WITTGENSTEIN E LA DELIMITAZIONE DEL SENSO

 

Destinatari: alunni della 5^B e 5^E del Liceo Scientifico “L. Mascheroni” di Bergamo.

 

Prerequisiti: conoscenza del contesto generale del pensiero filosofico e scientifico dell’inizio del Novecento e del secolo precedente (Positivismo e Neopositivismo, riflessione sul linguaggio matematico e scientifico, accenni al problema dei fondamenti della matematica); conoscenza del contesto storico (l’Austria prima, durante e dopo la Grande Guerra).

 

Obiettivi:

Conoscenze:

-         Conoscere i nodi principali della riflessione wittgensteiniana nelle sue due fasi

-         Conoscere la riflessione sul senso e sul significato nel pensiero di Wittgenstein

-         Conoscere la struttura del Tractatus

-         Comprendere il senso del passaggio ad una visione più ampia e variegata del linguaggio

-         Individuare le principali metafore e immagini utilizzate da Wittgenstein a proposito del lavoro del filosofo

-         Intendere come il compito della delimitazione sia il principale lavoro del filosofo

 

Competenze:

-         Riflettere sul senso della filosofia

-         Confrontare la visione Wittgensteiniana e quella scientifica e neopositivista sul ruolo della filosofia

-         Riflettere sul senso della delimitazione

-         Saper fornire esempi di giochi linguistici

-         Riflettere criticamente sul rapporto tra la ricerca etica nella biografia wittgensteiniana e il suo pensiero filosofico.

 

Tempi: 3 ore.

 

Strumenti: manuale di filosofia adottato dalla classe, lezione in Power Point, testi distribuiti agli studenti in fotocopia.

 

Contenuti: vedi lezioni allegate in Power Point.

 

Testi:

 

 

·        Da una lettera a L. von Ficker

 

Le sarà di aiuto se le scrivo un paio di righe sul mio libro: dalla sua lettura, infatti, tale è la mia sincera opinione, non ne trarrà un granché, perché non lo capirà e l’argomento le sembrerà del tutto estraneo. Ma, in realtà, il libro non le è estraneo, perché ha un senso etico. Una volta volevo inserire nella prefazione un’affermazione che non vi figura, ma che adesso le trascriverò perché potrà costituire per lei una chiave di comprensione del lavoro. In effetti volevo scrivere che il mio lavoro si compone di due parti: ciò che ho scritto, più tutto ciò che non ho scritto E proprio questa seconda parte è importante. Grazie al mio libro, l’etico viene per così dire delimitato dall’interno; e sono convinto che, in senso stretto, l’etico sia da delimitarsi SOLO in questo modo.  In breve, credo che: tutto ciò su cui molti oggi parlano a vanvera, io, nel mio libro, l’ho definito semplicemente tacendone. Perciò, a meno che non mi sbagli del tutto, questo libro dirà molte cose che anche lei vuole dire, magari senza nemmeno accorgersi che vi vengono dette. Nel frattempo, vorrei raccomandarle la lettura della prefazione e delle conclusioni, perché esprimono le cose nella maniera più immediata.

 

 

·        Prefazione del Tractatus logico-philosophicus

 

Questo libro, forse, lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi – o, almeno, pensieri simili -. Esso non è, dunque, un manuale -. Conseguirebbe il suo fine se procurasse piacere ad almeno uno che lo legga comprendendolo.

Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non  si può parlare, si deve tacere.

Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri: Ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremmo dunque poter pensare quel che pensare non si può).

Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite non sarà che nonsenso.

In quale misura i miei sforzi coincidano con quelli di altri filosofi non voglio giudicare. Ciò che io ho qui scritto non pretende affatto di essere nuovo, nei particolari; e perciò non indico fonti, poiché m’è indifferente se già altri, prima di me, abbia pensato ciò che io ho pensato.

Mi limiterò a ricordare che io devo alle grandiose opere di Frege ed ai lavori del mio amico Bertrand Russell gran parte dello stimolo ai miei pensieri.

Se quest’opera ha un valore, il suo valore consiste in due cose. In primo luogo, pensieri son qui espressi; e questo valore sarà tanto maggiore quanto meglio i pensieri siano espressi. Quanto più si sia colto nel segno. – Qui so d’essere rimasto ben sotto il possibile. Semplicemente poiché la mia forza è impari al compito. – Possa altri venire e far ciò meglio.

Invece, la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile ed irreversibile. Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. E, se qui non erro, il valore di quest’opera consiste allora, in secondo luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti.

 

 

·        Dal Tractatus logico-philosophicus

 

1            Il mondo è tutto ciò che accade.

1.1             Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

2.0272   La configurazione degli oggetti forma lo stato di cose.

2.03       Nello stato di cose gli oggetti sono interconnessi come le maglie di una catena

2.033     La forma è la possibilità della struttura.

2.04          La totalità degli stati di cose sussistenti è il mondo.

2.1             Noi ci facciamo immagini dei fatti.

2.11       L’immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose.

2.151     La forma di raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una con l’altra nella stessa relazione che gli

              elementi dell’immagine.

2.17          Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente –

nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.

2.172     La sua propria forma di raffigurazione, tuttavia, l’immagine non può raffigurarla; essa la esibisce. 

2.22       L’immagine rappresenta ciò che rappresenta, indipendentemente dalla propria verità o falsità, mediante la for-

              ma di raffigurazione.

2.222     Nella concordanza o non-concordanza del senso dell’immagine con la realtà consiste la verità o falsità della

immagine.  

3.221      Gli oggetti io li posso solo nominare. I segni ne sono rappresentanti. Io posso solo dirne, non dirli. Una

proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è.

3.3             Solo la proposizione ha senso; solo nel contesto della proposizione un nome ha significato.

4.003     Le proposizioni e le domande che si sono scritte su cose filosofiche sono per la maggior parte non false, ma

              insensate. Perciò a domande di questa specie noi non possiamo affatto rispondere, ma possiamo solo constatare

              la loro insensatezza. Le domande dei filosofi si fondano per la maggior parte sul fatto che noi non compren-

              diamo la logica del linguaggio.

              (Esse sono come la domanda se il bene sia più o meno identico del bello.)

              Né meraviglia che i problemi più profondi propriamente non siano problemi.

4.021     La proposizione è un’immagine della realtà: Infatti, io conosco la situazione da essa rappresentata se compren-

              do la proposizione. E la proposizione io la comprendo senza che mi si sia spiegato il senso di essa.

4.022     La proposizione mostra il suo senso.

              La proposizione mostra come le cose stanno, se essa è vera. E dice che le cose stanno così.

4.024     Comprendere una proposizione è sapere che cosa accade se essa è vera.

              (Dunque, una proposizione la si può comprendere senza sapere se essa sia vera.)

              Una proposizione la si comprende se si comprendono la sue parti costitutive.

4.0311   Un nome sta per una cosa, un altro nome sta per un’altra cosa ed essi sono connessi tra loro: Così il tutto

              presenta – come un quadro plastico – lo stato di cose.

4.111    La filosofia non è una delle scienze naturali.

(La parola “filosofia” deve significare qualcosa che sta sopra o sotto, non già presso, le scienze naturali.)

4.112    Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri.

La filosofia non è una dottrina, ma un’attività.

Un’opera filosofica consta essenzialmente di chiarificazioni.

Il risultato della filosofia sono non “proposizioni filosofiche”, ma il chiarificarsi di proposizioni.

La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti sarebbero torbidi e indistinti.

4.12          La proposizione può rappresentare la realtà tutta, ma non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve

avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica.

Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori dalla logica, ossia fuori dal mondo.

4.1212  Ciò che può essere mostrato non può essere detto.

4.25           Se la proposizione elementare è vera, lo stato di cose sussiste; se la proposizione elementare è falsa, lo stato

di cose non sussiste.

4.461       La proposizione mostra ciò che dice; la tautologia e la contraddizione mostrano che esse non dicono nulla.

La tautologia non ha condizioni di verità, poiché è incondizionatamente vera; e la contraddizione è senza nessuna condizione vera.

Tautologia e contraddizione sono prive di senso.

(Come il punto onde due frecce divergono in direzione opposta.)

(Ad esempio, io non so nulla sul tempo se so che o piove o non piove.)

5             La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.

               (La proposizione elementare è una funzione di verità di sé stessa.)

5.2             Le strutture delle proposizioni stanno in relazioni interne l’una con l’altra.

5.632  Il soggetto è non parte, ma limite del mondo.

6.22      La logica del mondo, che le proposizioni della logica mostrano nelle tautologie, è dalla matematica mostrata

nelle equazioni.

6.41     Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in

            esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore. 

            Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’essere fuori d’ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed

            essere-così è accidentale.

            Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale.

            Dev’essere fuori del mondo.

6.42      Né, quindi, vi possono essere proposizioni dell’etica

Le proposizioni non possono esprimere nulla di ciò che è più alto.

6.421  E’ chiaro che l’etica non può formularsi.

L’etica è trascendentale.

(Etica ed estetica sono tutt’uno.)

6.432  Come il mondo è, è affatto indifferente per ciò che è più alto. Dio non rivela sé nel mondo.

6.43      Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è.

6.44      La visione del mondo sub specie aeterni è la visione del mondo come totalità – delimitata -.

Il sentimento del mondo come totalità delimitata è il sentimento mistico.

6.5          D’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda.

L’enigma non v’è.

Se una domanda può porsi, può anche avere una risposta.

6.51      Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri

problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.

6.521  Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.

6.52      Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, pro-

posizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che con la filosofia nulla ha a che fare -, e poi, ogni volta che un altro voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni delle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro – egli non avrebbe la sensazione che noi gli insegniamo filosofia -, eppure esso sarebbe l’unico metodo rigorosamente corretto.

6.53      Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse

- su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo essere asceso su essa.)

Egli deve trascendere  queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.

7          Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.