Il genocidio rwandese.

 

Destinatari: studenti III anno Liceo Classico

Prerequisiti:

conoscenze: conoscenza delle linee generali della storia del colonialismo tra fine ‘800 e prima metà del ‘900.

competenze: capacità di acquisire una comprensione generale di un evento storico e di saperlo collocare nel quadro più generale delle dinamiche sociali, politiche e culturali di un’epoca.

Obiettivi:

conoscenze: conoscenza delle dinamiche politiche e sociali che nel XX secolo hanno portato al genocidio rwandese del 1994.

competenze: capacità di cogliere la problematicità della situazione attuale nell’Africa centrale e delle questione giuridiche che le fanno da sfondo.

 

Tempi: 1 ora.

Strumenti: lettura di alcuni passi dei documenti relativi agli anni dell’amministrazione belga.

Lettura di alcuni passi tratti da due interviste rivolte a persone coinvolte negli accadimenti del ’94.

Contenuti: cfr. oltre.

Metodi: lezione frontale, lettura documenti, discussione.

 

Schema della lezione

L’unità didattica, nonostante abbia come oggetto un argomento di storia, verrebbe svolta seguendo un ordine diverso da quello cronologico. Poiché è prevedibile che quanto è accaduto nel ’94 non sia noto a tutti gli studenti, sarebbe opportuno spiegare anzitutto cosa di solito si intende quando si parla di genocidio rwandese, e definire un quadro relativo alle violenze che si sono verificate tra l’aprile e il luglio di quell’anno. Solo in un secondo momento, aprendo una lunga parentesi, la lezione proseguirebbe con l’analisi degli elementi che la storiografia più recente ha individuato quali cause del conflitto, e quindi con l’esposizione delle linee generali della storia del Rwanda dal periodo della colonizzazione in avanti. L’ultima parte del discorso, infine, verrebbe dedicata alle conseguenze politiche e sociali del conflitto, e ad una breve presentazione delle questioni relative alle responsabilità internazionali.

Considerazioni preliminari

Prima di affrontare l’argomento della lezione, sarebbero utili alcune considerazioni preliminari relative alla difficoltà dell’esposizione del tema. In primo luogo andrebbe sottolineato che, mentre gli argomenti normalmente presentati durante le ore di storia appartengono ad un passato più o meno lontano, il genocidio del ’94 risale a soli undici anni fa; esso, se considerato insieme a tutti i suoi effetti e alle sue conseguenze, non può quindi essere presentato come qualcosa di compiuto, ma come un avvenimento che lascia ancora aperte diverse questioni. Quello che può essere fatto, di conseguenza, è definire tali questioni e spiegare come vengono gestite sia dal governo rwandese che dalla comunità internazionale. La seconda considerazione riguarda invece le difficoltà in cui si imbatte chiunque voglia offrire un’esposizione oggettiva dell’accaduto. Quello che sappiamo di ciò che si è verificato nei cento giorni del genocidio, infatti, ci deriva principalmente da fonti orali, siano queste di testimoni sopravvissuti o di chi ha preso parte attivamente alle violenze, e questo non può non creare difficoltà al tentativo di ricostruzione dei fatti da parte dello storico. Tali difficoltà aumentano inoltre se si considera la discordanza tra le fonti, le quali presentano versioni differenti, se non addirittura opposte, degli stessi avvenimenti (a questo proposito, al termine della lezione verrebbero presentate due interviste che esprimono due punti di vista completamente diversi sul genocidio).

 

I fatti del ’94.

Quando si parla del genocidio rwandese, ci si riferisce a quanto è accaduto in Rwanda nel 1994 e, in particolare, agli avvenimenti verificatisi tra il 6 aprile, quando il presidente rwandese Habyarimana e quello burundese Ntaryamira sono stati uccisi in un attentato, al 4 luglio, quando l’esercito governativo è stato definitivamente sconfitto dai soldati dell’F.P.R.. Il termine genocidio si riferisce quindi ad un periodo di poco più di tre mesi, il quale, nonostante la propria brevità, ha una rilevanza indelebile nella storia del Rwanda, poiché ha visto il tentativo da parte di una delle due etnie principali del paese, quella degli Hutu, tentare di eliminare tutti i membri appartenenti alla controparte Tutsi, e l’uccisione di circa 800 000 persone.

Il Rwanda è solitamente considerato suddiviso in tre etnie: gli Hutu, che rappresentano l’85% della popolazione, i Tutsi, che ne rappresentano il 14%, e i Twa, che costituiscono il rimanente 1%. Mentre i Twa sono sempre stati posti a margine della società, i Tutsi e gli Hutu hanno avuto entrambi la possibilità di governare il paese, gli uni nel corso di tutta la storia rwandese da noi conosciuta fino al 1959, gli altri dal 1959 al 1994. Le modalità con cui il potere in entrambe le fasi è stato esercitato (modalità di cui si parlerà dopo) ha avuto l’effetto di generare un forte rancore da entrambe le parti – soprattutto da parte degli Hutu verso i Tutsi – rancore che ha trovato la propria espressione più radicale nelle violenze del ’94. Tratto distintivo di tali violenze è il loro essere rivolte non tanto verso l’immediata eliminazione del nemico, quanto verso dei rituali e delle pratiche preliminari che sono chiara espressione dell’odio provato nei confronti delle proprie vittime. I Tutsi non venivano uccisi immediatamente, ma ─ in quanto, secondo uno stereotipo razziale introdotto dai Belgi, erano considerati troppo alti ─ venivano privati delle mani e dei piedi, delle braccia e delle gambe, per essere poi gettati nel fiume Nyabarongo che li avrebbe dovuti riportare nel luogo da cui secondo la tradizione sarebbero venuti. Peculiarità del genocidio rwandese è inoltre il fatto di essere stato portato avanti non dai soli membri dell’esercito, ma da gruppi appartenenti ad ogni strato sociale; non solo dai giovani sbandati che sotto il nome di interahamwe sostenevano l’ex presidente, ma anche da figure che all’interno della società potevano rappresentare un importante punto di riferimento (insegnanti, preti, medici, sindaci, etc.). Gli Hutu moderati che avrebbero voluto non partecipare alle violenze, poi, venivano costretti a farlo, in quanto rifiutandosi sarebbero stati considerati alla stregua di normali nemici.

Amministrazione belga e rivoluzione sociale.

Mentre la prima reazione della stampa occidentale è stata quella di bollare gli avvenimenti rwandesi come disordini tribali, la storiografia più recente ha mostrato come il conflitto tra Hutu e Tutsi affondi in realtà le proprie radici nel passato coloniale del paese e, in particolare, in quelle dinamiche introdotte in esso durante gli anni dell’amministrazione belga. Se i tedeschi avevano lasciato intatte le strutture politiche e sociali del Rwanda, limitandosi a difenderne il territorio dai possibili nemici europei, i Belgi, arrivati nel 1916, attuarono una politica più diretta, che incise profondamente non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello culturale sulle sorti del piccolo paese africano.

Le parole Hutu, Tutsi e Twa esistevano già prima che arrivassero i colonizzatori. Secondo quanto ci è tramandato dalla tradizione, i Twa vivevano di caccia e sarebbero gli abitanti originari della regione; gli Hutu li avrebbero seguiti e sarebbero stati agricoltori; i Tutsi, gli ultimi ad arrivare, sarebbero stati invece degli allevatori. I Twa, come si è detto, sono sempre stati posti a margine della società. Fra i Tutsi e gli Hutu, in un primo momento, furono i primi ad avere nelle proprie mani le leve del potere: il possesso di mucche permetteva loro maggiori possibilità economiche e maggior prestigio di fronte a chi poteva vivere di sola agricoltura. Tale differenziazione, tuttavia, non comportava necessariamente un rapporto di netta opposizione tra Tutsi e Hutu; non solo, infatti, esisteva una sorta di contratto economico, detto ubuhake, che rappresentava una forma di mediazione tra i due gruppi sociali, ma questo era anche collocato nel contesto di una società fondamentalmente dinamica, dove un Hutu arricchendosi poteva diventare Tutsi, e un Tutsi impoverendosi poteva diventare Hutu.

L’arrivo dei Belgi ha comportato uno stravolgimento di tutto questo. I nuovi colonizzatori attribuiscono alla distinzione Tutsi-Hutu non più un significato sociale ed economico, ma un significato etnico, e arrivano a vedere nei primi i portatori di una civiltà superiore. I Tutsi, secondo la loro classificazione, sarebbero alti, magri, belli, dotati di un naso aquilino e di una notevole intelligenza; gli Hutu invece più bassi, meno regolari nelle forme, con un naso schiacciato e intellettualmente poco dotati. Muovendo da questo presupposto, poi, i nuovi amministratori hanno creato una nuova classe dirigente formata in scuole cattoliche e chiusa a coloro che appartenevano all’etnia inferiore degli Hutu, con la conseguenza di creare un forte attrito tra i due gruppi, il quale è stato ulteriormente aggravato dalla trasformazione dell’ubuhake da struttura economica di mediazione a meccanismo di sfruttamento.

Le inevitabili conseguenze di questa situazione cominciarono a manifestarsi negli anni cinquanta per emergere con chiarezza nel 1959, anno della rivoluzione sociale. Antefatto necessario alla comprensione degli accadimenti del ’59 deve essere considerato il manifesto Bahutu, pubblicato due anni prima da G. Kaybanda, futuro presidente della Repubblica rwandese. Esso manifesta la consapevolezza da parte degli Hutu della propria forza e la volontà di porre fine a quei sistemi di sfruttamento che, dall’arrivo dei belgi, la maggior parte dei rwandesi sono stati costretti a sopportare; il manifesto prevedeva, per esempio, la negazione dell’idea della superiorità dell’etnia Tutsi sugli Hutu e la possibilità da parte di questi ultimi di partecipare all’amministrazione del paese. Il ’59, in seguito all’aggressione di alcuni giovani Hutu, vide lo scoppio della rivolta e la presa del potere da parte degli Hutu. Tre anni dopo, nel 1962, viene inoltre deposta la monarchia e Kaybanda diviene presidente della nuova repubblica.

Il periodo che va dal ’62 al ’94 è caratterizzato, oltre che dalla presa del potere attraverso un colpo di stato da parte del generale J. Habyarimana, da una radicale inversione dei rapporti di forza tra Hutu e Tutsi, e da una serie di persecuzione da parte del governo rwandese nei confronti di chi fino al pochi anni prima aveva detenuto il potere. Centinaia di migliaia di Tutsi furono così costretti è scappare dal Rwanda nei paesi limitrofi, in particolare in Uganda, Burundi e Zaire. Proprio dalle famiglie dei profughi, tuttavia, si sviluppò un movimento di opposizione, detto Fronte patriottico rwandese, che rappresenterà per anni il principale nemico del nuovo governo. Dal ’90 si assiste infatti ad uno scontro tra questo movimento e le truppe governative, il quale, grazie anche alla campagna d’odio portata avanti da un’importante radio nazionale ─ oltre che dal presidente ─ alimenterà notevolmente l’avversione degli Hutu nei confronti dei Tutsi, visti ora come pericolosi nemici del paese, preparando così le basi per il genocidio del ’94.

Il problema della giustizia.

A conclusione del genocidio, il problema principale cui si sono trovati davanti sia il governo rwandese che la comunità internazionale è quello della giustizia. Ad aver partecipato alle violenze, come si è detto, sono stati individui appartenenti ad ogni strato sociale, cosa che ha comportato da un lato difficoltà nell’individuare i veri autori dei crimini, dall’altro il sovraffollamento delle carceri. La risposta da parte dell’O.N.U. è stata quella di istituire ad Arusha, in Tanzania, un tribunale internazionale con il compito di indagare sul genocidio, sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità commessi in Rwanda e nelle zone limitrofe. I processi in esso svolti hanno un valore storico, in quanto hanno visto la prima condanna nella storia per genocidio, e la stessa condanna rivolta anche ad un uomo di stato. Per quanto riguarda il governo rwandese, esso, oltre a far nascere dodici corti speciale, ha deciso di fare uso di un tradizionale strumento di giustizia, detto gacaca, che ha il compito di velocizzare il percorso giudiziario, dando ai cittadini comuni la possibilità di partecipare attivamente ai processi, contribuendo con le proprie testimonianze a individuare gli innocenti e i colpevoli. I limiti di questo tipo di processo sono evidenti; essi, tuttavia, danno ai cittadini rwandesi l’occasione di ricostruire in ambito comunitario delle versioni condivise della vicende del ’94 e di superare il problema del sovraffollamento delle carceri.

Il problema della giustizia rappresenta uno dei tanti punti di domanda relativi alla recente storia rwandese. Non solo non si sa ancora da parte di chi è stato organizzato l’attentato al presidente Habyarimana, ma è difficile stabilire in che misura il F. P. R. abbia contribuito al diffondersi delle violenze nel periodo della guerra civile. L’attuale governo ostacola prevedibilmente le indagini in tal senso (l’attuale presidente era l’allora capo del F. P. R.), non favorendo così la possibilità di una ricostruzione esatta delle vicende. Ciò che è difficile stabilire è inoltre quanta responsabilità abbiano le potenze occidentali in ciò che è accaduto. Se l’Hutu-power ha a lungo goduto della simpatia del governo francese, non si può non tener conto del sostegno che le truppe ribelli che si trovavano in Uganda hanno avuto dagli americani. Le risposte a queste domande sono spesso divergenti non solo da parte di chi ha praticato o subito il genocidio, ma anche da parte di chi, da un punto di vista più neutrale, si è occupato a fondo della vicenda, cosa che conferma le difficoltà della ricerca storica e la complessità degli avvenimenti del ’94.