La decolonizzazione in Africa

 

Destinatari:

Studenti dell’ultimo anno di corso

 

Prerequisiti:

a) conoscenza delle linee fondamentali attraverso cui si costituiscono gli imperi coloniali delle nazioni europee. La Conferenza di Berlino del 1883.

b) conoscenza della situazione politica internazionale del dopoguerra: l’emergere delle due superpotenze, i mutati equilibri geopolitici e la guerra fredda

 

Obiettivi:

- conoscenze

a) comprendere il rapporto che era istituito tra colonizzatori e colonizzati, alla vigilia del processo di disgregazione degli imperi coloniali europei

b) alcune differenze strutturali tra la colonizzazione inglese e quella francese

c) le cause dell’indipendenza concessa o conquistata dagli stati africani

d) comprendere le cause dei problemi dell’indipendenza dei paesi del “terzo mondo” a partire dalle forme particolari in cui si svolse la decolonizzazione

 

- competenze

a) saper utilizzare fonti di tipo e provenienza diversa (studi, testi di leggi o di discorsi politici, documenti amministrativi, dati economici, romanzi, reportage giornalistici) per lo studio di un problema storico.

b) studiare eventi storici in una prospettiva non solo europea

 

Tempi:

2 ore per l’esposizione, la lettura e il commento dei brani letti in classe

 

Strumenti:

Giardina, Sabbatucci, Vidotto, Manuale di storia. 3. L’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1992; S. Weil, Sul colonialismo, ed. Medusa, Milano 2003; R. Betts, La decolonizzazione, ed. Il mulino, Bologna 2003; estratti forniti in fotocopia o letti in classe da F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1962; R. Kapuscinski, Ebano, ed. Feltrinelli, Milano 2000.

 

Metodi:

Lezione frontale espositiva, durante la quale si leggono in classe dei brani, principalmente tratti dagli ultimi due testi citati.

 

Verifiche:

La verifica su questa unità didattica è stata condotta dall’insegnante accogliente con un’interrogazione orale.

 


 

Schema svolgimento dell’unità didattica:

 

1) Definizione di quello che era considerato l’impero coloniale delle potenze europee attraverso tre punti di osservazione

- Una prospettiva europea: le esposizioni internazionali di Londra e Parigi: creazione del consenso, unità dell’impero?

- Una prospettiva dalle colonie: gli amministratori europei e i testi dell’occupazione coloniale: separazione (anche geografica), senso di superiorità e ideologia della “missione civilizzatrice”

- I popoli colonizzati: voci di opposizione, nascita di un senso di inferiorità e della consapevolezza di un torto subito

 

2) La seconda guerra mondiale e i suoi effetti:

- perdita di importanza politica delle nazioni europee colonizzatrici

- emergere delle superpotenze USA e URSS: politica americana a favore della decolonizzazione, gli Stati Uniti come nuovo riferimento mondiale di controllo internazionale, l’America è il nuovo “arsenale della democrazia”

- un caso esemplare: la crisi di Suez del 1956

- esplosione dei movimenti di protesta: punti di riferimento ideologico e di sostegno concreto per i movimenti indipendentisti spesso sono il comunismo da un lato (Vietnam esempio più eclatante) e il panarabismo o l’integralismo islamico dall’altro

 

3) L’indipendenza e i suoi problemi: il peso dell’eredità coloniale

- mancanza di una classe dirigente locale preparata specialmente su temi “tecnici” ed economici

- crisi economica dei primi anni ’70 che si aggiunge ai problemi delle nuove nazioni indipendenti, dipendenza economica dalle vecchie nazioni europee

- assenza di cambiamenti reali, sostituzione del  personale: inefficienze e corruzione

 

4) L’emergere dell’esercito come l’unica struttura organizzata in grado di garantire il mantenimento dell’indipendenza e l’ideologia nazionalista: colpi di stato, dittature, warlords

 

 

La lezione si è svolta privilegiando alcuni aspetti del processo di decolonizzazione, comuni alla gran parte degli stati che ottennero l’indipendenza tra gli anni 50 e 60; avvertendo comunque gli studenti del rischio di generalizzazione sempre presente in un approccio di questo tipo, si è cercato di ricostruire quanto più possibile uno schema di svolgimento che sottolineasse le cesure più significative e desse ragione di alcune delle linee di sviluppo fondamentali dei processi di conquista dell’indipendenza. In questo modo, anche per ragioni di tempo, non ci si è soffermati sulle storie particolari dei singoli stati, che sono state utilizzate solo a scopo di esempio; questo ha permesso inoltre di inserire meglio la decolonizzazione nel quadro più ampio della storia del 900.

Lo spazio dedicato alla prima parte, che pure non riguardava strettamente il processo di decolonizzazione, ha consentito infine di riflettere più in generale sul rapporto tra gli europei e i popoli delle loro colonie con dei riferimenti a tale rapporto fin dalla scoperta e “conquista” dell’America.

 

 

 

 

 

 


 

 

UNITA’ DIDATTICA

 

Che cos’erano le colonie nella concezione europea? Possiamo cercare di comprenderlo attraverso due prospettive (entrambe europee, ma fino alla seconda guerra mondiale esiste praticamente solo il punto di vista europeo)

Un primo punto di osservazione possono essere considerate due esposizioni internazionali dedicate alle colonie organizzate dalle due maggiori potenze imperialistiche, la Francia e la l’Inghilterra, nel periodo tra le due guerre mondiali, ovvero nel periodo di massima espansione dei rispettivi domini coloniali: esposizione dell’impero britannico (Londra 1924) e esposizione coloniale internazionale (Parigi 1931).

I possedimenti coloniali di Francia e Inghilterra erano presentati in entrambi i casi con riproduzioni in miniatura di paesaggi dei pesi lontani che, visti da questa grande distanza, davano un’impressione di grande varietà e diversità, ma anche quella di un insieme nel complesso ben ordinato e funzionale. Le rappresentazioni apparentemente realistiche dei centri delle capitali delle nazioni colonizzate suscitavano grande ammirazione negli osservatori, che vedevano riprodotte come in una serie di vetrine, le varie conquiste dell’impero. Visti dalla distanza delle capitali europee i paesi colonizzati apparivano una raccolta di curiosità e meraviglie naturali dal grande effetto, armonizzate dal perfetto funzionamento delle strade, delle “infrastrutture”, e dall’imponenza degli edifici pubblici sui quali sventolavano le bandiere della Francia o dell’Inghilterra. Erano rappresentazioni sicuramente funzionali alla promozione dei governi europei e alla creazione del consenso tra i visitatori delle esposizioni, rappresentazioni la cui aderenza alla realtà era molto limitata.

Come secondo punto di osservazione delle colonie possiamo utilizzare le testimonianze dei funzionari europei che vivevano nelle colonie, cioè di coloro che dovevano realmente esercitare il governo locale, riscuotendo le imposte, garantendo l’ordine e i servizi pubblici etc.

L’omogeneità e a funzionalità ordinata dei plastici delle esposizioni internazionali si rompe subito: notiamo come questi uomini vivessero separati dalla popolazione locale: abitavano in un quartiere separato e a loro appositamente riservato, spesso mantenevano il divario linguistico e quando dovevano parlare degli “indigeni” nei loro rapporti lo facevano con un atteggiamento di distaccata osservazione naturalistica. Gli uomini erano descritti come un elemento del paesaggio naturale, e qui ritroviamo invece una caratteristica comune a quella delle esposizioni: come i visitatori europei ammiravano con curiosità le colonie così gli amministratori locali, allo stesso modo degli antropologi, osservavano e descrivevano, senza mescolarsi a loro, gli “indigeni”. La separazione geografica e sociale dava luogo a quella che è stata definita una “mentalità da enclave”: colonizzatori e colonizzati non si mescolavano e non si conoscevano reciprocamente. Quali erano le caratteristiche che gli europei ritenevano di dover notare delle popolazioni che governavano, come si costituiva cioè questo rapporto dove gli uni e gli altri si osservavano senza “parlarsi”, dove gli uni governavano e gli altri erano governati, senza conoscersi?

Possiamo sintetizzare la visione dei popoli colonizzati come “primitivi”: la differenza profonda che i colonizzatori sentivano, e che mettevano in pratica, nei confronti dei popoli delle colonie, si traduceva cioè nella percezione europea in un sentimento di superiorità rispetto a un universo culturale rimasto “indietro” sulla via del cammino verso  la civiltà. Gli europei di fronte a culture ritenute infantili, superstiziose, irresponsabili, ignare di tecnologia e religione (cristiana ovviamente) collocavano se stessi in un punto più avanzato sull’asse temporale dello sviluppo storico: vediamo due esempi. Il romanziere francese Pierre Mille, riferendosi ai cinesi affermava nel 1905 che essi “essendo privi di ferrovie e di impianti tessili meccanizzati, non avendo avuto Napoleone né Molte, sono di gran lunga inferiori a noi”; ancora più esplicitamente Marlowe, il protagonista di Cuore di tenebra di Joseph Conrad, risalendo il fiume Congo pensava degli indigeni che “nessuno di loro avesse un’idea chiara del tempo, come l’abbiamo noi alla fine di innumerevoli ere. Essi appartenevano ancora agli inizi del tempo – non avevano nessuna esperienza ereditaria che, per così dire, li ammaestrasse”.

La priorità cronologica e di valore della civiltà occidentale si trasformava poi nel diritto di sfruttamento e nella naturale sottomissione di questi popoli, e giustificava la dominazione europea con l’ideologia del “dominer pour servir”: gli europei avevano cioè il diritto di esportare la loro civiltà e i loro valori, ritenuti i valori in assoluto, diritto legato alla convinzione/dovere di fare del bene. Era una sorta di “missione civilizzatrice” ben espressa nella poesia che R. Kipling indirizzava agli americani nel 1899, nel momento in cui si assumevano la responsabilità del governo delle Filippine: Il fardello dell’uomo bianco, fardello che consisteva appunto nel dovere e nella responsabilità di portare la civiltà ai popoli più arretrati.

Il ministro francese delle colonie scriveva nel 1923: “La Francia che colonizza non lo fa per se stessa: il suo vantaggiosi unisce a quello del mondo; il suo sforzo, più che per se stessa, deve andare a beneficio delle colonie, cui essa deve assicurare la crescita economica e lo sviluppo umano”; ancora, l’articolo 3 del mandato conferito alla Gran Bretagna sull’ex Africa Orientale Tedesca recitava: “il mandatario sarà responsabile della pace, dell’ordine e del buon governo del territorio e farà in modo di promuovere quanto più possibile il benessere materiale e morale e il progresso sociale dei suoi abitanti”.

Manca nella nostra analisi il punto di vista dei colonizzati, che difficilmente riuscirono ad esprimerlo e a farlo conoscere prima della seconda guerra mondiale (anche se ciò non significa che voci di protesta fossero assenti nella prima metà del XX secolo)[1]. Senza soffermarci sulle singole voci di opposizione al colonialismo, possiamo provare a interpretare gli effetti di lunga durata dell’occupazione coloniale su questi popoli: prendiamo ad esempio I dannati della terra, un testo del 1962 di Franz Fanon, nativo della Antille Francesi e dirigente politico nella guerra d’indipendenza dell’Algeria. La tesi centrale di quest’opera, definita dal Time “non un libro ma una pietra scagliata contro la finestra dell’occidente”, era che la colonizzazione era stata un atto violento, e che solo con la violenza si poteva si poteva mettervi fine: “Che cos’è dunque, in realtà, questa violenza? L’abbiamo visto, è l’intuizione che hanno le masse colonizzate che la loro liberazione deve farsi, e non può farsi, se non con la forza…Poiché la violenza, e qui è lo scandalo, può costituire, in quanto metodo, la parola d’ordine di un partito politico. Quadri possono chiamare il popolo alla lotta armata”. In questo testo, forse quello che ebbe più influenza proprio sulla formazione di un’opinione pubblica sulle colonie, traspariva chiaramente una duplice conseguenza “psicologica”: da un lato creazione di un senso di inferiorità  e dall’altro la maturazione della consapevolezza di un torto subito. La straordinaria diffusione e l’eco che l’opera di Fanon ebbero mettono in luce, come si diceva, l’importanza del nuovo fenomeno esploso dopo la guerra: la presenza di un’opinione pubblica internazionale formata dai nuovi mezzi di comunicazione. Nei venticinque anni in cui si compì la decolonizzazione si moltiplicarono giornali e riviste che, insieme a radio e televisioni, diffusero quelle voci di protesta prima appannaggio solo di un’élite intellettuale coloniale, che gradualmente generarono una coscienza pubblica.

 

La seconda guerra mondiale, tra i mutamenti epocali che determinò nel mondo, annovera anche la fine della preminenza globale delle “potenze” europee, tra le quali solo l’Inghilterra era uscita vincitrice dal conflitto, ma certamente, al di là delle sconfitte, gli equilibri di forza sullo scacchiere mondiale erano cambiati: l’emergere di Stati Uniti e Unione Sovietica, e del peso crescente assunto dall’opinione pubblica internazionale provocarono gradualmente la sostituzione della pax americana a quella britannica come sistema di controllo internazionale dell’ordine mondiale.

A Washington l’opposizione ai governi coloniali si esprimeva da un lato con l’auspicio della creazione di amministrazioni fiduciarie, che avessero giustificazione in virtù di mandati internazionali, e dall’altro nel concreto sostegno a progetti di indipendenza completa. Molti videro in questa posizione americana il proposito di assicurare agli Stati Uniti un nuovo predominio mondiale nel contesto postbellico, ma in ogni caso nessuno stato poteva ignorare la mutata situazione e illudersi di continuare a tenere le colonie come prima della guerra.

Dunque riassumendo la guerra porta sullo scenario delle colonie novità fondamentali: la perdita di potere delle “grandi potenze europee”, l’ascesa delle superpotenze, la crescita di un’opinione pubblica internazionale più o meno favorevole alla piena indipendenza.

Subito dopo la guerra, di fronte alla mutata situazione, gli europei avviano un’evoluzione che cerca di controllare tutti questi fattori (e i primi processi di “decolonizzazione” che essi stavano mettendo in moto) e di dare nuova forma al predominio europeo: si creano il Commonwealth dell’impero britannico e le colonie francesi sono ristrutturate nella Communautè. Sicuramente va segnalata una maggiore duttilità e una pianificazione più lungimirante attuate dalla Gran Bretagna, che con il sistema dei dominions riuscì ad attuare una forma di decentramento (e in alcuni casi di rinuncia completa ad alcuni possedimenti) che le consentì di ridurre il disordine e di evitare in gran parte gli scontri violenti che invece dovettero affrontare i francesi nella dissoluzione del loro impero. Per il governo francese di De Gaulle, in esilio durante la guerra, l’impero coloniale era stato un fattore irrinunciabile, che dava a quel governo un fondamento territoriale: nella ricostruzione dello stato francese le colonie furono una delle fonti essenziali della rinnovata grandezza francese e, al di là di alcune modifiche minori, la politica perseguita da Parigi fu il mantenimento integrale della struttura dell’impero; la guerra d’Algeria mostrò a cosa poteva portare una politica di questo tipo.

In ogni caso l’episodio simbolo della mutata situazione politica e dell’opinione pubblica internazionale fu il caso del canale di Suez del 1956, quando Francia e Inghilterra reagirono militarmente alla nazionalizzazione della Compagnia del canale di Suez, operata dal presidente egiziano Nasser; Israele appoggiò l’azione europea invadendo la penisola del Sinai ma la condanna statunitense dell’operazione e l’ultimatum sovietico costrinsero le due potenze coloniali a cedere e Israele a ritirare le sue truppe.

Quelle che nel periodo tra le due guerre erano state solo voci di protesta ora possono alzare la posta e affondare lo scontro con i paesi colonizzatori. Personaggi come Nkrumah (eroe dell’indipendenza del Ghana, primo tra i paesi africani) divennero internazionalmente noti insieme ai loro slogan di accusa contro l’imperialismo sfruttatore: in nome della lotta per l’indipendenza, la “modernizzazione” e il progresso si ebbero, in Ghana come altrove, manifestazioni e dimostrazioni di protesta, ma anche disordini, incendi, saccheggi, fino alla richiesta di libere elezioni (che spesso nelle colonie inglesi vennero concesse), preludio all’indipendenza.

 

Il non allineamento, ovvero l’affermazione dell’indipendenza politica dall’egemonia delle superpotenze e il rifiuto di schierarsi con i due blocchi contrapposti della guerra fredda, fu la parola d’ordine di molti dei paesi di nuova libertà, ufficializzata dalla Conferenza afroasiatica di Bandung (Indonesia) del 1955. In realtà tali ispirazioni neutraliste furono destinate a restare sul piano dei principi ideologici, mentre la realtà degli equilibri politici (dettati dall’ideologia, dalla religione o semplicemente dalla stessa convenienza economico-politica) portò spesso questi paesi a decise scelte di campo condizionate dal contrasto est-ovest.

Perché le nuove nazioni non riuscirono ad affrontare la sfida posta loro dalla conquistata indipendenza? Innanzitutto mancava quasi ovunque la classe dirigente capace di affrontare praticamente la guida di un paese: gli “eroi” dell’indipendenza non avevano né l’istruzione formale né l’esperienza pratica per il nuovo ruolo di governo cui erano chiamati. Essi erano preparati alla lotta e alla tattica politica, efficaci per l’ottenimento dell’indipendenza ma assolutamente incapaci di affrontare una situazione reale che vedeva città sovraffollate, disoccupazione, squilibri commerciali, amministrazioni inefficienti, caratteristiche comuni a molti paesi dopo la repentina uscita di scena degli europei.

Secondo fattore che mise in crisi le nuove amministrazioni fu l’arrestarsi della crescita economica internazionale che aveva accompagnato gli anni ’50 e ’60, i due decenni in cui la decolonizzazione si era in gran parte effettuata. Diverse furono le cause concomitanti, prima fra tutte la crisi petrolifera del 1973, tanto più pesante per delle economie di paesi come quelli africani che non avevano nessuna struttura per poter utilizzare fonti di energia alternative al petrolio, unico carburante per poter alimentare il loro intero sistema economico. Sempre negli anni ’70 l’emergere di un’economia agricola globale (con la massiccia esportazione da parte dei paesi più avanzati dei prodotti di base, il grano degli USA fra tutti, coltivati con le tecniche più moderne) costringeva i paesi più arretrati a una produzione sempre più specializzata di prodotti agricoli esportabili (banane, cacao, caffè). Si creava così una doppia dipendenza di questi paesi verso le nazioni più ricche, in quanto i primi producevano prodotti per il mercato delle seconde, senza la possibilità di far crescere le loro risorse, diversificando l’economia interna e liberandosi di quella di tipo monoculturale, molto simile a quella dell’età coloniale; nelle produzioni specializzate poi era spesso necessaria la consulenza dei tecnici europei per poter far funzionare L’estrazione di materie prime non agricole subiva le stesse condizioni, con tecnici o addirittura aziende straniere (le uniche in grado di lavorare, senza che avvenisse quasi mai un reale “trasferimento di tecnologie a tecnici di nazionalità locale)a operare sul territorio delle ex-colonie. Le nazioni europee lasciarono al momento dell’indipendenza strutture economiche ancora tipicamente coloniali e in genere arretrate, in cui la carenza più grave era quella di non essere autonome e autosufficienti, ma di essere strutturate in funzione di quella del paese europeo che le aveva create, come appendici di esso, funzionali e subordinate al suo sistema commerciale e/o industriale.

Se dunque dal punto di vista politico denominatore comune dei paesi definiti del Terzo Mondo era il non allineamento, da quello economico il tratto comune sembra essere quello del sottosviluppo, definizione in cui può essere riassunta una situazione diffusa caratterizzata da arretratezza dell’agricoltura e carenza di strutture industriali, al di fuori di quei settori subordinati ai sistemi economici europei, che emarginò progressivamente questi paesi dal commercio mondiale, carenza di infrastrutture civili e attrezzature igienico-sanitarie; ad aggravare la situazione era la crescita demografica in continuo aumento, sì da determinare diffusa povertà, sottoalimentazione, alti tassi di mortalità.

Un ulteriore elemento che ci aiuta a comprendere l’evoluzione seguita ai primi anni di entusiasta decolonizzazione è l’assenza di cambiamenti strutturali negli apparati dei governi e delle amministrazioni: quasi ovunque vennero mantenuti gli organismi coloniali, gli unici possibili per i nuovi stati, all’interno dei quali si verificò solo il ricambio degli uomini. Così come abbiamo visto l’assenza di tecnici realmente in grado di assumere l’amministrazione economica dello stato, allo stesso modo mancava nei paesi di nuova indipendenza una classe dirigente, sia a livello politico alto sia di amministrazione: accadeva che le strutture del governo e dell’amministrazione coloniale fossero mantenute immutate, solo vi avveniva la sostituzione del personale, fuori gli europei, dentro gli africani; significativamente, per accelerare il processo di indipendenza vennero mantenute quasi ovunque le vecchie frontiere tracciate a tavolino dai governanti europei decenni prima. F. Fanon denunciò il pericolo che la nuova classe dirigente continuasse a perseguire solo i propri interessi, questa volta nel nome del nazionalismo, così come aveva fatto la vecchia classe colonialista: “La borghesia indigena, una volta giunta al potere, usa la sua aggressività di classe per fare incetta delle posizioni precedentemente tenute dagli stranieri”; e fu in linea di massima quello che accadde veramente in diversi paesi. Si creò così quasi in un solo colpo una nuova classe sociale, quella della nuova borghesia “burocratica”, che si insediò nella rete di posti di tipo coloniale, che percepiva stipendi favolosi rispetto al reddito medio del resto della popolazione, i cui benefici materiali assorbivano percentuali consistenti dei nuovi bilanci degli stati indipendenti. A questa sostituzione va poi aggiunta la logica tipicamente africana del clan e le divisioni tribali: chi aveva un beneficio di questo tipo doveva favorire la propria famiglia (allargata), mentre sul sistema si sovrapponevano risentimenti e le conflittualità tribali. Nella genesi coloniale dello stato africano i funzionari europei vennero sostituiti dalla nuova classe governativa, creata dall’oggi al domani, altrettanto privilegiata oltre misura, che non creava, non produceva, e si limitava a sfruttare i suoi privilegi. Il risultato più diffuso fu il dilagare della corruzione, la corrispondente elargizione di favori necessari a mantenere le posizioni di privilegio, e il conseguente alimentarsi di odi, vendette e risentimenti tra diverse fazioni.

 

In questo quadro qual era l’unica struttura invece ben lontana dall’inefficienza, disciplinata, diffusa su tutto il territorio, spesso istruita più della media e soprattutto organizzata e coordinata? L’esercito aveva tutte le carte in regola per ergersi a custode e garante del mantenimento dell’indipendenza, condanna la corruzione e accusa di tradimento le nuove classi dirigenti: è in questo modo che spesso si affermano leadership militari, le sole capaci di creare inizialmente quel senso di unità nazionale che legittima la conquista del potere in sostituzione delle vecchie classi dirigenti. Si moltiplicano così nei primi decenni dopo l’indipendenza, in tutto il mondo ex-coloniale e particolarmente nel continente africano, i colpi di stato militari, cui spesso fa seguito la trasformazione della nuova leadership in dittatura militare.

A volte però nessun “uomo forte” riusciva ad accentrare il potere e il paese cadeva nell’anarchia e nella proliferazione di vari capi militari in guerra tra loro. Spesso i futuri dittatori riuscivano a conquistare il potere quando erano presenti nel paese interessi economici (materie prime, petrolio, diamanti) o ragioni di politica internazionale di potenze straniere che avevano tutto l’interesse a mantenere la stabilità e garantivano a questi uomini il loro sostegno. Quando questo, per vari motivi, non accadeva, potevano spuntare negli stati africani i cosiddetti warlords, i signori della guerra: questi comandanti di bande militari, che trovavano il loro nemico e contemporaneamente il sostegno loro e dei loro eserciti nei territori e nelle popolazioni che devastavano e saccheggiavano.

 

Leggiamo dei passi tratti da un articolo di Dan Zaki comparso sull’ “African Statesman”, una rivista trimestrale pubblicata a Lagos, a poche settimane dall’ennesimo colpo di stato militare nigeriano: “I colpi di stato militari come mezzo per deporre i governi sono diventati di moda in Africa e cominciano a rappresentare un elemento inscindibile dalla sua vita politica…Negli anni del colonialismo africano i movimenti di liberazione concentravano gli sforzi sul raggiungimento dell’indipendenza, loro principale obiettivo. Tuttavia le frontiere della maggior parte degli stati africani sono semplicemente il risultato di decisioni arbitrarie delle grandi potenze coloniali, e in definitiva la composizione di questi stati comprende tribù e culture eterogenee, le cui differenze rappresentano una fonte di tensione politica…Questo stato di fatto ha dato origine a un malcontento le cui principali cause sono: la nascita di una borghesia nazionale corrotta, spietata e piena di disprezzo per i propri elettori; l’incremento della crisi economica, aggravata alla cinica insensibilità di una parte dei governanti politici per gli effetti di tale crisi sulla popolazione; la politica degli investimenti di prestigio mascherata da slogan sul bene pubblico, ma in realtà destinata a trasferire i capitali di stato sui conti privati degli uomini politici; la liquidazione o la messa a tacere delle istituzioni democratiche e giudiziarie; gli stravaganti, dispendiosi e inutili viaggi all’estero dei politici e delle loro famiglie a spese dello stato; i brogli elettorali; la crescita e l’emarginazione di un’intellighenzia declassata; l’abbassamento degli stipendi e delle condizioni di vita dei lavoratori; la mancanza di pianificazione economica; i parlamentari delusi ma corrotti; una stampa pavida e disorientata dedita alla dialettica piuttosto che a un onesto e approfondito commento dei fatti e, infine, la disoccupazione crescente. Ecco i bacilli che minano la salute degli stati indipendenti africani. Quando un popolo si trova davanti un governo brutale, spietato e al tempo stesso incompetente, un governo sordo alle necessità della società e incapace di riforme, un governo che ha creato un sistema che esclude qualsiasi modifica legale dell’équipe al potere, ebbene questo popolo deve ricorrere all’unico modo possibile per liberarsi degli arroganti: il colpo di stato”.

 


 

[1] In tutte le colonie esistevano voci di opposizione, che speso furono le occasioni in cui mossero i primi passi politici i futuri leader delle indipendenze nazionali: Ho Chi Min in Vietnam, Kenyatta in Kenya, Nehru in India sono solo gli esempi più eclatanti. Gli esiti concreti dei gruppi di opposizione furono ovunque manifestazioni, scioperi e spesso veri e propri scontri, quasi sempre duramente repressi dalle azioni militari e di polizia delle potenze coloniali