I PRESUPPOSTI DELLE SCOPERTE GEOGRAFICHE

Premessa metodologica

In questa unità didattica ho scelto di approfondire il tema delle scoperte geografiche, concentrandomi, in particolare, sui presupposti e sulle cause che spiegano da un lato l’origine delle grandi esplorazioni, dall’altro la felice combinazione degli elementi favorevoli che hanno concorso alla loro realizzazione.

Ritengo che questa prospettiva abbia il vantaggio di suscitare l’interesse e il coinvolgimento degli studenti, poiché offre un avvincente capitolo di storia d’avventure proponendo al contempo, in modo sintetico, una panoramica della situazione europea agli inizi del XV secolo.

Implicando, altresì, la valutazione degli elementi tanto di rottura quanto di continuità, sollecita una riflessione sulla lenta transizione dal Medioevo all’epoca moderna; è, inoltre, un proficuo terreno di prova per comprendere il significato e le conseguenze, sulla rappresentazione dell’uomo e del mondo, della nuova cultura dell’Umanesimo-Rinascimento, oltre che per riconoscere come eventi che si radicano in epoche remote (a puro titolo esemplificativo, la Reconquista) possano condizionare il tempo presente (per rimanere nell’ambito dell’esempio precedente, l’espansione dei confini geografici della cristianità nel Nuovo Mondo prosegue, quasi senza soluzione di continuità, la Reconquista medesima).

L’argomento proposto, per la varietà e molteplicità delle letture alle quali si presta (non esclusivamente economica, politica, religiosa e culturale; ma anche fantastica e mitica), propone allo studente l’opportunità di affinare alcune fondamentali funzioni cognitive, quali l’individuazione di una problematica, la capacità di elaborazione critica della stessa, nonché il tentativo di interpretazione valorizzando le fonti, il dibattito storiografico e, infine, la discussione in classe, sia con i compagni, sia con l’insegnante.

Il carattere, in un certo senso esemplare, della tematica affrontata in questa unità didattica, è motivato dal fatto che il fenomeno espansionistico emergente nel contesto europeo del XV secolo, affonda in realtà le sue radici nella storia stessa dell’umanità, altro non essendo che la concretizzazione di “un sogno vecchio di secoli…il desiderio di conoscere altri popoli e paesi, di viaggiare, conquistare, commerciare e diffondere la propria religione...”

 

 

Destinatari

Il progetto è rivolto a studenti di una prima liceo classico.

Tempi

Si tratta di una singola unità didattica il cui svolgimento è previsto entro la fine del primo quadrimestre e la cui durata è di cinque ore (delle quali due sono destinate alla verifica sommativa).

Metodi

- Lezione frontale (v. SCHEMA allegato);

- utilizzo di schemi alla lavagna per evidenziare e riassumere le nozioni fondamentali e le loro relazioni;

- lezione dialogata, con impiego della lettura delle fonti.

Strumenti

- Schemi e appunti dell’insegnante;

- manuale in adozione per integrare la spiegazione del docente;

- fotocopie di fonti appartenenti a tipologie differenti (cartine geografiche, brani storiografici, passi tratti da documenti coevi, etc.);

- studi di approfondimento per l’insegnante (v. bibliografia);

- mappa concettuale realizzata dagli studenti (ai fini della valutazione sommativa);

Prerequisiti:

Conoscenze

- la Riconquista, la Repoblación e i processi di ricomposizione territoriale in Spagna e Portogallo;

- le civiltà extra-europee (la Cina e il Giappone; l’Africa; il sub-continente indiano);

- l’espansione dell’impero turco musulmano dal XIV secolo;

- la situazione geo-politica dell’Europa del XV secolo;

- la cultura dell’Umanesimo-Rinascimento;

Competenze

- saper collocare storicamente l’argomento studiato indicandone le coordinate temporali e spaziali convenzionalmente adottate come sistema di riferimento;

- distinguere i piani della costruzione del discorso storico (economico, sociale, politico, culturale, religioso, etc.);

- conoscere e usare le parole della storia definite nel loro significato essenziale e specifico con l’apporto delle fonti storiche documentarie;

- utilizzare in modo appropriato gli strumenti caratteristici della disciplina (ad es. atlanti storici e geografici, manuali, bibliografie, etc…).

Atteggiamenti

- attitudine a problematizzare e ad effettuare collegamenti tra le conoscenze acquisite in differenti aree disciplinari (storia, arte, letteratura, etc….)

Finalità

Lo studio della storia in generale, e l’approfondimento della problematica relativa “presupposti delle scoperte geografiche” in particolare, si propone di condurre lo studente a:

ricostruire la complessità del fatto storico osservandolo attraverso i documenti e acquisendo la consapevolezza che esso viene elaborato sulla base di fonti di natura diversa vagliate, ordinate e interpretate dallo storico secondo modelli e riferimenti ideologici;

maturare un atteggiamento aperto nei confronti dell’indagine sul passato quale fondamento per la comprensione del presente e della sua evoluzione.

Obiettivi

Conoscenze

- riconoscere la trama complessa dei fattori alla base non solo delle scoperte geografiche, ma anche del processo più generale dell’espansione europea, individuando le relazioni fondamentali, le analogie e le differenze che sussistono tra i differenti dati presentati durante l’esposizione del docente;

 

Competenze

- presentare uno stesso tema secondo tecniche di lettura diversificate allo scopo di farne risaltare la complessa natura storica;

- conoscere e usare in modo consolidato le parole della storia;

- riconoscere i diversi indirizzi storiografici attraverso il confronto delle posizioni e dei modelli adottati in riferimento allo stesso tema;

- esporre la problematica storica affrontata facendo riferimento alle fonti documentarie e bibliografiche e presentandola nella forma di percorso tematico argomentato e documentato.

Atteggiamenti

- abitudine al dialogo, al confronto critico delle differenti posizioni a partire dalle fonti documentarie.

 

Schema della lezione (per l’insegnante)

Il significato complesso del termine scoperta.

Perché l’Europa? (riferimento al brano storiografico di Braudel – DOC. 1 e ai giudizi di Reinhard e Chaunu)

La leadership del Portogallo:

- livello politico: unità nazionale e dinastia dei d’Aviz;

- livello economico-sociale: l’espansione come “valvola di sfogo” delle tensioni sociali; il ceto mercantile; il ruolo dei mercanti/banchieri italiani; le spezie e Venezia; il mito dell’oro;

- livello religioso: lo spirito di crociata e il Prete Gianni.

La cartografia: la rappresentazione medievale del mondo conosciuto e di quello sconosciuto; la Geografia di Tolomeo; l’influsso dell’arte rinascimentale (Hale).

Innovazioni nelle tecniche e negli strumenti di navigazione: la caravella e la bussola;

La situazione della Spagna e la genesi del progetto di Colombo.

Contenuto

a) La storia delle scoperte geografiche che, all’inizio dell’età moderna, coinvolsero ben tre continenti (Africa, Asia e America), non solo costituisce una componente fondamentale dell’identità europea, ma è anche all’origine dell’espansione in seguito configuratasi, secondo quanto scrive Reinhard, quale presupposto del realizzarsi del mondo come unità storica .

Un’analisi dei presupposti dell’ampliamento degli orizzonti geografici a partire dal XV secolo deve innanzi tutto considerare che, per gli uomini dell’epoca, il termine “scoperta” veicolava un significato tutt’altro che univoco: vi erano implicati, infatti, non solo l’idea del contatto con terre sconosciute, ma pure la ricerca di nuovi mercati e, non ultima, la missione di convertire al cristianesimo popoli ancora pagani.

A queste varie accezioni di senso faceva spesso da sfondo una dimensione fantastica (alimentata dalla lettura di romanzi cavallereschi e d’avventura), la curiosità (suscitata dai misteri dell’Atlantico e dell’Africa), la brama di gloria e di onori (specie nei giovani cavalieri), il mito dell’oro e il miraggio di ricchi tesori.

La stratificazione semantica del termine riflette la complessità del fenomeno di cui, nel contesto di questa unità didattica, ci proponiamo di studiare le cause. Le scoperte geografiche sono infatti rese possibili dal concorrere di molteplici fattori, che difficilmente risultano estrapolabili dalla trama del loro reciproco condizionamento. Ma, poiché l’obiettivo di questa lezione è una presentazione chiara e tendenzialmente esaustiva della questione agli studenti, si è ritenuto opportuno ricorrere a un’esposizione che focalizzi, isolandoli, i punti fondamentali, tentando al contempo, laddove è possibile, di porre in luce le relazioni fra i vari ambiti (politico, economico, culturale, etc…).

b) Innanzi tutto, appare opportuno chiarire l’identità dei protagonisti delle scoperte geografiche: si tratta, indiscutibilmente, di un fenomeno di natura prettamente europea e su questo dato è necessario soffermarsi, prendendo spunto dalla lettura in classe dei passaggi più significativi del brano storiografico di Braudel (v. FONTI). Può risultare utile, per approfondire la questione, proporre brevemente agli studenti il giudizio di altri due specialisti che si sono interrogati sulle ragioni del primato dell’iniziativa europea.

Reinhard, in primo luogo, sottolinea come, fino al XVI secolo, la Cina e l’Europa abbiano goduto di uno stesso prestigio, dal punto di vista sia economico sia tecnologico e culturale, e perciò non si possa ancora parlare, a quest’epoca, di qualsivoglia superiorità della seconda nei confronti della prima. Piuttosto, sintetizza lo storico, caratteristica del mondo islamico e della Cina sarebbe una certa autosufficienza socio-culturale, mentre gli Europei avrebbero valicato i confini del loro mondo alla ricerca della realizzazione personale e più per la brama di gloria che per un “aggressivo” intento missionario; ed infine, per una particolare sensibilità al profitto sotto tutti i profili.

Anche Chaunu, scrivendo a proposito dello stretto legame che intercorre fra i mezzi e le motivazioni alla base delle scoperte geografiche, afferma che “…la Cina ha quasi tutti i mezzi apparentemente, all’epoca di Cheng-Ho, per l’esplorazione planetaria, eppure si ripiega su se stessa. L’organismo cinese non ha creato il bisogno. Mancano anche alcuni strumenti alla Cristianità latina del XIV secolo, ma il bisogno di oltrepassare il Mediterraneo ha finito per creare lo strumento adatto.”

c) L’epopea delle scoperte ha inizio dalla penisola iberica e della sua inaugurazione fu protagonista non fu uno dei grandi paesi europei, bensì il Portogallo (“la nazione che più fece per trasformare la storia europea in storia mondiale”, secondo quanto sostenuto dallo storico Diffie).

Appare sorprendente il fatto che, da una terra poco estesa, povera e scarsamente popolata (circa un milione di abitanti), presero il via spedizioni che da un lato fecero conoscere al resto dell’Europa la costa occidentale, ancora inesplorata, dell’Africa, dall’altro -soprattutto-doppiarono il Capo di Buona Speranza e raggiunsero il Levante finendo per aggirare, grazie alla navigazione oceanica, l’ostacolo terrestre che si frapponeva ai collegamenti fra l’Occidente e l’Oriente. Lo stupore è legittimo, ma cerchiamo di procedere oltre e di interrogarci sulle ragioni della leadership del Portogallo: Diffie richiama la nostra attenzione sul fatto che il primato dell’iniziativa portoghese si debba ascrivere alla felice concomitanza, in questa “nazione”, di molteplici fattori che, pur presenti in altri stati europei, non si offrivano in modo tanto continuativo e simultaneo.

- Tra le cause principali che determinarono l’espansione portoghese ha sicuramente un ruolo di primo piano la collocazione geografica di questo paese, ultima propaggine sud-occidentale dell’Europa, proiettata sull’Atlantico: tale posizione favoriva lo sbarco sulla costa africana occidentale e avrebbe costituito, al tempo stesso, una base di partenza ideale per la rotta diretta verso il Nuovo Mondo.

- A livello politico, rivestì un ruolo decisivo il fatto che il Portogallo, raggiunta l’indipendenza nel 1179 con il riconoscimento da pparte del papato, riuscì a mantenere la propria sovranità nonostante il disegno di riunificazione territoriale della penisola perseguito, all’epoca, dalla potente Castiglia: in realtà, come puntualizza Mc Alister, i sovrani spagnoli non profusero troppe energie nella realizzazione del loro progetto, poiché disponevano già sia del possesso delle terre migliori lungo il confine fra i due regni, sia del controllo dei porti andalusi affacciati sull’Atlantico (erano, inoltre, troppo impegnati in conflitti dinastici e nella lotta contro i mori). Decisivo fu anche l’impulso alle esplorazioni proveniente dalla dinastia reale dei d’Aviz (specie dal principe Enrico, detto il “Navigatore”, e dal re Giovanni II), alla guida del Portogallo sin dal 1385, dopo che Giovanni I d’Aviz, con il sostegno dei ceti medi, sconfisse a Aljubarrota il pretendente al trono casigliano (appoggiato, invece, dalla nobiltà portoghese, che a seguito della disfatta perse credito e venne privata di ricchezza e potere). Questo episodio favorì da un lato il rafforzamento e l’accentramento del potere monarchico, che strinse inoltre vantaggiosi accordi commerciali e militari con l’Inghilterra, dall’altro segnò l’inizio di un periodo di unità e prosperità per il paese.

- Mediante l’appoggio alle esplorazioni d’oltremare, i sovrani portoghesi ebbero godettero non solo della possibilità di rimpinguare il tesoro reale, ma anche di una “valvola di sfogo” alle tensioni sociali interne al paese, poiché tali imprese offrivano un’ottima opportunità di riscatto a chiunque volesse migliorare la propria condizione sociale e cercare, così, quella fortuna di cui non godeva in patria. Inoltre, la casa reale si assicurò l’alleanza di un ceto mercantile marinaro molto attivo e desideroso di trarre profitti in nuove regioni commerciali. I motivi dell’intraprendenza commerciale dei portoghesi appaiono legati al processo della Reconquista, che nella sua espansione verso sud impose l’esigenza di ripopolare le terre strappate ai mori: fu così che, a partire dalla vittoria cristiana a Las Navas de Tolosa, marinai iberici si stabilirono lungo le coste atlantiche dell’Algarve e dell’Andalusia, sia per spontanea iniziativa sia incoraggiati dai sovrani. Essi si riunirono fra loro e con i mercanti italiani che, presenti già dal XII secolo nelle città del Nord, divennero sempre più numerosi nei secoli seguenti, soprattutto dopo che l’avanzata dei turchi a est (è del 1453 la presa di Costantinopoli) li privò delle loro basi commerciali nel Levante (ad eccezione di Venezia che conservò le sue stazioni nell’Egitto dei mamelucchi) e li costrinse a spostarsi verso ovest, investendo grossi capitali nelle imprese portoghesi. Si creò pertanto una sorta di comunità marittima internazionale, favorita dal fatto che i porti erano situati alla confluenza delle rotte dell’Atlantico e del Mediterraneo.

- Una delle “molle” fondamentali delle grandi esplorazioni e scoperte geografiche portoghesi è riconducibile alla ricerca di un accesso diretto, per via marittima, alle miniere d’oro della zona sub-sahariana: si sarebbero eluse, in tal modo, le consuete rotte carovaniere che giungevano sino ai mercati dell’Africa settentrionale, per poi rifornire, da qui, le piazze commerciali occidentali. La penuria di metallo monetizzabile, dovuta alla scarsità aurea, è infatti una caratteristica dell’economia europea del XV secolo e risultava tanto più grave alla luce del tentativo operato dai banchieri italiani di stabilizzazione del cambio con l’Oriente mediante il riferimento al valore dell’oro medesimo (quest’ultimo costituiva, infatti, il corrispettivo necessario per l’acquisto di beni di lusso sui mercati levantini, laddove le merci europee non trovavano, invece, facile scambio.)

Altra motivazione economica dell’espansione portoghese era costituita dal controllo della via delle spezie, al fine di aggirare gli alti costi di questi prodotti dovuti principalmente al monopolio (esercitato fino agli ultimi decenni del XVI secolo – v. FONTI) dell’impero marittimo e coloniale di Venezia, la quale fungeva da intermediaria fra l’Occidente e i mercanti arabi. I portoghesi potevano contare, altresì, su una rete di traffici già consolidata con il Marocco.

- Le prime imprese oltremare del Portogallo vennero presentate come l’estensione temporale e spaziale delle guerre combattute contro i mori della penisola: la presa di Ceuta, nel 1415, avvenne nello “spirito” della crociata, ma non a caso colpì il punto di arrivo delle rotte carovaniere transahariane. Fu soprattutto Giovanni II a proporre con urgenza la necessità di raggiungere per via marittima, navigando verso sud, il regno cristiano, situato in una regione imprecisata dell’Africa orientale, del leggendario Prete Gianni, il cui auspicato aiuto avrebbe consentito di accerchiare e di prevalere sul nemico islamico .

d) Secondo la tradizione (peraltro, oggi parzialmente ridimensionata), il principe Enrico d’Aviz aveva reso la sua corte, a Sagres, un centro di alta cultura nautica: si circondò di cartografi, astronomi e marinai di diversa provenienza codificò i nuovi metodi mercantilistici della navigazione, diede un impulso alle spedizioni verso le coste atlantiche dell’Africa, ancora inesplorate, e sostenne l’industria cantieristica.

Questo accenno ci consente di introdurre altri due presupposti rilevanti della storia delle scoperte geografiche, vale a dire, da un lato, le rappresentazioni medievali del mondo conosciuto e i progressi della cartografia, dall’altro le innovazioni, per così dire “tecnologiche”, dell’arte e degli strumenti della navigazione.

-Per quanto riguarda il primo aspetto, è utile sottolineare gli errori e le lacune della geografia e della cosmografia alla fine del Medioevo: sintetizzando, si possono menzionare le incertezze riguardanti l’estensione della massa di terre costituita dai continenti europeo, africano e asiatico, la mancata conoscenza della lunghezza del meridiano dell’equatore, i dubbi circa l’esistenza e la rappresentazione di mondi fuori dell’Europa, nel Mar Tenebroso (l’Atlantico) e in Estremo Oriente (popolato, secondo la tradizione antica e una ricca letteratura di viaggi, da esseri mostruosi). A questo proposito, ricordiamo che la Geografia di Claudio Tolomeo (v. FONTI) venne riscoperta e tradotta dal greco all’incirca verso il 1406: essa offriva una rappresentazione accurata dell’Europa, della fascia costiera africana settentrionale e dell’Arabia, ma per quanto riguarda il lontano Oriente, le informazioni che essa forniva, sia a livello testuale che a livello cartografico, apparivano insufficienti oppure, in alcuni casi, addirittura anacronistiche rispetto alle conoscenze ormai all’epoca consolidate.

A titolo esemplificativo, la concezione dell’Oceano Indiano come mare aperto, suggerita a Pierre d’Ailly dall’esperienza dei missionari, venne successivamente dallo stesso abbandonata in favore della tesi tolemaica, considerata più autorevole, di un mare interno limitato da un’ipotetica terra incognita che si congiungeva all’Africa. E’ evidente che solo da una visione contraria all’impostazione di Tolomeo, poteva farsi strada il progetto di raggiungere le Indie navigando ad Ovest.

Lo storico Hale traccia un’interessante corrispondenza fra la nuova arte pittorica rinascimentale e i progressi della cultura cartografica: per attuare la grande sfida delle spedizioni transoceaniche, era a suo avviso necessario “un modo di immaginare lo spazio, espresso in termini cartografici, che realmente invitasse alle esplorazioni. E il trapasso nella concezione delle carte geografiche da registrazioni del noto a diagrammi del possibile…fu opera più dell’arte che della scienza o degli stessi viaggi.” . I pittori seppero “educare l’occhio” degli uomini (pensiamo alla rappresentazione del paesaggio in Leonardo, che ricorreva alla “veduta a volo d’uccello” per rappresentare il paesaggio come un tutto) e sollecitarli a “proiettare la loro fantasia di là dai confini del quadro, di là dal visibile verso ciò che si poteva ipotizzare, e allo stesso modo a spingerla fuori dalla parte nota nota della carta geografica, a considerarne conoscibili le regioni inesplorate…” Tuttavia, Hale sottolinea come le carte geografiche, pur determinando con un senso nuovo le direzioni dei viaggi di esplorazione, agli inizi del XVI fossero ancora poco diffuse fra la maggioranza della popolazione, che stentava a collegare le proprie disperse impressioni in un’immagine complessiva e a estenderle con l’immaginazione oltre le zone già note.

Sin dal Basso Medioevo Genova rappresentava la capitale della cultura cartografica: la scuola genovese ispirò non solo quella catalana di Barcellona e quella portoghese di Lisbona, ma anche quella araba e più tardi quella fiamminga (per questo motivo, secondo Taviani, l’“arte cosmografia e delle carte nautiche è un fortissimo vincolo – prima ancora di quelli dei traffici, del commercio e della finanza – fra Genova e il Portogallo.”) .

Con la navigazione atlantica si sviluppò la cartografia delle proiezioni coniche e il disegno di mappamondi secondo il reticolo dei meridiani e dei paralleli, cosicché mossero i primi passi la cartografia e la navigazione astronomica.

- La progettazione navale, le tecniche e gli strumenti per la navigazione (gli astrolabi, i notturlabi e le tavole astronomiche che ne regolavano l’uso) migliorarono notevolmente nel XV secolo. Protagonista delle imprese oceaniche dalla metà del XV secolo fu la caravella, una nave a fondo rotondo, di piccole dimensioni (30-40 tonnellate), che non abbisognava, per il suo incedere, della forza muscolare poiché basata sulla combinazione di vele quadrate (di origine nordica) e di vele triangolari (secondo la tradizione latina): ciò richiedeva un equipaggio ridotto e minori scorte, perciò il bastimento risultava più manovrabile e più adatto a tenere il mare per periodi prolungati rispetto alle galee mediterranee. Vennero inoltre installati cannoni sulle navi e fu introdotto il timone con raccordo alla chiglia. Alla bussola si aggiunsero il quadrante e l’astrolabio per misurare la latitudine con riferimento all’altezza del sole o delle stelle, anche se Hale rileva che il ricorso all’osservazione astronomica nella navigazione era ancora assai modesto, poiché “nella pratica.. i marinai non facevano affidamento sulle avanzate tecniche di rilevamento della posizione…c’era una frattura incolmabile fra l’evolversi di una teoria sulla terraferma e ciò che effettivamente funzionava in mare…”. Piuttosto, era la direzione dei venti estivi e delle correnti oceaniche al largo delle coste atlantiche dell’Africa ad incoraggiare i viaggi verso sud e verso ovest.

f) Rivolgendola nostra attenzione all’altro grande regno della penisola iberica, dobbiamo rilevare innanzi tutto notevoli elementi di “debolezza” che spiegano il carattere lento e tardivo della corsa spagnola verso l’Atlantico.

Infatti, a differenza del Portogallo che raggiunse ben presto una propria identità nazionale e che si rivelò più governabile e capace di assorbire le crisi interne, la Spagna solo in seguito ai provvedimenti politico-religiosi adottati da Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona (1469) fu costituita come concetto geopolitico, ma non rappresentò ancora uno stato unitario, perché i regni e le contee che ne facevano parte continuavano a mantenere le loro identità culturali e costituzionali. A ciò si aggiunge il fatto che l’estremo baluardo dell’islam spagnolo (ridotto ormai, dopo la riconquista dell’Andalusia nell’ultimo quarto del XIII secolo, all’emirato di Granata) rimase sotto il controllo dei mori fino al 1492: questa enclave musulmana nella penisola iberica sopravvisse così a lungo sia perché non costituiva una seria minaccia (l’emiro versava infatti tributi in oro ai sovrani cattolici, dei quali si riconosceva vassallo), sia poiché l’attenzione maggiore dei regnanti spagnoli era concentrata sulle fortezze lungo la fascia costiera, nel timore di eventuali invasioni dall’Africa.

Esistevano, infine, forti tensioni sociali, parzialmente tenute sotto controllo dal cattolicesimo militante, quale elemento unificatore tra i vari ceti.

Non dimentichiamo che la Spagna aveva vissuto, prima del XV secolo, un periodo di rinascita economica, stimolata dalla presenza in Andalusia (come nell’Algarve portoghese) di mercanti e banchieri italiani, soprattutto genovesi e fiorentini, che avevano fondato colonie e trasformato i porti iberici in importanti stazioni commerciali sulle rotte dell’Atlantico settentrionale. Tuttavia, la crescita economica si registrò soprattutto lungo il perimetro della penisola (in Catalogna, lungo la via per Santiago, nei porti cantabrici, portoghesi e andalusi), mentre la Castiglia, centro politico, conservò un carattere rurale, e i maggiori profitti del commercio, a causa del “sottosviluppo” della borghesia spagnola, vennero gestiti dai mercanti stranieri che controllavano le esportazioni.

L’avanzata spagnola nell’Atlantico, prima dell’avventura di Colombo, puntò sull’Africa: per la Corona di Castiglia si trattava della prospettiva di ricacciare i mori nelle loro terre di origine, di estendere la sovranità cristiana e di appropriarsi di nuove terre, ma le discordie interne e la debolezza del potere monarchico resero per lo più improduttive e occasionali tali imprese. Non erano peraltro assenti motivazioni di ordine economico, specie nella corona d’Aragona, che appoggiò i mercanti catalani e il loro desiderio di impiantare attività commerciali nei porti nordafricani e di cacciare i pirati musulmani, che minacciavano le vie commerciali del Mediterraneo occidentale. A metà del XIV secolo si ebbe, però, una battuta d’arresto dell’espansionismo spagnolo (e più in generale iberico), poiché le sue forze si mostravano ancora inadatte alle lunghe imprese oceaniche e si indebolirono, oltremodo, a causa di una cattiva congiuntura che interessò l’intera Europa. La Castiglia visse all’incirca un secolo (1369-1479, anno che segna l’inizio del regno dei “Re cattolicissimi”, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia) in preda ai disordini: l’instabilità politica danneggiò l’economia e le tensioni sociali crebbero.

Ma all’indomani della fase critica, la regina Isabella mirò alla conquista e colonizzazione dell’arcipelago delle Canarie e, nel 1479, con il trattato di Alcáçovas, i diritti casigliani sull’arcipelago vennero riconosciuti dal Portogallo in cambio dell’accettazione del dominio su altre isole dell’Atlantico e sulle coste africane a sud di Capo Bojador: ma il baricentro dell’attenzione dei sovrani spagnoli non si appuntava su questo avamposto atlantico, bensì sul Mediterraneo occidentale, per gli interessi dinastici aragonesi e il pericolo della minaccia francese sul Regno di Napoli, oltre che sul Marocco in difesa della cristianità spagnola.

In questo contesto si situa l’incontro, favorito da padre Marchena, tra Colombo e i reali spagnoli, che dopo innumerevoli suppliche, concessero al marinaio genovese una licenza (le cosiddette “Capitolazioni di Santa Fé”) e divennero i patrocinatori del suo viaggio nel “Mare Oceano”, allo scopo di scoprire nuove terre e una via occidentale per la Cina (Catai) e il Giappone (Cipango).

In conclusione, si illustrerà brevemente la genesi del progetto del navigatore genovese: all’origine di quest’ultimo non vi è, come si afferma erroneamente per tradizione, l’intuizione della sfericità della terra, poiché tale nozione era già nota alla geografia antica e, dopo essere caduta nell’oblio durante il Medioevo, era tornata ad essere una salda convinzione di scienziati e geografi già a partire dalla metà del XV secolo. Colombo fece invece, in realtà, tesoro dell’avvenuta scoperta (resa possibile grazie alle imprese organizzate da Enrico il Navigatore) dell’esistenza di terre fertili e abitate e di un mare percorribile al di là della zona perusta, contrariamente a quanto sostenuto dalla geografia classica, che considerava inabitabile l’emisfero meridionale. I navigatori, allorché nel 1445 giunsero alla foce del Senegal e al Capo Verde, poterono constatarono che la terra non finiva a sud, ma che invece al di là del Marocco e del deserto sahariano, in piena zona torrida, si estendeva una lussureggiante vegetazione tropicale abitata da uomini e animali. Questo episodio rappresenta il dischiudersi di un orizzonte nuovo per lo sviluppo della scienza geografica, sempre meno propensa a ricorrere alle teorie antiche in favore dell’appello all’esperienza diretta: dalle stelle, dai venti e dalle correnti Colombo imparò l’arte di navigare gli oceani. Egli era attratto dalla geografia, ma non avendo seguito studi approfonditi (la lettura di testi classici si situa in un’epoca successiva alla nascita del suo progetto, quando si rese necessario convincere i saggi di Salamanca), si lasciò guidare da un senso innato e da una viva sensibilità per la natura: i suoi calcoli erano scientificamente errati (diminuì, infatti, la distanza fra Asia e Europa, anche sulla base di quanto lesse nella lettera dell’umanista Toscanelli, e ridusse la circonferenza terrestre sulla linea dell’Equatore), ma nel luogo dove egli situava il Catai e il Cipango esisteva realmente un continente sconosciuto.

Altra componente che influenzò la genesi del grandioso disegno fu il viaggio compiuto da Colombo verso Settentrione, alla volta dell’Inghilterra, dell’Irlanda e dell’Islanda: tale episodio risultò utile a stimolare ipotesi feconde nella mente dell’esploratore. Colombo poté recuperare una parte delle esperienze dei Vichinghi che, prima di lui, avevano tentato il mare aperto pur non avendo a disposizione strumenti nautici: essi avevano il vantaggio di non temere, a differenza degli altri popoli del Medioevo, l’Oceano (definito “Mare Tenebroso” o “Velenoso”). I Vichinghi colonizzarono la Groenlandia e forse raggiunsero l’America ma non la “scoprirono”, perché “il termine scoprire non significa giungere primo; significa giungere e tornare, riferire a qualcuno che possa ripetere l’esperienza dello scopritore.” Della Groenlandia (e, probabilmente, anche del cosiddetto Vinland) Colombo ebbe notizia dai marinai inglesi e islandesi: così si fece strada, in lui, la prima intuizione che, al di là dall’Oceano, si trovasse l’Asia. Infatti, come sui meridiani a ovest dell’Islanda esistevano altre terre, parimenti era possibile incontrarne altre anche a sud. Inoltre, poiché a nord la terra non si confondeva con la nebbia e con l’aria, come sin dall’antichità si credeva, e poiché -ancora- a ovest non si apriva un baratro ma altre terre, appariva possibile compiere viaggi verso meridione. Una volta concepito il suo progetto di “buscar el levante por el poniente”, Colombo si rivolse alla Spagna e non a Genova. La sua città d’origine infatti, pur essendo molto ricca, era troppo piccola per estendersi durevolmente nell’ Atlantico: molte isole atlantiche, pur scoperte da navigatori genovesi, finirono sotto il controllo di altri, più potenti, paesi europei. Colombo si vide costretto, quindi, a rivolgersi a paesi che già detenessero potenza e interessi radicati sull’Atlantico e fossero desiderosi di espandersi.

A differenza degli obiettivi dei portoghesi, il pensiero di Colombo era dominato dal mito dell’oro (prevalente sulla ricerca di spezie e tinture): emerge, in questa preferenza, il forte influsso del Vecchio Testamento (tanto che alcuni studiosi, tra cui J. Gil, hanno attribuito al navigatore origine ebraica e non cattolica), poiché il medesimo si sforzò di pervenire ad una localizzazione biblica delle terre da lui scoperte. Egli voleva raggiungere, infatti, Tarsis e Ophir (poi identificato con Española), ovvero i regni salomonici che fornirono l’oro per la costruzione del Tempio di Gerusalemme, che egli voleva riedificare. Ai miti veterotestamentari si univano quelli provenienti dall’Antichità pagana, come la tradizione della Porta di Ferro, ispirata alle gesta di Alessandro Magno e la ricerca dei prodigi e dei mostri delle credenze medievali.

Infine, come argomenta Gil, non si deve trascurare il fatto che, nonostante i grandi progressi compiuti in campo tecnologico dal XV secolo, Colombo apparteneva ancora alla fase della navigazione pre-astronomica: non utilizzò, infatti, né tavole astronomiche (la prima edizione a stampa dell’Almanach perpetuum è posteriore ai suoi primi viaggi), né l’astrolabio nautico, poiché non conosceva alla perfezione la mappa dei cieli alle basse altitudini nell’emisfero nord: si servì, piuttosto, della bussola e della clessidra. Il navigatore genovese rappresentava una felice sintesi tra l’esperienza mediterranea e le iniziative atlantiche. La ragione fondamentale della sua padronanza dell’Atlantico fu la scoperta, appresa empiricamente, dell’importanza dei venti permanenti di nord-est per la navigazione verso Occidente: fu per questo che egli partì da Palos, puntando direttamente verso le Canarie per poi salpare, da questo luogo, con sicurezza in direzione occidentale, alla volta del Nuovo Mondo.

Verifiche formative

L’insegnante annoterà gli interventi spontanei degli studenti (purché pertinenti e costruttivi) durante la discussione delle fonti documentarie: la valutazione di tali contributi si sommerà al voto della verifica finale. Durante la lezione frontale, per tenere desta l’attenzione dei ragazzi e per verificare conoscenze che si presumono già acquisite, il docente formulerà dei quesiti ai quali singoli studenti dovranno rispondere, oppure, per fare il punto della situazione, chiederà ad alcuni di sintetizzare, a beneficio della classe, ciò che è stato spiegato precedentemente..

Verifiche sommative

E’ prevista una prova scritta di due ore strutturata in due momenti differenti:

si chiederà dapprima agli studenti di tracciare una mappa concettuale relativa a quanto spiegato in classe dall’insegnante, per verificare se essi hanno acquisito una visione complessiva dell’argomento e se sono in grado di riproporlo in forma schematica evidenziandone i punti fondamentali;

dopo aver verificato la capacità di sintetizzare e mettere a fuoco la problematica storica oggetto dell’unità didattica, gli studenti avranno il compito di approfondire un aspetto particolare dell’argomento trattato, scegliendo e commentando brevemente per iscritto (max 20-25 righe) una fonte documentaria tra quelle discusse in classe con l’insegnante.

I due momenti della verifica saranno oggetto di una valutazione che terrà conto non solo della conoscenza dei contenuti, ma anche della capacità degli studenti di organizzarli in modo coerente e persuasivo e di esporli per iscritto utilizzando un linguaggio formalmente corretto e appropriato alla disciplina.

Bibliografia

a) Studi

- Lyle N. Mc Alister, Dalla scoperta alla conquista. Spagna e Portogallo nel Nuovo Mondo 1492/1700, Il Mulino, Bologna, 1987.

-B. W. Diffie-G.D. Winius, Alle origini dell’espansione europea. La nascita dell’impero portoghese, 1415-1580, Il Mulino, 1985.

- P. Chaunu, L’espansione europea dal XIII al XVI secolo, Mursia, Nuova Clio, 1979.

-L-B. Benassar, 1492: un Nuovo Mondo?, Il Mulino, Bologna, 1992.

-P. E. Taviani, L’avventura di Cristoforo Colombo, Il Mulino, Bologna, 2001.

- J. Gil, Miti e utopie della scoperta. Cristoforo Colombo e il suo tempo, Garzanti, Milano, 1991.

- W. Reinhard, Storia dell’espansione europea, Guida editori, Napoli, 1987.

- J.R. Hale, L’Europa del Rinascimento, 1480-1520, Il Mulino, Bologna, 1982.

- G. Imbruglia, Alla conquista del mondo: la scoperta dell’America e l’espansione europea, in Storia moderna, Donzelli editore, Roma, 1998 (pp. 23-48).

b) Manuali

- A. Musi, Le vie della modernità, Sansoni, Milano, 2000.

- C. Capra, Età moderna, Le Monnier, Firenze, 2000.

FONTI

- Tea Noja – Patrizia Tavasani, Atlante di storia, Arnoldo Mondatori Scuola, Milano, 1991

(p. 36) La riconquista cristiana nella penisola iberica;

(p. 37) L’impero ottomano;

(p. 42) Le grandi scoperte geografiche;

(p. 43) I commerci veneziani tra il 1480 e il 1520.

- Medioevo. Un passato da riscoprire, De Agostini-Rizzoli periodici, Milano Anno 8, n. 12

(p. 51) Mappa mundi, da una copia della Geografia di Tolomeo. Napoli, Biblioteca Nazionale.

(p. 63) dettaglio con alcune imbarcazioni, da un portolano del cartografo quattrocentesco Grazioso Benincasa. Bologna, Biblioteca Universitaria.

- G. B. Ramusio, Navigazioni e viaggi , Einaudi, Torino, 1979-1988

(pp. 145-147) il Prete Gianni nel Milione di Marco Polo

Brano sul commercio delle spezie

Brano relativo errori della geografia classica

- Lettera di Mafio Priuli scritta nel 1537 dall’India, a cura di G.A. Meschini, Venezia, 1824, pp. 21 s.

- Fernand Braudel, Civilisation matérielle et capitalisme, Paris, Colin, 1967, tomo I, pp. 312 ss.

- J. H. Parry, Le grandi scoperte geografiche, Il Saggiatore, Milano, 1971

pp. 551-2 in R. Comba M.L. Salvatori, L’indagine storica, vol. 1 1150-1700, Loescher editore, Torino, 1990.