Introduzione alla fenomenologia di Husserl

 

 

 

 

Edmund Husserl : un filosofo inquieto

Edmund Husserl nasce a Prossnitz in Moravia da famiglia di origine ebraica nel 1859. Si laurea in matematica, ma dopo aver assistito alle lezioni viennesi dello psicologo Brentano decide di dedicarsi alla filosofia. Il suo impulso alla scrittura è testimoniato oltre che dalle opere pubblicate, dalle migliaia di pagine inedite attualmente conservate nell’archivio di Lovanio in Belgio. In effetti Husserl è un uomo inquieto, soggetto a periodi di depressione, costretto suo malgrado a confrontarsi con la miseria spirituale del suo tempo, ma anche tenace e animato da una passione filosofica che lo sorregge nei momenti difficili. Nelle Ricerche Logiche scrive: "Senza chiarezza non posso vivere".

Dopo la pubblicazione della Filosofia dell’aritmetica, Husserl mettendo in discussione l’assunzione dogmatica del metodo delle scienze naturali nello studio del comportamento umano, sviluppa una critica verso la psicologia che è importante per comprendere l’originalità della sua proposta filosofica. Leggiamo da La Filosofia come scienza rigorosa, pubblicata nel 1911:

"Il metodo sperimentale presuppone ciò che nessun esperimento è in grado di realizzare, l’analisi della coscienza stessa."

Il problema della genesi dell’esperienza umana, da cui dipendono tutte le scienze, orienta il filosofo verso un’indagine trascendentale che la psicologia empirica non è in grado d’intraprendere: questo è il compito ambizioso che Husserl assegna alla fenomenologia. La filosofia che ha dato origine alle scienze particolari, deve ora divenire fenomenologia cioè occuparsi di descrivere i fenomeni, intesi quale manifestazione originaria della realtà nella coscienza. Si tratta di descrivere il fenomeno così come esso si presenta sul piano della percezione sensibile, per coglierne poi l’essenza. Il significato teoretico di tale compito è quello di mostrare come ogni forma di conoscenza sorga in un contesto intuitivo pre-categoriale che esibisce, secondo l’autore, una validità universale. Al grado zero della conoscenza non troviamo affatto le categorie kantiane, bensì la genesi passiva dell’esperienza che anima le forme delle nostre operazioni nei campi sensibili. Si comprende dunque che vi è una medesima strutturazione dell’esperienza percettiva che deve essere presente in tutte le culture. Le strutture invarianti della percezione permettono allora al filosofo di cogliere i tratti comuni alla natura umana, al di là delle differenze culturali.

Un’istanza etica accompagna il tema husserliano del significato universale della filosofia che deve opporsi al relativismo che concepisce le culture come realtà chiuse. La vocazione ultima della filosofia è quella di affermare l’idea di un’ umanità che si auto-determina mettendo in discussione le tradizioni e le convenzioni. Non è superfluo rammentare a questo proposito che Husserl, all’avvento del nazismo, fu radiato dall’insegnamento accademico in quanto ebreo e che, ciò nonostante, per tutta la vita, fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1938, non abbandonò mai la ricerca filosofica.

 

Il metodo fenomenologico

Se vogliamo attingere all’intuizione d’essenza dei fenomeni che si manifestano alla nostra coscienza dobbiamo dismettere l’atteggiamento naturale, per assumere quello dello spettatore disinteressato. La fenomenologia è infatti innanzitutto un metodo descrittivo che si può applicare a tutti i campi dell’esperienza umana. In via di principio, non ci sono motivi per ritenere che il metodo fenomenologico sia appannaggio dei soli filosofi. Ogni volta che ci impegniamo in una descrizione spregiudicata, abbandonando le consuetudini che governano il senso comune, ci comportiamo da fenomenologi. Secondo Husserl, in primo luogo, dobbiamo mettere tra parentesi il senso comune e con esso tutti i nostri interessi pratici per attingere immer wieder all’evidenza della percezione che promette più di quel mostra se è vero che noi riconosciamo un libro pur cogliendone solo un aspetto, ad esempio osservandolo di profilo. Qui si svelano le strutture generali dell’esperienza e la filosofia diviene indagine descrittiva in grado di affrontare ogni campo del sapere. Pensiamo alla percezione del colore. La maggior parte delle persone ritiene per convenzione che entrando in una camera oscura si percepisca il nero assoluto e invece non solo il colore della camera oscura non è tale, ma addirittura il nero assoluto non si manifesta mai nella nostra esperienza. Qualche tempo fa alcuni tra i più stimati sommeliers europei ci hanno offerto una dettagliatissima descrizione organolettica di un particolare vino rosso che in realtà altro non era che un vino bianco tinto di rosso per mezzo di un colorante naturale. Quello che voglio dire è che per assumere l’atteggiamento fenomenologico è indispensabile mettere in discussione molti pregiudizi consolidati, un po’come accade in una nota fiaba di Andersen, dove è un fanciullo insensibile al richiamo della vanità e dell’orgoglio, l’unico ad accorgersi che l’imperatore è nudo al cospetto di tutti i suoi sudditi. Il fenomenologo proprio in quanto filosofo, come il fanciullo, è in grado di rinnovare la nostra meraviglia nei confronti dei fenomeni che descrive. Egli decide ad esempio di descrivere un oggetto della quotidianità al di là della sua funzione riconosciuta. Un orologio, ad esempio l’orologio che porto al polso, può essere descritto a partire da come esso si manifesta alla mia percezione. Similmente potreste provare a salire sul Monte Stella e contemplare Milano dall’alto come meri spettatori dinnanzi alla città in cui vivete. Questo esercizio per poter produrre una descrizione spregiudicata deve però essere accompagnato da quella che Husserl chiama la riduzione fenomenologica. Si tratta di sospendere tutte le consuetudini della vita pratica e infine tutte le certezze che accompagnano la nostra conoscenza delle cose. Vorrei che prestaste attenzione al fatto che il nostro autore non vuole negare o mettere in dubbio la validità della nostra conoscenza empirica: egli ci chiede piuttosto di prescinderne quando decidiamo di fare filosofia. Cosa accade dunque se seguiamo Husserl mettendo tra parentesi il nostro atteggiamento naturale? Precisamente questo: che ora possiamo attingere alle evidenze della visione originariamente offerente. Vale a dire che soltanto adesso il fenomeno si dà nella sua originaria essenza, permettendoci dunque di scoprire i modi del suo manifestarsi. Questa mossa che Husserl invita ognuno di noi a compiere almeno una volta nella vita ci consente di non tradire quel principio di fedeltà al fenomeno che adesso sì rende possibile la descrizione fenomenologica. Ma allora se non vogliamo filosofare possiamo fare a meno dell’insegnamento della fenomenologia? Io penso proprio di no. Il fatto è che il metodo fenomenologico può essere applicato in tutti i campi del sapere perché può essere considerato un metodo degli esempi che ci introduce ad una pratica filosofica che non è esclusiva del filosofo di professione. Posso volermi occupare ad esempio di fenomenologia del colore, partendo da un’osservazione condotta con il prisma, come fece Goethe che pure non era né filosofo né scienziato. Insomma non ci sono motivi per ritenere che la fenomenologia non possa essere utile al vinaio, così come al musicista, allo psicologo, al giardiniere, ecc., nel momento in cui costoro desiderino confrontarsi con le strutture generale dell’esperienza umana. Dovrebbe essere chiaro che stiamo parlando di un metodo degli esempi che non si riduce ad una mera analisi concettuale; al contrario proprio per chiarire ad esempio il concetto di libro, è necessario incontrare un libro in carne e ossa o per lo meno rievocare la percezione di esso attraverso la memoria. Per quanto possa sembrare paradossale è solo incontrando un esemplare di libro che si rende disponibile la visione dell’essenza del libro. Questo esercizio che ci permette di cogliere l’universale nell’individuale, è chiamato da Husserl visione eidetica. Per mezzo della visione eidetica, che possiamo raggiungere solo incontrando l’individuale, è possibile tracciare una mappa dei concetti. Ad esempio, il nostro libro ci mostra dei modi di apparire peculiari che non ci consentono di collocarlo nell’ambito dei meri oggetti e nemmeno in quello delle persone. Un libro è infatti un oggetto paradossale perché possiede sia qualità materiali, che qualità del vissuto ossia le tracce dei pensieri, dei sentimenti, dei ricordi, ecc., del suo autore. Ciò dimostra che le distinzioni concettuali cui perviene la visione eidetica vanno ben oltre alle distinzioni rudimentali del senso comune. Husserl ci invita a dunque a praticare la visione eidetica per potere distinguere gli ambiti conoscitivi, che egli chiama ontologie regionali, in cui di volta si danno i fenomeni dell’esperienza.

Nel Novecento, il metodo fenomenologico ha contribuito notevolmente a liberare la psicologia da quel naturalismo ingenuo, che lo stesso Husserl aveva per primo messo in discussione. Parallelamente esso ha esercitato un’influenza importante in ambiti molto diversi tra loro quali la psichiatria, l’arte, la religione. Personalmente, oltre alla passione filosofica che la fenomenologia mi ha trasmesso grazie all’incontro con Giovanni Piana e Paolo Spinicci, oggi avverto l’esigenza di riferirmi al metodo fenomenologico nella pratica professionale e nel duro lavoro di ricerca che, al di là delle derive psicologistiche e delle facilonerie new age, impegna studiosi, come Paolo Cattaneo, che si dedicano con serietà e onestà intellettuale alla musicoterapia.

 

Musicoterapia e fenomenologia

Se potessimmo chiarire la dimensione peculiare che distingue la musicoterapia dalle altre forme d’intervento terapeutico, emergerebbe con evidenza il problema della ricerca di un metodo che delinei la specificità della nostra disciplina nel contesto generale delle scienze umane. La musicoterapia non può eludere il problema di una specifica competenza pratica da parte del terapista: il saper suonare uno strumento musicale. L’esperienza musicale si realizza nell’ambito di una relazione tra due o più persone. Il medium di tale relazione è lo strumento musicale. In tutti i casi è la mia percezione che connette il mio vissuto alla materialità dei suoni. Soltanto una fenomenologia dell’esperienza sonora può consentirci di cogliere la ricchezza dell’orizzonte percettivo, consentendo alla musicoterapia di affrancarsi da uno stato di minorità rispetto alle psicoterapie che si sono affermate nel Novecento. Non è impossibile tematizzare a partire da un approccio puramente descrittivo due problemi che si manifestano nella prassi della musicoterapia: la musicalità e l’empatia. Con il primo termine intendo l’insieme delle qualità ricettive e dei vissuti che contraddistinguono l’esperienza sonora di ognuno di noi, con il secondo la capacità in parte naturale, in parte artificiale, di sintonizzarsi con il vissuto dell’altra persona. L’empatia ci permette di scoprire la musicalità di un individuo. Si comprende quindi l’importanza del medium che rende possibile lavorare tanto sulla dimensione empatica, quanto su quella della musicalità.

A questo proposito voglio raccontarvi la storia di Paola, una bambina che ho conosciuto in una scuola elementare di Milano, dove ho allestito con due colleghi una rappresentazione di musica e teatro-danza ispirata alla fiaba di Andersen "I vestiti nuovi dell’imperatore".

Paola, una bambina minuta dallo sguardo vivace, per i primi due mesi di lavoro si era chiusa in mutismo assoluto che le impediva di interagire con il gruppo. La sue timidezza peraltro la induceva a sedersi in un angolo buio, tanto che le maestre non si accorgevano della sua assenza. Durante un incontro rivolgo due parole in spagnolo ad un bambino dell’Ecuador e per la prima volta Paola rompe il silenzio ed esclama nei miei confronti: "Ma tu parli spagnolo!"

Mi siedo vicino a lei e a quel punto Paola, che proviene dall’Ecuador, si appoggia sulla mia spalla per attirare l’attenzione. Le domando allora se c’è qualcosa che le piace fare nell’ambito del laboratorio e lei risponde con una voce esile e acuta di non volere né ballare né recitare. Allora le chiedo se vuole provare a suonare e lei sorridendo mi fa capire che l’idea non le dispiace. Gradualmente la bambina riesce a vincere le sue paure e ora accompagna gli accordi della chitarra, percuotendo ritmicamente un piccolo sonaglio. Negli incontri successivi Paola decide spontaneamente di suonare le campanelle e il piccolo sonaglio ed entra così nel gruppo dei musicisti assieme ad un bambino italiano ed una bambina sua connazionale.

La famiglia di Paola viene dall’Ecuador ed è in Italia da un paio d’anni. La bambina ha imparato l’italiano senza difficoltà, ma sa che l’anno prossimo tornerà nella sua città natale Quito. Paola ha lasciato il suo paese verso i sei anni e nei momenti in cui lascia cadere le sue difese si esprime attraverso la lingua madre. Il fatto che io abbia pronunciato una frase in spagnolo è stato fondamentale per ottenere la sua fiducia. Pur essendo consapevole della propria condizione di precarietà da quel momento ella ha deciso di porre fine al suo esilio dal gruppo. La sua introversione non ha inibito una creatività spontanea che ha trovato nella dimensione gestuale del colore (attraverso la pittura spontanea) e il suono, il medium per entrare in rapporto con gli altri. Paola ha voluto partecipare all’attività, una volta che fosse stata riconosciuta la sua identità sonora e ciò è avvenuto grazie all’empatia creatisi tramite la dimensione affettiva evocata dalla lingua spagnola, all’interno di un autentica possibilità di dialogo tra un io e un tu, vissuta attraverso la relazione sonora.

 

 

Le domande:

Prof. Quaglino: "Cosa intende Husserl quando dice che la percezione promette più di ciò che mostra? Allude forse alla realtà trascendente?"

Risposta: "Husserl intende dire che alla nostra percezione originariamente si offre un solo aspetto del fenomeno, ma che esso verrà poi integrato con gli tutti gli altri aspetti attraverso l’associazione di differenti percezioni, a partire dai materiali dell’esperienza, ma anche grazie all’intervento della memoria e in ultimo con l’ausilio dell’inconscio, da cui può improvvisamente riemergere un vissuto. Non è da escludere che il tema della certezza su cui si impegnano le indagini husserliane, sia mosso da un inquietudine religiosa personale che costringe l’autore a ricercare i fondamenti della conoscenza umana anche di fronte al problema di Dio."

Studentessa: "La ricerca di strutture invarianti dell’esperienza accomuna la fenomenologia di Husserl alla filosofia kantiana?"

Risposta: "Senza dubbio Husserl guarda con interesse al progetto kantiano di una filosofia trascendentale. Tuttavia bisogna tener presente che se le strutture dell’esperienza in Kant sono tali in virtù delle griglie mentali che operano nei giudizi sintetici a priori, per Husserl esse si costituiscono invece a contatto con l’esperienza. Pertanto, distinguendosi non poco dal suo predecessore, Husserl è innanzitutto il filosofo delle genesi passive."

Studente: "Ma è veramente possibile passare dall’atteggiamento naturale alla descrizione spregiudicata?"

Risposta: "Penso proprio di sì. Potresti cominciare a descrivere un oggetto familiare come se lo vedessi per la prima volta. Sono sicuro che riusciresti a cogliere molti aspetti che in precedenza non si erano manifestati alla tua percezione."

Riferimenti bibliografici

Opere di Husserl:

E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale,

Est, Milano, 1997

E. Husserl, La filosofia come scienza rigorosa, Laterza, Bari, 1993

E. Husserl, Lezioni sulla sintesi passiva, Guerini, Milano, 1993

 

 

 

Opere sul pensiero di Husserl:

R. Bernet, I. Kern, E. Marbach, Edmund Husserl, il Mulino, Bologna, 1992

R. de Monticelli, La conoscenza personale, Guerini, Milano, 1998

P. Spinicci, Il mondo della vita e il problema della certezza, Cuem, Milano, 2000

F.J. Wetz, Husserl, il Mulino, Bologna, 2003

 

 

 

 

Opere sulla musicoterapia:

M. Cabutto, La musicoterapia, Xenia, Milano, 2000

L. Di Pinto, Metamorfosi e musica in fenomenologia, Laterza, Bari, 2002