CAVALIERE DI MESTIERE

cavalieri ai tornei

 

Destinatari

Studenti del terzo anno di corso

 

Tempi

Due ore + due di verifica


 

Prerequisiti

Conoscenze:

. crisi dinastica carolingia

. movimenti di popoli nell’Europa post-carolingia (Ungari, Normanni...)

. incastellamento


 

Obiettivi

Conoscenze: impatto dell’ideologia cavalleresca sul mondo medievale, le sue origini, la sua persistenza nel moderno moderno.


 
Strumenti

Manuale in uso

G. Duby, Guglielmo il Maresciallo, l’avventura di un cavaliere.


 

Metodo

Lezione frontale e dialogata.

Lettura integrale del testo di Duby.


 

Verifiche

Relazioni alla classe in gruppi 3-4 persone su argomenti a scelta.

Breve esposizione scritta su temi assegnati.

Questionario sul testo di Duby.


 


 

Nuclei tematici (oggetto di eventuali approfondimenti)



 

Bibliografia


 

S. Carocci, Signori, castelli, feudi in Storia Medievale. Manuali Donzelli, Donzelli editore, Roma 1998.

G. Duby, Guglielmo il Maresciallo, l’avventura del cavaliere, Laterza Bari 1985.

J. Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi, Torino 1999.

J. Huizinga, Homo Ludens, Einaudi, Torino 1972.

J. Huizinga, L’Autunno del Medioevo, Biblioteca Universale Sansoni, Firenze 1987.

F. Cardini, Guerre di Primavera, studi sulla cavalleria e la tradizione cavalleresca, Le Lettere, Firenze 1992.

D. De Rougemont, L’ Amore e l’ Occidente, Rizzoli, Milano 1977.


 


 

CAVALIERE DI MESTIERE

*Brevi cenni sulle origini dell’armato a cavallo (retaggio latino e valori germanici).

*Cavalleria carolingia (IX-X secolo).

*XI sec.: evoluzioni in ambito politico, sociale, economico, tecnico. L’incastellamento, nato in primis da un’esigenza di difesa che l’impero carolingio non era ormai più in grado di garantire, produce una doppia frattura: quella fra i milites e i rustici e dall’altra fra i domines e coloro che li servono cioè i milites. Nella sua parte occidentale, dunque, l’impero carolingio assiste, nel corso del X e XI secolo, alla trasformazione delle unità amministrative in politiche: dopo essere riuciti ad assicurare la difesa i signori dei castelli entrarono in possesso dei diritti di comando, giustizia e prelievo fiscale. Ogni corte signorile abbastanza ricca e potente da poter ospitare una corte di guerrieri come una sorta di guardia del corpo, diveniva un centro di elaborazione ideologica ed istruzione tecnica per cavalieri o aspiranti tali. Infatti la corte del signore feudale ospitava i figli dei signori più o meno vicini che, trascorsa l’infanzia nella loro famiglia d’origine, venivano poi spediti da un illustre parente o amico a compiere il loro tirocinio precavalleresco in qualità di paggi o scudieri (il ruolo dello zio materno). Si trattava solitamente di figli cadetti, non ammessi alla successione, “non sposati, non sistemati, in cerca d’identità, di dignità e di una ricca ereditiera” (J. Flori). Ma anche ricchi allodieri e contadini arricchiti che avevano soldi per l’equipaggiamento e tempo per addestrarsi.

*Tecnica del combattimento a lancia tesa: importata dai formidabili cavalieri normanni (XI sec.), questa nuova tecnica contribuì in maniera decisiva alla nascita di una “coscienza di classe”, in quanto isolava coloro che la adottavano, i cavalieri, dal resto dei guerrieri creando una specificità di corpo che solo successivamente sarebbe anche stata ideologica. La forza dell’impatto è adesso devastante nella misura in cui il cavaliere e il cavallo riescono ad essere un solo corpo: rapporto simbiotico con l’animale.

*Guerre e tornei: “La guerra a quell’epoca era normale, come la pace; un’occupazione, una maniera di vivere; passeggera e per i cavalieri piacevole; non infrangeva in modo duraturo nessun rapporto affettivo” (G Duby). Poco frequenti, spesso scaramucce, nelle quali dominava più la noia che altro. La mortalità dei cavalieri era molto bassa. Alta era invece la mortalità dei fanti molto meno protetti dei cavalieri. Usberghi. Inoltre nel caso in cui si verificavano condizioni meteroelogiche avverse la guerra veniva subito sospesa, non così i tornei.

*Origini e sviluppo dei tornei (XII-XIII secolo): le origini sono piuttosto oscure. Le prime notizie di battaglie simulate risalgono a Carlo il Calvo (842). Prime notizie certe: Ottone di Frisinga “esercizio di pratica militare che oggi è volgarmente detto torneo” (1157). All’inizio del XII secolo il torneo era all’apogeo soprattutto nelle regioni francesi (“conflictus gallicus” Matteo Paris), ma ben presto questa infatuazione si diffuse nell’Inghilterra anglo-normanna, in Germania, nell’Italia sett. Secondo il Maresciallo fra il 1170 e il 1180 ve ne furono uno ogni 15 giorni.

*La condanna della Chiesa.

*Morte del cavaliere e fine di un’epoca.

*Ordini monastico-cavallereschi.


 

 

::: Ogni torneo era annunciato una quindicina di giorni prima dagli araldi professionisti nell’identificazione dei giocatori e nella propaganda, compositori esperti di canzoni per narrare la grandezza del cavaliere e della sua squadra. Da loro dipendeva il successo di un torneo.

::: Arrivo in banda sul campo prescelto per accamparsi la notte precedente.

::: Verifica del buono stato dell’equipaggiamento: lustrare, testare, oliare.

::: La partita si svolgeva in una giornata: due fazioni si affrontavano in “campo” aperto sul vi erano, secondo le regole del gioco, le lizze, barriere che proteggevano i reces, rifugi nei quali ai cavalieri era permesso rifocillarsi. Il terreno era disseminato inoltre di ostacoli accidentali (granai, palizzate, vigneti) che rendevano il tutto più imprevedibile.

::: Una fase di studio: si valutava la ricchezza degli avversari e si individuavano le prede più ambite. Questo soprattutto per i giovani baccellieri che spesso si mettavano d’accordo al fine di assediarli dopo l’eventuale rotta. Per i baroni e i grandi campioni era più grande la paura di essere fatti prigionieri (eterna ossessione della vergogna).

::: Il torneo iniziava quando uno degli schieramenti iniziava a farsi avanti. Il fine era gettare lo scompiglio nella parte avversa e causare una fuga alla rinfusa: la disfatta. Tale risultato era possibile solo uno dei 2 gruppi riusciva a mantenere una buona coesione di fronte all’urto, oppure in caso di attacco la coesione nella carica. Disciplina e autocontrollo. Il gioco consiste anzitutto nel fare prigionieri, disarcionandoli possibilmente con un colpo di lancia. Per quanto brutali fossero gli scontri si trattava sempre di un gioco, gaio e leale, il cui scopo principale era la conquista dell’ onore, del rispetto dei signori sotto i cui occhi si gareggiava (Huizinga mette bene in evidenza la componente omoerotica sottesa in tali audaci manifestazioni di vigore e prontezza fisica) e ben figurare davanti alle ereditiere in cerca di marito. La parola amore viene utilizzata da Giovanni il Troviero solo in rapporto agli uomini mai alle donne che vengono definite amiche, con le quali semmai si gioca il raffinato gioco dell’amor cortese, competizione anche questa il cui unico scopo sembrava essere ben figurare davanti al signore. La dama era lo strumento privilegiato per arrivare al signore. Tuttavia era un gioco con regole piuttosto ferree: Guglielmo da “villan rifatto” qual era, maldestramente corteggiando la regina offrì il fianco ai malevoli che riuscirono a farlo scacciare con infamia dalla corte.

:::A sera ci si medicava le ferite e con l’aiuto del fabbro ci si liberava dalle armature. “In ogni caso nella sera che seguiva a ciascuna competizione si spiegavano innumerevoli trattative. Si trattava di stimare, di contare, di saldare i debiti” (G. Duby). E chiaccherare, vantarsi, raccontare la cronaca della giornata e spendere nella maniera più liberale e stravagante possibile. Alla fine della serata “i vincitori come i vinti, si addormentavano tutti più poveri di quando si erano svegliati. I soli a guadagnarci erano stati i trafficanti, i parassiti”.


 


 


 

Le virtù

In principio, la prima fra le virtù del Cavaliere è la nobiltà, nel suo valore etimologico di "non-viltà". Come sottolinea Raimondo Lullo nel Libro nell'Ordine della Cavalleria, la nobiltà così intesa, qualifica dell'animo, è il fondamento di Cavalleria. Solo nei secoli la nobiltà si irrigidirà come caratteristica ereditaria, e non a caso un tale irrigidimento porterà con sé l'inizio della decadenza della cavalleria medievale.

. Poi, l'umiltà, che non significa abiezione ma, di nuovo etimologicamente, humilitas, "senso della Terra", del limite. Si contrappone alla superbia.

. La misura nello stile di vita e nel comportamento. Si contrappone ad ogni forma di incontinenza.

. La prudenza.

. La pazienza.

. La cortesia, particolarmente nei confronti della donna e dei deboli.

. La fedeltà, che non è valore autonomo, ma semplice conseguenza esteriore di una essenziale e primigenia fedeltà alla propria vocazione, così come disegnata dalle virtutes sopra elencate. Per cui l'ordine esterno è specchio di quello interiore, la fedeltà all'Imperatore è specchio della fedeltà a Dio, etc.


 


 

Le fonti

Le fonti possono essere suddivise in tre categorie:

1. I trattati organici sulla Cavalleria, come il De Laude Novae Militiae di San Bernardo di Chiaravalle (XII secolo), l'anonimo Ordene de Chevalerie (XIII secolo), fino al più tardo Llìbre del Orde de Cavaleria del Beato maiorchino Raimondo Lullo (scritto verso il 1275), e parallelamente i trattati spirituali ad usum militìbus, come il noto trattato di San Bernardino da Siena "La battaglia e il saccheggio del Paradiso", cioè della Gerusalemme celeste. Questi trattati, beninteso, non hanno pretese esaustive dell'argomento, ma più che altro il valore, tipico della cultura medievale, di una summa, in cui cioè gli aspetti spirituali, etici e tecnici si uniscono in sintesi che rendono in primo luogo il senso dell'interpretazione dell'Autore, noto o meno. Si tratta pertanto di documenti essenziali per la comprensione dell'universo culturale e spirituale della Cavalleria.

2. le fonti agiografiche. Queste comprendono da un lato le "Vite" di Santi cavalieri (ne sia esempio la celebre Vita dì San Galgano di Montesiepi, e nello stesso tempo, in modo solo apparentemente contraddittorio, le "Vite" di alcuni esempi puramente negativi, di quelli che Franco Cardini ha efficacemente definito "anticavalieri", milites dediti ad una vita di infrazione delle regole morali di base del proprio ceto e per questo passati alla leggenda.

3. I cicli letterari epici, che in tutto il Medioevo ebbero un ruolo di enorme importanza nella diffusione di un'immagine "alta", ideale della Cavalleria in tutta Europa, senza distinzione di ceto, ma, al contrario, favorendo la diffusione del sistema di valori cavalleresco nell'intera christianitas medievale, ben aldilà quindi dei confini sociali del ceto dei milites. Questi scritti tradizionalmente si articolavano in tre cicli ampiamente compositi, definiti "Materie": la Materia di Roma, la Materia di Francia e la Materia di Bretagna.

È importante soffermarsi su questa tradizione letteraria proprio perché costituì uno specchio privilegiato della cultura cavalleresca europea, destinato ad influire sulla sua evoluzione per secoli. La tripartizione delle "Materie" sottolinea in effetti una disparità d'ispirazione ragguardevole; all'interno della "Materia di Roma" trovavano spazio quei componimenti lirici incentrati su personaggi romani o ellenistici (ad esempio, Alessandro Magno, personaggio che nel Medioevo conobbe una notevole fama simbolica e letteraria). La "Materia di Francia" è incentrata sulle figure di Carlo Magno e dei suoi Paladini, particolarmente la coppia di amici Orlando e Rinaldo, rispettivamente esempio di prouesse e di sagesse: il componimento più celebre di questa Materia è senz'altro la Chanson de Roland. Infine, la "Materia di Bretagna" raccoglie la messe di componimenti incentrati sul Santo Graal e le figure di Re Artù, Merlino, Lancillotto, Galvano, Galahad ed altre minori.

Non è probabilmente possibile sminuire l'importanza che queste "Materie" letterarie ebbero nel dar corpo all'ideologia cavalleresca medievale; frutto a loro volta di un'idealizzazione frutto di secoli di lavoro sul piano spirituale e culturale, esse fornivano alla meditazione non solo del Cavaliere, ma dell'insieme della società medievale una serie di archetipi con cui confrontarsi e riferirsi (il Re giusto, il miglior Cavaliere del mondo, il Saggio), esempi cui tendere, anche se all'infinito, modelli retorici di confronto, schemi di valutazione della propria realtà concreta, che continuarono ad esercitare una propria particolarissima funzione normativa fino al XVIII secolo, ovunque in Europa sopravvivesse una cultura non prostituita ai "nuovi valori" della dantesca "gente nova", dell'incipiente società borghese.


 


 


 

In primo luogo vediamo il menzionato Magnum Beigli Chronicon, redatto in occasione dell'incoronazione di Guglielmo d'Olanda a re dei Romani, nel quale si legge:

Regala Militaris Ordinis prcescripta Wilhelmo, cum in Regem Romanorum eligeretur a Principibus Imperi] in Cominjs Coloniensibus. Anno Domini MCCXLVII. Dominus autem Cardinalis in Pontìfìcalibus assistens omamenns eidem Armigero dixit, secundum Etymologiam nominis, quod Miles esse debeat.

-Magnanimus in adversitate.

- Ingenuus in consanguineitate.

- Largifluus in benestate.

- Egregius in Curialitate.

- Strenuus in virili peditate.

Sed antequam votimi luce professionis facias cum matura deliberatìone, lugum Regulce prius audias. Ista est Regula Militaris Ordinis.

I. Inprimis cum devota recordatione Dominicoe passionisMfssam quotiate audire.

II. Pro fide Catholica corpus audacter exponere.

III. Sanctam Ecclesiam cum ministris eius a quibusdam grassatoribus liberare.

IV. Viduas, pupillos, ac orphanos in eorum necessitate protegere.

V. Iniusta bella vitare.

VI. Iniqua stipendia renuere.

VII. Pro liberatìone cuiuslibet innocentis duellum mire.

VIII. imperatori Romanorum, seu eius patrocinio reverenter in temporalibus obedire.

IX. Rempublicam illibatam in vigore suo permittere.

X. Bona Feudalia Regni, ve!Imperi} ne quaquam alienare.

XI. Ac irreprehensibiliter apudDeum, et homines in hocMundo vivere.


 

(Regola dell'Ordine Militare prescritta da Guglielmo quando fa eletto Rè dei Romani dai Prìncipi dell'Impero nel congresso di Colonia nell'anno del Signore 1247. Il Signor Cardinale, che assisteva in paramenti pontificali, disse a colui che secondo l'etimologia del nome si chiama l'Armigero, come debba essere il Cavaliere:

- magnanimo nelle avversità,

- generoso con la parentela,

- abbondante di onorabilità,

- distinto tra le autorità,

- coraggioso nella milizia.

Precisando: Prima che tu, con matura deliberazione, emetta il voto della tua professione, ascolta il giogo della regola. Questa è la regola dell'Ordine Militare:

I. Innanzitutto ascoltare devotamente, ogni giorno, la Messa memoriale della Passione del Signore.

II. Esporre audacemente il corpo per la fede cattolica.

III. Liberare la Santa Chiesa con i suoi ministri da qualsiasi brigante.

IV. Proteggere nelle loro necessità le vedove, i fanciulli, gli orfani.

V. Evitare le guerre ingiuste.

VI. Rifiutare le ricompense ingiuste.

VII. Battersi in duello per la liberazione di qualsiasi innocente.

VIII. Obbedire rispettosamente, negli affari temporali, sia all'Imperatore dei Romani, sia alla sua autorità.

IX. Conservare lo Stato integro nel suo vigore.

X. Non alienare mai i beni feudali del Regno o dell'Impero.

XI. Vivere in questo mondo in modo irreprensibile al cospetto di Dio e degli uomini..)


 


 

Il Pontificale Romanum, in un'epoca posteriore, ma certo riprendendo concetti e formulazioni del passato, fa pregare cosi il Vescovo ufficiante il rito consacratorio del Cavaliere novello:

Domine sancte, Poter omnipotens, aeterne Deus, qui cuncta solus ordinas et recto disponis, qui ad coèrcendam malitìam reproborum et tuendain justìtìam, usum gladii m terris homini- bus tua salubri disposinone permisistì, et militarem ordinem ad populi protectionem instìtui voluistì, quique per beatum Joannem militibus ad se m deserto venientìbus, ut neminem con- cuterent, sedpropriis contenti essent stìpendiis dicifecistì: clementìam tuam. Domine, suppliciter exoramus, ut sicut David puero tuo Goliam supe- randi largitus es facultatem, et Judam Machabaeum feritate gentìum nomen tuum non invo- cantìum triumpharefecistì; ita et huic famulo tuo, qui noviterjugo militiae colla supponi!, piotate coelestì vires et au- daciam adfìdei etjustìtiae defensionem tribuas, et praestes eifìdei, spei, et charìtatìs aug- mentum; et da fui tìmorem pariter et amorem, humilitatem perseverantìam, oboedientiam, et patientìam bonam, et cuncta in eo recto disponas, ut neminem cum gladio isto, voi alio, inju- ste laedat: et omnia cum eojusta et recto defendat: et sicut ipse de minori gradu adnovum militiae promovetur honorem, ita veterem hominem deponens cum actìbus suis, novum induat hominem: ut tè tìmeat et recto coiai, perfìdorum consortia vitet, et suam in proximum charitatem extendat, praeposito suo in omnibus recto obediat, et suum in cunctisjuste afficium exequatur.


 

(O Signore santo. Padre onnipotente, eterno Iddio, che da solo ordini tutte le cose e le disponi secondo giustizia, tu che per reprimere la malvagità dei reprobi e per difendere la giustizia permettesti l'uso della spada sulla terra agli uomini secondo la tua salutare disposizione e volesti che fosse istituito l'ordine della Cavalleria per la protezione del popolo, e per mezzo del beato Giovanni facesti dire ai soldati che a lui nel deserto erano venuti di non depredare nessuno ma di essere contenti dei loro salari; supplici imploriamo la tua clemenza, o Signore: così come elargisti a David tuo servo la capacità di vincere Golia e facesti trionfare Giuda Maccabeo sulla malvagità delle genti che non invocavano il tuo nome, così anche a questo tuo servo, il quale va sottoponendo il collo al giogo della milizia, concedi con pietà celeste la forza e l'audacia per la difesa della fede e della giustizia, e aumenta la sua fede, la sua speranza e la sua carità; concedigli pure timore e amore per tè, umiltà, perseveranza, obbedienza, buona pazienza; disponilo per intero verso il giusto, affinchè non danneggi ingiustamente alcuno con questa spada o con un'altra, e difenda con essa quanto vi è di giusto e di retto; e poiché egli è promosso da uno stato inferiore alla nuova dignità della milizia, così, abbandonato il vecchio uomo con le sue azioni, accolga in sé un uomo nuovo: ti tema, ti onori in modo giusto, eviti di frequentare i perfidi, rivolga al prossimo la sua carità, obbedisca rettamente al suo superiore in ogni occasione ed esegua sempre il suo ufficio secondo giustizia).


 


 


 


 

L’ aspirante, superato un vero e proprio esame sotto forma di un'impresa, veniva "armato" cavaliere, ossia, riceveva solennemente le armi tutte sue nel corso d'un rito liturgico di investitura così ricco di simboli visivi e verbali e gestuali, preceduto da una "veglia d'armi" essa pure condotta ritualmente in modo da fissare taluni punti chiave; ed è proprio da questo complesso di atti, se non iniziatici, certo altamente allegorici, che è possibile ricavare parte delle norme morali per le quali la cavalleria avvertiva un legame del tutto particolare. Alla vigilia della solenne investitura il candidato si sottoponeva al bagno rituale che presenta tutti i caratteri della purificazione fisica intesa come un voto alla purezza dello spirito: una metanoia, un segno di penitenza e di conversione parallelo al battesimo. Indossava poi una cotta nera simbolo della morte, una tunica bianca simbolo dell'onore, e un manto rosso simbolo del sangue da versare, all'occorrenza, in difese della fede e di tutto ciò che è bene. Sempre digiuno, trascorreva la notte in cappella, ed era questa la "veglia d'armi". Il mattino, dopo la comunione sacramentale e la benedizione della spada, il Vescovo dava lettura dei doveri del cavaliere, poi procedeva all'investitura che consisteva nella vestizione (adoubemenf), nella consegna delle nell'abbraccio finale (accolade): uno sviluppo delle tradizioni germaniche già note a Tacito e citate nella sua Germania.


 

“Tal rito sembra aver avuta origine in Inghilterra, e di là trasferito in Francia, e poscia in Italia. Cioè la sera precedente al giorno destinato per conferire la cavalleria, il novizzo veniva condotto con molta pompa ed accompagnamento al bagno preparato. Quivi per qualche tempo trattenutosi, e ben lavato, era poscia condotto a letto. Quindi sorgendo, e abbigliato colle vesti ordinate dallo statuto, e accompagnato da parecchi cavalieri e scudieri, andava alla chiesa, per ivi far la vigilia o sia la veglia nella notte. Passava egli tutta la notte senza dormire, e con far orazione a Dio, pregandolo che l’ordine cavalleresco ch’egli era per pigliare, servisse in onore di esso Dio e della Chiesa. Se talun chiedesse, perché entrasse il bagno in quella funzione, risponderei crederlo io fatto, affinché il candidato, per quanto potesse si procurasse la pulizia del corpo e dell’anima, prima di entrare nel ruolo de’ cavalieri. A questo fine si preparava egli colla confession de’ peccati, con la santa comunione, vigilia ed orazioni. Si puliva poi il corpo con tosare la barba e la capigliatura, col bagno e colle vesti nuove. Nicola o sia Cola di Rienzo, tribuno de’ Romani, come s’ha dalla sua Vita al cap. 25, fo fatto Cavalieri Vagniato nella notte de Santa Maria de mieso agosto nell’anno 1347. Costui, siccome uomo fantastico, non volle servirsi di un bagno volgare; ma per affettar magnificenza si lavò nella conca dove (se s’ha da credere all’opinion volgare) Costantino Magno cercò la sanità, ovvero ottenne il Battesimo. Entrò nel vagno (sono parole di quell’autore) e vagnaose nella conca de lo imperadore Costantino, la quale ene de pretiosissimo paraone. Stupore eno questo a dicere. Moito fece la jente favellare. Uno cittatino de Roma Missere Vico Scuotto Cavalieri li cinse la spata. Puoi se addormiò in uno lietto venerabile; e tacque in quello loco che se dice li Fonti de Santo Janni. Là compío tutta quella notte”. (Ludovico Antonio Muratori, Dissertazione LIII, Dell’instituzione de Cavalieri e dell’Insegne che noi chiamiamo Arme)


 

 

“Dissi che l’armi de’ principi passarono nelle loro monete, e perciocché lo scudo, in cui principalmente una volta si usò di portar dipinti questi simboli distintivi delle famiglie, si scolpiva in esse monete, di là venne la denominazion di scudi, ristretta oggidì a una specie delle medesime. Né solamente i cavalieri armati portavano tai segni negli scudi, ma anche talvolta nelle lor sopravvesti, e nelle gualdrappe de’ cavalli, come lo Spelmanno e il Bisseo mostrarono con varj esempli”.

(Ludovico Antonio Muratori, Dissertazione LIII, Dell’instituzione de Cavalieri e dell’Insegne che noi chiamiamo Arme).


 


 

 

 

 

 

 


 

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