtù morali: infatti è la retta norma delle azioni da compiere” (I-II, q. 58, a. 3).

 

Somma teologica, Parte I-II,

Questione 58: Distinzione delle virtù morali da quelle intellettuali

 

Nella Questione 58 Tommaso fa la distinzione tra le virtù intellettuali e le virtù morali e dopo aver fatto un’analisi dettagliata sui significati del termine virtù (articoli 1 e 2), nel terzo articolo, (Se la divisione delle virtù in morali e intellettuali sia adeguata), - così conclude: “… Ora in lui [l’uomo] non ci sono che due principi degli atti umani, e cioè l’intelletto, o ragione, e l’appetito: infatti, come si esprime Aristotele, questi sono i due motori dell’uomo. Perciò ogni umana virtù deve essere un perfezionamento di codesti principi. E quindi se potenzia l’intelletto, o speculativo, o pratico nel ben operare, sarà una virtù intellettuale: se invece rafforza la parte appetitivi, sarà una virtù morale. Perciò rimane stabilito che ogni umana virtù è, o intellettuale, o morale”. Detto ciò, Tommaso, nei due restanti articoli, il 4 e il 5, si domanda se possa esserci una virtù morale senza quelle intellettuali (art.4) e viceversa (art. 5) e così risponde:

 

 

Articolo 4: Se possa esserci una virtù morale senza quelle intellettuali

Rispondo che le virtù morali possono esistere senza certe virtù intellettuali, quali la sapienza, la scienza e l'arte: ma non senza l'intelletto e la prudenza. Non possono esistere senza la prudenza, perché le virtù morali sono abiti elettivi, cioè fatti per compiere una buona scelta. Ma perché una scelta sia buona si richiedono due cose. Primo, la retta intenzione del fine: e questo si ottiene mediante le virtù morali, che inclinano le potenze appetitive al bene consentaneo alla ragione, cioè al debito fine. Secondo, la debita accettazione dei mezzi per conseguirlo: e questo non può ottenersi che dalla ragione, in quanto essa rettamente consiglia, giudica e comanda; il che è proprio della prudenza e delle virtù annesse, come sopra abbiamo spiegato. Dunque non possono esserci delle virtù morali, senza la prudenza.

 

Articolo 5: Se possa esserci una virtù intellettuale senza le virtù morali

Rispondo che le altre virtù intellettuali possono esistere anche senza le virtù morali: non così la prudenza. E il motivo è che la prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere; e no soltanto in astratto, ma in concreto, cioè nel campo in cui le azioni si svolgono. Ora, la retta ragione richiede innanzi tutto i principi da cui dedurre. Trattandosi però di cose particolari e concrete, la ragione è costretta a dedurre non soltanto dai principi universali, ma anche dai principi particolari. Per i principi universali dell'operare l'uomo è ben disposto mediante l'abito naturale dell'intellectus principiorum, dal quale conosce che nessun male è da farsi; oppure da una scienza pratica. Ma questo non basta per una buona deduzione intorno ai singolari. Poiché codesti principi universali, conosciuti attraverso l'intelletto o la scienza, vengono compromessi nel caso particolare da qualche passione: così a chi è dominato dalla concupiscenza sembra cosa buona quello che desidera, sebbene sia contraria al principio universale della ragione. Perciò, come uno viene predisposto a comportarsi bene rispetto ai principi universali dell'abito naturale dell'intelletto, o da quello di una scienza; così per essere ben disposto rispetto ai principi particolari dell'agire, e cioè ai fini, è necessario l'acquisto di alcuni abiti, in forza dei quali diviene come connaturale per lui giudicare rettamente del fine. E' questo il compito delle virtù morali: infatti il virtuoso giudica rettamente della virtuosità del fine, poiché, come si esprime Aristotele, “quale ciascuno è, tale è il fine che a lui si presenta”. Dunque per avere la retta ragione nelle azioni da compiere, vale a dire la prudenza, si richiede che uno possieda le virtù morali.

 

Commento guidato dall’insegnante

Questi due articoli concludono il discorso sulle virtù intellettuali e ne sono una sintesi riassuntiva da cui si evince il ruolo primario della virtù intellettuale della prudenza, che risulta essere la guida necessaria per trovare l’equilibrio tra l’attività intellettiva e quella appetitiva, ossia per tradurre in  atti virtuosi concreti le verità conosciute dall’intelletto.

 

Domande per la riflessione

u      Per la Questione 57. Ricava dal testo la definizione di prudenza.

u      Per la Questione 58. Quali virtù intellettuali sono indispensabili per le virtù morali?

 Perché la prudenza non può esistere senza virtù morali?

 

 

Conclusione

Cerchiamo di dare una risposta alla domanda posta all’inizio dell’unità: si può amare senza conoscere? La soluzione è proposta dal punto di vista di Tommaso D'Aquino.

Premettiamo che possano esistere due tipi di amore, una istintivo, relativo all’appetito naturale direbbe Tommaso, l’altro di tipo “intellettuale”, ossia relativo all’appetito razionale, o volontà. Per il secondo, la risposta, dopo l’analisi sulle virtù intellettuali, dovrebbe essere immediata: no, non si può amare senza conoscere, visto l’intreccio tra l’attività intellettiva e quella appetitivi. Per volere il bene del prossimo è necessario conoscerlo, se si vuol agire da essere umani e da essere umani virtuosi.

Ma l’amore è anche quello irrazionale, basti pensare all’innamoramento o alla attrazione sensuale, e, in questo caso, per amare è necessaria la conoscenza? Si potrebbe rispondere di no, ma bisognerebbe precisare che non è necessaria una conoscenza intellettiva, ma comunque una forma di conoscenza interviene sempre, ed è quella sensitiva che non distingue però l’uomo dagli altri essere viventi, quindi non sarebbe un modo d’amare virtuoso.

 

 

 

Quarta Lezione

 

Verifica

 

Rispondi alle seguenti domande:

  1. La prudenza è insieme virtù intellettuale e virtù morale, con visione chiara nell’ordine dell’intenzione e con forza pratica nell’ordine dell’esecuzione. E’ corretta questa definizione di prudenza? Perché?
  2. Un luminare della medicina è sicuramente un uomo virtuoso? Perché?
  3. Si può sostenere che il vizio, al pari della virtù, è un abito operativo e quindi una qualità stabile, espressione della libertà del soggetto, risultato dell’esercizio e della formazione del carattere?
  4. L'amore è una virtù?

 

[1]     I-II, q. 55, a. 1.