LA GLORIOSA RIVOLUZIONE

 

Destinatari: studenti del quarto anno di corso.

Presupposti: a) conoscenza degli eventi storici e delle problematiche sociali ed economiche dell’Inghilterra elisabettiana; conoscenza delle questioni economiche e sociali caratterizzanti l’Inghilterra della prima metà del XVII secolo; conoscenza degli eventi storici immediatamente precedenti il periodo preso in esame ( la Prima Rivoluzione inglese e l’età di Cromwell); b) capacità di lettura e comprensione di documenti e testi storiografici.

Ai fini di assicurare la conoscenza dei presupposti è stata preparata una scheda riassuntiva con lo scopo di guidare gli studenti nel ripasso affrontato autonomamente. I presupposti di conoscenza verranno poi verificati attraverso una prova strutturata con domande a scelta multipla.

 

Obiettivi: a) conoscenza degli eventi storici e politici, e delle questioni economiche e sociali che portarono l’Inghilterra, attraverso la "gloriosa rivoluzione", verso l’affermazione dei diritti dei cittadini e dei loro rappresentanti e la creazione di una monarchia costituzionale; conoscenza della riflessione teorico-filosofica collegata agli eventi storici affrontati b) capacità di ripercorrere il peculiare percorso storico compiuto dal mondo inglese nel XVII sapendo coglierne la differenze, di presupposti e di esiti, rispetto a quello seguito dagli altri Stati europei nello stesso periodo; capacità di costruire collegamenti interdisciplinari; c) atteggiamento: promozione di un atteggiamento critico- problematico nei confronti di fatti e eventi storici, che sappia ricercare e mettere il luce le questioni economiche, sociali e politiche che fanno da sfondo alla storia degli eventi.

Tempi: quattro ore.

Strumenti: materiale riassuntivo e esplicativo predisposto (come supporto alla lezioni frontali); documenti e testi storiografici.

Metodi: lezioni frontali; lettura critica e analisi dei testi forniti unita a momenti di discussione tesi alla problematizzazione delle questioni affrontate.

Contenuti: cfr. più avanti.

Verifiche formative: la verifica in itinere degli argomenti affrontati verrà attuata attraverso:

- discussioni in classe tese a verificare sia lo studio che la comprensione degli studenti

Verifica sommativa:

Dopo aver ripercorso gli eventi che portarono l’Inghilterra alla "gloriosa rivoluzione", evidenziandone le cause sociali, politiche ed economiche, illustra le conseguenze di tale rivoluzione pacifica e il nuovo contesto istituzionale creatosi (svolgi il tuo componimento facendo riferimento alle tue conoscenze e ai testi letti).

 

 

 

 

L’Inghilterra di Elisabetta

Con l’ascesa al trono di Elisabetta I, che regna sull’Inghilterra dal 1558 al 1603, per il paese anglosassone si apre un lungo periodo di pace e prosperità. Elisabetta attua una politica religiosa ed economica che porterà l’Inghilterra alla ribalta in Europa.

LA QUESTIONE RELIGIOSA

Il problema più urgente che stava di fronte a Elisabetta era quello religioso. Dopo la parentesi del regno di Maria Tudor, moglie di Filippo II, che aveva cercato di restaurare il cattolicesimo adottando sistemi di repressione estremi, il paese chiedeva pace e prosperità. Elisabetta seppe interpretare questo stato d’animo adottando una situazione di compromesso che fissò in maniera definitiva i tratti della Chiesa anglicana: riaffermò la supremazia del sovrano in materia religiosa, ma mantenne l’episcopato e con l’Atto di uniformità del 1559 impose il Libro delle preghiere comuni (Prayer book di Thomas Cranmer), largamente rispettoso della liturgia tradizionale; sul piano dottrinale, invece, i Trentanove articoli di fede promulgati nel 1562 accolsero i motivi fondamentali della teologia calvinista. Il dissenso religioso fu ampiamente tollerato: i siguaci del Papa cominciarono ad essere perseguitati solo dopo la ribellione dei territori del nord 1568-69 e dopo la scomunica lanciata da Pio V alla regina (1570). Solo dopo la morte di Elisabetta i calvinisti più intransigenti, detti puritani, diventeranno una forza di opposizione alla monarchia.

LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE

I meriti del regno elisabettiano in campo finanziario furono la stabilizzazione della moneta e la moderazione dei tributi. La politica di Elisabetta fu tale da secondare il grande moto di espansione dell’economia e della società inglese. Al raddoppio della popolazione nell’arco di circa un secolo ( si stima che la popolazione inglese passò da 2,3 milioni di abitanti agli inizi del 1550 a oltre i 4,5 verso il 1620) si accompagnarono una grande mobilitazione sociale e un rafforzamento dei ceti intermedi: i medi e i grandi proprietari terrieri che formavano la gentry (nobiltà rurale), i gruppi mercantili, gli uomini di legge. La nobiltà titolata dei pari di Inghilterra perse molto del suo potere politico ed economico. La piccola nobiltà (gentry) e gli yeomen (ricchi mercanti che avevano acquistato i beni della corona diventando nuovi proprietari fondiari e che coltivavano le loro terre in modo intensivo accrescendo la produzione e destinando i prodotti a mercati distanti, soprattutto quello londinese, anziché al consumo locale) costituiscono l’elemento trainante dello sviluppo agricolo inglese. Nel settore industriale particolare incremento hanno sia le industrie laniere, in cui i panni grezzi di lana sono filati e tessuti secondo tecniche sempre più raffinate, sia l’industria estrattiva, soprattutto quella del carbon fossile, utilizzato come fonte energetica in sostituzione della legna. La regina dedica grande attenzione all’attività mercantile. Proprio nel commercio e nella navigazione l’età elisabettiana segna l’inizio di una nuova era. Nel 1581 viene fondata la Compagnia del Levante e nel 1600 la Compagnia delle Indie. Non si tratta più di semplici corporazioni di mercanti, ma di vere e proprie società per azioni che ottenevano dalla corona il privilegio esclusivo di commerciare con una certa area geografica in cambio di prestiti e compartecipazioni agli utili. Numerosi erano anche i mercanti che si muovevano a titolo individuale e spesso si dedicavano al contrabbando nelle colonie spagnole ed esercitavano la pirateria sia nell’Atlantico sia nel Mediterraneo. Alcuni di questi uomini ottennero fama e riconoscimenti con imprese storiche come la seconda circumnavigazione del mondo (1577-1580) di cui fu protagonista Francis Drake, che saccheggiò al passaggio le coste occidentali dell’America del sud. Al suo ritorno in patria Elisabetta lo nominò cavaliere. Nel 1585 Walter Raleigh impiantò la prima colonia inglese nell’America del Nord e battezzò queste terre Virginia in onore di Elisabetta, la "regina vergine".

La politica elisabettiana conduce quindi l’Inghilterra verso una piena affermazione del ceto borghese, che riuscirà a imporre il riconoscimento dei suoi diritti tramite la successiva Rivoluzione (1642-1688).

 

L’Inghilterra nella prima metà del Seicento

Nella prima metà del XVII al vertice della società inglese si collocava ancora la grande aristocrazia dei pari, anche se già tra Cinque e Seicento essa aveva conosciuto una fase di declino economico a cui era corrisposta una perdita di prestigio sociale e politico. Nell’ambito di una vasto processo di rinnovamento e modernizzazione che aveva interessato le campagne inglesi, aveva invece acquisito un grande peso economico e un certo rilievo politico un ordine sociale medio-basso della nobiltà, la gentry. La gentry, in seguito alla riforma anglicana, aveva beneficiato della vendita dei beni dei monasteri e si era inserita con successo nel movimento delle enclosures (processo di recinzione, privatizzazione e sfruttamento delle terre demaniali e degli open fields, ossia di quegli appezzamenti di terreno che in precedenza erano lasciati allo sfruttamento in comune). Era un gruppo molto differenziato: ne facevano parte sia i grandi latifondisti, con redditi superiori a quelli di molte famiglie della grande aristocrazia, sia i medi e i piccoli proprietari terrieri. Se la gentry maggiore, insignita dei titoli di "baronetto", "cavaliere" o "signore" deteneva importanti cariche nelle contee e nell’esercito, la gentry minore con il titolo di "gentiluomo" (gentleman), esercitava funzioni politiche, militari e soprattutto giudiziarie nell’ambito delle unità amministrative locali.

La crescita economica del Cinquecento e dei primi anni del Seicento aveva determinato una forte differenziazione sociale anche tra le classi non nobili. In campagna, con il fenomeno delle recinzioni si era consolidato il gruppo dei proprietari indipendenti (yeomen) e dei fittavoli benestanti. Nelle città, accanto ai ricchi mercanti, alcuni dei quali si avvantaggiavano dei monopoli concessi loro della monarchia nel commercio internazionale, vi era un gruppo intermedio di professionisti, artigiani, piccoli e medi commercianti.

Il tentativo assolutistico degli Stuart e la Rivoluzione

GIACOMO I

Alla morte di Elisabetta nel 1603, mancando di un erede diretto, sale al trono Giacomo I, figlio di Maria Stuart. Il nuovo re unifica nella sua persona i tre regni di Irlanda, Scozia e Inghilterra, profondamente diversi tra loro per religione e organizzazione economica. L’Irlanda è cattolica, la Scozia è presbiteriana e l’Inghilterra è anglicana; da un punto di vista economico la Scozia e l’Irlanda sono fondamentalmente dedite alla pastorizia e all’agricoltura, mentre l’Inghilterra è avviata verso il pieno sviluppo marittimo e commerciale. Giacomo I vuole attuare una politica assolutistica senza tenere in considerazione le particolarità di una società in evoluzione come quella inglese, articolata in ceti emergenti, come quello borghese, che si affiancano ai sempre dinamici piccoli e medi proprietari terrieri. I rapporti tra corona e parlamento appaiono da subito molto tesi: la politica di Giacomo I mira a dare una svolta assolutistica al suo potere, il parlamento è impegnato nella salvaguardia dei suoi diritti. Particolarmente spinosa è la questione fiscale, per sfuggire al controllo esercitato dal parlamento sull’imposizione di nuove tasse Giacomo I decide di far fronte al crescente bisogno di nuove entrate con l’alienazione di beni della corona , con la vendita di titoli nobiliari, la concessione di monopoli e di diritti riservati. Da un punto di vista geografico l’Inghilterra appare divisa:le zone ricche dell’est e del sud appoggiano il parlamento, le regioni economicamente più arretrate del nord e dell’ovest sono fedeli alla corona. Molto complessa è anche la questione religiosa giacché alla Chiesa anglicana si oppongono il movimento di dissidenza calvinista dei puritani e i presbiteriani. L’anglicanesimo, la religione di Stato che sostiene con i suoi vescovi, i suoi riti la politica della corona, ha una struttura gerarchica basata sul potere vitalizio dei vescovi, a cui spettano le fondamentali decisioni dogmatiche e disciplinari. In opposizione all’anglicanesimo operano il movimento religioso dei presbiteriani. Seguaci del calvinismo, i presbiteriani hanno una struttura democratica incentrata su organismi collegiali ed elettivi, gestiti dagli anziani della collettività, i presbiteri. La differenza di organizzazione interna tra l’anglicanesimo e il presbiterianesimo si nota anche in campo politico: i vescovi anglicani sono nominati direttamente dal re che esercita così uno stretto controllo sulla Chiese, mentre i pastori presbiteriani vengono nominati da organismi rappresentativi che sfuggono ad ogni forma di ingerenza. Ancora più radicale è la posizione dei puritani che propugnano il ritorno all’originaria purezza evangelica e sostengono l’eliminazione di ogni compromesso con il cattolicesimo.

CARLO I

Il successore di Giacomo I,Carlo I, il cui regno dura dal 1625 al 1649, aggrava ulteriormente il contrasto corona-parlamento. Il re, bisognoso di finanziamenti, convoca il parlamento. Quest’ultimo coglie l’occasione per affermare solennemente i suoi diritti e per condannare gli abusi del sovrano. Tutte le rivendicazioni del parlamento sono contenute nella Petizione dei diritti, documento in cui si ricorda al re che egli non può pretendere imposte o togliere sussidi senza il consenso dei rappresentanti nazionali; che nessun uomo può essere arrestato o detenuto se non in virtù di una sentenza legale. Questo secondo punto si ispira al principio dell’Habeas corpus, secondo il quale in prigioniero è rimesso in libertà se non interviene, entro breve tempo, un preciso ordine della magistratura. Carlo I decide di sciogliere l’assemblea (che per undici anni, dal 1629 al 1640, non viene più riunita) e instaura un regime assolutistico. Appoggiato dall’arcivescovo di Canterbury, William Laud, e dal conte di Strafford, il sovrano riesce ad assicurarsi delle entrate tramite ammende, imposte indirette sulle merci importate ed esportate, tasse speciali come la ship-money ( tassa di competenza esclusiva delle città costiere estesa per l’occorrenza anche alle città dell’entroterra). Il malcontento della popolazione esplode sia in Inghilterra che in Scozia, la politica fiscale regia viene giudicata illegittima e ingiusta l’intolleranza religiosa dell’episcopalismo anglicano. Nel 1640 Carlo I e costretto a riconvocare il parlamento che viene però sciolto dopo solo tre settimane (Corto parlamento). La situazione del paese precipita; gli scozzesi invadono l’Inghilterra e il sovrano bisognoso di finanziamenti deve, suo malgrado, accettare la riunione del parlamento che resterà riunito fino al 1653 (Lungo parlamento). Tra le decisioni del Lungo parlamento vi sono l’abolizione della Camera stellata ( tribunale speciale addetto a giudicare delitti contro la sovranità del re), l’abolizione dell’imposta navale e dell’episcopato. Viene inoltre condannato a morte l’arcivescovo di canterbury, Laud. Carlo I fugge da Londra e allestisce un esercito da schierare contro i sostenitori del parlamento; la guerra civile, a questo punto, è inevitabile.

LA RIVOLUZIONE E OLIVER CROMWELL

I parlamentari costituiscono un esercito chiamato il corpo delle Teste Rotonde. Inizialmente l’esito della guerra appare incerto, ma nel 1645 la situazione si ribalta a favore delle forze parlamentari che trovano in Oliver Cromwell un valido comandante. Oliver Cromwell riforma il metodo di reclutamento dell’esercito; i suoi soldati costituiscono un esercito di nuovo modello (New model army) all’interno del quale combattono artigiani, piccoli proprietari terrieri, affittuari, borghesi, tutti animati da un profondo sentimento religioso. La battaglia decisiva avviene a Naseby nel 1645, Carlo I si rifugia presso gli scozzesi che però, nel 1647, lo consegneranno al parlamento. Così si chiude la prima fase della rivoluzione inglese.

La vittoria del fronte parlamentare non riesce a dissipare i contrasti interni fra presbiteriani e puritani più intransigenti, contrari a qualsiasi forma di Chiesa di Stato. Nello stesso esercito si agitano due opposte fazioni: una più moderata, composta da dagli ufficiali fedeli a Cromwell, favorevole a un accordo con il re sconfitto, l’altra più oltranzista, fautrice di una sovranità popolare e sostenitrice del suffragio universale maschile. Per le loro idee egualitarie questi soldati vengono chiamati livellatori. Le discussioni parlamentari vengono interrotte dalla fuga del re, che con l’appoggio degli scozzesi cerca di riaccendere la guerra civile. Le forze realiste vengono sconfitte in pochi mesi. Cromwell e gli altri capi militari sono ormai decisi a farla finita; il parlamento venne epurato dei suoi membri moderati nel dicembre del 1648 e il troncone rimasto (Rump parliament) decise l’istituzione di un’Alta Commissione di giustizia per processare il re. Carlo I venne condannato a morte e giustiziato il 30 gennaio 1649. Era la prima volta nella storia d’Europa che un monarca veniva giudicato e condannato in nome della sovranità popolare.

L’esecuzione del re fu seguita dalla creazione di un Consiglio di Stato che prendeva il posto del Consiglio privato della corona, dalla soppressione della Camera dei Lords e dalla proclamazione della Repubblica (Commonwealth). Si apre così il periodo dell’interregno caratterizzato dal Protettorato di Cromwell. La morte di quest’ultimo nel 1658 apre un periodo di crisi istituzionale, dopo il breve governo del figlio Riccardo, nel 1660 viene restaurata la monarchia, con il rientro trionfale di Carlo II.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Inghilterra al tempo della "Gloriosa Rivoluzione"

 

 

La monarchia Stuart era stata restaurata nel 1660 sulla base di un compromesso con il Parlamento. L’equilibrio tra i due poteri era in pratica affidato all’esiguità delle entrate ordinarie della corona. Costituite principalmente dai dazi doganali e da una imposta sui consumi degli alcolici (excise); per ottenere somme maggiori la corona doveva rivolgersi alla rappresentanza nazionale. Carlo II evitò, in un primo momento, di mettere in discussione il compromesso del 1660. due fattori però contribuirono a dare alla monarchia una maggiore indipendenza dal Parlamento:

Benché tale accordo fosse rimasto segreto le inclinazioni filo-cattoliche del monarca suscitarono i sospetti e le ostilità dell’opinione pubblica molto sensibile al pericolo del papismo. Una Dichiarazione di Indulgenza (1672) emanata da Carlo II dovette essere ritirata a causa dell’opposizione del Parlamento; il Parlamento votò a sua volta un Test Act (1673) che subordinava l’assunzione di cariche civili o militari a una professione di fede anglicana.

 

Test Act (1673)

" Io professo, testimonio e dichiaro con piena convinzione davanti a Dio Onnipotente, di non credere, in coscienza, che la Chiesa romana sia la sola Chiesa cattolica e universale del Cristo, fuori della quale non esiste salvezza; o che il Papa abbia la giurisdizione o la supremazia sulla Chiesa cattolica in generale, né sulla mia in particolare; o che spetti unicamente alla Chiesa romana il compito di giudicare il senso e l’interpretazione delle Sacre Scritture; o che nel Santo Sacramento dell’Eucarestia, avvenga un completo mutamento della sostanza del pane nel corpo del Cristo, mutamento che la Chiesa romana chiama transustanziazione; di non credere che la Vergine Maria o alcun altro santo debbano essere adorati o serviti, né che ad essi si debbano rivolgere preghiere; io rifiuto e rinnego tutte le dottrine e le proposizioni sunnominate, come false, erronee e contrarie alla parola di Dio e alla religione".

Il fatto che Carlo II fosse privo di figli maschi e che l’erede al trono fosse il fratello Giacomo, fervente cattolico che aveva sposato Maria Beatrice d’Este, accresceva i timori dei protestanti

Di fronte ai problemi religiosi e dinastici si crearono in questi anni due orientamenti politici indicati con nomi che rimarranno nel tempo a designare due partiti storici inglesi: Tosies e Whigs. Entrambi erano espressione di un gruppo sociale ristretto e omogeneo, comprendente nobiltà grande e piccola e ceti abbienti della città. Questi gruppi concordavano su un sistema istituzionale tripartito (monarchia, comuni, lord) e riconoscevano la legittimità della monarchia, ma si dividevano sulla concezione dell’autorità monarchica. I Tories erano fautori della monarchia di diritto divino, del legittimismo dinastico, della Chiesa anglicana vista come baluardo contro le sette protestanti; i Whigs erano sostenitori della superiore autorità del Parlamento e del fronte protestante.

Nel 1679, per evitare che la monarchia potesse riprendere aspirazioni assolutistiche, venne emanata una legge, nota con il nome Habeas corpus ( formula in latino medioevale habeas corpus capti in prisona che significa letteralmente "custodisci la persona rinchiusa in prigione"), che potesse meglio assicurare la libertà dei sudditi.

La legge era inserita sin dal secolo XIII nell’ordine rivolto al giudice del tribunale agli sceriffi e ai carcerieri perché si premurassero di portare al più presto davanti alla corte del giudice i cittadini tratti in arresto. A garanzia degli imputati incarcerati il diritto inglese prevedeva che nessun cittadino potesse essere imprigionato se non in virtù di una accusa o di una condanna penale, salvo il caso di un arresto per debiti. I sovrani Stuart, durante la lotta tra Parlamento e Corona, avevano spesso violato l’Habeas corpus facendo dell’arresto illegale e della deportazione un mezzo per eliminare gli oppositori politici. Per porre fina a questo abuso i Comuni nel 1679 rinnovano l’Habeas corpus. Il Parlamento riconferma così il suo ruolo di custode dei diritti dei sudditi inglesi e consolida le conquiste della prima rivoluzione.

Habeas corpus (1679)

"Poiché da parte di sceriffi, carcerieri e altri funzionari alla cui custodia sono affidati sudditi del re per fatti criminosi o supposti tali, vengono praticati grandi ritardi nell’eseguire rescritti di Habeas corpus a essi diretti con espedienti volti a evitare di prestare obbedienza a tali ordini, contrariamente al loro [dei funzionari] dovere e alle leggi ben note del paese, per la qual cosa molti sudditi del re sono state anche in futuro potranno essere a lungo trattenuti in prigione, in casi nei quali essi hanno diritto alla libertà provvisoria dietro cauzione; con loro grande danno e fastidio; per impedire ciò, e per la più spedita liberazione di tutte le persone imprigionate per uno di questi fatti criminosi o supposti tali, sia sancito per legge che ogni volta una o più persone porteranno un Habeas corpus indirizzato a uno sceriffo, carceriere, agente o a chiunque altro, nell’interesse di una persona in loro custodia, e tale rescritto sarà consegnato al detto funzionario o lasciato nel carcere o prigione a un suo dipendente o ai suoi dipendenti o sostituti, il detto funzionario o funzionari, e i suoi o loro dipendenti o sostituti, entro tre giorni dalla consegna del rescritto nel modo indicato (a meno che l’incarceramento predetto non sia per tradimento o fellonia, chiaramente e specificamente indicati nell’ordine di carcerazione), dietro pagamento od offerta delle spese di trasporto del prigioniero, da accertarsi dal giudice o dal tribunale che mise e firmò il rescritto predetto, e non superiori a dodici pence per miglio, e dietro garanzia data con sua propria cauzione di pagare le spese per riportare indietro il prigioniero, se egli sarà rimandato in carcere in attesa di giudizio per ordine del tribunale o giudice alla cui presenza dovrà essere condotto, secondo il vero intento della presente legge, e a condizione che egli non faccia alcun tentativo di fuga durante il cammino, [il predetto funzionario] deve dare esecuzione a tale riscritto [di Habeas corpus], e portare o far portare il corpo della parte [persona] così incarcerata o detenuta davanti al Lord cancelliere o Lord guardasigilli d’Inghilterra allora in carica, oppure davanti ai giudici o baroni del tribunale che avranno il detto rescritto, o davanti a qualsiasi persona innanzi alla quale il detto rescritto è eseguibile, secondo il dettato di esso: e allora [il rescritto deve essere eseguito] entro dieci giorni, e se a oltre cento miglia, entro lo spazio di venti giorni dopo l’ordine predetto e non di più […].

E sia inoltre sancito per legge che se qualche funzionario o suo dipendente o vicecustode o sostituto trascurerà di eseguire gli adempimenti predetti, o di portare la persona o le persone del prigioniero o dei prigionieri, secondo il disposto del detto rescritto, entro i rispettivi termini predetti, o, su domanda fattane dal prigioniero o da altra persona per suo conto, rifiuterà di rilasciare oppure non rilascerà entro lo spazio di sei ore dalla domanda, alla persona che così ne fa richiesta, una copia autentica del mandato di arresto o detenzione di tale prigioniero, copia che egli ed essi in conformità alla presente legge sono tenuti a rilasciare, tutti e ciascuno, il comandante, i carcerieri o i custodi di tale prigione, e ogni altra persona nella cui custodia il prigioniero sarà detenuto , per la prima infrazione dovranno versare al prigioniero o alla parte danneggiata la somma di cento sterline; e per la seconda infrazione la somma di duecento sterline, e per questo fatto saranno e sono resi incapaci di coprire ed esercitare il predetto loro ufficio. […]

E per impedire ingiuste vessazioni per mezzo di ripetuti imprigionamento per lo stesso delitto, sia sancito per legge che nessuna persona che sia stata liberata o rilasciata a seguito di un Habeas corpus, in nessun momento successivo potrà essere nuovamente imprigionata o detenuta per lo stesso delitto da parte di chicchessia, tranne per ordine legale e procedimento del tribunale in cui tale persona sarà tenuta a comparire per impegno su cauzione, o di altro tribunale che abbia giurisdizione nella causa; e se chiunque altro, scientemente contro le disposizioni di questa legge, tornerà ad imprigionare o a detenere, ovvero scientemente procurerà o farà in modo che sia nuovamente imprigionata o detenuta per lo stesso delitto o preteso delitto una persona liberata o rilasciata come già detto, o scientemente aiuterà o assisterà nel far questo, allora il responsabile dovrà pagare al prigioniero o alla parte danneggiata la somma di cinquecento sterline".

(Cit. in G.Garavaglia, Società e rivoluzione in Inghilterra, Loescher, Torino 1978)

 

Dopo il 1680 la politica di Carlo II, sotto la crescente influenza del fratello, si sviluppò in senso assolutistico. Carlo II sciolse più volte il Parlamento per impedirgli di votare un Atto di esclusione (una legge che escludesse i cattolici dalla successione al trono); gli statuti dei boroughs furono riformati in modo da favorire l’elezione di partigiani della monarchia; gli oppositori politici della corona vennero perseguitati da giudici docili al volere del re.

Salito al trono alla morte del fratello Giacomo II (1685-88) rafforzò immediatamente l’esercito ( i cui effettivi salirono in un anno da 9000 a 20000 uomini) mettendovi a capo dei cattolici. Le disposizioni del Test Act vennero annullate nel 1687 da una nuova Dichiarazione di indulgenza. La nascita nel 1688 di un erede maschio diede ulteriormente corpo alle paure di coloro che temevano il radicamento di una dinastia cattolica.

Davanti al pericolo di un ritorno al cattolicesimo e all’assolutismo Whigs e Tories superarono le loro distinzioni e l’intero Parlamento chiese l’intervento del protestante Guglielmo III d’Orange, stathouder d’Olanda e campione della lotta delle Province Unite contro Luigi XIV. Nel novembre 1688 Guglielmo sbarcò in Inghilterra, mentre Giacomo II, dopo una breve detenzione, fu costretto a fuggire in Francia. Guglielmo III d’Orange e la moglie Maria Stuart furono proclamati sovrani d’Inghilterra nel febbraio del 1689. Un Parlamento di convenzione convocato da Guglielmo dichiarò che Giacomo II, avendo tentato di sovvertire la costituzione del regno, infrangendo il contratto originario fra monarchia e popolo, ed essendo scappato, aveva in realtà abdicato al governo e per questo il trono risultava vacante. Poiché Maria Stuart era figlia di Giacomo II, il Parlamento poté giustificare in termini di continuità dinastica l’incoronazione dei due nuovi sovrani.

Guglielmo III e Maria Stuart si impegnarono a questo punto a osservare la Dichiarazione dei diritti (Bill of right) nel 1689.

In questo documento le Camere non intendono introdurre sostanziali novità, né per quanto riguarda i diritti del cittadino né per quanto si riferisce ai poteri della Corona: tali diritti e poteri si sono definiti nel corso dei secoli e si considerano acquisiti in virtù della consuetudine. Le continue violazioni perpetrate dai sovrani nel corso del XVII imponevano ora una riaffermazione di tali principi e un solenne e formale atto di accoglimento da parte dei due nuovi sovrani. Accogliendo il Bill of rights la Corona riconosce nel Parlamento la fonte del proprio potere e si impegna al rispetto dei limiti che esso pone alla propria autorità; Guglielmo e Maria contribuirono così alla piena realizzazione della monarchia costituzionale inglese.

 

Bill of rights (1689)

Dopo che i Lords, spirituali temporali e i Comuni, riuniti a Westmister legalmente, pienamente e liberamente rappresentanti di tutti gli organi del popolo di questo regno il tredicesimo giorno di febbraio nell’anno del nostro signore 1689, presentarono alle loro maestà, allora chiamate note con il nome e i titoli di Guglielmo e Maria principe e principessa d’Orange, presenti in persona una certa dichiarazione scritta stesa dai detti Lord e Comuni, nelle seguenti parole:

Siccome il precedente Re Giacomo II, assistiti da vari cattivi consiglieri, giudici e ministri da lui impiegati, tentò di sovvertire ed estirpare la religione protestante e le leggi d libertà di questo regno.

  1. Assumendo ed esercitando un potere di dispensare e sospendere dalle leggi e dall’esecuzione delle leggi senza il consenso del parlamento.
  2. Arrestando e processando diversi degni prelati, per aver presentato umilmente petizioni di non dover ricorrere al suddetto presunto potere.
  3. Emanando e facendo applicare una commissione sotto il gran sigillo per l’erezione di un tribunale chiamato la Corte dei commissari per cause ecclesiastiche (in violazione dell’impegno a non istituire tribunali speciali con competenza in materia religiosa Giacomo II nel 1686 creò la Corte dei commissari che aveva specifica competenza nelle questioni religiose)
  4. Prelevando denaro per l’uso delle Corona, sotto pretesto della prerogativa, in modi e tempi diversi da quelli stabiliti dal Parlamento.
  5. Radunando e mantenendo un esercito permanente entro questo regno in tempo di pace, senza il consenso del Parlamento, e avendo acquartierato soldati contro la legge.
  6. Avendo fatto disarmare diversi buoni sudditi protestanti e nello stesso tempo in cui i Papisti erano armati e da lui impiegati contro la legge.
  7. Violando la libertà d’elezione dei membri del Palamento.
  8. Processando nel tribunale di King’s Bench (tribunale centrale con sede a Londra), per motivi e cause giudicabili solo in Parlamento e per diversi altri procedimenti arbitrali e illegali.
  9. E poiché negli ultimi anni persone parziali corrotte e squalificate sono state scelte come giurati nei processi e in particolare diversi giurati in processi per alto tradimento, i quali non erano [in possesso dei requisiti richiesti].
  10. E cauzioni eccessive sono state richieste a persone imprigionate per cause criminali, a elusione dei benefici previsti dalle leggi a difesa della libertà dei sudditi.
  11. E ammende eccessive sono state imposte, e punizioni illegali e crudeli inflitte.
  12. E diverse concessioni e promesse fatte di ammende e confische, prima che vi fosse alcuna sentenza di consapevolezza contro le persone alle quali esse erano imposte.

Tutte cose nettamente e direttamente contro le leggi tradizionali del paese e gli statuti e la libertà di questo regno.

E avendo il suddetto Re Giacomo II abdicato il governo ed essendo il trono quindi vacante, sua altezza il Principe di Orange (che è piaciuto a Dio onnipotente di rendere strumento glorioso della liberazione di questo regno dal papismo e dal potere arbitrario) fece (per consiglio dei Lords spirituali e temporali, e di diversi importanti membri dei Comuni) scrivere lettere ai Lords spirituali e temporali protestanti, e altre lettere alle diverse contee, città, università, borghi […] per la scelta di persone che li rappresentassero in Parlamento e le quali si incontrassero e sedessero a Westmister il ventiduesimo giorno di gennaio dell’anno 1689 perché provvedessero a che la loro religione, le leggi e le libertà non fossero più in pericolo di essere sovvertite: in base queste lettere sono state di conseguenza tenute elezioni.

E quindi i suddetti Lords spirituali e temporali e i Comuni […] ora riuniti in un organo pienamente e liberamente rappresentativo di questa nazione, prendendo in considerazione i modi migliori per raggiungere i fini suddetti, in primo luogo (come hanno fatto in casi simili in genere i loro antenati) per l’assegnazione dei loro antichi diritti e libertà, dichiarano:

  1. che il preteso potere di sospendere dalle leggi o dall’applicazione delle leggi, per autorità regia, senza consenso del Parlamento, è illegale.
  2. che il preteso potere di dispensare dall’osservanza delle leggi e dall’esecuzione delle leggi, per autorità regia, come è stato fatto di recente, è illegale.
  3. che la commissione per costituire una Corte dei commissari per cause ecclesiastiche ed ogni altra commissione o corte di simile natura sono illegali e dannose.
  4. Che la raccolta di denaro ad uso della Corona, sotto pretesto di prerogativa, senza concessione del Parlamento, per un periodo più lungo, o in modi diversi da quelli da esso fissati, è illegale.
  5. Che è diritto dei sudditi rivolgere petizioni al re, e ogni arresto e processo per questo sono illegali.
  6. Che radunare o mantenere un esercito permanente nel regno in tempo di pace, senza il consenso del Parlamento, è illegale.
  7. Che i sudditi protestanti possono tenere armi per la propria difesa secondo le proprie condizioni e come è consentito dalla legge.
  8. Che le elezioni dei membri del Parlamento devono essere libere.
  9. Che la libertà di parola e i dibattiti o i procedimenti in Parlamento non debbono essere posti sotto accusa o contestati in nessun tribunale o luogo al di fuori del Parlamento.
  10. Che non devono essere chieste cauzioni eccessive né imposte ammende eccessive né inflitte punizioni crudeli e insolite.
  11. Che i giurati devono essere nominati regolarmente e che i giurati che processano uomini per alto tradimento devono essere freeholders (liberi proprietari).
  12. Che ogni concessione e promessa di ammende e confische di persone singole prima della sentenza di colpevolezza sono illegali e nulle.

(Cit.in G.Garavaglia, Società e rivoluzione in Inghilterra, Loescher, Torino 1978)

Alla Dichiarazione dei diritti fece seguito nello stesso anno l’Atto di tolleranza che abrogò le pene comminate ai dissenzienti religiosi (ma non quelle che colpivano i cattolici).

L’edificio costituzionale inglese verrà completato nel 1694 dal Triennal Act, che imponeva l’elezione di un Parlamento almeno ogni tre anni, dall’abolizione di fatto della censura sulla stampa (1695) e dall’Act of Settlement del 1701 che escludeva gli Stuart dalla successione al trono a favore degli Hannover.

Benché la "gloriosa rivoluzione" (così chiamata perché non comportò spargimento di sangue) si presenti come una restaurazione della legalità violata dal re, si tratta di una svolta decisiva nella storia della politica inglese che aprì la strada a un governo parlamentare.

Teorico radicale di questa svolta fu John Locke che tornato dall’Olanda al seguito di Maria Stuart pubblicò nel 1690 i Due Trattati sul governo civile con lo scopo dichiarato di difendere la Rivoluzione sostenendo il diritto di ribellione al sovrano che agisca illegittimamente.

 

Locke giustificava in questi scritti la delega di alcuni poteri al sovrano in base all’esigenza di una migliore salvaguardia dei diritti fondamentali dell’individuo, tra cui la libertà e la proprietà, sosteneva contemporaneamente la legittimità dell’insurrezione da parte dei sudditi qualora questi diritti fossero violati dal sovrano

L’origine della società politica

"Poiché gli uomini sono tutti nati per natura liberi, eguali e indipendenti, nessuno può essere tolto da questa condizione e assoggettato al potere politico di un altro senza il suo consenso. L’unico modo con cui uno si spoglia della sua libertà naturale e s’investe dei vincoli della società civile consiste nell’accordarsi con altri uomini per congiungersi e riunirsi in una comunità, per vivere gli uni con gli altri con comodità, sicurezza e pace, nel sicuro possesso delle proprie proprietà, e con una garanzia maggiore contro chi non vi appartenga. Ciò può essere fatto da un gruppo di uomini, in quanto non viola la libertà degli altri, i quali rimangono, com’erano, nella libertà dello stato di natura. Quando un gruppo di uomini ha così consentito a costruire un’unica comunità o governo, essi sono con ciò senz’altro incorporati e costituiscono un unico corpo politico, in cui la maggioranza ha diritto di deliberare e di decidere per il resto. Infatti, quando un gruppo di uomini ha, col consenso di ciascun individuo, costituito una comunità, essi hanno con ciò fatto di questa comunità un solo corpo, col potere di deliberare come un solo corpo, il che è soltanto per volontà e decisione della maggioranza (…) ognuno, col consentire con altri a costituire un solo corpo politico, sotto un solo governo, si sottopone, nei riguardi di ciascun membro di quella società, all’obbligazione di sottomettersi alla decisione della maggioranza e ad attenersi alle sue decisioni; altrimenti questo contratto originario, con cui si è incorporato con altri in una sola società, non avrebbe senso, e non sarebbe contratto, se egli rimanesse libero e sotto nessun altro vincolo che quelli che quelli che aveva prima nello stato di natura. Infatti quale parvenza di contratto e quale nuovo impegno vi sarebbe se egli non fosse legato dai decreti della società se non per quanto ritenga opportuno e consenta attualmente ad essi? Questa sarebbe ancora una libertà estesa come quella ch’egli aveva prima del suo contratto, o come nello stato di natura ha qualsiasi altro, che può sottomettersi e consentire alle deliberazioni di una società, se lo ritiene opportuno".

(Da J.Locke, Due Trattati sul governo, a cura di L. Pareyson, Torino, UTET 1960)

 

 

La natura e la funzione del Parlamento

"Poiché il fine principale dell’entrata degli uomini in società è il godimento della loro proprietà in pace e tranquillità, e i principali strumenti e mezzi diretti a questo fine sono leggi stabilite in quella società, la prima e fondamentale legge positiva di tutte le società politiche consiste nello stabilire il potere legislativo, in quanto la prima e fondamentale legge naturale, che deve governare lo stesso legislativo, consiste nella conservazione della società, e, per quanto concilia con il pubblico bene, di ogni persona che vi si trova. Questo legislativo non soltanto è il potere supremo della società politica, ma rimane sacro e immutabile nelle mani in cui la comunità l’ha collocato, e l’editto di un altro, in qualunque forma sia concepito, o da qualunque potere sia appoggiato, non può avere il valore e l’obbligazione di una legge, se non ha la sua sanzione da quel legislativo che il pubblico ha eletto e designato; perché senza di questa la legge non avrebbe ciò ch’è assolutamente necessario ed essenziale alla, cioè a dire il consenso della società, alla quale nessuno può avere il potere di dar leggi se non per consenso di lei e per autorità da essa ricevuta. E perciò tutta l’obbedienza che, con i vincoli più solenni si può essere obbligati a prestare, fa capo, in definitiva, a questo potere supremo, ed è regolata dalle leggi ch’esso promulga, né può un giuramento prestato a un potere straniero qualsiasi, o a un potere interno subordinato, dispensare un membro della società dall’obbedienza al legislativo, che delibera in seguito alla sua fiducia, né obbligarlo a un’obbedienza che sia contraria alle leggi così stabilite, o vada oltre ciò ch’esse ammettono, poiché è ridicolo immaginare che si possa esser vincolati in definitiva ad obbedire a un potere che nella società non sia il supremo […]

non è necessario, e neppure conveniente, che il legislativo sia sempre in funzione, ma è assolutamente necessario che il potere esecutivo lo sia, perché non c’è sempre bisogno che si facciano leggi, mentre è sempre necessaria l’esecuzione delle leggi che si son fatte. Se il legislativo ha posto in altre mani l’esecuzione delle leggi da lui fatte, ha sempre il potere ritogliergliela […]

(Da J.Locke, Due Trattati sul governo civile, a cura di L.Pareyson, Torino, UTET, 1960)

 

 

I realisti trovarono il loro principale teorico in Robert Filmer. Filmer era morto nel 1653 dopo aver scritto una quantità di libelli in difesa del re, allora quasi sconosciuti. Opera fondamentale dell’autore è Il Patriarca o il potere naturale dei re, pubblicata postuma nel 1680 e presa di mira da Locke nel primo dei suoi trattati dedicati al governo. Il Patriarca era una polemica contro i due nemici del potere regio, i gesuiti e i calvinisti, e cercava di riaffermare i due principi realisti, il diritto divino e il dovere di obbedienza passiva. Egli cercava di dimostrare la naturalità del potere regio facendolo discendere dall’autorità naturale dei genitori. Adamo era quindi il primo re ed "i re di ora sono e devono essere reputati quasi i suoi eredi".

 

 

 

Nel 1688-1689 il Parlamento inglese compì una pacifica rivoluzione, definita gloriosa per la sua natura incruenta, che pone fine alla monarchia di Giacomo II. Mentre negli altri Paesi d’Europa le tensioni sociali e politiche sono autoritativamente risolte dal sovrano che rafforza i propri poteri imponendosi come un monarca assoluto, in Inghilterra esse trovano uno spazio di confronto e composizione nella monarchia costituzionale e nel dibattito parlamentare.

Gorge M. Trevelyan

Dalla "gloriosa rivoluzione" nasce la monarchia costituzionale

La principale questione in gioco nel 1688 era questa: deve il re sottostare alla legge oppure la legge al re? L’interessa del Parlamento coincideva con quello della legge, perché senza dubbio il Parlamento poteva alterare la legge. Ne conseguiva che se la legge, sovrastando l’autorità regia, restava però alterabile dal parlamento, il Parlamento doveva avere il potere supremo. Giacomo II aveva tentato di rendere la legge alterabile su larga scala per opera del re. Questo, qualora gli fosse stato permesso, avrebbe reso il re padrone del Parlamento, e di fatto un despota. Gli avvenimenti dell’inverno 1688-1689 diedero la vittoria all’idea contraria, enunciata agli inizi del secolo: essere il re il primo servitore della legge, non il suo padrone; l’esecutore della legge, non la sua fonte, le leggi potersi alterare soltanto dal Parlamento ( re, Lord e Comuni insieme). E’ questo che fa della rivoluzione l’evento decisivo della storia della rivoluzione inglese. Fu decisiva perché non venne mai più rinnegata, com’era stata rinnegata la maggior parte dell’opera della rivoluzione cromwelliana.

E’ vero che la prima guerra civile era stata combattuta in parte intorno alla medesima questione; e il diritto comune in linea col Parlamento sui campi di Naseby (battaglia del 1645 in cui l’esrcito di Cromwell coglie una decisiva vittoria sulle truppe realiste) aveva trionfato sul re, nella lotta per la supremazia costituzionale. Ma la vittoria della legge e del Parlamento in quell’occasione era stata ottenuta soltanto perché il puritanesimo, la più potente della passioni religiose del tempo, aveva fornito la forza combattente. E la passione religiosa imbrogliò molto presto il risultato costituzionale. Il puritanesimo infranse i limiti legali e, accoppiato col militarismo, rovesciò la legge e il Parlamento come aveva rovesciato il re. Donde il bisogno, nel 1660, di restaurare insieme il re, la legge e il Parlamento, senza nessuna definizione netta dei loro vicendevoli finali rapporti.

Ora, in questa seconda crisi del 1688, la legge e il Parlamento avevano dalla loro parte so9ltanto la passione puritana, che si era molto affievolita, ma l’intera forza dell’anglicanesimo protestante, allora nel suo fiore, e il nascente influsso dello scetticismo latitudinario (costituiscono una corrente religiosa interna all’anglicanesimo, incline alla tolleranza nei confronti delle diverse confessioni religiose, che distingue in modo netto i principi fondamentali delle scritture, dalle possibili interpretazioni); tutti schierati contro il debole interesse cattolico al quale Giacomo aveva legato le fortune politiche della causa regia. […] Nel 1689 i puritani dovettero contentarsi di una mera tolleranza. Ma trionfò la legge, e quindi in definitiva il Parlamento legiferatore trionfò sul re.

Tuttavia. Non si poteva assicurare permanentemente la supremazia della legge se i giudici che la interpretavano continuavano a dipendere dalla Corona. Giacomo aveva destituito i giudici che s’erano rifiutati di interpretare la legge secondo i suoi desideri. La rivoluzione assicurò l’indipendenza della magistratura. Uno dei primi atti esecutivi di Guglielmo, come re governante, fu di rendere inamovibili i giudici. Egli lo fece spontaneamente, senza aspettare che il Parlamento approvasse una legge sull’argomento. Nominò tutti i giudici con la formula quam diu se bene gesserint (fintanto che si condurranno bene) non più durante beneplacito, ad arbitrio del re. Prima della rivoluzione alcuni giudici avevano servito talvolta col titolo più sicuro quam diu se bene gesserint, ma la maggior parte aveva servito durante beneplacito, e non pochi s’eran visti destituire per ragioni politiche. Sotto Guglielmo e sotto Anna (Anna Stuart, sorella di Maria, succede a Guglielmo e Maria sul trono d’Inghilterra, regnando dal 1702 al 1714) la Corona non potrà più destituire giudici. E’ quindi esatto dire che il grande vantaggio dell’indipendenza dei magistrati ci fu assicurato in pratica dalla rivoluzione. Ma quest’indipendenza e inamovibilità furono fondate su una base statuaria solamente quando nel 1714, con la salita al trono di Giorgio I, entrò in vigore l’atto di successione approvato nel 1701. L’atto di successione stabilisce che: "le nomine dei giudici si facciano quam diu se bene gesserint e i loro onorari si fissino e garantiscano, ma su proposta di entrambe le camere sia legittimo allontanarli dalla carica".

Ciò dava semplicemente forza statuaria a quanto si era fatto sotto Guglielmo e sotto Anna dopo la rivoluzione; ma l’atto di successione conferì la facoltà di congedare i giudici su proposta delle Camere, come salvaguardia contro quelli che abusassero della propria inamovibilità. A queste condizioni i nostri giudici esercitano il loro ufficio ancora oggi. […]

Poiché la giustizia pubblica da allora in poi sarebbe stata imparziale, e non più un semplice strumento della Corona, nel 1695 la Legge contro il tradimento venne alterata per statuto in senso molto favorevole per l’accusato. A costui sarebbe spettata una copia della denunci. Avrebbe potuto godere di patrocinio. Avrebbe avuto il diritto d’esigere la presenza dei testimoni a discarico. Un atto di aperto tradimento andava provato con due testimoni. Fu allora, per la prima volta nella nostra storia, che l’assassinio giudiziario cessò di essere un’arma normale di politica e di governo. […]

I Comuni stettero attenti che dopo la rivoluzione la Corona non fosse assolutamente in grado di usare denaro per le proprie esigenze senza una convocazione annuale del Parlamento. A Guglielmo non si fecero grandi concessioni a vita. Ogni anno toccava a lui e ai suoi ministri di venirsene a capo scoperto alla Camera dei Comuni, e piuttosto spesso i Comuni ci facevano un affare, ed esigevano in cambio dei crediti un quid pro quo. Non si votavano spese finché il re non aveva fatto anche lui qualche concessione, o rinunciato a opporsi a provvedimenti o indirizzi politici che gli dispiacevano. Questo processo, che ormai era annuale invece che intermittente, rese i comuni padroni della politica e della Corona, e condusse in breve ad un risultato che nessuno nel 1689 avrebbe previsto, la scelta dei ministri del re sul nuovo principio che dovessero appartenere al partito che aveva la maggioranza nella Camera.

I Comuni dopo la rivoluzione votavano i crediti con maggiore arrendevolezza,. Non solo perché avevano un più costante controllo sull’operato dei ministri del re, ma anche perché non avevano più timore che le somme venissero mal destinate. Si stabilì un sistema che impediva di destinare denaro ad altri scopi che non fossero quelli per i quali si era votato. Una certa somma veniva si votata a Guglielmo per suo uso personale mail resto del credito, la massima parte di quello votato per l’annata, veniva destinato a questo o quello scopo secondo i voti dei Comuni. Commissioni della Camera esaminavano i conti con la massima attenzione; e sventurato quel ministro che avesse destinato una somma qualsiasi ad altri scopi che non fossero quelli prefissati. La Camera, di fatto, esercitava ora un minuti controllo sulla finanza del Paese ed era quindi molto più liberale nei suoi voti di crediti che non prima della rivoluzione. La lotta per l’impiego dei fondi si era svolta durante il regno di Carlo II. Dopo la rivoluzione il dibattito era chiuso. Il meccanismo di controllo della Camera sulla finanza era completo. E fu questa la ragione essenziale per cui la posizione finanziaria del governo migliorò tanto dopo la rivoluzione. I Comuni non avevano più quel motivo di tenere il re a corto di quattrini, che era stato tanto rovinoso per la finanza nazionale ai tempi di Carlo I e di Carlo II.

Ma non si votarono le tasse sulla domanda irresponsabile di singoli membri della Camera. I funzionari del tesoro di Guglielmo o di Anna preparavano uno schema della tassazione per l’annata, e quelli tra loro che avevano un seggio alla Camera lo proponevano ai Comuni. Queste proposte non venivano raccolte, come si fece in seguito, in un singolo bilancio preventivo generale. Ciò nondimeno, ciascuna tassa proposta alla Camera rientrava in un piano generale compilato dal Tesoro. Parecchi dei più importanti funzionari del Tesoro, come sir Stephen Fox e William Lowndes, erano membri della Camera, e avevano una parte molto attiva nei corridoi e nei dibattiti. Questo sistema era anzi tanto pienamente riconosciuto che alla fine del regno di Anna la Camera approvò la famosa Ordinanza Permanente n. 66 (secondo la numerazione attuale). Questa famosa norma della Camera vieta di votare somme, a qualunque fine destinate, se non su domanda dei ministri della Corona.

I ministri e i funzionari del Tesoro si trovavano così portati a contatto diretto con i legislatori, e dovevano spiegare, difendere e modificare la politica che patrocinavano in qualità di esperti, per venire incontro alla critiche degli scudieri di campagna. Gli scudieri, per parte loro, da queste conferenze venivano educati nelle arti dello Stato e nella scienza delle finanze, e imparavano ad apprezzare le necessità e i metodi di governo. Sotto questo sistema squisitamente inglese, la Corona, i ministri e il Tesoro erano tutti congiunti quasi con delle briglie alla camera dei Comuni; ma se la guida fosse in mano alla Camera o agli altri, non era sempre facile dirlo. Era un accomodamento assolutamente ammirevole, base d’una finanza sana, di un’amministrazione onesta e di un governo libero. La scambievole fiducia dei due poteri, legislativo ed esecutivo, garantita da quest’elaborato sistema di controllo vicendevole, rendeva generosa nelle sue concessioni di denaro la Camera dei Comuni, in stridente contrasto coi meschini crediti che i loro padri avevano somministrato in piccole dosi a Carlo II, in tempi in cui i membri non avevano che un controllo molto irregolare sopra gli intenti, le direttive e le persone cui le somme votate sarebbero state destinate.

(G.M.Trevelyan, La rivoluzione inglese del 1688-1689, trad. di C.Pavese, Il Saggiatore, Milano 1964)