IL CONCILIO DI TRENTO

 

DESTINATARI

Classe I° liceo classico o III° liceo scientifico

 

FINALITA’

Approfondimento critico del Concilio di Trento;

Comprensione delle cause, delle contraddizioni e delle difficoltà che hanno caratterizzati il Concilio tridentino;

Analisi degli interessi e dei contrasti tra conservazione e rafforzamento di potere della Curia romana da una parte e le esigenze di riforme spirituali dall’altra;

Conoscere il peso determinante del Concilio tridentino riguardo il mutamento sociale europeo ed extra-europeo della Chiesa cattolica.

 

PREREQUISITI

Conoscenze: la Riforma protestante con particolare riferimento a Martin Lutero e la situazione politica nell’età di Carlo V (1500-1558) e linee generale della Controriforma.

Competenze: lettura, comprensione e interpretazione dei documenti e testi storiografici.

Cultura, società, atteggiamento religioso, politica della prima metà del Cinquecento.

 

O B I E T T I V I

CONOSCENZA

Questioni dottrinali e riforme disciplinari;

Rapporto politico tra Impero e Chiesa romana;

Ruolo dell’Inquisizione e della Compagnia di Gesù, spirito missionario, evangelizzazione tra conquista e riconquista.

 

COMPETENZA

Sapere individuare le diverse motivazioni e i molteplici interessi che giocano pro e contro l’apertura e lo svolgimento del Concilio;

Sapere schematizzare e collegare aspetti di interesse politico, religioso, economico e sociale che hanno caratterizzato il lungo e concitato Concilio;

Analizzare un evento storico attraverso documenti, fonti e testi storiografici.

 

ATTEGGIAMENTI

Stimolare gli studenti a riflettere sulle problematiche relazioni tra potere e Chiesa, tra vita evangelica e interessi temporali;

Sviluppare negli studenti l’abitudine a comprendere un evento storico nel sua complessità;

Mostrare le contraddizioni, spesso irriducibili, non semplicemente come un problema che attende una soluzione, ma come un valore e una ricchezza interpretativa;

Favorire una ricostruzione interpretativa di un evento confrontando criticamente diversi documenti storici.

 

STRUMENTI DIDATTICI

Saggi critici e documenti storici tratti da diverse fonti

 

METODOLOGIA E ATTIVITA’

Lezione frontale: spiegazione e lettura dei documenti, discussione guidata, costruzione di mappe concettuali e schede riassuntive.

 

TEMPI

Ore quattro incluse le verifiche

 

VERIFICHE FORMATIVE

Valutazione in itinere per verificare la comprensione e l’acquisizione dei contenuti e la capacità di rielaborazione e di sintesi degli argomenti;

Valutazione in base alla partecipazione in classe delle riflessioni guidate.

 

VERIFICHE SOMMATIVE

Costruzione di mappe concettuali individuali al fine di verificare la capacità di sintesi e sistematizzazione delle conoscenze apprese;

Verifica scritta in forma di saggio breve o domande a risposta breve;

Lavoro di approfondimento tematico seguito e concordato con il docente.

Verifiche di recupero orali in caso di insufficienza nel caso di verifica sommativi.

 

CONTENUTI: schema argomentativo di supporto all’analisi dei documenti

Il presente lavoro intende affrontare un evento storico complesso che, a partire dall’inizio del XVI sec. fino ai nostri giorni, ha dato vita a una storiografia sterminata sviluppando diverse linee interpretative anche contrastanti tra loro. Svoltosi quasi cinquecento anni fa, il Concilio di Trento ancora parla nei tratti distintivi che caratterizza il cattolicesimo oggi.

Motivazioni e opposizioni che determinarono il ritardo dell’apertura del Concilio di Trento.

Il Concilio fu voluto innanzitutto da Martin Lutero (1483-1546) quando, bruciando la bolla papale Exsurge Domine come atto di reazione alla scomunica, chiese nel 1520 un "libero concilio cristiano in terra tedesca".

Per libero concilio cristiano Lutero intendeva ribadire la sua adesione alla posizione conciliarista, ovvero riconosceva la massima autorità della Chiesa espressa e rappresentata da Concilio sopra la figura centrale del papa, così come era stato stabilito nei concili del secolo scorso (Concilio di Costanza 1414-18 e Concilio di Basilea 1431-49). La specifica richiesta di Lutero che voleva un Concilio in terra tedesca, oltre a manifestare un orgoglio nazionale tedesco, aveva il duplice significato, sia di invitare i principi e sovrani territoriali a partecipare all’assemblea universale cristiana, sia di ridurre la centralità del potere dello stato ponteficio contro l’avidità dei cortigiani romani che incassavano diverse centinaia di migliaia di ducati dalla Germania.

Lutero seppe sfruttare, anche al fine di scatenare l’opinione tedesca contro Roma, il lungo elenco dei gravamina che pendevano sulla reputazione della Chiesa di Roma (nepotismo, simonia, corruzione e comportamenti mondani e antievangelici del clero, la questione delle indulgenze e dei benefici, la vendita della cariche e degli uffici). Tra questi scandali ricordiamo un caso significativo che riguardava Alberto di Brandeburgo il quale, eletto arcivescovo di Magonza dalla Curia romana nel 1517, dovette indebitarsi con il banco dei Fugger per pagare una grossa somma in cambio sia per l’elezione e sia per ottenere la dispensa a versare a Roma i proventi dei benefici. Roma gli propose al nuovo arcivescovo un affare conveniente per entrambi al fine di sdebitarsi con i Fugger consistente nel finanziare, con la metà dei proventi dell’indulgenze, la costruzione della Basilica di san Pietro.

Ma se il papa Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, conosciuto come Leone X (1513-21) non si decideva a convocare il Concilio, toccava all’autorità politica intervenire. La volontà di Lutero e di molti vescovi di convocare un Concilio caratterizzato da uno spirito conciliarista avrebbe diminuito il potere del pontefice, il quale temeva di perdere il controllo territoriale nella penisola italiana.

Toccò infatti a Carlo V, sia per convinzione personale come dovere di un sovrano cristiano, sia per l’unità religiosa del suo immenso impero costituito da un coacervo di poteri, impegnarsi a dare inizio al Concilio. Nonostante il trionfo militare e politico di Carlo V, le difficoltà a imporre la sua volontà di convocare un Concilio furono tante. A parte la breve parentesi del papa Adriano VI (1522-1523) di Utrecht - precettore e consigliere di Carlo V – (fino all’elezione di Giovanno Paolo II nel 1978, Adriano VI fu l’ultimo pontefice non italiano nella storia della Chiesa romana) con Leone X prima e Giulio de’ Medici papa Clemente VII (1523-34) poi, Carlo V vide allearsi lo stato ponteficio con Venezia e la Francia attraverso la Lega di Cognac del 1526. La reazione dell’imperatore sfociò nel tragico sacco di Roma nel maggio del 1527. L’incoronazione dell’imperatore a re d’Italia nel 1530 nella basilica di san Petronio a Bologna faceva trasparire un ritorno all’ideale medievale dei due poteri. Ma la crescita degli stati nazionali portò il destino storico in un’altra direzione.

Alessandro Farnese, eletto papa Paolo III nel 1534, si dimostrò da subito favorevole al Concilio. Mondano, corrotto e nepotista era ben lungi dall’accogliere le richieste luterane ed era anche contrario quindi ad uno svolgimento del Concilio in terra tedesca. I suoi obiettivi erano: condanna delle dottrine luterane e realizzare una piccola riforma moralizzatrice che lasciasse però inalterata l’autorità del papa e il suo potere.

Il 13 dicembre 1545, nel coro della cattedrale di Trento si svolse la solenne cerimonia apertura. L’assemblea era composta da una ottantina di persone quasi tutti ecclesiastici e quasi tutti italiani dipendenti e controllati da Roma. Altro che repubblica cristiana europea. Anche se Trento era una città dell’impero come chiese Lutero, il Concilio però non aveva nulla a che fare con i concili del Quattrocento (di Costanza e di Basilea) formati da laici, autorità politiche ed ecclesiastici.

Perché ora il papa aveva acquistato così tanto potere da prevalere sul Concilio? Cos’è successo nel corso di questi decenni?

Dal vuoto creatosi dopo la crisi dell’Impero medievale, la Chiesa, grazie ad attività diplomatiche, seppe instaurare e mantenere rapporti con i nuovi stati emersi. Le rendite delle chiese locali alla curia ponteficia attirava l’interesse dei sovrani privi di efficaci apparati fiscali e ricchi di clienti da ricompensare. La chiesa cercò di razionalizzare le fonti economiche riformando l’organizzazione burocratica degli Uffici e dei Tribunali centrali rafforzando e instaurando nella propria corte un modello statuale.

Si capisce da quanto detto sopra che per il papa e la sua corte vedevano il Concilio come inutile e dannoso. Il timore riguardava soprattutto le tesi conciliariste che mettevano in serio pericolo l’autorità del papa.

Per Carlo V il Concilio invece doveva limitarsi a procrastinare le importanti questioni dottrinali per poi decretare, dopo la sconfitta militare dei principi protestanti, la condanna religiosa delle dottrine luterane.

A nulla valse l’intimidazione di Carlo V al papa Paolo III di non discutere di questioni dottrinali o comunque di essere più aperti e tolleranti verso il mondo tedesco. Da subito si discusse di questioni dottrinali manifestando una decisa volontà da parte della Chiesa di condannare le dottrine luterane come eresie. Va ricordato che la maggior parte dei vescovi del Concilio erano sottoposti all’obbedienza e alla sorveglianza diretta di Roma. Il papa aveva interesse a tracciare subito una netta distinzione tra ortodossia ed eresia prima che si affrontassero problemi come l’autorità dei concili sul papa e le residenze dei vescovi.

 

QUESTIONI DOTTRINALI:

-Dottrina della Giustificazione. Se Lutero aveva radicalizzato la tesi di san Paolo "Il giusto vivrà per sola fede", ribadita poi da sant’Agostino (per sola fede significava senza opere), in gioco erano tutte le forme di pietà religiose della società cristiana. Fu scartata come eretica anche la proposta della doppia giustificazione (purificazione tramite battesimo e per meriti di opere buone ma solo per l’imputazione di Cristo) del cardinale Gaspare Contarini (allora ambasciatore veneto presso Carlo V) che fu allontanato dalla Chiesa per via dell’Inquisizione. Contro la sola fede venne ribadito il valore meritorio delle opere ai fini della salvezza.

-Sacra scrittura e Tradizione. Le dottrine necessarie alla salvezza era tutte contenute nella Sacra scrittura oppure bisognava attingere anche alle tradizioni non scritte? Inoltre, gli "abusi" circa l’uso non corretto della lettura della Scrittura poteva consentire la lettura della Bibbia nelle lingue "volgari" locali? E quali traduzioni erano da considerarsi valide? Decreti conciliari del 1546: I) la pura dottrina si trovava nei libri e nelle tradizioni orali conservate nella Chiesa; II) riconoscimento della vulgata come testo autentico della Scrittura. (la Vulgata è la traduzione di s. Gerolamo 347-420ca.) Anche se dal punto di vista filologico conteneva parecchi errori, dal punto di vista dogmatico era da considerarsi corretta. La questione era tutt’altro che chiusa. Nel 1561 si ritornò sull’argomento. Tra chi sosteneva le idee dell’Umanesimo cristiano riguardo il valore della conoscenza delle Scritture sacre, e chi invece considerava la lettura diretta della Bibbia in volgare causa di eresia, l’Inquisizione romana aveva già posto un clima di proibizione e di sospetto sulla lettura della Bibbia.

-Sacramenti (secondo breve periodo tridentino 1551-52). Contro i due preservati da Lutero (battesimo ed eucarestia) prevalse ancora la difesa dell’ortodossia affermando sette sacramenti: battesimo, penitenza, eucaristia (transustanziazione e non consustanziazione), cresima, matrimonio, ordine, estrema unzione.

-Venerazione dei santi e loro intercessione (terzo periodo tridentino 1562-63)

-culto delle immagini devote (contro ogni tendenza iconoclastica);

-culto della vergine;

-esistenza del purgatorio delle anime dei defunti.

Molte questioni rimasero irrisolte:

-redazione di un catechismo cattolico;

-formazione di un Indice dei libri proibiti;

-concessione del calice ai laici richiesta dai vescovi tedeschi.

Nessun tentativo e nessuno sforzo fu effettivamente fatto per ricomporre la frattura tra riformati e cattolici. Decretata la linea ortodossa, il Concilio aveva ormai esaurito il suo compito.

Con un pretesto di un’epidemia petecchiale, il Concilio nel 1547 (anno della morte di Lutero) si trasferì a Bologna (seconda città della chiesa). Di fatto, a causa dell’alleanza militare del 1546 tra l’imperatore e il papa contro i principi tedeschi, Trento divenne una città pericolosa perché attraversata da armate italiane che salivano e soldatesche tedesche protestanti che scendevano. Inoltre Paolo III temeva il crescente potere di Carlo V. Il dissidio tra l’imperatore Carlo V e il papa Paolo III andò aumentando. Carlo V interpretò il trasferimento come un tradimento politico. Con un’azione poco cristiana, Carlo V fece assassinare il figlio del papa, Pierluigi Farnese (un soldataccio che si vantava di aver violentato un giovane vescovo) che, acquisiti i ducati di Parma e Piacenza nel ’45 grazie a una politica nepotista, aspirava a un avvenire di principe territoriale. A tutta risposta il papa si avvicinò alla Francia. Ma con la sua morte avvenuta nel 1549 finì un disegno nepotista e fu sospeso il Concilio.

RIFORME DISCIPLINARI

Per mantenere l’egemonia, la Chiesa aveva bisogno di un corpo ecclesiastico colto all’altezza della diffusa crescita culturale e delle esigenze morali di comportamenti più vicini al messaggio evangelico che da decenni venivano reclamate. Sia la materia dei benefici ecclesiastici che produceva uno spettacolo deludente e scandaloso, sia la pretesa del mondo fratesco di essere una vita perfetta a fronte dell’indisciplina, dell’ignoranza e dell’avidità che caratterizzava il mondo monastico, erano oggetti dell’ironia di umanisti come Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 - 1536).

Da questa esigenza furono decretate alcune riforme disciplinari:

- riforma del matrimonio (consenso davanti al parroco, seguiti da tre giorni di festa per rendere pubblico l’evento onde evitare la diffusa poligamia e divieto di contrarre matrimonio fino al quarto grado di parentela);

- lingua sacrale latina e messa in latino (giustificata come esigenza di tutelare la maestà della parola di Dio);

- obbligo di residenza e divieto di cumulo dei benefici. Qui era in gioca il potere tra vescovi e papato (il cardinale e arcivescovo Carlo Borromeo (1536 - 1584) – nipote di Pio IV - che si trasferì per sua decisione nella diocesi di Milano). Gaspare Contarini denunciò il raggiro delle leggi contro il reato di simonia. Legittimando il pontefice come padrone di tutti i benefici, ne conseguiva che egli poteva vendere e comprare, disporre della sua proprietà in tutto diritto.

- istituzioni di seminari diocesani. Nell’ultima sessione del i563, l’ordine veniva riconosciuto come un sacramento. Da qui la richiesta di ancorare la preparazione del clero alla frequenza di scuole presso chiese cattedrali. Il modello considerato fu dapprima quello di Reginald Pole. La scuola che aveva in mente fu da lui definita vivaio (seminarium). In realtà poi fu il modello del Collegio romano diretto dai gesuiti a imporsi. La Compagnia di Gesù, istituzionalizzata nel 1540 fu uno strumento privilegiato d’intervento di evangelizzazione, di conquista e riconquista dei territori perduti (nei secoli precedenti era toccato a francescani e domenicani). L’affermazione di tali istituti rese sempre più radicata la distinzione tra laici ed ecclesiastici, una distinzione che nel medioevo si presentava molto sfumata.

- visita pastorale: istituzione dei registri parrocchiali (battesimi, matrimoni, sepolture, stati delle anime, comunione e confessione annuale). Tali visite stimolarono l’adeguamento del clero parrocchiale ad un modello uniforme. Prima del Concilio il concubinaggio era prassi diffusa tra il clero, non conoscevano il latino e spesso nemmeno conoscevano la Bibbia né il Vangelo.

- abito talare

-celibato ecclesiastico: nonostante fosse già presente a livello teologico, era però sempre più diffusa la pratica di concubinaggio.

Da queste riforme si evince un profilo sociale ecclesiastico completamente ridisegnato all’insegna di una nuova severità dei costumi. Al prete in particolare fu affidato il compito di conquistarsi il consenso del popolo.

Se le questioni dottrinali venivano a far parte del patrimonio immutabile dei dogmi, le questioni disciplinari restavano affidate all’interpretazione del papa (allora Giovanni Angelo de’ Medici eletto Pio IV 1559-65) e della congregazione cardinalizia del Concilio da lui eretta. Le decisioni interpretative più importanti furono:

-l’indice dei libri proibiti;

-censura delle immagini (cfr. infra);

-l’istituzione del catechismo come strumento di formazione diffuso;

-riforma dei libri liturgici;

-professio fidei tridentina non prevista nel Concilio e che obbligava, oltre al clero anche insegnanti, medici e impiegati a uffici pubblici a prestare pubblicamente giuramento di obbedienza alla sede romana.

PAPATO, INQUISIZIONE, MISSIONI.

Durante il Concilio, nonostante la figura del papa fosse sempre presente nella mente di ogni delegato, nessuno osò dire nulla rispetto la sua autorità.

Anche l’inquisizione, istituita nel 1542 da Paolo III (sul modello della Inquisizione spagnola del Quattrocento e caratterizzata da una profonda riorganizzazione dell’Inquisizione medievale), che precedette e accompagnò tutto il lavoro del Concilio con lotte senza quartiere contro l’eresia, non si fa alcun riferimento. Alcune delle vittime dello spirito inquisitoriale in quel periodo furono i filosofi Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Galileo Galilei.

Altra grande assenza nel Concilio di Trento furono parole come conquista e riconquista motivati da un modello apostolico di spirito missionario. L’idea di martirio, di sangue versato per la conquista delle anime, accesero l’animo di migliaia di giovani che affollarono le porte dei seminari gesuiti. Non solo mandati alla conquista verso paesi extra-europei, ma anche riconquista, e spesso conquista della anime, verso le campagne europee dove esercitare la cura delle anime secondo criteri tridentini. L’ordine della Compagnia di Gesù, approvato dal papa nel 1540, fu fondato da sant’Ignazio di Loyola. Per mostrare la disciplina di questo ordine conosciuto per la sua preparazione teologico-culturale e la sua ferrea disciplina, può essere interessante proporre alcune proposizion. Al fine di proporre gli esercizi spirituali come interesse che va oltre il fatto di essere cattolici piuttosto che cristiani o credenti (anche un non credente o un non umanista può trovare interesse in questi) sarebbe utili evidenziare in grassetto alcune espressioni che costituiscono la struttura degli esercizi spirituali. Per esempio:

[ 1] Per avere qualche chiarimento sugli Esercizi Spirituali che seguono e perché ne tragga aiuto colui che deve darli e colui che deve riceverli.

Prima nota. Con il termine di esercizi spirituali s’intendono tutti i modi di esaminare la coscienza, di meditare, contemplare e pregare con le parole o con la mente, ed ogni altra attività spirituale, come più oltre si dirà. Infatti, come il passeggiare, il camminare e il correre costituiscono esercizi fisici, così si chiamano esercizi spirituali tutti quei modi di preparare e disporre l’anima, onde scartare da sé tutte le affezioni disordinate, e, dopo averle scartate, cercare e trovare la volontà divina nella disposizione della propria vita, per la salvezza dell’anima.

[ 2] Seconda nota. Colui che propone ad un altro il modo e il metodo di meditazione o contemplazione, deve esporre fedelmente la storia da meditare o contemplare, limitandosi a toccarne l’uno o l’altro punto con brevi e sommarie spiegazioni. Poiché, se colui che contempla trae spunto da un fondamento storico veridico, se riflette e trova le ragioni per capire o sentire meglio la storia – sia per la propria stessa riflessione, sia in virtù della grazia divina che ne illumina l’intelligenza – trarrà più soddisfazione e giovamento spirituale che se chi dà gli esercizi avesse spiegato e sviluppato abbondantemente il contenuto della storia. Non è infatti il troppo sapere che soddisfa e appaga l'anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente.

[ 73] Addizioni per fare meglio gli esercizi e per trovare meglio ciò che si desidera.

Prima addizione. Dopo essermi coricato, al momento di addormentarmi, penserò, durante il tempo di un’Ave Maria, all’ora in cui dovrò alzarmi, e perché, riassumendo l’esercizio che devo fare.

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[ 185] Seconda regola. Immaginare un uomo mai visto e che non conosco. Desiderando per lui ogni perfezione, considerare quel che gli direi di fare e di scegliere per una maggior gloria di Dio nostro Signore e una più grande perfezione della sua anima; osserverò anch’io, facendo lo stesso, la regola di proposta per l’altro.

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[ 216] Settima regola. Soprattutto, prestare attenzione affinché l’animo non sia interamente occupato da ciò che si mangia, e che mangiando non si lasci trascinare dall’appetito, ma che resti padrone di sé, tanto nel modo di mangiare che nella quantità di ciò che si mangia.

[ 217] Ottava regola. Per evitare ogni eccesso, sarà cosa eccellente, dopo pranzo o dopo cena, o in un altro momento in cui non si sente appetito, stabilire per il pranzo o la cena seguenti, e così di seguito ogni giorno, la quantità di cibo conveniente. Nessun appetito né alcuna tentazione dovranno far superare questa quantità, ma, al contrario, per meglio vincere ogni appetito disordinato e ogni tentazione del nemico, se si è tentati di mangiare di più, si mangi di meno.

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[ 258] Terzo modo di pregare, cioè ritmato.

Terzo modo di pregare. Ad ogni soffio della respirazione si pregherà mentalmente dicendo una parola del Pater noster o di un’altra preghiera che si recita, in modo di non dire che una parola ad ogni respirazione. Durante l’intervallo tra un respiro e l’altro, concentrare l’attenzione sul significato della parola, o sulla persona cui s’indirizza la preghiera, o sulla mia propria bassezza, o sulla differenza fra tutta la sua grandezza e tutta la mia bassezza. Si procederà secondo la stessa forma e regola per le altre parole del Pater noster. Poi recitare le altre preghiere, ossia l’Ave Maria, Anima Christi, Credo e Salve Regina, come d’abitudine.

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[ 318] Quinta regola. In tempo di desolazione, non fare mai cambiamenti, ma attenersi con fermezza e costanza ai propositi e alla determinazione che si avevano il giorno precedente alla desolazione, o alla determinazione che si aveva durante la consolazione precedente. Perché, nella consolazione, è soprattutto lo spirito buono che ci guida e ci consiglia mentre nella desolazione è quello cattivo, i cui consigli non possono farci prendere il giusto cammino.

[ 319] Sesta regola. Se, nella desolazione, non dobbiamo mutare le nostre prime decisioni, è al contrario eccellente cambiar se stessi vigorosamente contro la stessa desolazione, per esempio radicandoci ancor più nella preghiera, in meditazione, nell’esame rigoroso, ed estendendo ad una misura conveniente le nostre pratiche di penitenza.

[ 321] Ottava regola. Colui che si trova nella desolazione deve sforzarsi di perseverare nella pazienza, che si oppone alle vessazioni subite. Egli deve pensare che ben presto sarà consolato, se mette ogni cura a combattere tale desolazione, come è detto nella sesta regola.

 

 

CONTRORIFORMA O RIFORMA CATTOLICA? Coniato nel 1776 da un giurista di Gottinga il termine Controriforma designa la ricattolicizzazione forzata intesa come reazione di autodifesa e di riconquista da parte della Chiesa nei confronti della riforma protestante.

Molti storici cattolici invece proferirono l’espressione riforma cattolica, intesa a sottolineare la libera e autonoma riflessione su di sé attuata dalla Chiesa in ordine all’ideale di vita cattolica raggiungibile mediante un rinnovamento interno di disciplina e di costumi.

 

LE FONTI

Da quando il segretario ufficiale del Concilio Angelo Massarelli terminò e consegnò nel 1566 gli otto volumi degli atti del Concilio alla Santa Sede, tutta la cospicua documentazione restò custodita e inaccessibile negli archivi della curia fino agli inizi del Novecento con Leone XIII. Nonostante ciò Paolo Sarpi, recuperando ampi documenti, nel 1619 pubblicò al Londra, sotto lo pseudonimo di Pietro Soave Polano, il suo capolavoro Historia del Concilio Tridentino.

Ma dobbiamo allo storico austriaco Hurbert Jedin una ricostruzione precisa e documentata del Concilio di Trento. Rifugiato nel Vaticano durante la seconda guerra mondiale ha offerto e dato alla stampa nel 1946 l’opera Storia del Concilio di Trento.

 

TESTI STORIOGRAFICI DI RIFERIMENTO

Adriano Prosperi, Il Concilio di Trento e la Controriforma, in La storia, Utet, Torino 1986, vol.IV

Adriano Prosperi, Il Concilio di Trento: una introduzione storica, Einaudi, Torino 2001.

M. Bellabarba, La giustizia ai confini, Il Mulino, Bologna 1997.

P. Prodi, Storia della giustizia, Il Mulino, Bologna 2000.

 

 

Michelangelo, Giudizio universale, affresco del 1535-41, particolare con "braghettoni" dipinti da Daniele di Volterra nel 1564 per coprire le nudità.

Al termine del Concilio fu affrontata la questione delle arti figurative e delle immagini devote in particolare. I nudi michelangioleschi della Sistina furono attaccati dall’inquisitore Gian Pietro Carafa (papa Paolo IV, 1555-59). Nonostante il controllo puntuale del contenuto delle opere artistiche, lo spirito tridentino considerava importantissimo l’uso didattico delle immagini.

La soluzione di mettere i braghettoni ai nudi di Michelangelo simboleggiò bene il compromesso che i committenti ecclesiastici erano disposti a raggiungere con la pittura, pur di potersi avvalere delle sue grandi capacità di comunicazione.