JOHN SEARLE

The Construction of Social Reality
Free Press, New York 1995

Trad. it.

La costruzione della realtà sociale

Edizioni di Comunità, Milano 1996

 

Il problema di cui Searle si occupa in questo libro si inserisce in un percorso che va dalla filosofia del linguaggio, alla filosofia della mente, ai fondamenti della società.

La domanda generale cui Searle ha cercato di rispondere è: “come possono esistere in quanto parti del mondo fisico stati di coscienza o atti linguistici dotati di significato?” (p.3).

La teoria degli atti linguistici è in parte un tentativo di rispondere alla domanda: “Come passiamo dalla fisica degli enunciati ad atti linguistici dotati di significato, compiuti da parlanti e scriventi?” (ivi).

La teoria della mente è “in gran parte” il tentativo di rispondere alla domanda: “In che modo una realtà mentale, un mondo di coscienza, intenzionalità e altri fenomeni mentali si concilia con un mondo che consiste interamente di particelle fisiche in campi di forza?” (ivi).

La teoria sociale contenuta in questo libro “estende l’indagine alla realtà sociale: come può esserci un mondo oggettivo del denaro, della proprietà, del matrimonio, dei governi, delle elezioni, del football, dei ricevimenti e dei tribunali in un mondo che consiste interamente di particelle fisiche in campi di forza, e in cui alcune di queste particelle sono organizzate in sistemi che sono animali biologici coscienti, come noi?” (pp.3-4).

 

 

 

I

I componenti elementari della realtà sociale

 

L’onere metafisico della realtà sociale

 

“Ci sono parti del mondo reale, fatti oggettivi nel mondo, che sono fatti soltanto grazie ad un accordo tra gli esseri umani. In un certo senso, ci sono cose che esistono soltanto perché noi crediamo che esistano. Penso a cose come il denaro, la proprietà, i governi e i matrimoni. Tuttavia, molti fatti che riguardano queste cose sono ‘oggettivi’, nel senso che non sono una questione connessa alle vostre o alle mie preferenze, valutazioni o atteggiamenti morali…” (p.7).

 

Queste osservazioni giustificano il problema di Searle: “Come sono possibili i fatti istituzionali? E qual è esattamente la loro struttura?”, o ancora: “Qual è il ruolo del linguaggio nella costituzione di tali fatti?” (p.8).

 

Un’altra giustificazione del problema è questa: recentemente diversi pensatori hanno sostenuto che tutti i fatti sono costruzioni sociali. Searle non è d’accordo: qual è la differenza tra fatti naturali e fatti sociali?

 

La struttura invisibile della realtà sociale

La struttura complessa della realtà sociale è per noi “senza peso e invisibile” (p.10). Noi impariamo a percepire e usare gli enti sociali come se fossero naturali. E’ necessario uno sforzo d’astrazione per cogliere la differenza tra naturale e sociale: “Così i bambini imparano a vedere le automobili che si muovono, le banconote in dollari e le vasche da bagno piene; ed è solo in forza dell’astrazione che essi possono vedere ciò come masse di metallo in traiettorie lineari, fibre cellulose con coloranti verdi e grigi o cavità di ferro smaltato contenenti acqua” (ivi). L’ontologia complessa ci sembra semplice, perché la realtà sociale “è creata da noi per i nostri scopi e ci sembra prontamente intelligibile come quegli stessi scopi” (ivi).

 

L’invisibilità della realtà sociale crea anche un problema di metodo. Essa non può essere descritta da un punto di vista fenomenologico interno, perché questa realtà non sembra avere quella struttura complessa che ella possiede. Non può essere studiata da un punto di vista comportmentista, “perché la descrizione del comportamento pubblico delle persone che hanno a che fare con il denaro, con la proprietà, ecc. non coglie le strutture soggiacenti che rendono possibile tale comportamento” (p.11). Searle esclude anche un approccio cognitivista: non “possiamo descrivere queste strutture come insiemi di regole computazionali inconsce, come viene fatto dalla scienza cognitiva contemporanea e della linguistica, perché è incoerente postulare il seguire inconsciamente una regola che sia inaccessibile in linea di principio alla coscienza” (ivi).

 

Searle affronta il problema dal punto di vista dell’intenzionalità, anche se ritiene che parte dell’apparato intenzionalistico “possa essere spiegato in termini di, e in ultima analisi eliminato in favore di, ciò che ho chiamato altrove lo ‘sfondo’ di capacità, abilità e disposizioni” (p.12).

 

Ontologia fondamentale

La nostra ontologia si basa sulla teoria atomica della materia e la teoria evolutiva della biologia. L’immagine della realtà che ne deriva può essere così sintetizzata: “il mondo consiste interamente di entità che troviamo comodo descrivere, benché non sia del tutto corretto, come particelle. Queste particelle esistono in campi di forza, e sono organizzate all’interno di sistemi… Certi tipi di sistemi viventi si evolvono attraverso la selezione naturale, e alcuni di essi hanno sviluppato complesse forme di strutture cellulari, specificamente sistemi nervosi in grado di causare e mantenere la coscienza... Con la coscienza sopraggiunge l’intenzionalità, la capacità della mente di rappresentare oggetti e stati di cose del mondo altro da sé. Non tutta la coscienza è intenzionale, e non tutta l’intenzionalità è consapevole” (pp.12-13).

 

L’oggettività e la nostra attuale visione del mondo

Esistono due sensi della distinzione soggettivo-oggettivo, uno epistemico ed un altro ontologico.

In senso epistemico, oggettivo e soggettivo sono predicati di giudizi: un giudizio è soggettivo, quando la sua verità o falsità non è semplicemente una questione di fatto, ma dipende da certi atteggiamenti e sentimenti e punti di vista di chi ascolta il giudizio e di chi lo ascolta (esempio: “Rembrandt è un artista migliore di Rubens”).

In senso ontologico, oggettivo e soggettivo sono predicati di entità e tipi di entità, perché le loro forme di esistenza dipendono dall’essere provati dai soggetti. Ad esempio, i dolori sono entità soggettive, le montagne sono oggettive.

 

La distinzione tra caratteristiche del mondo intrinseche e relative all’osservatore

Searle distingue tra caratteristiche intrinseche alla natura (ad esempio, una certa massa) e caratteristiche che esistono relativamente all’intenzionalità degli osservatori, degli utilizzatori (ad esempio, essere un martello). Queste caratteristiche sono epistemicamente oggettive, anche se ontologicamente soggettive.

 

L’assegnazione di funzione

Per rendere conto della realtà sociale nella visione scientifica del mondo, Searle fa appello a quattro elementi:

1)       l’assegnazione di funzione;

2)       l’intenzionalità collettiva;

3)       le regole costitutive;

4)       lo sfondo di capacità.

Nel presente capitolo, Searle esamina i primi quattro elementi.

 

Per quanto riguarda l’assegnazione di funzione, Searle osserva che la funzione è sempre relativa all’osservatore. Io dico che X è funzionale ad Y, se X causa (per lo più) Y, e Y è dotato di valore (“La scoperta di una funzione naturale può avere luogo solo all’interno di un insieme di assegnazioni antecedenti di valore (che includono scopi, teleologia e altre funzioni). Così, dato che noi accettiamo già che per gli organismi ci sia un valore nella sopravvivenza e nella riproduzione, e che per una specie ci sia un valore nell’esistenza continuata, possiamo scoprire che la funzione del cuore è di pompare il sangue, la funzione del riflesso vestibolare oculare è di stabilizzare l’immagine della retina, e così via”).

 

Nell’assegnazione di funzione Searle distingue tra “funzioni agentive” e “non agentive”: agentive sono quelle che noi assegniamo a un oggetto (“questa pietra è un fermacarte”), non agentive quelle che assegniamo ad un oggetto in una spiegazione (“la funzione del cuore è quella di pompare il sangue”).

All’interno della categoria delle funzioni agentive c’è una speciale categoria di quelle entità la cui funzione agentiva è di simboleggiare, rappresentare, stare per, significare una cosa o un’altra.

 

Intenzionalità collettiva

“Molte specie animali, la nostra soprattutto, hanno una predisposizione per l’intenzionalità collettiva. Con ciò intendo non solo che esse si impegnano in un comportamento cooperativo, ma che condividono stati intenzionali come credenze, desideri e intenzioni. Oltre all’intenzionalità individuale vi è anche un’intenzionalità collettiva. Esempi ovvi sono i casi in cui io sto facendo qualcosa solo come parte del nostro fare qualcosa” (33).

 

Searle si pone il problema di quale relazione intercorra tra l’intenzionalità singolare e quella collettiva, tra i fatti descritti da “io intendo” e quelli descritti da “noi intendiamo”.

 

Nella letteratura vi sono molti tentativi di rispondere a questa domanda riducendo l’intenzionalità del noi a quella dell’io più qualcos’altro, solitamente credenze reciproche: “L’idea è che se noi intendiamo fare qualcosa insieme, allora ciò consiste nel fatto che intendo farlo con la credenza che anche tu intenda farlo; e tu intendi farlo con la credenza che anch’io intenda farlo. E ciascuno crede che l’altro abbia queste credenze, e ha queste credenze riguardo a queste credenze, e riguardo a queste credenze, ecc., in una gerarchia potenzialmente infinita di credenze” (34).

 

Questi approcci sono respinti da Searle, per il quale “l’intenzionalità collettiva è un fenomeno biologicamente primitivo che non può essere ridotto o eliminato in favore di qualcos’altro” (ivi).

La ragione profonda per cui l’intenzionalità collettiva non può essere ridotta a quella individuale è che il fatto di credere che tu creda ecc. non produce alcun senso di collettività. Per Searle, il senso del fare (volere, credere, ecc.) qualcosa insieme è primitivo, e l’intenzionalità individuale deriva da quella collettiva[1].

 

Searle si chiede la ragione di tante resistenze nei confronti dell’assunzione dell’intenzionalità collettiva come realtà primaria, irriducibile a quella individuale. La spiegazione che ne dà è che comunemente si pensa che l’intenzionalità sia una proprietà della mente, e che l’intenzionalità collettiva richieda l’esistenza di una mente collettiva. Searle ritiene che sia possibile l’intenzionalità collettiva senza mente collettiva. Questo argomento è presentato in questi termini da Searle:

“Perché così tanti filosofi sono convinti che l’intenzionalità collettiva debba essere riducibile all’intenzionalità individuale? Perché non intendono riconoscere l’intenzionalità collettiva come un fenomeno primitivo? Io credo che la ragione sia che essi accettano un argomento che sembra plausibile, ma è fallace. L’argomento è che dal momento che tutta l’intenzionalità esiste nella testa degli esseri umani individuali, la forma di quella intenzionalità può fare riferimento solo agli individui nella testa dei quali esiste. Così, è sembrato che chiunque riconoscesse l’intenzionalità collettiva come una forma primitiva di vita mentale si dovesse compromettere con l’idea che esistesse qualche spirito del mondo hegeliano, una coscienza collettiva, o qualcosa di egualmente implausibile. I requisiti dell’individualismo metodologico sembrano forzarci a ridurre l’intenzionalità collettiva all’intenzionalità individuale. E’ sembrato, in breve, che dovessimo scegliere tra il riduzionismo, da una parte, o una Supermente fluttuante al di sopra delle menti individuali dall’altra. Io intendo sostenere, al contrario, che l’argomento contiene una fallacia e che il dilemma è falso. E’ sicuramente vero che tutta la mia vita mentale è nel mio cervello, e tutta la tua vita mentale è nel tuo, ed è così per chiunque altro. Ma non segue da ciò che tutta la mia vita mentale debba essere espressa nella forma di un solo sintagma nominale che si riferisce a me. La forma che la mia intenzionalità collettiva può assumere è semplicemente ‘noi intendiamo’, ‘stiamo facendo così e così’, e simili. In tali casi, io intendo solo una parte del nostro intendere. L’intenzionalità che esiste in ogni singolo individuo ha la forma ‘noi intendiamo’” (35).

 

II

La creazione dei fatti istituzionali

 

Alcune caratteristiche evidenti della realtà sociale

1.        Autoreferenzialità di molti concetti sociali (“Se ciascuno smette di credere che [qualche cosa] sia denaro, essa cessa di funzionare come denaro, e infine cessa di essere denaro”).

2.        I fatti istituzionali possono essere creati con l’enunciazione performativa di frasi come “la seduta è aggiornata”, “Lascio tutti i miei beni a mio nipote”, “Vi nomino presidente”, “Con questo la guerra è dichiarata”.

3.        Priorità logica dei fatti bruti rispetto ai fatti istituzionali.

4.        Un fatto istituzionale non può esistere in isolamento, ma solo in un insieme di relazioni sistematiche con altri fatti.

5.        Primato degli atti sociali sugli oggetti sociali, dei processi sui prodotti.

6.        L’elemento linguistico sembra essere parzialmente costitutivo dei fatti sociali.

 

Dall’intenzionalità collettiva ai fatti istituzionali: l’esempio del denaro

Il problema di Searle è quello di spiegare “l’imposizione collettiva di funzione su entità, la quali – diversamente da leve, panchine e auto – non possono svolgere le loro funzioni solamente in virtù della loro struttura fisica” (51).

 

Regole costitutive: X conta come Y in C

Searle prende in considerazione l’esempio del denaro (un pezzo di carta così-e-così conta come denaro) per elencare una serie di caratteristiche generalizzabili:

1.        “L’intenzionalità collettiva assegna un nuovo status a qualche fenomeno, laddove tale status ha una funzione di accompagnamento che non può essere compiuta solamente in virtù delle caratteristiche fisiche intrinseche del fenomeno in questione” (56). Si crea così “un fatto istituzionale, un fatto nuovo creato dall’accordo umano” (ivi).

2.        “La forma dell’assegnazione della nuova funzione di status può essere rappresentata dalla formula ‘X conta come Y in C’” (56-7).

3.        “Il processo della creazione dei fatti istituzionali può procedere senza che i partecipanti siano coscienti che sta avvenendo secondo questa forma” (ivi). Ciò avviene sia in quanto “siamo educati in una cultura in cui diamo l’istituzione per scontata” (ivi), sia in quanto nello sviluppo dei fatti istituzionali ci basiamo su teorie false (crediamo che la Costituzione sia stata ispirata dagli dei).

4.        “La formula acquisisce uno status normativo… diventa una regola costitutiva” (58).

5.        Nella regola c’è una componente convenzionale: che certi oggetti debbano servire allo scambio dipende dalla regola, quali oggetti servano dalla convenzione.

6.        “Vi è una relazione speciale tra l’imposizione di queste funzioni di status e il linguaggio. Le etichette che sono una parte dell’espressione Y, come l’etichetta ‘denaro’, sono ora parzialmente costitutive del fatto creato” (62).

 

III

Il linguaggio e la realtà sociale

 

Tesi: “il linguaggio è essenzialmente costitutivo della realtà istituzionale” (70).

 

Obiezioni:

1.        “I fatti sociali in generale non richiedono il linguaggio. Gli animali prelinguistici possono avere ogni genere di comportamento cooperativo e i neonati sono chiaramente in grado di interagire socialmente in forme piuttosto complesse senza nessuna parola” (ivi).

2.        “Se i fatti istituzionali richiedono il linguaggio e il linguaggio è esso stesso un’istituzione, allora sembra che il linguaggio debba richiedere il linguaggio, e si ha quindi un regresso all’infinito o una circolarità” (ivi).

 

La tesi di Searle può essere espressa in una forma forte e in una debole. Searle argomenta a favore di quella forte, che implica la debole:
Tesi debole: “l’istituzione del linguaggio è logicamente prioritaria rispetto alle altre istituzioni”.

Tesi forte: “ogni istituzione richiede elementi linguistici dei fatti all’interno di questa stessa istituzione” (71).

 

La caratteristica essenziale del linguaggio per la costituzione dei fatti istituzionali è l’esistenza di dispositivi simbolici, come le parole, che per convenzione significhino o rappresentino o simboleggino qualcosa al di là di loro stessi, in un modo che è pubblicamente comprensibile.

 

Per chiarire il rapporto tra linguaggio e fatti istituzionali, Searle traccia alcune distinzioni:

1.        Fatti indipendenti dal linguaggio/fatti dipendenti dal linguaggio: il fatto che il Monte Everest abbia ghiaccio sulla cima sussiste anche se non esiste il linguaggio, il fatto che “il monte Everest ha ghiaccio sulla cima” è una frase in italiano dipende dall’esistenza del linguaggio.

2.        Pensieri indipendenti dal linguaggio/pensieri dipendenti dal linguaggio: alcuni pensieri (anche atteggiamenti proposizionali come credenze e desideri) sono indipendenti dal linguaggio, nel senso che un animale può avere quei pensieri senza avere parole o altri mezzi linguistici, mentre altri pensieri sono impossibili senza linguaggio.

 

Condizione sufficiente perché un fatto sia dipendente dal linguaggio è che vengano soddisfatte due condizioni:

a)       rappresentazioni mentali, come i pensieri, devono essere in parte costitutive del fatto;

b)       le rappresentazioni in questione devono essere dipendenti dal linguaggio.

 

Il linguaggio richiede il linguaggio?

“Ma anche i fatti linguistici sono fatti istituzionali. Così sembra che il linguaggio richieda il linguaggio. Ciò non conduce forse a un regresso all’infinito o a un’altra forma di circolarità?”

 

Risposta: “Il linguaggio non ha bisogno del linguaggio perché esso è già linguaggio”.

 

IV

La teoria generale dei fatti istituzionali

Parte I

Iterazione, interazione e struttura logica

 

Generalizzazione dell’analisi

Primo: La struttura “X conta come Y” può essere iterata

Secondo: Ci possono essere sistemi interconnessi di tali strutture iterate operanti nel corso del tempo

 

Codificazione

“Una verifica per la presenza di fatti istituzionali genuini si ha in base al fatto che possiamo codificare le regole esplicitamente o meno” (101).

 

La creazione di una funzione di status è una questione di conferimento di qualche nuovo potere (110), così che la domanda: “Quanti tipi di fatti istituzionali ci possono essere?” si riduce a: “Quali generi di potere possiamo creare soltanto per mezzo dell’accordo collettivo?” (111). Il contenuto dell’intenzionalità collettiva nell’imposizione della funzione di status sarà generalmente che qualche soggetto umano, singolare o plurale, ha qualche potere, positivo o negativo, condizionale o categorico.

 

I poteri possono essere simbolici (creazione del significato: strutture formali, o sintassi, e contenuti dotati di significato, o semantica); deontici, che regolano le relazioni tra le persone…

 

“C’è esattamente un’operazione logica primitiva grazie alla quale la realtà istituzionale viene creata e costituita. Essa ha questa forma:

Noi accettiamo collettivamente, riconosciamo, identifichiamo, siamo d’accordo, ecc., che (S ha il potere (S fa A)).

 

V

LA TEORIA GENERALE DEI FATTI ISTITUZIONALI

Parte II

Creazione, conservazione e gerarchia

 

La creazione e la conservazione dei fatti istituzionali

Un caso speciale di creazione di fatti istituzionali ricorre a enunciati performativi espliciti (“Dichiaro aperta la seduta”). Questi sono in genere i fatti fondamentali. Altri derivati non richiedono un esplicito atto linguistico.

 

Il segreto per comprendere l’esistenza continuata dei fatti istituzionali consiste semplicemente nel fatto che gli individui implicati direttamente e un numero sufficiente di membri della relativa comunità devono continuare a riconoscere e accettare l’esistenza di tali fatti.

 

(“Una delle caratteristiche più affascinanti – e terrificanti – dell’epoca in cui scrivo è la costante erosione dell’accettazione di grandi strutture istituzionali nel mondo…” (134)).

 

VI

LE ABILITA’ DI SFONDO E LA SPIEGAZIONE DEI FENOMENI SOCIALI

 

Regole costitutive e causazione

La struttura delle istituzioni umane è una struttura di regole costitutive.

Le persone che partecipano alle istituzioni non sono tipicamente consapevoli di queste regole. Spesso hanno false credenze riguardo alla natura dell’istituzione.

Da ciò deriva questa domanda:

“Se le persone che partecipano all’istituzione non sono coscienti delle regole e non sembrano essere in grado di seguirle, consapevolmente o inconsapevolmente, e se veramente le stesse persone che hanno creato o hanno partecipato all’evoluzione dell’istituzione possono essere state loro stesse totalmente ignare del sistema di regole, allora quale ruolo causale possono svolgere queste ultime?” (145).

 

Freud, Chomsky o Fodor hanno parlato di attività mentali inconsce. Searle ritiene inintelligibile il concetto di “mente inconscia”. La sua soluzione è diversa.

 

La soluzione viene trovata nel concetto di “Sfondo”. Nei suoi scritti di filosofia della mente e di filosofia del linguaggio, Searle ha sostenuto quella che egli chiama “la tesi dello sfondo”: “gli stati intenzionali funzionano solo grazie a un insieme di capacità di Sfondo che non consistono esse stesse in fenomeni intenzionali” (147).

 

La definizione di Sfondo può, così, essere data nei seguenti termini: “insieme di capacità non intenzionali o preintenzionali che permettono stati intenzionali di funzione” (ivi).

 

Le capacità sono “abilità, disposizioni, tendenze e strutture generalmente causali”.

Gli stati intenzionali sono effettivamente o potenzialmente consci.

 

“L’argomentazione più semplice a favore della tesi dello Sfondo è che il significato letterale di ogni frase può solo determinare le sue condizioni di verità e altre condizioni di soddisfazione su uno Sfondo di capacità, disposizioni, know-how, ecc., che non sono esse stesse parte del contenuto semantico della frase” (148). Ad esempio, si pensi alla parola “tagliare” in frasi come “Sally taglia la torta” o “Bill taglia l’erba”: “in una normale espressione letterale di ognuna di queste frasi, ogni verbo ha un significato costante. Non vi è connessa un’ambiguità lessicale o un uso metaforico. Ma in ogni caso il medesimo verbo determinerà condizioni di verità differenti o condizioni di soddisfazioni generali, perché ciò che conta come il tagliare […] varierà con il contesto. Se si considera la frase “Taglia l’erba!” si sa che essa va interpretata in modo differente da “Taglia la torta!”. Se qualcuno li dice di tagliare la torta e io ci passo sopra con il tagliaerba […] esiste un senso comune secondo cui io non faccio ciò che mi era stato detto di fare” (148-9).

Certe interpretazioni sono escluse dal fatto che abbiamo “un certo tipo di conoscenza riguardo a come il mondo funziona”.

 

“Nella storia della filosofia credo che Hume sia stato il primo filosofo a riconoscere la centralità dello Sfondo nella spiegazione della cognizione umana, e che Nietzsche sia stato il filosofo più colpito dalla sua contingenza radicale. Nietzsche vide, con angoscia, che lo Sfondo non deve necessariamente essere nel modo in cui è” (150).

 

[Le funzioni dello Sfondo]

1.        Lo Sfondo consente all’interpretazione linguistica di avere luogo. Il significato di ogni frase sottodetermina le sue condizioni di verità, perché il significato letterale della frase fissa soltanto un insieme di condizioni, date certe capacità di Sfondo.

2.        Lo Sfondo consente all’interpretazione percettiva di aver luogo (cfr. l’anatra-coniglio di Wittgenstein).

3.        Lo Sfondo struttura la coscienza. Tutte le forme non patologiche di coscienza sono esperite in base all’aspetto di familiarità (è un’estensione delle prime due caratteristiche).

4.        Le sequenze di esperienze estese temporalmente ci giungono in una forma teatrale o narrativa, sotto categorie “teatrali”.

5.        Ognuno di noi ha un insieme di disposizioni motivazionali che condizionano la struttura della nostra esperienza.

6.        Lo Sfondo facilita certe forme di aspettative.

7.        Lo Sfondo mi dispone a certi tipi di comportamento.

 

Causazione

Di che tipo è la causazione dello Sfondo? E’ intenzionale o meccanica? Nessuna delle due!

Per comprendere la soluzione al problema, bisogna tener presente la differenza tra comportamento descritto da una regola e comportamento governato da una regola. Ad esempio, le regole di un linguaggio lo descrivono o lo governano? Se lo governano, l’internalizzazione della regola avrebbe efficacia causale.

Un’altra distinzione collegata è quella tra elaborazione seriale e elaborazione parallela, i “due paradigmi in competizione nelle scienze cognitiva. Uno è il paradigma della tradizionale elaborazione seriale alla Von Neumann dell’informazione, laddove un computer implementa un insieme di passi lineari di un programma. L’altro è il più recente sviluppo dell’elaborazione distribuita parallela, o il modello delle reti neurali, laddove c’è un input dotato di significato e un output dotato di significato, ma in mezzo non ci sono passi di elaborazione dei simboli; piuttosto, c’è un insieme di nodi con forti connessioni differenti tra di loro a passaggi di segnali da un nodo all’altro e infine cambiamenti nelle connessioni forti data la giusta combinazione di input e output, senza nessun insieme di regole o principi logici tra di loro” (160).

Se si interpreta lo sfondo secondo il modello connessionistico, il problema è il seguente: “Quali sono le caratteristiche della struttura interna che consentono al sistema di produrre un output strutturato che manifesta la proprietà composizionale ed altre proprietà logiche?” (ivi)

La soluzione viene trovata in termini darwiniani: Darwin ha “invertito la struttura della spiegazione. La struttura originaria era: il pesce ha questa forma per sopravvivere; ora è diventata: il pesce avrà comunque questa forma, ma i pesci che hanno questa forma, hanno più probabilità di sopravvivere d quelli che non ce l’hanno” (163-4).

Un’inversione simile dovrebbe essere applicata allo Sfondo: “Invece di dire che la persona si comporta così perché sta seguendo le regole dell’istituzone, dovremmo dire: primo (livello causale): la persona si comporta così, perché ha una struttura che la dispone a comportarsi in quel modo, perché quello è il modo che si conforma alle regole dell’istituzione; e secondo (livello funzionale): egli è giunto a comportarsi in quel modo, perché è quello che si conforma alle regole dell’istituzione” (164).

 

VII

Esiste il mondo reale?

 

Parte I

Critiche al realismo

 

Nella scena filosofica odierna è “comune sia negare l’esistenza di una realtà indipendente dalle rappresentazioni umane, sia negare che asserzioni vere corrispondano a fatti” (169).

 

Alcuni presupposti della nostra concezione del mondo contemporaneo

Una caratteristica formale della nostra concezione del mondo è la distinzione tra soggettività e oggettività, distinzione sistematicamente oscillante tra un senso epistemico e un senso ontologico.

1.        Il mondo esiste indipendentemente dalle nostre rappresentazioni di esso (tesi del “realismo esterno”).

2.        Gli esseri umani presentano una varietà di forme interconnesse per avere accesso e rappresentare a se stessi le caratteristiche del mondo (percezione, pensiero, linguaggio, credenze, desideri, diagrammi, carte geografiche…). Searle chiama queste forme “rappresentazioni”: “una caratteristica delle rappresentazioni così definite è che esse hanno tutte intenzionalità, sia intrinseca (come nelle credenze e nelle percezioni) sia derivata (come nelle mappe e nelle frasi)” (170).

3.        Nella misura in cui le rappresentazioni (credenze, asserzioni…) hanno successo o falliscono nel rappresentare il mondo, esse sono dette vere o false. Esse sono vere se e solo se corrispondono ai fatti nella realtà (teoria della verità come corrispondenza).

4.        I sistemi di rappresentazione, come i vocabolari e in generale gli schemi concettuali, sono creazioni umane e quindi arbitrarie (tesi della relatività concettuale).

5.        “Gli sforzi umani reali per ottenere rappresentazioni della realtà sono influenzati da fattori di vario genere: culturali, economici, psicologici, ecc. L’oggettività epistemica completa è difficile, qualche volta impossibile, perché le ricerche autentiche sono svolte sempre da un particolare punto di vista, motivato da ogni genere di fattori personali e situato all’interno di un certo contesto culturale e storico” (171).

6.        Conoscere consiste nell’avere rappresentazioni vere per le quali possiamo dare certi tipi di giustificazioni o prove. La conoscenza è dunque per definizione oggettiva nel senso epistemico, perché i criteri per la conoscenza non sono arbitrari e sono impersonali” (171).

 

“La conoscenza può essere classificata in base alla disciplina, ma non c’è nessuna speciale disciplina chiamata scienza o ‘conoscenza scientifica’. Si ha soltanto conoscenza, e ‘scienza’ è un termine che applichiamo ad aree in cui la conoscenza è diventata sistematica, come in fisica e in chimica” (ivi).

 

Il realismo (=realismo esterno) equivale alle tesi che “il mondo esiste indipendentemente dalle nostre rappresentazioni di esso” (173).

 

Alcuni chiarimenti:

1)       Il realismo non è identico né implica la teoria della verità come corrispondenza, per il semplice fatto che non è una teoria della verità e non implica nessuna teoria della verità: non è una teoria semantica.

2)       Il realismo non è una teoria epistemica (Kant, ad esempio, afferma l’esistenza della realtà, ma nega che se ne possa avere una rappresentazione da un qualche punto di vista).

3)       Il realismo non implica che la realtà determini il modo migliore in cui deve essere descritta: non è una teoria linguistica.

4)       Il realismo è una teoria ontologica.

 

Il realismo, comunque, non dice come le cose sono.

 

“Anche tra i filosofi analitici molte discussioni recenti sul realismo sono sintomatiche della generale imprecisione che si è instaurata negli ultimi vent’anni. Quali sono esattamente le proposizioni che vengono asserite? Quali sono esattamente quelle che vengono negate? E quali sono esattamente le argomentazioni sia per l’affermazione che per la negazione? Si cercheranno invano risposte a queste domande nella maggior parte delle discussioni su tali questioni. Credo, inoltre, che questa generale approssimazione non sia casuale. Soddisfa in qualche modo la nostra volontà di potenza credere che ‘noi’ costruiamo il mondo, che la realtà stessa non è nient’altro che una costruzione sociale, modificabile a piacere e soggetta a cambiamenti futuri nella misura in cui ‘noi’ la adattiamo […]. Ma una volta che si mettono in luce le rivendicazioni e le argomentazioni degli antirealisti, spoglie e senza maschere, esse sembrano decisamente ridicole. Da qui l’oscurità e anche l’oscurantismo di molte (non tutte) queste discussioni”.

La difficoltà della difesa del realismo sta in ciò, che quelle di Maturana, Winograd o Derrida non sono argomentazioni, cui si possa replicare razionalmente. Per questo, Searle sceglie di rispondere a quelle che gli appaiono le argomentazioni più forti a favore dell’antirealismo:

1)       L’argomento della relatività concettuale: asserisce che la proposizione 4 (“i sistemi di rappresentazioni sono creazioni umane”) è in contraddizione con la proposizione 1 (“realismo esterno”). Secondo Searle questa contraddizione non è nemmeno apparente. Egli si rifà ad un esempio di Putnam:

 

                       A                                                           B                                            C

 

“Quanti oggetti vi sono in questo minimondo? Bene, secondo il sistema aritmetico di Carnap (e secondo il senso comune) ve ne sono tre; ma secondo Lesniewski e altri logici polacchi vi sono sette oggetti in questo mondo, contati come segue:

                       1=A

                       2=B

                       3=C

                       4=A+B

                       5=A+C

                       6=B+C

                       7=A+B+C

Così, quanti oggetti ci sono realmente nel mondo immaginato? Ve ne sono realmente tre o realmente sette? Non c’è una risposta assoluta a queste domande. Le sole risposte che possiamo dare sono relative alla scelta arbitraria di schemi concettuali […]. Il fulcro dell’argomentazione è che il realismo esterno conduce a incoerenze perché permette descrizioni incoerenti della supposta realtà esistente indipendentemente” (183-4).

Le conseguenze di questo argomento sono tratte da Goodman in questo modo: noi “costruiamo mondi”. Come egli scrive: “Così come costruiamo costellazioni prendendo e mettendo insieme certe stelle piuttosto che altre, allo stesso modo costruiamo stelle tracciando certi confini piuttosto che altri. Niente ci dice se la volta del cielo debba essere suddivisa in costellazioni o in altri oggetti, dobbiamo costruire ciò che troviamo, sia l’Orsa Maggiore, Sirio, cibo, carburante o un apparecchio stereo”.

Searle obietta da realista che “il mondo reale non si preoccupa di come lo descriviamo e rimane lo stesso nonostante le varie differenti descrizioni che diamo di esso” (184)[2]. Due mie descrizioni, una delle quali asserisce che io peso 160 libbre e l’altra 73 chilogrammi non si escludono affatto a vicenda (e descrivono in modo diverso una stessa realtà indipendente dalla rappresentazione).

“Se la relatività concettuale deve essere usata come un’argomentazione contro il realismo, essa sembra presupporre il realismo, perché presuppone una realtà indipendente dal linguaggio che può essere ritagliata o divisa in modi differenti, per mezzo di vocabolari differenti” (187).

2)       L’argomento verificazionista: si basa su due elementi: a) “tutto ciò che possiamo percepire sono le nostre esperienze. Perciò, se si suppone che ci sia una realtà al di là delle nostre esperienze, è inconoscibile e in ultima istanza inintelligibile” (191); b) “le sole basi che abbiamo per le rivendicazioni riguardo al mondo reale sono le nostre esperienze” (ivi). “perciò, se le tesi riguardo al mondo reale vanno al di là del contenuto delle nostre esperienze, allora ex hypothesi stiamo postulando qualcosa per la quale non possiamo avere nessuna base epistemica” (ivi). Contro a) Searle afferma che l’esperienza visiva è ciò mediante cui conosciamo, non l’oggetto che conosciamo (io ho un’esperienza visiva del tavolo, l’oggetto della mia percezione non è l’esperienza visiva, ma il tavolo). In tal modo, contro b), l’esperienza percettiva può dare accesso a qualcosa che sta oltre l’esperienza stessa.

3)       L’argomentazione della Ding an Sich: questo argomento è una combinazione dei due precedenti. La premessa è: “ogni stato cognitivo occorre come parte di un insieme di stati cognitivi e all’interno di un sistema cognitivo”. Ne viene: “è impossibile uscire da tutti gli stati cognitivi e sistemi cognitivi per esaminare le relazioni tra questi e la realtà di cui essi sono soliti avere cognizione”. Quindi: “non vi è mai nessuna cognizione di una realtà che esiste indipendentemente dalla cognizione” (196). Secondo Searle questi nessi consequenziali non sussistono: il fatto che l’accordo tra rappresentazioni e realtà rappresentata sia accertato all’interno di un sistema cognitivo non comporta che questo accordo non sussista.

 

Perché oggi è diventato “di moda , anche tra filosofi tecnicamente competenti, attaccare il realismo e avanzare tali deboli argomenti contro di esso?”.

“Una delle più antiche esigenze della filosofia occidentale è quella di pensare che in un modo o nell’altro verità e realtà debbano coincidere”.

Non è così: “ogni rappresentazione ha una forma aspettuale. Essa rappresenta il suo obiettivo in base ad alcuni aspetti e non ad altri. In breve, è solo da un particolare punto di vista che noi rappresentiamo la realtà, ma la realtà ontologicamente oggettiva non ha un punto di vista” (197-8).

 

VIII

Esiste il mondo reale?

 

Parte II

Ci può essere una prova del realismo esterno?

 

Il realismo come condizione di Sfondo di intelligibilità

Chiedere se esista la realtà è sconfortante come chiedere se l’italiano sia grammaticalmente corretto. E’ l’italiano che stabilisce ciò che è grammaticalmente corretto o no, e non può quindi essere giudicato corretto o scorretto. Analogamente, “si può mostrare che questa o quella affermazione corrisponde o non corrisponde a come le cose sono nel ‘mondo esterno’, ma in questo modo non si può mostrare che l’affermazione che esiste un mondo esterno corrisponda al modo in cui le cose sono nel mondo esterno, perché qualsiasi questione di corrispondenza o di mancata corrispondenza con il mondo esterno presuppone già l’esistenza di un mondo esterno al quale l’affermazione corrisponde o non corrisponde” (200).

Argomenti canonici a favore del realismo esterno:

1)       argomento basato sulla convergenza della scienza: è una prova considerata empirica del realismo, basata sull’idea “che, poiché diversi ricercatori scientifici che lavorano in luoghi e in tempi diversi arrivano a risultati uguali o simili, la migliore spiegazione è che ci sia una realtà indipendentemente esistente che determina la loro convergenza sulle stesse ipotesi e teorie” (201). Questo argomento, però, presuppone già l’esistenza della realtà esterna: che esistano “là fuori” più ricercatori e che le loro ricerche convergano realmente.

Secondo Searle il realismo esterno fa parte dello Sfondo, che rende intelligibili credenze e linguaggio.

 

Un’argomentazione “trascendentale” per il realismo esterno

Il realismo esterno è un presupposto di sfondo e non una teoria empirica.

La sola argomentazione che si può portare a favore del realismo esterno così inteso è di conseguenza un’argomentazione “trascendentale” (“si assume che una certa condizione sia valida e poi si tenta di mostrare i presupposti di questa condizione” (205)).

L’argomentazione è così articolata da Searle:

“1. La normale comprensione degli enunciati in un linguaggio pubblico richiede che essi siano comprensibili nel medesimo modo da ogni parlante e ascoltatore competente del linguaggio. 2. Un’ampia classe di espressioni presume di far riferimento a fenomeni che esistono al di fuori e indipendentemente dl parlante, dall’ascoltatore e dalle loro rappresentazioni, e davvero, in alcuni casi, indipendentemente da tutte le rappresentazioni. 3. Le caratteristiche 1 e 2 richiedono che noi comprendiamo l’enunciato di molte di queste frasi come aventi condizioni di verità indipendenti dalle nostre rappresentazioni. Presumendo di far riferimento a fenomeni pubblici, fenomeni che sono ontologicamente e non soltanto epistemicamente oggettivi, noi presupponiamo che la verità o falsità delle asserzioni sia fissata dal modo in cui il mondo esiste, indipendentemente dal modo in cui lo rappresentiamo. 4. Ma tale presupposizione equivale alla tesi che ci sia un modo in cui esistono le cose che è indipendente dalle nostre rappresentazioni, e tale tesi è precisamente una versione del RE” (211).

 

La distinzione tra realtà bruta e realtà socialmente costruita

Questo argomento è una replica all’idealismo fenomenista, ma non al costruzionismo sociale (oggi più insidioso): “per completare l’argomentazione abbiamo bisogno di mostrare che nell’ambito della classe di atti linguistici che si riferiscono a una realtà al di là di loro stessi, c’è una sottoclasse la cui normale comprensione richiede una realtà indipendente da tutte le rappresentazioni” (214).

“Il modo più semplice di mostrare ciò consiste nel mostrare che una realtà costruita socialmente presuppone una realtà indipendente da tutte le costruzioni sociali, perché per le costruzioni ci deve essere qualcosa da cui partire perché venga costruita. Per costruire denaro, proprietà e linguaggio, per esempio, ci devono essere dei materiali grezzi come pezzi di metallo, carta, terra, suoni e segni” (ivi). Questa seconda “argomentazione trascendentale” consiste perciò nel dimostrare che “una realtà costruita socialmente presuppone una realtà non costruita socialmente”.

 

Forza e limiti delle argomentazioni presenti

1.        Questi argomenti non dimostrano che il realismo esterno è vero, ma che viene presupposto dall’uso di sezioni molto ampie di un linguaggio pubblico.

2.        Il solipsismo non è stato confutato.

3.        “Non ho mostrato che tutti abbiamo una credenza o siamo obbligati a una credenza nel realismo. Al contrario, il realismo è parte dello Sfondo; e quando lo Sfondo funziona non riguarda nessuno stato intenzionale” (219).

4.        La tesi riguarda le condizioni di intelligibilità e non di conoscenza.

5.        Le argomentazioni si applicano solamente a espressioni per le quali c’è una comprensione normale.

6.        Il realismo esterno è presupposto tanto dal vero quanto dal falso.

7.        […]

“Che differenza fa se uno dice di essere realista o antirealista? A dire il vero, io penso che le teorie filosofiche facciano una straordinaria differenza per ogni aspetto della nostra vita. In base alla mia osservazione, il rifiuto del realismo, la negazione dell’oggettività ontologica è una componente essenziale degli attacchi verso l’oggettività epistemica, la razionalità, la verità e l’intelligenza nella vita intellettuale contemporanea. Non è un caso che le varie teorie del linguaggio, della letteratura e anche dell’educazione che tentano di scalzare le concezioni tradizionali della verità, dell’oggettività epistemica e della razionalità si basino in gran misura su argomentazioni contro il realismo esterno” (221).

 

IX

Verità e corrispondenza

 

L’idea intuitiva della verità come corrispondenza

“Le asserzioni sono tentativi di descrivere il modo in cui le cose, che esistono indipendentemente dalle asserzioni, sono nel mondo. L’asserzione sarà vera o falsa a seconda che le cose nel mondo siano realmente nel modo in cui l’asserzione dice che sono” (223).

La versione della teoria della corrispondenza sostenuta da Searle può essere così formulata:

“Per ogni s, s è vero se e solo se s corrisponde al fatto che p”

dove p si ottiene da s via devirgolettamento (s= “la neve è bianca”, p=la neve è bianca).

 

Le obiezioni di Strawson alla teoria della corrispondenza

Intorno al Cinquanta ci fu una discussione tra Austin e Strawson sulla teoria della verità, da cui si ritiene che sia uscito vincitore Strawson. Austin sosteneva una particolare teoria corrispondentista della verità, e sembrò che Strawson, confutandola, avesse confutato ogni teoria corrsipondentista. Questa era allora anche l’idea di Searle, che però più tardi si convinse di dover riabilitare tale concetto di verità.

L’idea dell’isomorfismo tra elementi della proposizione ed elementi dei fatti, sostenuta da Wittgenstein, nel Tractatus è assurda secondo Searle come secondo Strawson: i fatti non hanno una realtà in sé indipendente dal linguaggio.

 

Verità, fatti, devirgolettamento e corrispondenza

Criterio della corrispondenza e del devirgolettamento “sono in fondo la stessa cosa” (232) secondo Searle. Non tutti, però, la pensano così: “per molti questi due criteri per la verità non sembrano dare sempre lo stesso risultato. Il devirgolettamento fa sembrare che la parola ‘vero’ non aggiunga effettivamente nulla all’asserzione originaria. Sembra che dire “E’ vero che il gatto è sul tappeto” sia solo un altro modo di dire “Il gatto è sul tappeto”, e quindi pare che la parola ‘vero’ sia ridondante. Per questa ragione il criterio del devirgolettamento ha ispirato la ‘teoria della verità come ridondanza’, teoria secondo cui la parola ‘vero’ è ridondante, non descrivendo niente” (232-33).

Il teorico corrispondentista deve fronteggiare di conseguenza due problemi:

1.        “possiamo avere una concezione effettiva della teoria della corrispondenza coerente con il criterio del devirgolettamento?” (ivi).

2.        “Possiamo replicare alle obiezioni di Strawson alla teoria della corrispondenza?” (ivi)

Prima di rispondere a queste domande S. analizza  l’uso ordinario di “vero” e di “falso”: si tratta di “un’impresa in stile wittgensteiniano” (234).

Egli osserva che true viene dalla stessa radice etimologica di trust, ed entrambe dalla radice indoeuropea deru, che sta per albero (tree), “suggerendo integrità e affidabilità in generale”: “non ci sono solo asserzioni vere ma amici veri (amici reali o genuini), emozioni vere (sinceramente sentite, non false), veri eredi (giusti o legittimi), così come il vero nord, vere trote (la trota di ruscello dell’est non è una vera trota, è un salmerino), coltelli che tagliano davvero, e veri credenti” (234). Tra questi vari significati c’è una “somiglianza di famiglia”: un’asserzione è vera quando è attendibile e affidabile. Se ne conclude che ‘verità’ “applicato alle asserzioni è un termine di valutazione che implica attendibilità e il devirgolettamento ci fornisce un criterio di attendibilità” (ivi).

S. passa quindi ad analizzare il termine ‘fatto’: “noi sappiamo con certezza che questa parola deriva dal latino ‘factum’, che è il participio passato neutro del verbo ‘facere’, che significa ‘fare’. Così, mescolando tre lingue, si può dire che il ‘factum’ è la ‘cosa fatta’ e il ‘fait accompli’. Ecco la connessione.” (234-5): fatto è venuto ad indicare “ciò in virtù di cui le asserzioni vere sono vere” (ivi).

A differenza di quello che pensava Strawson, però, i fatti non sono in generale linguistici, ma sono condizioni, per lo più extralinguistiche, che rendono vere asserzioni linguistiche.

Il concetto di “corrispondenza” infine indica il successo o l’insuccesso dell’asserzione rispetto ai fatti.


 

[1] “Non voglio lasciare intendere che le mie tesi non sono controverse o incontestate. Ci sono diverse concezioni dell’intenzionalità collettiva altrettanto efficaci. Si veda in particolare M.Gilbert, On Social Facts…; M.Bratman, Shared Cooperative Activity, “Philosophical Review”, 101, 2, 1992, pp. 327-41; e R.Tuomela e K.Miller, We-Intentions, “Philosophical Studies”, 53, 1988, pp.367-89.

[2] Che cosa non funziona negli argomenti dei critici del realismo? Putnam, ad esempio, assume due tesi per  caratterizzare il realismo: 1) Esiste la realtà indipendentemente dalle nostre rappresentazioni di essa; 2) c’è uno e un solo schema concettuale corretto per descrivere la realtà. Ora, gli argomenti del tipo di quello delle tre circonferenze colpiscono le due tesi insieme, non la prima. Secondo Searle, però, solo la prima è essenziale per il realismo.