LA CRISI DEL VENTINOVE

Destinatari: studenti del quinto anno di corso di liceo classico e scientifico.

Presupposti:

  1. Conoscenza: funzionamento del sistema finanziario; conoscenza delle principali teorie del liberalismo economico e politico dell’Ottocento; conoscenza degli assetti economici e politici europei dopo la prima guerra mondiale, in particolare dopo gli accordi di Versailles, delle connessioni economiche tra America ed Europa, delle risoluzioni della Conferenza di Genova (gold exchange standard); conoscenza in particolare della situazione tedesca: la crisi dei primi anni ’20 e il piano Dawes; conoscenza delle dinamiche sociali innescate dalla razionalizzazione del sistema produttivo (Fordismo e Taylorismo).
  2. Competenze: capacità di comprensione e ricostruzione dei contenuti di un testo.

Obiettivi:

  1. Conoscenza: conoscenza degli avvenimenti economici e politici in Europa e in America durante gli anni ’30; conoscenza delle dinamiche sociali innescate dalla crisi, con particolare attenzione per il caso tedesco; conoscenza delle contraddizioni del capitalismo, delle nuove teorie economiche keynesiane, e della politica economica rooseveltiana
  2. Competenza: comprensione di un manuale storiografico, saper leggere le testimonianze storiografiche e leggere in modo storico i documenti anche non propriamente storici come film e manifesti pubblicitari.
  3. Atteggiamenti: sviluppo di un atteggiamento critico nella lettura dei testi a disposizione, sviluppo dell’abitudine a problematizzare e a dialogare su temi di importanza storico- economica.

Tempi: 4 ore circa per le lezioni in classe, 2 ore circa per al visione del film, 2 ore circa per le verifiche.

Strumenti: utilizzo di testimonianze storiche e materiale audiovisivo e pubblicitario ( in particolare si pensa di procedere alla visione del film Furore di John Ford).

Metodi: lezione frontale alternata alla lettura di testimonianze storiche e dei documenti a disposizione.

Contenuti: cfr. oltre.

Verifiche Sommative: cfr. oltre.

Verifiche Formative: si prevede la discussione aperta con gli studenti sugli argomenti affrontati, per verificare non solo l’acquisizione delle nuove conoscenze, ma, con opportuni collegamenti, anche la conoscenza dei prerequisiti.

 

 

 

 

DOCUMENTI

"La grande depressione fu un processo in due tappe, formate da diverse fasi.

Noi avemmo una crisi dovuta a cause interne, che iniziò con il crollo della borsa nell’ottobre del ’29, ma, mentre stavamo per uscirne,le difficoltà europee si alzarono con la forza di un uragano e ci colpirono nell’aprile del ’31.

Dunque la grande depressione, prima del crollo europeo, non era in verità ancora iniziata negli Stati Uniti

Si è affermato che il crollo della Borsa aveva distrutto l’economia mondiale. In effetti non fu così. Il grande centro della tempesta fu l’Europa.

Questa tempesta avanzò lentamente fino alla primavera del ’31, momento in cui scoppiò violentemente nella forma di un tifone finanziario.

Le ferite dell’Europa erano così profonde che il totale crollo della maggior parte delle economie europee, alla metà del ’31, ci gettò in abissi mai visti prima, non paragonabili alle nostre depressioni del 1820, 1837 e 1872."

Herbert Clark Hoover, Presidente degli U.S.A. (1928-32).

 

La crisi scoppiò il 24 ottobre 1929, da allora definito "giovedì nero" della Borsa di Wall Street, a New York, con la vendita di quasi tre milioni di azioni a costi ribassati. Il tentativo di alcuni dei principali banchieri di organizzare un consorzio per fermare il collasso fallì, e cominciò la corsa alla vendita delle azioni nel tentativo di salvare i capitali. Di conseguenza, il lunedì seguente, 28 ottobre, vennero scambiate 9,25 milioni di azioni, con una perdita media di 49 punti sulle azioni industriali; la crisi continuava in un crescendo vertiginoso, dato che il martedì 29 ottobre, martedì nero, si toccò l’apice di ben 16 milioni di titoli scambiati con un'ulteriore perdita di 43 punti. Il meccanismo ormai innescato era inarrestabile:  il mercoledì 30 ottobre la Borsa aprì con una perdita di 43 punti.

La dimensione della crisi è comprensibile se consideriamo che nel settembre 1929 l’indice di Borsa aveva raggiunto i suoi massimi storici, arrivando a ben 449 punti, e che a metà novembre dello stesso anno era sceso a 224 punti; questo vuol dire che si era verificata una perdita globale di 26 miliardi di dollari.

La crisi del capitalismo

La prima guerra mondiale aveva portato numerosi Paesi europei ai margini della bancarotta, dalla quale poterono uscire, in parte, solo grazie al cospicuo flusso di capitali provenienti dagli Stati Uniti, la cui economia aveva beneficiato della guerra.

Tra il 1923 e il 1929, infatti, gli USA avevano conosciuto un vero boom economico; sembrava essersi realizzato un "circolo virtuoso": l’alta produttività permetteva di risparmiare forza lavoro e quindi di mantenere stabili i salari; la stabilità di questi permetteva di mantenere stabili i prezzi, questo favoriva la propensione agli investimenti, che, a loro volta, permettevano di elevare ulteriormente la produttività.

Tra la tendenza all’aumento della produzione per soddisfare il consumo di massa, e la tendenza a mantenere bassi i salari vi è, tuttavia, una contraddizione insanabile; infatti, all’aumento della produzione non corrisponde un effettivo aumento della capacità di acquisto dei lavoratori, causando inevitabilmente un surplus di prodotto invenduto.

Ad aggravare la situazione era stata anche la razionalizzazione del processo industriale, che aveva permesso un aumento della produzione con una progressiva diminuzione della manodopera.

Ad entrare in crisi furono soprattutto le politiche economiche liberali; convinte della capacità del mercato di auto-regolarsi, infatti, seguendo questa linea, le amministrazioni repubblicane non posero freno all’attività speculativa che era dilagata negli anni ‘20, specie in Borsa, ove in due anni il prezzo delle azioni salì a livelli spropositati rispetto al loro valore reale. Il grande boom speculativo, vero motivo della crisi, iniziò nel 1926; la politica di "denaro facile" che consentiva anche ai privati di prendere denaro in prestito dalle banche a tassi di interesse quasi irrisori e la crescita costante dei profitti delle aziende, cominciarono a spingere un cospicuo numero di risparmiatori verso l’acquisto di titoli azionari; man mano che sempre nuovi clienti acquistavano titoli, il valore delle azioni cresceva; perciò chi aveva comprato in precedenza a un prezzo più basso poteva poi rivendere a un prezzo molto più alto; i notevoli guadagni realizzati con queste speculazioni fecero affluire notevoli capitali, anche dall’Europa, a Wall Street, tanto che tra il 1926 e il 1928 il valore medio dei titoli salì da 103 a 331 punti e nell’agosto del 1929 a ben 449 punti .

Le fasi della crisi

Ottobre 1929 – aprile 1931

Il crac borsistico ha come sua conseguenza ovvia e immediata un periodo di recessione: la produzione industriale negli USA diminuì circa del 48% rispetto al 1928; i prezzi agricoli si ridussero di oltre il 25% e quelli industriali di oltre il 50%; questo portò un aumento vertiginoso della disoccupazione, dato che il fallimento di molte industrie portò a una serie di licenziamenti senza precedenti; più di 5.000 banche su un totale di 24.000 dovettero chiudere, con la conseguente perdita dei risparmi di molti piccoli e medi consumatori.

Questo, in realtà, non fece che alimentare la crisi dato che comportò un notevole ridimensionamento della capacità di acquisto della popolazione, elemento propulsore del capitalismo.

Non possiamo dimenticare che, in seguito agli equilibri successivi alla prima guerra mondiale, l’intera economia mondiale era condizionata dalla produzione e dagli scambi con gli USA; gli investimenti americani nel mondo calarono complessivamente del 55%, e la produzione industriale del 37%. Si innescò un processo a spirale che alimentava se stesso, tanto meno si scambiava tanto minore era la valuta pregiata posseduta dai singoli Stati per acquistare all’estero, risultato di questo processo fu che il commercio internazionale subì una contrazione di oltre il 60%.

Aprile 1931 – Luglio 1931

La crisi comincia a diffondersi in Europa, ma il contraccolpo si fa sentire duramente negli USA. La principale Banca austriaca, il Credit-Anstalt, crolla. Crollano gli investimenti diretti degli Stati Uniti in Germania, che più di altri Paesi europei dipendeva dagli investimenti americani, provocando fallimenti bancari, e l’inizio della moratoria dei pagamenti dell’Europa centrale.

Luglio 1931 – Novembre 1931

La crisi tocca la Gran Bretagna a causa delle perdite subite per effetto dei fallimenti bancari nell’Europa centrale; di conseguenza anche i Paesi Scandinavi subiscono l’effetto della diminuzione degli investimenti britannici; tuttavia la Gran Bretagna fu colpita dalla crisi solo in parte, potendo contare su ampi imperi coloniali, grazie ai quali, rispetto agli altri Paesi europei, era meno dipendente dall’economia americana: la produzione si contrasse solo del 15%.

Dicembre 1931 – Marzo 1933

Gli USA raggiungono il fondo della crisi; per cercare di porre freno alla situazione l’amministrazione repubblicana crea la "Reconstruction Finance Corporation" per cercare di aiutare le imprese in difficoltà; la legge Glass – Steagall allarga i limiti del credito, il Bonus Bill prevede un piano di assistenza ai disoccupati . La disoccupazione registra gli indici più alti riguardando ben 12 milioni e mezzo di cittadini, ovvero il 25% della popolazione. Questo stato di disagio porta alle primi agitazioni sociali.

Conseguenze economiche

La crisi non colpì tutti i Paesi allo stesso modo.

Il pericolo primo della crisi fu la svalutazione della moneta; per evitarlo, i governi ricorsero alla deflazione; fallito questo tentativo, la reazione più immediata fu il tentativo di rivitalizzare l’economia interna, con l’adozione di misure protezionistiche. Il primo ad adottare una politica protezionistica con l’innalzamento delle barriere doganali fu Herbert Hoover che nel 1930 approvò un nuovo regolamento doganale, lo "Smooth – Hawley", che imponeva dazi elevatissimi su un gran numero di prodotti, dando così origine a una serie di ritorsioni commerciali a catena. L’Italia, ad esempio, fu gravemente danneggiata nelle esportazioni di olio di oliva e abbigliamento; bloccò così l’importazione di auto americane e francesi.

(visione manifesto pubblicitario)

La crisi si aggravò quando il 21 settembre 1931 la Gran Bretagna abbandonò il regime aureo, dichiarando l’inconvertibilità della sterlina con l’oro, e lasciando che fluttuasse liberamente; in breve tempo la sterlina si deprezzò di circa il 30%. La decisione inglese si fondava sulla debolezza dell’economia britannica, non più competitiva sul mercato internazionale, che rendeva la sterlina inadeguata a fungere da fulcro del sistema monetario internazionale. I 25 Paesi del Commonwealth adottarono lo stesso provvedimento; le conseguenze di questa politica furono negative perché diminuirono ulteriormente le capacità di acquisto sui mercati interni, inoltre il sistema economico internazionale si andò frantumando.

Germania e America cercarono di resistere al deprezzamento: questo portò a un rapido declino della competitività delle merci tedesche in un mercato internazionale sempre più povero, e a una diminuzione della produzione industriale di oltre il 50%; inoltre la scelta di osservare il pareggio del bilancio portava il governo tedesco in una situazione di crisi continua.

Non possiamo, infatti, dimenticare che la Germania fu tra i Paesi europei più colpiti dalla crisi, in quanto fortemente dipendente dai prestiti e dagli investimenti di capitali americani. La crisi, inoltre, si inseriva in un contesto già fortemente provato, sia da un punto di vista economico che sociale, dalle dure riparazioni di guerra imposte a Versailles; per questo l’aumento della disoccupazione, che raggiunse oltre 3 milioni e mezzo di persone, fu fortemente sentito.

La frantumazione del mercato mondiale portò alla creazione di mercati chiusi e protetti; la Gran Bretagna nel 1932 stabilì, nella Conferenza di Ottawa, accordi economici con i Paesi del Commonwealth, divenendo il centro di un sistema di scambi protetti sia con le colonie che con i dominion che facevano parte del Commonwealth; la Germania tentò di fare la stessa cosa formando la "Zollunion" (unione doganale) con l’Austria, ma la Francia, memore del ruolo della "Zollverein" (Lega doganale) nella crescita della Prussia, pose il suo veto; questo episodio contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione in Germania, non solo da un punto di vista economico ma anche politico e sociale.

La crisi economica ebbe come conseguenza fondamentale l’abbandono del liberismo economico; infatti, era ormai chiaro che il ciclo economico, entrato in fase di recessione, non era in grado di riequilibrarsi da solo, anzi entrava in una spirale negativa che lo portava inevitabilmente al collasso. Una ripresa dell’economia implicava necessariamente una presenza dello Stato, come soggetto super-partes, in grado di regolare i meccanismi economici.

Conseguenze sociali

Lo strato della popolazione più colpito fu la media borghesia, ovvero quel ceto che negli anni ’20 aveva sostenuto la domanda di generi di consumo durevoli e, nel periodo delle forti speculazioni, aveva investito tutti i risparmi in azioni; anche per questo i settori più colpiti dalla crisi furono l’edilizia e il settore automobilistico, provocando conseguenze a catena che portarono nel breve periodo a un aumento vertiginoso della disoccupazione e quindi anche a una forte crisi del settore primario.

Numerose piccole e medie aziende, commerciali e agricole, a gestione prevalentemente familiare, fallirono, provocando la crisi di un intero ceto sociale, i piccoli proprietari, il cosiddetto "vecchio ceto medio"; questo, se da un lato comportò il riversarsi di masse contadine nelle città, e l’accentramento della proprietà agricola in poche mani, dall’altro portò a nuova definizione delle classi sociali; si parla, infatti, di una semplificazione della dinamica delle classi, che vedrà contrapposti due ceti, una borghesia ormai ristrettissima e un vastissimo proletariato, dato che contadini in possesso di piccole proprietà e titolari di piccole imprese private finirono nel proletariato industriale; ovviamente tutto questo comportò un serio aumento delle tensioni sociali, che portarono a una serie di scioperi ed ebbero delle conseguenze anche sul piano politico.

Questa enorme massa di popolazione cominciò a chiedere un più diretto intervento dello Stato nella risoluzione della crisi, e una maggiore assistenza ai disoccupati e sarà la base su cui poggeranno i nuovi governi di destra.

Nelle dinamiche sociali che si vennero a configurare, un elemento particolare fu rappresentato dall’avvento del cinema sonoro, che coincise proprio con gli anni della crisi; in un certo senso si potrebbe affermare che il cinema svolse una importante funzione nel controllare la pressione sociale. È stato, infatti, osservato, che negli anni successivi al ’29 l’afflusso di spettatori nelle sale cinematografiche non era diminuito notevolmente, quasi che il cinema venisse percepito come un piacere di cui non si potesse fare a meno.

La spiegazione a questo fenomeno va ricercata sia nella quantità enorme di tempo libero dei nuovi disoccupati, sia nella volontà di "evadere" dalla realtà quotidiana seguendo racconti fantastici. Questa spiegazione non esaurisce tuttavia i motivi dell’importanza del cinema; infatti, proprio in quegli anni accanto ai classici musical si produssero pellicole che rapprestavano la crisi della società attuale, rispondendo alle mutate esigenze sociali; è da notare che film come "la rosa purpurea del Cairo" di Woody Allen, che si propone di spiegare come l’illusione cinematografica regalasse una speranza di una vita migliore alla popolazione disperata degli anni ’30, è in realtà frutto di un’interpretazione posteriore (il film è del 1986), mentre molti film prodotti durante gli anni ’30 miravano a rappresentare la situazione nei suoi aspetti più drammatici: è il caso di "Furore", tratto da un romanzo di J. Steinbeck, e diretto da J. Ford, che vuole rivivere la drammatica situazione dei contadini dell’Oklahoma .

Spunto per la riflessione

In che modo, oggi, cinema e mass- media servono da orientamento delle dinamiche sociali?

Conseguenze politiche

La recessione comportò, per tutti i Paesi, la necessità di sviluppare quanto più possibile il proprio mercato interno, l’abbandono del liberalismo economico portò a un forte intervento dello Stato sia nelle dinamiche economiche, sia negli assetti delle classi sociali; in particolare, lo Stato tentò di difendere la sopravvivenza di alcuni ceti che tradizionalmente avevano svolto la funzione di conservazione politica (i vecchi ceti medi); la progressiva scomparsa di questi ceti e la conseguente polarizzazione delle classi sociali non veniva ben vista dallo Stato, timoroso di perdere larga parte del consenso e di vedere moltiplicati gli scioperi; in alcuni Paesi venne così stabilito un sistema protezionistico per difendere la piccola proprietà; in Italia il regime fascista cercò di impedire il flusso dei contadini verso le città; in questo senso l’intervento dello Stato non avrà il fine di favorire lo sviluppo economico, data la scarsa competitività di queste piccole aziende contro la grande proprietà, quanto di mantenere la stabilità sociale.

Negli Stati Uniti si assistette alla grande trasformazione politica ed economica che prese nome di New Deal; in Germania la crisi della Repubblica di Weimar aprì il varco per l'affermazione del nazionalsocialismo; in Italia si modificarono i rapporti tra il sistema politico e quello economico; infatti, in assenza di concreti programmi economici alternativi, i governi si basavano sul consenso delle masse stremate e promettevano il miglioramento delle condizioni.

Conseguenza primaria di questa situazione di crisi fu il risveglio del nazionalismo economico, cui seguì una politica di tipo imperialista, infatti, molti Paesi tra cui Italia, Germania e Giappone, non videro altra soluzione che cercare nuovi "mercati protetti" dove poter esportare prodotti e potersi risollevare economicamente; così, ad esempio, l’offensiva delle esportazioni nipponiche ebbe come conseguenza l’attacco della Cina.

Spunto per la riflessione

In che senso oggi si può parlare di nuovo imperialismo

La situazione in Germania

La crisi del ’29 colse la Germania in una situazione delicata. Da un punto di vista strettamente politico, la crisi ebbe come conseguenza la caduta del governo presieduto dal socialdemocratico Hermann Müller; infatti la maggioranza formata da socialdemocratici e centristi si divise su una questione di vitale importanza, ovvero se mantenere i sussidi ai disoccupati, aumentando le tasse ad una popolazione già stremata, oppure limitare il carico fiscale e abbandonare alla fame milioni di disoccupati; così Müller nel 1930 rassegnò le sue dimissioni. Il governo Müller fu l’ultimo governo costituzionale; infatti il Presidente Hindenburg, con l’appoggio degli ambienti militari, nominò cancelliere Heinrich Brüning, che in solo 48 ore costituì un nuovo governo; si inaugurava così una pratica divenuta poi consueta: la nomina del governo da parte del presidente.

Brüning, era il leader del Zentrum e raccoglieva l’adesione della destra conservatrice non estremista, di buona parte dell’industria leggera e dei ceti medi agrari, desiderosi di liberarsi dai vincoli imposti dalla gestione socialdemocratica, ma non di liquidare totalmente il modello costituzionale; il suo governo, tuttavia non possedeva la maggioranza in Parlamento, era quindi costretto a cercare l’appoggio esterno di altri gruppi, spesso a destra, ma in definitiva governò in larga misura senza chiedere l’appoggio del Parlamento, operazione fattibile grazie all’art.48 della Costituzione che autorizzava il presidente "a sospendere in tutto o in parte i diritti fondamentali qualora l’ordine e la sicurezza pubblica fossero notevolmente turbati o minacciati".

Il governo cercò di risolvere questa situazione con le elezioni indette nel settembre del 1930; tuttavia il risultato elettorale non fece che peggiorare la situazione: i partiti di centro uscirono fortemente indeboliti, mentre si rafforzavano i partiti di estrema destra e di estrema sinistra; la Germania risultava ingovernabile dato che i partiti di centro non totalizzavano più del 47% dei seggi, e l’estrema destra e l’estrema sinistra, incompatibili con qualunque coalizione, congelavano il 38% dei seggi.

Il risultato elettorale mostra come la crisi economica si riflettesse sugli orientamenti politici della nazione, esasperandoli, e spingendo masse consistenti su posizioni estreme.

La propaganda dell’estrema destra puntava alle masse colpite dalla crisi, ai 5 milioni di disoccupati, e interpretava la crisi come un problema interno, attribuendone la causa alle riparazioni di guerra imposte da Versailles e orientando così la popolazione su posizioni di nazionalismo estremo. La propaganda fu particolarmente efficace grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa, in particolare la radio, inventata nel 1895 da Guglielmo Marconi, mezzo capace di portare la voce dei leader politici anche nelle campagne e di farsi capire anche dagli analfabeti.

L’incompetenza del governo Brüning portò a un vuoto di potere di cui Hitler seppe subito approfittare.

La decisione di Brüning di difendere il valore della moneta, rinunciando a una possibile svalutazione, provocò un rapido declino della competitività delle merci tedesche, e una diminuzione della produzione industriale di oltre il 50% con un ulteriore crescita del numero di disoccupati che nel 1932 arrivarono a 6 milioni; la scelta di osservare il pareggio del bilancio di fronte alla mole di sussidi da erogare, pose il governo sull’orlo della bancarotta.

Anche da un punto di vista di propaganda interna il governo di Brüning si mostrò debole, non smentendo l’estrema destra, pur sapendo che era interesse economico di tutti i Paesi impedire un crollo economico nell’Europa centrale, e che il piano Young, con cui erano stati rinegoziati i termini delle riparazioni belliche tedesche, in rate di 60 anni, andava in direzione di un aiuto formale all’economia tedesca; tuttavia,il governo di Brüning lasciò spazio all’indottrinamento del popolo sulla "congiura antitedesca" e sull’orgoglio nazionale, mostrandosi anche eccessivamente tollerante riguardo ai metodi del partito nazionalsocialista per mantenere l’ordine pubblico.

La situazione peggiorò quando, nel 1931, la Danatbank dichiarò la propria insolvibilità; il danno economico fu enorme e contribuì ad allontanare la popolazione dal governo Brüning, dimostratosi incapace di gestire la crisi, e lasciando nuovi margini di elettorato al nazionalsocialismo.

Le elezioni presidenziali del 1932, videro Hitler contrapposto al vecchio Hindenburg, che vinse; tuttavia Hindenburg era esponente del più rigido conservatorismo e del militarismo, e accogliendo le richieste degli ambienti militari e dei grandi proprietari terrieri, costrinse Brüning alle dimissioni, sostituendolo con Franz von Papen. Il governo von Papen durò solo 7 mesi; le elezioni chieste da Hitler nel luglio del 1932 diedero al nazionalsocialismo la maggioranza relativa, e costrinsero Hindenburg a nominare Hitler cancelliere il 30 gennaio 1933.

Dobbiamo chiederci quali fossero le basi sociali dell’elettorato nazista; contrariamente a quanto potremmo aspettarci, il partito nazionalsocialista non si legò ai ceti alti; al contrario, proprio gli operai, gli artigiani e il ceto medio votarono per Hitler; infatti il partito nazista raccoglieva nelle proprie fila categorie appartenenti agli strati medio-bassi della struttura sociale, in primo luogo lo strato degli operai dequalificati prodotto delle nuove strutture tayloriste, che rimanevano estranei alle organizzazioni politiche ed economiche di sinistra, e che più di tutti speravano in un cambiamento; poi gli appartenenti alle squadre speciali, SA e successivamente SS, che durante la crisi avevano avuto il compito di reclutare quei lavoratori industriali e agricoli, ora disoccupati e che erano stati "salvati" dal partito, in cui ora vedevano una speranza concreta; altra categoria sociale inquadrata nel nazismo era il cosiddetto nuovo ceto medio, ovvero il ceto degli impiegati burocrati, desideroso di distinguersi dal proletariato, uomini di bassa cultura che la propaganda nazionalsocialista riuscì a conquistare con il culto per la superiorità della razza, con il delirio di potenza.

Il nazionalsocialismo si presentava insomma come l’unico partito capace di gestire la situazione, dando al popolo una motivazione alla crisi, identificata in un complotto degli altri Paesi per distruggere l’economia tedesca e insieme una speranza, convogliando allo stesso tempo il risentimento popolare in un forte risveglio nazionalista.

Esemplare, in questo contesto, è il programma con cui il NSDAP presentava Hitler alle elezioni del ’33:

"Hitler è l’ultima speranza di coloro ai quali tutto è stato tolto, casa, podere, risparmi, esistenza, e ai quali una sola cosa è rimasta,la fede in una Germania dove regni la giustizia e che ridia ai suoi cittadini onore, libertà e pane.

Hitler è l’uomo che viene dal popolo, odiato dai nemici perché capisce il popolo e combatte per il popolo.

Hitler vincerà perché il popolo vuole la sua vittoria."

Dal nazionalismo politico al nazionalismo economico il passo è breve; infatti, uscire dalla crisi per i governi di destra era fattibile sia attraverso un rigido controllo sociale e la presenza forte dello Stato nell’economia, sia attraverso una politica imperialista; questo elemento era particolarmente importante nel programma politico hitleriano e espresso con molta chiarezza fin dal Mein Kampf del ’27:

"Il movimento nazionalsocialista deve trovare il coraggio di adunare il nostro popolo e le sue forze per iniziare la marcia su quella via che dall’odierna ristrettezza di spazio vitale condurrà all’acquisto di nuovo territorio.

Così libererà per sempre la nazione tedesca dal pericolo di perire o di servire altrui come popolo di schiavi.

Il movimento nostro deve cercare di eliminare il funesto rapporto attuale tra la nostra popolazione e la superficie del nostro territorio, considerando il territorio sia come una fonte di sostentamento, sia come punto d’appoggio della politica di potenza"

Il consenso al partito cresceva grazie alla politica finanziaria intrapresa dall’allora ministro delle Finanze Reinhardt, che con il "piano Reinhardt" stanziò circa un miliardo di marchi per la realizzazione di numerose opere pubbliche, tra cui un’importante rete autostradale che ebbe poi un ruolo militare primario ma che nell’immediato servì a dare lavoro a milioni di disoccupati. Nell’immaginario collettivo la promessa di "libertà e pane", veniva, in questo modo, mantenuta.

Spunto per la riflessione

Oggi, gli interessi politici ed economici dei leader sono ancora mascherati dall’affermazione di voler migliorare le condizioni della popolazione?

Roosevelt e il New Deal

Franklin Delano Roosevelt fu eletto Presidente degli Stati Uniti il 4 marzo 1933. Il fallimento delle teorie economiche del liberalismo, attuate dal repubblicano Hoover, portò il democratico Roosevelt,a un brusco cambiamento di rotta nell’economia americana, basandosi sulle nuove teorie economiche di John Maynard Keynes.

Keynes teorizzava l’intervento dello Stato nell’economia per correggere le spinte distruttive del sistema; la causa della crisi, a suo dire, stava nell’impossibilità del mercato di assorbire la totalità dei beni prodotti utilizzando a pieno le potenzialità del sistema industriale, per cui in primo luogo bisognava rendere razionale la domanda, provvedendo ad aumentare i salari e soprattutto la spesa pubblica, sia attraverso l’erogazione di denaro come sussidi ai disoccupati, sia attraverso l’assunzione per nuovi lavori pubblici; secondo Keynes era preferibile assumere disoccupati al solo scopo di far loro scavare buche per poi riempirle.

Il nuovo imperativo del Novecento era "consumare", che si opponeva all’imperativo ottocentesco delle teorie economiche classiche di "produrre"; cadeva così anche il dogma del pareggio del bilancio, pilastro dell’economia liberista.

Tra la statalizzazione dell’economia e il capitalismo anarchico, Keynes proponeva dunque una terza via: lo stato non doveva sostituirsi all’iniziativa privata, ma orientarne l’andamento mediante incentivi e disincentivi, in modo da tutelare gli interessi complessivi del sistema.

Roosevelt salì al potere con l’appoggio dei ceti popolari; fin da subito capì che il principale obiettivo era frenare la recessione, così nei primi 100 giorni di governo varò una serie di provvedimenti di urgenza:

il 9 marzo varo l’"Emergency Banking Act", che prevedeva l’istituzione di ispezioni governative (tramite la Reconstruction Finance Corporation) sull’operato delle banche e sui movimenti dell’oro; l’emissione di nuove banconote; la creazione di un fondo di garanzia federale a tutela di tutti gli utenti; in questo modo si procedeva a una vera riorganizzazione del sistema creditizio americano, affidando a un ente pubblico il controllo su un gran numero di banche.

Il 31 marzo istituì il "Civilian Conservation Corp", corpo forestale civile, ove occupò migliaia di giovani disoccupati per lavorare alla conservazione di parchi, foreste e risorse naturali.

Il 12 maggio costituì il "Federal Emergency Relief Act", ente nazionale di assistenza pubblica; e l' "Agricultural Adjustement Act", per riassestare l’agricoltura, promovendo il credito agrario,e favorendo una pianificazione della produzione complessiva, previi indennizzi e altre garanzie agli agricoltori.

Il 18 maggio varò il "Tennesse Valley Authority Act", con cui si iniziava grandi lavori pubblici per la sistemazione idrogeologica del bacino del fiume Tennesse. In questo modo non solo il governo si impegnava in un progetto di lavori pubblici di enorme portata, ma si poneva anche come futuro produttore di energia elettrica per un’intera regione.

Nell'aprile del 1933 con il "Emendamento Thomas" venne sospesa la convertibilità del dollaro con l’oro.

Il 16 giugno 1933 Roosevelt varò il suo provvedimento più significativo, il "National Industrial Recovery Act" (NIRA), che si articolava in due programmi complementari: da una parte una serie di codici di regolazione del mercato e delle relazioni sociali, al fine di moderare la concorrenza tra le imprese, sostenere i prezzi e garantire ai lavoratori un salario minimo; dall’altra un piano di lavori pubblici di ampia scala per il quale fu stanziato un fondo di ben 3,3 miliardi di dollari. La legge autorizzava il presidente a rendere obbligatori nei vari settori industriali dei "codici di concorrenza leale" i quali in opposizione alle precedenti leggi antitrust davano ufficialità alle intese tra produttori allo scopo di mantenere i prezzi a un livello superiore a quello di mercato. La legge, inoltre, concedeva ai lavoratori il diritto di organizzarsi, di eleggere propri rappresentanti e di concludere contratti collettivi di lavoro; prevedeva anche un massimo di ore lavorative settimanali. Veniva inoltre istituita l’assicurazione per la vecchiaia e la disoccupazione, con lo stanziamento di fondi pubblici appositi: nasceva il moderno Welfare State.

La politica economica rooseveltiana, nell’immediato sortì effetti positivi, ma un’analisi più ampia mostra come ancora nel 1936 non si erano raggiunti i livelli produttivi del 1929, e i disoccupati fossero ancora 7 milioni; questo dimostra come pur passando la fase più acuta della crisi, permanga una condizione diffusa di malessere economico.

Sul piano sociale il New Deal ebbe effetti positivi, ripristinò un clima di fiducia e consenso intorno al governo; inoltre favorì il rafforzamento dell’organizzazione sindacale, da contrapporre alla larga opposizione che cresceva nei suoi confronti nelle fila del ceto imprenditoriale, a questo scopo varò la "Wagner Act", nel 1935, istituendo uno speciale sistema giudiziario per reprimere i comportamenti antisindacali delle imprese.

Possiamo, dunque,identificare le forze sociali che sostenevano Roosevelt nei sindacati, nei lavoratori poveri, negli agricoltori e nella piccola borghesia salvata dall’intervento statale. Roosevelt, proprio per questo motivo, ebbe degli oppositori molto importanti: sul piano istituzionale il centro della coalizione fu la Corte Suprema, che aveva anche funzioni di corte costituzionale, che tra il 1935-36 giunse ad abolire i due pilastri del New Deal: il National Industrial Recovery Act, e l’Agricultural Adjustement Act; ma il cuore dell’opposizione era negli ambienti finanziari e imprenditoriali che vedevano nella sua politica favorevole ai sindacati ed assistenziale un grave pericolo per le loro ricchezze.

Roosevelt, tuttavia, non voleva legarsi a un ceto in particolare e cercò di recuperare almeno parte dei consensi dell’alta borghesia; infatti, dopo aver abolito il proibizionismo, a partire dal 1937-38 invitò i sindacati a sospendere le offensive e consolidare le proprie conquiste: iniziava così il secondo New deal.

In questa seconda fase del suo governo Roosevelt, per alcuni aspetti, si attenne maggiormente alle teorie keynesiane, infatti, ridusse progressivamente i sussidi ai lavoratori, sostituendoli con forme di assistenza locale o investimenti produttivi destinati a creare occupazione. Il ripiegamento rooseveltiano mostra probabilmente un’adeguarsi ai ritmi relativamente bassi di crescita dell’economia, come dimostravano anche le prime stime degli effetti del New Deal, un atteggiamento che contrasta con l’entusiasmo interventista dei primi tempi. Una vera espansione economica si sarebbe verificata solo nel 1939, quando l’America avrebbe cominciato a riarmarsi.

Spunto per la riflessione

Oggi, gli interessi delle industrie belliche sono ancora così forti? Può la guerra essere ancora strumento per contrastare la recessione economica?

 

 

Verifiche sommative

Modalità: domande a risposta breve

  1. Descrivi le principali differenze tra liberalismo economico e principi economici keynesiani e analizza le conseguenze delle loro applicazioni.

  2. "La grande depressione fu un processo in due tappe, formate da diverse fasi.

    Noi avemmo una crisi dovuta a cause interne, che iniziò con il crollo della borsa nell’ottobre del ’29, ma, mentre stavamo per uscirne,le difficoltà europee si alzarono con la forza di un uragano e ci colpirono nell’aprile del ’31" . Analizza criticamente questa frase del presidente Hoover, e delinea le principali conseguenze economiche della crisi del ’29 in Europa e in America.

  3. Dopo la crisi del ’29 l’intervento dello Stato per regolare il mercato è teorizzato da più parti. Quali sono le differenze significative tra la politica economica rooseveltiana e quella hitleriana?

  4. Analizza le differenze e le eventuali implicazioni tra nazionalismo e protezionismo. Il New Deal può essere considerato una forma di protezionismo?

  5. Descrivi il contesto economico, sociale e politico nel quale il nazionalsocialismo da formazione politica minore si trasforma in forza politica egemone in Germania.

  6. Ricerca i motivi di novità della politica economica rooseveltiana. Fai un confronto con la politica economica di Hoover.

  7. La crisi del ’29 non rivoluzionò solo l’economia; anche la struttura della società cambiò radicalmente. In che modo le nuove dinamiche sociali favorirono l’ascesa del nazionalsocialismo?