LABORATORIO DIDATTICO DI FILOSOFIA

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25 novembre 2006

DIDATTICA DELLA FILOSOFIA

 

IL TESTO COME FONTE

Usare i testi come fonte vuol dire farne lo strumento privilegiato e principale per la conoscenza dei filosofi. In questa prospettiva non si parte, ovviamente, da una “spiegazione” del pensiero del filosofo o dell’epoca, ma direttamente dai testi, eventualmente dopo aver fornito poche indicazioni generali, relative soprattutto al contesto storico culturale [...]

  1. Il testo filosofico è centrale, costituendo il mezzo, anzi, sarebbe più corretto dire il luogo, dell’incontro con i filosofi.
  2. Il testo costituisce anche un punto di riferimento e una guida perché il “filosofare” si svolga in modo costruttivo.
  3. L’esperienza del “confilosofare” tende a coinvolgere lo studente sul piano esistenziale ed emozionale; tale coinvolgimento, senza il quale l’esperienza del confilosofare scade a semplice studio del testo, è possibile se l’insegnante riesce a creare il giusto clima all’interno della classe,a anche mediante espedienti formalizzabili, ma soprattutto grazie alla propria sensibilità personale (ENZO RUFFALDI – MARIO TROMBINO, L’officina del pensiero. Insegnare e apprendere filosofia. Filosofia in aula, LED, Milano 2004, pp. 24-25).

 

ARISTOTELE, Etica Nicomachea, VI

SAGGEZZA E SAPIENZA

Presupposti:

Le linee generali dell’etica antica da Omero a Socrate e Platone. Le linee generali del pensiero aristotelico.

Definizione di virtù, distinzione di virtù etiche e dianoetiche, definizione di saggezza e di sapienza.

Abbiamo visto nella lezione precedente che Aristotele distingue le virtù etiche da quelle intellettuali. Quale rapporto esiste tra le virtù intellettuali e quelle etiche? Sono entrambe necessarie per definire “buona” una vita, il carattere di una persona? E quali tra i due tipi di virtù sono più importanti? Cerchiamo di desumerlo da questo testo, che conclude il VI libro dell’Etica Nicomachea.

-          Richieste di chiarimenti sul testo

-          Osservazioni libere (comprensione a valutazione globale del testo)

-          Genere di scrittura e confronto con altri testi sullo stesso tema

-          Quali sono i concetti principali che ricorrono nel testo?

-          Quali sono le questioni che Aristotele pone in questo testo?

-          Come risponde Aristotele a queste questioni?

-          Proviamo a ricostruire le argomentazioni con cui Aristotele sostiene le sue tesi (analogia, induzione da endoxa...).

-          Confronta la posizione di Aristotele con quella di Socrate.

-          Queste tesi aristoteliche possono essere meglio comprese e spiegate se inserite nel contesto storico dell’Atene del IV secolo a. C.?

-          Ti sembra che ci siano delle difficoltà logiche in questo testo, ad esempio delle circolarità? Dobbiamo essere saggi per diventare virtuosi o virtuosi per diventare saggi? Come si può risolvere questa difficoltà?

-          Ritieni ancora valide le conclusioni di Aristotele? Per quali ragioni?

 

IL TESTO COME LABORATORIO

L’uso dei testi come laboratorio, pur essendo meno innovativo e probabilmente meno coinvolgente per gli studenti, è di più semplice applicazione, anche perché può essere graduato in modo da conciliarsi con impostazioni didattiche di diverso tipo. In questo caso, la conoscenza del pensiero dell’autore viene comunicata in altri modi, inclusi eventualmente quelli tradizionali, la lezione e il manuale. I testi vengono utilizzati invece principalmente come spazio di esercitazione: sono finalizzati anche alla migliore comprensione del pensiero di un autore, ma servono principalmente per proporre una serie di attività che mirano all’apprendimento di concetti generali e soprattutto di abilità (RUFFALDI – TROMBINO, p. 26).

 

 

SCHEDA DI LETTURA, 1

OPERAZIONI RICHIESTE


 

(1) Paragrafazione

(2) Titolazione

(3) Individuazione delle parole chiave

(4) Enunciazione della tesi e degli argomenti


 

 

SCHEDA DI LETTURA, 2

  1. Aristotele parla di disposizioni che possono essere virtù (naturali o vere e proprie). Quali esempi porta? .......................................
  2. Aristotele distingue la virtù naturale dalla virtù vera e propria. La virtù naturale è una disposizione che possediamo..., mentre la virtù vera e propria richiede il possesso ....
  3. Per Aristotele la virtù vera e propria è superiore alla virtù naturale. Lo dimostra con due argomenti analogici. L’analogia è una proporzione tra quattro termini. Prova a costruire queste due analogie:
    ............................. : .................................=virtù naturale : sta alla virtù vera e propria
    ............................. : .................................=virtù naturale : sta alla virtù vera e propria
    Su quali presupposti (desunti dalla sua filosofia o degli endoxa) si basano le conclusioni cui arriva?
  4. Per Aristotele tutte le virtù sono riducibili ad una, la saggezza? O la saggezza è solo una delle  virtù? E’ possibile essere virtuosi senza saggezza? Riporta la proposizione dove Aristotele risponde a queste domande: ......................................................................................................................................................
  5. La saggezza è necessaria alla virtù. Si può affermare, però anche che la virtù è necessaria alla saggezza? Individua nel testo la proposizione in cui Aristotele risponde in modo (affermativo o negativo) a questa domanda (a) e quella in cui ne enuncia le ragioni (b):
    1. .........................................................................................................................................
    2. ..........................................................................................................................................
  6. Quale rapporto esiste per Aristotele tra sapienza e saggezza?
  7. Anche qui Aristotele ricorre ad alcune argomentazioni analogiche: come le puoi ricostruire e spiegare?

 

SCHEDA DI VALUTAZIONE, 1

Dopo aver letto il seguente brano, rispondi alle domande successive. Hai due ore di tempo. Ogni risposta corretta vale al massimo un punto:

[1144b] Per conseguenza, bisogna esaminare di nuovo anche la virtù. Infatti anche la virtù, come la saggezza, ha un rapporto molto stretto con l’abilità: non lo stesso, ma simile; analogo rapporto c’è tra la virtù naturale e la virtù vera e propria. Tutti ritengono che ciascun tipo di carattere ci appartenga [5] in qualche modo per natura: infatti, giusti, inclini alla temperanza, coraggiosi e così via, noi lo siamo subito fin dalla nascita. Ma noi, tuttavia, cerchiamo qualcosa d’altro: il bene in senso proprio, e il possesso di tali qualità in un altro modo. Infatti, le disposizioni naturali appartengono sia ai bambini sia alle bestie, ma senza intelletto esse sono manifestamente dannose. [10] In ogni caso, sembra che sia facile osservare che, come ad un corpo vigoroso ma privo della vista succede, quando si muove, di cadere rovinosamente, per il fatto che non ha la vista, così succede anche qui. Ma quando uno acquista l’intelletto si comporta ben diversamente: solo allora la sua disposizione, pur essendo ancora simile a quella naturale, sarà propriamente virtù. Per conseguenza, come nel caso della parte opinativa dell’anima ci sono due [15] specie di disposizioni, l’abilità e la saggezza, così anche nel caso della parte morale ce ne sono due: da una parte la virtù naturale e dall’altra la virtù vera e propria; e di queste due, la virtù vera e propria non nasce senza la saggezza. Perciò alcuni dicono che tutte le virtù sono forme di saggezza, e perciò Socrate in un senso conduceva correttamente la ricerca, in un altro sbagliava: pensando che [20] tutte le virtù sono forme di saggezza, sbagliava, ma dicendo che esse non sorgono senza la saggezza, diceva bene. Ecco la prova: anche oggi, infatti, tutti, quando definiscono la virtù, dicono che è una determinata disposizione che riguarda certi oggetti, e aggiungono che è conforme alla ragione e la retta ragione è quella conforme alla saggezza. Sembra, dunque, che tutti, in qualche modo, presagiscano [25] che è virtù quella disposizione che è conforme alla saggezza. Ma bisogna andare un po’ più in là. Non è solo la disposizione conforme alla retta ragione, ma quella che è congiunta con la retta ragione che è virtù: e la retta ragione in questo campo è la saggezza. Socrate pensava che le virtù fossero ragionamenti (infatti diceva che sono [30] tutte delle scienze); noi, invece, riteniamo che esse siano congiunte con la ragione. È chiaro, dunque, da quanto si è detto che non è possibile essere buono in senso proprio senza saggezza, né essere saggio senza la virtù etica. Ma in questo modo resterà anche confutato l’argomento dialettico con cui si vorrebbe provare che le virtù esistono separatamente l’una dall’altra: infatti, la medesima persona non è ugualmente ben disposta per natura [35] verso tutte le virtù, ma sarà tale che una l’ha già acquisita, l’altra non ancora; questo, infatti, può capitare per quanto riguarda le virtù naturali, [1145a] ma per quanto riguarda le virtù per cui uno è chiamato buono in senso assoluto, non è possibile: quando, infatti, gli appartiene una sola virtù, la saggezza, gli apparterranno insieme tutte le virtù. È chiaro, inoltre, che, anche se essa non fosse guida all’azione, si avrebbe bisogno della saggezza per il fatto che è la virtù della parte dell’anima qui interessata; ed è chiaro che la scelta corretta non sarà possibile senza [5] la saggezza né senza la virtù: l’una, infatti, determina il fine, l’altra ci fa compiere le azioni atte a raggiungerlo. È certo, poi, che la saggezza non è padrona della sapienza e della parte migliore dell’anima, come neppure la medicina è padrona della salute: infatti, non si serve di lei, ma cerca di vedere come essa si possa produrre: la saggezza, dunque, comanda in vista della sapienza, ma non comanda alla sapienza. [10] Inoltre, è come se si dicesse che la politica comanda agli dèi, poiché regna su tutto l’ordinamento della città (ARISTOTELE, Etica Nicomachea).

  1. Qual è l’ambito della filosofia cui appartiene questo testo (logica, filosofia prima, fisica, etica, politica, ecc.)?
  2. Esponi sinteticamente in una quindicina di righe il pensiero aristotelico sull’ambito della filosofia individuato.
  3. Definisci i termini in grassetto.
  4. Esplicita il problema specifico oggetto del brano.
  5. Esponi sinteticamente le tesi sostenute da Aristotele.
  6.  Nel brano ricorrono vari tipi di argomentazioni, analogiche e  induttive da endoxa. Individuale, sottolineandole nel testo.
  7. Spiega una delle argomentazioni.
  8. Dopo aver presentato sinteticamente gli sviluppi del tema delle virtù nella filosofia pre-aristotelica, ricorrendo eventualmente ad una mappa concettuale...
  9. ... confronta la posizione di Aristotele con quella dei suoi predecessori.
  10. Contestualizza storicamente le conclusioni di Aristotele sul rapporto tra sapienza e saggezza.
  11. Non ci può essere vita buona (felice) senza virtù intellettuali: che cosa ne pensi? (domanda facoltativa).

     

SCHEDA DI VALUTAZIONE, 2

Dopo aver letto il seguente brano, rispondi alle domande successive. Hai un’ora di tempo. Ogni risposta corretta vale al massimo due punti:

V’è anche una questione intorno all’uomo felice, s’egli abbia bisogno di amici oppure no. Dicono infatti che non abbiano bisogno di amici gli uomini beati e autosufficienti: essi infatti posseggono ciò che è bene, quindi, essendo autosufficienti, non hanno bisogno di nessuno, mentre l’amico, essendo un altro se stesso, dovrebbe procurare ciò che da sé solo non si può ottenere. Di qui il detto: “se aiuta il dio, a che serve l’amico?”. Ma sembra strano che quelli che attribuiscono ogni bene all’uomo felice, non gli concedano amici, cosa che sembra essere il più grande dei beni esterni. Se invero è proprio dell’amico piuttosto fare il bene che riceverlo, e se è proprio dell’uomo buono e della virtù il beneficare, ed è più bello far del bene agli amici che agli estranei, allora l’uomo virtuoso avrà bisogno di persone che ricevono i benefici (ARISTOTELE, Etica Nicomachea, IX).

1. A quale ambito della filosofia (logica, metafisica, fisica, psicologia, teologia, etica, retorica, poetica…) appartiene questo testo?

2. Puoi presentare in sintesi la trattazione che Aristotele dedica a questo ambito della filosofia?

3. Esprimi il problema specifico cui il testo vuole rispondere.

4. Quale tesi sostiene Aristotele?

5. Ricostruisci l’argomentazione aristotelica.

6. Il tema dell’amicizia ha per Aristotele anche un significato politico?


 

EPISTEMOLOGIA DELLE VIRTÙ

 

TEETETO: O Socrate, quello che io avevo sentito da un tale che parlava, l'avevo dimenticato: ma ora mi sta tornando in mente. Egli sosteneva che conoscenza è opinione vera sostenuta da ragione (PLATONE, Teeteto).

 

S sa che p se e solo se:

1) p è vera,

2) S crede che p, e

3) S è giustificato nella sua credenza

(da ALFRED AYER, The Problem of Knowledge, Penguin Books, Baltimore 1957; tr. it. Il problema della conoscenza, La Nuova Italia, Firenze 1967).

 

La virtù ha una componente di motivazione, che è una disposizione o tendenza ad avere un certo motivo. Un motivo è un’emozione che dà inizio ad un’azione e la dirige. E’, quindi, uno stato intenzionale diretto verso un certo scopo. Un motivo include un elemento di desiderio. Il desiderio di produrre uno scopo di un certo tipo guida l’agente a scoprire i fatti non morali rilevanti per produrre effettivamente tale fine e per sviluppare le abilità associate con la virtù. Il successo affidabile nel raggiungere lo scopo interno o esterno di una motivazione virtuosa è una componente della virtù (LINDA ZAGZEBSKI, Virtues of the Mind, Cambridge University Press, Cambridge 1996)