FRATI PREDICATORI E FRATI MINORI
TRA ESIGENZE SPIRITUALI E NECESSITÀ MONDANE

 

PRESENTAZIONE:

                              Destinatari: studenti del primo anno di corso

Presupposti: a) conoscenza delle linee principali della storia della Chiesa fino al XII secolo; in particolare, del progetto di riforma di Gregorio VII, del progetto di universalismo di Innocenzo III e dei fermenti spirituali del XII secolo.

b) capacità di lettura e analisi di un testo (manuale, saggio, fonte) e di un’immagine.

Obiettivi: a) conoscenza delle vicende storiche principali dell’Ordine dei Frati Minori e di quello dei Predicatori; conoscenza dei rapporti di questi Ordini con le principali istituzioni a loro contemporanee (Chiesa, città e comuni, università).

b) competenze: capacità di analisi e ricostruzione delle vicende storiche a partire da un testo manualistico, da un saggio storiografico, da fonti di carattere biografico e, per quanto riguarda frate Francesco, agiografico, nel contesto di un uso differenziato delle fonti; capacità di lettura e analisi di un’immagine di arte sacra (tavole, crocifissi, affreschi).

c) atteggiamenti: capacità di lettura critica di fonti storiografiche e, in particolare, agiografiche e di immagini sacre, allo scopo di individuarne il valore storico-documentaristico, di testimonianze cioè degli atteggiamenti dei contemporanei, in particolare nei confronti del santo Francesco.

Tempi: quattro ore, incluse due ore da dedicare allo svolgimento della verifica sommativa.

Strumenti: manuale, saggi, documenti ufficiali, biografie e agiografie.

Metodi: lezioni introduttive, lettura guidata degli strumenti indicati.

Contenuti: cfr. più avanti.

Verifiche sommative: cfr. le guide alla comprensione dei testi proposti.

Verifiche formative: cfr. la guida alla comprensione dell’unità di apprendimento.

 

CONTENUTO:

La Chiesa: "libertas ecclesiæ" e povertà evangelica

Nel programma di riforma avviato da Gregorio VII molte delle questioni che gravavano sul governo della Chiesa erano state affrontate con forza, in particolare in relazione alla frammentarietà delle istituzioni ecclesiastiche, ma molte altre restavano del tutto insolute. Il riferimento va al lassismo morale che caratterizzava la condotta di vita del clero, che essendo un fenomeno assai diffuso e per nulla latente, metteva di fatto in discussione la credibilità della Chiesa nel suo complesso. Alcuni atteggiamenti, quali ad esempio quello del concubinato e della simonia (consistente nella compravendita di cariche ecclesiastiche) erano assai diffusi anche al livello diocesano e locale. I primi secoli del secondo millennio furono caratterizzati da una tensione spirituale tanto forte quanto variegata, nella quale è però possibile rintracciare, come denominatore comune, quello del pauperismo. Esigenza, questa, che consisteva nella volontà di ritornare alla purezza originaria dell’evangelo di Cristo, e di vivere questo stesso evangelo in modo radicale, proprio a partire dalla scelta della povertà, della quale si trova peraltro un esplicito fondamento scritturale (Mt 6,24 ad es., ma anche l’episodio del giovane ricco, in Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22). L’aspirazione alla povertà fu così espressa da diverse parti secondo modalità differenti e incontrò, da parte del papato, atteggiamenti ora ostili ora favorevoli e aperti al dialogo. Il fenomeno del pauperismo attraversò le vicende della Chiesa cattolica europea dal XII al XIII secolo ed ebbe occasione di mostrare sia il volto contemplativo e caritatevole dell’esperienza di frate Francesco e di Chiara, sia quello fosco e violento della intransigenza di Gerardo Segarelli e del suo discepolo Dolcino.

I movimenti di riforma: eresia e santità

Tra i diversi movimenti che emersero in quel periodo vanno sicuramente ricordati, sia per la non trascurabile vastità delle proporzioni sia per la vibrante intensità della protesta, il movimento della pataria milanese, quello dei povero di Lione ispirato dal mercante Valdo, e l’eresia catara. Le aspirazioni di questi movimenti, che si intrecciarono ben presto con la questione della lotta per le investiture e del rapporto tra papato e impero, trovarono, nell’ideale della libertas ecclesiæ propugnato da Gregorio VII, l’ostacolo più grande per la loro affermazione e il motivo più importante della loro sconfitta. Proprio in nome della libertas la Chiesa post-gregoriana intendeva affermare la necessità di essere ricca e potente per poter conquistare e difendere una reale autonomia nei confronti dell’Impero. Anche a causa della loro intransigenza e, in particolare per quanto concerne i catari, a motivo di taluni atteggiamenti giudicati eretici dalla chiesa di Roma, i movimenti sopracitati incontrarono una dura opposizione da parte ecclesiastica.

Diverse furono le vicende di due ordini religiosi mendicanti, sorti nei primi decenni del XIII secolo: quello dei frati predicatori di Domenico da Guzman e quello dei frati minori di Francesco di Assisi. Il carattere "mendicante" di questi due ordini, e di altri che negli anni successivi li imitarono, è dovuto al fatto che essi non traevano le loro risorse da redditi derivanti da rendite fondiarie o dall’esercizio di diritti signorili (come accadeva ormai da più di cinque secoli per i monasteri afferenti ad esempio all’ordine benedettino, e aveva cominciato ad accadere dall’XI secolo per cluniacensi e dalla metà del XII secolo per i cistercensi) ma dalle offerte dei fedeli. Tale peculiarità divenne ben presto fonte di discordia all’interno dei due ordini, in particolare all’interno di quello francescano, attraversato da contrasti tra due fazioni opposte e favorevoli l’una ad un pauperismo radicale, l’altra ad una istituzionalizzazione in senso conventuale dell’ordine. I domenicani invece si orientarono pressoché subito in questa seconda direzione. Sia per l’ordine domenicano che per quello francescano si presentarono due tipi di problemi: il primo relativo al rapporto con le istituzioni ecclesiastiche già esistenti, in particolare con il papato romano e con le parrocchie; il secondo concernente le relazioni con le istituzioni laiche, innanzitutto i comuni e le università. A proposito di questi temi, data la diversità delle vicende e la particolare complessità dell’evoluzione del francescanesimo dalla scelta di conversione di frate Francesco al sorgere dell’Ordine dei Frati Minori, è però necessario condurre una trattazione separata.

Frate Domenico e i Predicatori: predicazione e intolleranza

L’Ordine dei Frati Predicatori fu fondato dal canonico regolare castigliano Domenico da Guzman, il quale decise di dedicare la propria vita alla predicazione itinerante dell’evangelo di Cristo e alla lotta contro le eresie sorte in seno alla Chiesa cattolica. Raccolta attorno a sé una comunità itinerante, cercò di trasformarla in ordine religioso, adottando la regola agostiniana in attesa dell’approvazione papale, che venne concessa da Onorio III nel 1217. L’approvazione della regola concedeva il permesso per la predicazione e la cura di anime nelle parrocchie: la penetrazione dei domenicani nei tessuti delle diocesi creò non pochi contrasti con i secolari delle pievi e con i canonici delle cattedrali più prestigiose. Tali contrasti riguardavano in particolare la perdita di prestigio del clero diocesano e parrocchiale agli occhi della popolazione locale, il che finiva inevitabilmente col causare un riorientamento delle donazioni dei fedeli ai conventi dei predicatori, quando non addirittura a singoli frati particolarmente rinomati per la loro autorità spirituale e per il loro rigore morale. Questo contrasto raggiunse presto le sedi vescovili e le cattedre universitarie, fino ad estendersi al livello della controversia teologica e dottrinale e ad investire l’opera del tribunale inquisitoriale del Sant’Uffizio.

Frate Francesco e i Minori: dalla fraternità all’Ordine

Giovanni di Bernardone, figlio di Pietro, mercante di stoffe in Assisi, dopo un breve periodo di romitaggio in margine all’ordine benedettino decise di dedicare la propria vita alla predicazione itinerante dell’evangelo del Cristo nella povertà. Tale scelta fu, a detta di Giovanni che da quel momento in poi prese il nome di Francesco, il frutto di un suggerimento divino, che egli stesso si affrettò a tradurre in regola di vita, in modo da poterla sottoporre il più presto possibile al giudizio di papa Innocenzo III. Lo scritto, che Francesco e gli altri fratelli che nel frattempo avevano lasciato il mondo per unirsi a lui presentarono al papa nel 1210, era una raccolta di precetti evangelici, che riuscì ad ottenere però solamente un consenso orale (Regula prima o Regula sine bulla). L’approvazione scritta di una regola di vita francescana (Regula bullata) arrivò solo con la lettera Solet annuere di Onorio III nel 1223, quando ormai la fraternità si era arricchita sia del ramo femminile facente capo a Chiara sia di nuove componenti quali canonici, e "multi divites et litterati".

L’Ordine dei Frati Minori: tra sbandamento e riforma

La fraternità francescana, divenuta Ordine dei Frati Minori, incontrava problemi sempre nuovi ed era attraversata da sempre nuovi contrasti al suo interno, dovuti alla natura estremamente varia e differenziata delle sue componenti, al punto che Francesco, deluso dalla natura di compromesso della Regula bullata e dall’esito a suo giudizio mediocre del livello comunitario dell’esperienza religiosa sorta attorno a lui, decise di ritirarsi nella solitudine dell’eremo della Verna, nel contesto del quale visse un’esperienza mistica che lo portò ad aderire alla passione di Cristo fino ad incarnarne le ferite (le "stimmate"). Dalla Verna frate Francesco discese deciso a restituire all’Ordine minoritico il radicalismo evangelico originario, al quale la guida dei canonici, dei litterati e secolari l’avevano strappato. Già nei primi decenni del XIII secolo infatti il gruppo dirigente dell’Ordine era costituito da magistri di diritto e teologia, provenienti da varie città europee, mentre meno potente doveva essere in quel periodo la componente dei secolari e dei canonici, se è vero che solo nel 1239 si ha un generale dell’ordine che era anche sacerdote: Alberto da Pisa.

L’elezione di Alberto a generale testimonia l’assunzione, da parte della componente sacerdotale, di un ruolo direttivo in seno all’Ordine che in questo modo si avviava a potenziare e rendere più capillare la sua presenza nelle diocesi, secondo linee guida ormai lontane dagli aspetti più radicali della spiritualità francescana originaria. Durante la prima metà del XIII secolo però la componente sacerdotale non riuscì a ricomporre le molteplici membra del minoritismo con l’anima originaria del francescanesimo: solo con il generalato di Giovanni da Parma si avvia un processo di riforma che con il suo successore Bonaventura da Bagnoregio si traduce in un vero e proprio tentativo di rifondazione dell’Ordine, che dall’esperienza di Francesco aveva tratto vita e che a giudizio di Bonaventura solo riferendosi allo spirito del fondatore poteva ritrovare unità e slancio.

Così, con Bonaventura da Bagnoregio, magister theologiæ alla Sorbona e generale dell’ordine dal 1257, si avvia un progetto di riforma volto ad una vera e propria riconquista dell’Ordine, che stava soccombendo sotto il suo stesso peso, che andava sfilacciandosi per la sua estensione, e che rischiava di perdere la sua identità a causa della eccessiva libertà di interpretazione della stessa Regula bullata, quasi ovunque rinnegata in favore di legislazioni assai più elastiche. Tale progetto poteva realizzarsi solamente con l’appoggio della Chiesa di Roma, che se non altro avrebbe fatto pressione sui vescovi, sugli arcipreti e sui canonici perché riservassero ai Minori che predicavano nelle diocesi e nelle parrocchie un atteggiamento più accogliente di quello di qualche decennio prima.

Chiara e le sue "pauperes dominæ": lotta e contemplazione

Del tutto particolari e ricche di travaglio non solo dal punto di vista spirituale sono le vicende del ramo femminile della fraternità francescana: la comunità delle "povere donne" sorta attorno a Chiara d’Assisi poté godere in un primo momento dell’autorevole protezione di Francesco, che assegnò loro la cura della residenza di S. Damiano, presso la quale erano soliti sostare i Frati Minori di passaggio. In un secondo momento, in particolare dopo la morte di Francesco, Chiara dovette resistere al tentativo di riforma del monachesimo femminile avviato dal cardinale Ugolino d’Ostia. Tale progetto, che doveva necessariamente passare attraverso l’assimilazione della comunità di S. Damiano ai monasteri che militavano sotto la regola suggerita da Ugolino, trovò la ferma resistenza di Chiara che, in virtù del suo legame con i Minori, riuscì ad ottenere per le sue pauperes dominæ uno statuto speciale. Questa soluzione consisteva nell’assunzione, dal punto di vista formale, della regola di Ugolino, mentre permetteva alle sorelle di mantenere la propria peculiarità essenziale: il legame con i Minori e, almeno dal punto di vista ideale, con Francesco e la sua santità. L’approvazione della regola di vita preparata da Chiara avvenne solamente nel 1253 sotto Innocenzo IV.

I Minori e le città: dalle periferie ai centri

Per quanto riguarda invece i rapporti tra i frati minori e le città, è necessario distinguere due fasi: la prima caratterizzata da un incerto pendolarismo tra le campagne che costituivano i loro insediamenti originari e le città presso le quali essi svolgevano il ministero della predicazione, la seconda connotata da un più deciso insediamento nel territorio della città. La penetrazione dell’Ordine nel tessuto diocesano e parrocchiale fu tanto efficace quanto capillare e fu senza dubbio favorita dalla varietà delle componenti delle file minoritiche, che comprendevano giovani e adulti, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, uomini spirituali dediti alla predicazione e altri impegnati nella cura dei malati e dei poveri. Proprio questa varietà garantì la possibilità di adattarsi a molte delle esigenze spirituali e culturali cui andava incontro una città: la cura delle anime, la carità nei confronti dei piccoli, dei poveri, dei malati e dei deboli di ogni sorta erano solo i due ambiti di applicazione immediata più naturali cui poteva trovare espressione, nel contesto cittadino, la presenza minoritica. Essa si manifestava infatti anche in ambiti quali quello dell’insegnamento universitario e dell’amministrazione comunale e cittadina: la fama dei magistri degli studia francescani non tardò ad espandersi in tutta Europa e a varcare la Manica, con frate Bonaventura e Roberto Grossatesta che furono insegnanti di teologia a Parigi e a Oxford. Per quanto concerne invece l’assegnazione di cariche pubbliche a membri dell’Ordine, essa fu dovuta sostanzialmente alla fama di grande rigore morale dei frati e testimonia essa stessa il pieno inserimento dei francescani nella vita pubblica. Va però sottolineato che tale inserimento non fu del tutto scevro da contrasti e attriti, in particolare con i rappresentanti locali della Chiesa cattolica: la cura d’anime era infatti uno solo dei possibili terreni di scontro, che comprendevano, oltre all’amministrazione dei sacramenti, anche le donazioni e le eredità. A questo proposito, fondamentale fu l’elaborazione di una duplice dottrina relativa al danaro, mirante da un lato alla giustificazione della ricchezza da parte degli abbienti e dall’altro alla legittimazione dell’uso (in quanto separato dalla proprietà) dei beni terreni da parte dei frati. Con la prima teoria si intendeva riconoscere alla ricchezza un valore meritorio, nella misura in cui essa era lo strumento tramite il quale, direttamente o indirettamente (per mezzo di una donazione) il ricco compiva un’opera di carità. Con la seconda si intendeva invece permettere il possesso di beni in particolare immobili da parte dell’ordine stesso.

Il contrasto tra frati dell’Ordine e secolari fu poi acuito dalla scelta, da parte del pontefice, di affidare il tribunale del Sant’Uffizio, oltre che ai Predicatori, anche ai Minori: con questa scelta l’autorità spirituale, il prestigio e il potere dei frati Minori giungevano ad una grado mai conosciuto prima.

TESTI E TRACCE DI ANALISI PER LA VERIFICA FORMATIVA:

I due passi che seguono propongono un confronto sull’alta concezione della dignità predicazione sviluppata presso l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Predicatori: l’attenzione deve essere in particolare rivolta al ruolo che hanno il latino e la teologia nella formazione del predicatore e alle norme che disciplinano i rapporti tra predicatori di entrambi gli ordini e i vescovi.

"Stabiliamo che nessuno possa divenire predicatore generale prima di aver seguito lezioni di teologia per tre anni; ma possono essere ammessi alla pratica della predicazione, dopo aver seguito lezioni per un anno, coloro che siano tali da non far temere alcuno scandalo dalla loro predicazione […]. Tutti coloro che sono stati scelti per il compito della predicazione o per lo studio non dovranno assolutamente preoccuparsi dell’amministrazione di beni temporali, così da poter adempiere meglio e più liberamente al ministero dei beni spirituali, loro affidato. […] Nessuno osi predicare nella diocesi di un vescovo che gli ha vietato di predicare, a meno che non sia in possesso di lettere e di un mandato generale del sommo pontefice". (Roberto Rusconi, Predicazione e vita religiosa nella società italiana. Da Carlo Magno alla Controriforma, Loescher, Torino 1981, pp. 128-129)

"I frati non predichino nella diocesi di alcun vescovo, quando questi glielo abbia vietato. E nessuno dei frati assolutamente osi predicare al popolo, se non sia stato esaminato ed approvato dal ministro generale di questa fraternità, e non gli sia stato concesso da questi l’ufficio della predicazione. […] Proibiamo che, d’ora in poi, i frati che non sanno leggere il Salterio, imparino il latino, e che altri lo insegnino loro. Se qualcuno contravverrà a tale disposizione, venga tenuto segregato dalla comunità, dall’ufficio e dalla mensa, sino ad adeguata soddisfazione della colpa. E nessuno passi dallo stato laicale a quello chiericale senza il permesso del ministro generale". (Roberto Rusconi, Predicazione e vita religiosa nella società italiana. Da Carlo Magno alla Controriforma, cit., p. 130)

Per la comprensione:

  1. Qual è l’atteggiamento degli Ordini nei confronti del potere episcopale?
  2. Ci sono differenze sostanziali tra i due Ordini in questo senso?

L’ingresso nelle città di predicatori di entrambi gli Ordini portò a contatto tra loro realtà nuove ma non del tutto estranee: alla varietà dei corpi e degli stati cittadini faceva eco quella delle componenti degli Ordini; tale varietà permise ai frati di raggiungere differenti gruppi sociali. Ecco un esempio di predica di un domenica che si rivolge a dei mercanti.

"… potremmo dire meglio e per più bella ordine, cioè che quella è rea mercatanti e da vitiperare, e odiata da Dio e dannata da le Scritture, e è da fuggire, e vietate sono quelle e mercatantie, le quali sono congiunte a questi quatto vizii, a tutti o ad alcuno di questi, cioè: al peccato de la simonia, o al peccato de la ingiustizia, al peccato de la inriverenzia, al peccato de l’avarizia. Ogne arte e mercatantia congiunta a questi vizii è vietata e è contra a Dio…" (Roberto Rusconi, Predicazione e vita religiosa nella società italiana. Da Carlo Magno alla Controriforma, cit., p. 155)

Per la comprensione:

  1. Qual è il tema della predica?
  2. Con quali argomenti viene compiuta la critica dei vizi connessi al tema della predica?

Il seguente stralcio dalla Legenda major di Bonaventura da Bagnoregio accenna fugacemente al carattere controverso dei primi rapporti tra la fraternità assisiate e il papato romano, in occasione della presentazione della regola di vita che Francesco intendeva sottoporre a Innocenzo III perché la approvasse. L’approvazione datane fu però solamente orale: quella scritta, con la lettera Solet Annuere, arrivò invece nel 1223 con Onorio III.

Giunto a Roma, [Francesco, ndr] fu presentato al papa [Innocenzo III, ndr], il quale, trovandosi allora, immerso in profondi pensieri, a passeggiare nel luogo detto Speculum del palazzo Laterano, non l’accolse, anzi lo cacciò con sdegno. Ma durante la notte per volere di Dio vide una piccola palma tra i suoi piedi, che crescendo a poco a poco si trasformò in una pianta alta e bellissima. Nello stesso tempo una luce divina gli chiarì il mistero: "è quell’umile frate, la palma, che ieri non volesti ricevere e mandasti via con disprezzo". La mattina seguente mandò i servi a cercarlo. Fu trovato nell’ospedale di sant’Antonio, lì vicino. Lo volle subito dinanzi a sé. E Francesco espose il suo proposito, e chiese umilmente e con istanza di avere approvata quella Regola scritta.

Il vicario di Cristo, Innocenzo III, uomo di profonda sapienza, riconoscendo l’intenzione rettissima, la costanza invitta e l’infocato ardore di una volontà tutta santa, si mostrò incline all’assenso. Ma credette opportuno differire. Ad alcuni cardinali quella norma di vita era sembrata nuova e superiore alle forze umane. Era presente il cardinale Giovanni di san paolo, vescovo di Sabina, che, amante di ogni santità e difensore dei poverelli di cristo, illuminato dallo Spirito Santo, innanzi a tutti così prese a parlare: "Se noi ci rifiutiamo di confermare, come ardua e nuova, una forma di vita evangelica come questa, temo di peccare contro lo stesso Vangelo, sarebbe infatti come dire che nell’osservanza della perfezione evangelica e nel voto di essa vi sia qualcosa di strano, d’irragionevole e d’impossibile ad osservarsi. E non vi pare questa una vera bestemmia, che colpisce Cristo, autore del Vangelo?".

Il successore di Pietro, davanti a ragioni così chiare, rivolto al poverello, così disse: "Va’, figliuolo, e prega perché il Signore ci mostri per mezzo tuo la sua volontà, e così, con maggiore sicurezza, acconsentiamo ai tuoi pii desideri". (San Bonaventura, Vita di San Francesco. Legenda major, San Paolo, Alba 1986, p. 36)

Per la comprensione:

  1. Nel testo che hai letto è presente un elemento di carattere trascendente. Sapresti individuarlo? Sapresti tentarne una spiegazione?
  2. Qual è l’atteggiamento del papa di fronte a Francesco? E alla regola che gli presenta? Qual è il ruolo dei cardinali nella risposta del papa?

Bonaventura non manca di considerare nella sua Legenda major anche la questione dei capitoli generali e provinciali: dalla sua presentazione emerge solamente l’aspetto puramente quantitativo, relativo al numero dei frati presenti, mentre rimane del tutto in ombra la dimensione qualitativa, concernente la natura e gli argomenti delle discussioni che vi si tenevano.

I frati con l’andare del tempo crebbero, allora il solerte pastore cominciò a convocarli in Capitolo generale, nel luogo di S. Maria della Porziuncola. Lo faceva per assegnare a ciascuno, con la corda della distribuzione divina (Sal 77, 54) la parte di ubbidienza, nella terra della santa povertà. Nulla portavano con sé essendo poveri all’estremo. Talora oltrepassavano il numero di cinquemila. […] Ai capitoli provinciali non interveniva col corpo perché non poteva; ma con lo spirito sì, interessandosi con premura del regime dell’Ordine, pregando, benedicendo. Ma qualche volta vi appariva anche visibilmente, per mirabile prodigio di Dio, come avvenne nel capitolo di Arles. (san Bonaventura, Vita di san Francesco. Legenda major, cit., pp. 47-48)

Per la comprensione:

  1. Cos’è un capitolo generale? Qual è il motivo che indusse Francesco a convocare il primo?
  2. A cosa servono i capitoli generali nell’Ordine dei Frati Minori?

Il passo qui presentato, tratto da I Fioretti di san Francesco costituisce una testimonianza tarda del tentativo di rifondazione dell’Ordine minoritico compiuto da Francesco in seguito all’esperienza mistica all’eremo della Verna.

Veggendosi santo Francesco, per cagione delle stimmate, a poco a poco mancare la forza del corpo e non potere più avere cura del reggimento dell’ordine, affrettò il Capitolo generale. Il quale essendo tutto ragunato, egli umilmente si scusò a’ frati della sua impotenza per la quale non potea più intendere alla cura dell’Ordine, quanto alla esecuzione del Generalato, benché l’ufficio del Generalato ei non rinunziasse, però che non potea, da poi che era fatto Generale dal Papa, e però non potea lasciare l’ufficio né sostituire successore senza espressa licenza del Papa; ma istituì suo Vicario frate Pietro Cattani, raccomandando a lui e a’ Ministri provinciali l’Ordine affettuosamente quanto poté. (da Anonimo, Le considerazioni sulle Stimmate, quarta considerazione, in: Anonimo, I fioretti di san Francesco, a cura di G. Davico Bonino, Einaudi, Torino 1998, p. 173.)

Per la comprensione:

  1. Qual è il motivo per cui Francesco anticipa la convocazione del capitolo generale?
  2. Per quale motivo è costretto a istituire un vicario?

Viene di seguito riportato l’intero passo relativo alla canonizzazione di frate Francesco ad opera di papa Gregorio IX, che si trovò costretto a temperare il furore del popolo che voleva l’assisiate santo con lo zelo dei cardinali più sospettosi.

Il pastore supremo della Chiesa, riconoscendo la santità di Francesco non solo per i miracoli uditi dopo la sua morte, ma anche per quel che aveva visto con gli occhi propri e toccato con le proprie mani e non dubitando perciò affatto che egli fosse già glorificato in cielo, per agire conforme a Cristo, di cui era vicario, ritenne opportuno renderlo glorioso anche sulla terra, considerandolo degnissimo di ogni venerazione. Per rendere però certa la glorificazione dell’uomo santissimo in tutto il mondo, fece esaminare dai cardinali che sembravano meno favorevoli i miracoli conosciuti, documentati e approvati da idonei testimoni. Discussi diligentemente e approvati da tutti detti miracoli, con il consiglio e con l’unanime consenso dei cardinali e dei prelati presenti allora nella curia, il papa decretò la canonizzazione per Francesco. Si recò quindi personalmente ad Assisi e la domenica del 16 luglio 1228, con la massima solennità che sarebbe troppo lungo narrare, ascrisse il beato padre nel catalogo dei santi. (da san Bonaventura, Vita di san Francesco. Legenda major, cit., p. 162)

Per la comprensione:

  1. Qual è l’atteggiamento del papa rispetto alla vita di Francesco?
  2. Qual è invece l’atteggiamento dei cardinali?

Qui di seguito viene riportata l’interpretazione data dallo storico della chiesa medievale Grado G. Merlo sulla lettera che nell’aprile 1257 Bonaventura da Bagnoregio invia all’Ordine con l’intento di avviare un programma di riforma delle sue stesse istituzioni.

In realtà, la lettera bonaventuriana dell’aprile 1257, più che la denuncia morale e profetica di colpe e vizi, ha una valenza programmatica – sia pur espressa in negativo – prospettata da un fratello, assurto alla massima carica, al quale premeva di riportare ordine nell’Ordine, eliminando quei difetti che potevano costituire elementi di debolezza all’interno della vastissima formazione minoritica o tali essere giudicati dall’esterno: di qui i ripetuti punti che concernono la non-povertà, la non-stabilità, la non-adeguatezza dei frati. A ragione si è potuto parlare, a proposito di tale lettera, di un "manifesto di "riconquista" dell’Ordine": […] riconquista realizzata attraverso alcuni atti decisivi. Innanzitutto, vengono eliminati gli orientamenti gioachimitici che erano giunti a toccare frati con responsabilità direttive. In secondo luogo, nel Capitolo di Narbonne del 1260 frate Bonaventura provvede a raccogliere la sparsa legislazione minoritica in un unico corpo di Costituzioni dette appunto di Narbona. In terzo luogo, si dedica a scrivere una nuova (e definitiva) "vita" di san Francesco, la cosiddetta Legenda maior approvata dal Capitolo di Pisa del 1263 e subito riprodotta in numerose copie destinate alle province dell’Ordine. Infine, durante il Capitolo di Parigi del 1266 fa prendere la seguente decisione radicale: i frati dovevano distruggere tutte le legendae di san Francesco anteriori alla "vita" bonaventuriana non solo nei codici in loro possesso, ma che "fuori dell’Ordine". […] Frate Bonaventura, pertanto, cerca di dare continuità alla diversità, ovvero di giustificare le metamorfosi avvenute nell’Ordine, individuando in esser un segno sicuro, anzi un disegno esplicito della Provvidenza divina. (G. G. Merlo, Storia di frate Francesco e dell’Ordine dei Minori, in A.a. V. v., Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Einaudi, Torino 1997, pp. 28-29)

Per la comprensione:

  1. Qual è il programma che caratterizza e anima il generalato di Bonaventura?
  2. Qual è lo scopo della lettera del 1257?
  3. Quali sono le tappe del programma di riforma attuato da Bonaventura?

 

SCHEDA DI LAVORO CON VALORE DI VERIFICA SOMMATIVA:

Chiesa cattolica e movimenti religiosi.

  1. Qual era la situazione della chiesa cattolica romana nel XII secolo?
  2. Elenca alcuni dei movimenti religiosi del XII secolo.
  3. Quali sono i motivi e le esigenze dei movimenti pauperistici del XII secolo?

Ordini mendicanti.

  1. Che significa ordine mendicante?
  2. In cosa si distingue un ordine mendicante da un ordine monastico conventuale quale ad esempio quello benedettino?
  3. Come si formò l’ordine mendicante dei frati predicatori?
  4. E quello dei frati minori?

Chiesa cattolica e ordini mendicanti.

  1. Quale fu l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti della fraternità di Domenico da Guzman?
  2. Quale invece quello del papato romano nei confronti della fraternità di Francesco d’Assisi?

Vicende del francescanesimo e del minoritismo.

  1. Esponi brevemente i passaggi cruciali della trasformazione della fraternità francescana in ordine minoritico.
  2. Quali furono le linee guida lungo le quali avvenne l’espansione dell’ordine minoritico?
  3. Quali furono, in seno all’ordine minoritico, i rapporti tra magistri e litterati da un parte e illitterati dall’altra?
  4. Quali invece i rapporti tra spirituali e conventuali?

Minoritismo e istituzioni.

  1. Quali furono i rapporti tra i minori e il clero territoriale, diocesano e parrocchiale?
  2. Quali invece i rapporti tra frati minori e comune?
  3. Che rapporto ci fu invece tra minoritismo e università?